Il conflitto tra Israele e Palestina

All’alba di sabato 7 ottobre un’offensiva via terra, aria e mare è partita dalla striscia di Gaza contro lo stato ebraico. E’ l’inizio di una guerra. Ma come siamo arrivati fin qui? Dove e quando nasce la tensione tra Palestina e Israele? 

Per capire l’origine del conflitto israelo-palestinese bisogna andare indietro alla fine del XIX sec. quando, sulla spinta dei nazionalismi europei e in risposta all’acuirsi dell’antisemitismo, il giornalista austriaco Theodor Hertz elaborò l’ideologia del sionismo, movimento politico che rivendicava l’autodeterminazione del popolo ebraico ipotizzando la Palestina e l’Argentina come possibili destinazioni per l’insediamento dei coloni. 

Fu la connessione culturale con Gerusalemme che spinse il movimento sionista ad optare per la Palestina, all’epoca definita come l’area geografica delimitata ad ovest dal Mar Mediterraneo e a est dal fiume Giordano. Anche se la migrazione di ebrei europei verso questo territorio era cominciata già alla fine dell’ottocento, il fenomeno divenne più consistente con la fine della prima guerra mondiale dopo che gli inglesi riuscirono a sottrarlo all’Impero Ottomano

Le rivendicazioni del movimento sionista trassero forza dalla dichiarazione Balfour, una lettera che nel 1917 il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour scrisse a Lord Lionel Walter Rothschild, sionista e membro di spicco della comunità ebraica inglese, nella quale il governo di sua maestà affermava il suo supporto alla creazione di un focolare nazionale ebraico in Palestina. Alla fine del conflitto i paesi vincitori si spartirono le province arabe dell’Impero Ottomano alla conferenza di Sanremo del 1920. Il territorio della Palestina insieme a quello dell’attuale Iraq e Giordania furono affidati alla Gran Bretagna, mentre Siria e Libano passarono sotto il controllo della Francia

La presenza di Londra e Parigi fu poi istituzionalizzata dalla società delle nazioni, nucleo di quelle che saranno le Nazioni Unite con la creazione dei mandati. Si trattava di un sistema in cui le potenze coloniali si impegnavano ad amministrare questi territori e accompagnarli nel percorso verso l’indipendenza. Il conferimento del mandato della Palestina alla Gran Bretagna, potenza che aveva dichiarato pubblicamente di voler facilitare l’immigrazione degli ebrei europei in quel territorio, fu mal accolta dalla popolazione locale. Gli anni del mandato furono segnati dallo scoppio di regolari moti di protesta spesso caratterizzati  da episodi  di violenza contro gli inglesi e la comunità ebraica. L’affluire continuo di nuovi migranti cambiò l’assetto demografico della Palestina.

Dopo il secondo conflitto mondiale Londra decise di rimettere il mandato alle Nazioni Unite che intanto avevano sostituito la società delle nazioni e di lasciare loro la decisione sul futuro della regione. 

Nel novembre del 1947 l’assemblea generale dell’ONU approvò la risoluzione 181 che prevedeva la spartizione della Palestina in due stati, uno arabo e uno ebraico, e che affidava a Gerusalemme una giurisdizione internazionale. Questa soluzione fu accolta positivamente dalla comunità ebraica ma rigettata da quella araba che dopo essersi opposta per anni all’immigrazione di massa degli ebrei europei, rifiutava la possibilità che questi ottenessero uno stato indipendente. A quel punto le relazioni tra ebrei e arabi degenerarono, sfociando prima in guerriglia e poi, con la fine del mandato e la partenza degli inglesi, in un vero conflitto armato. Il 15 maggio 1948 a seguito della dichiarazione d’indipendenza dello stato di Israele gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq decisero di attaccare dando via alla prima guerra arabo-israeliana. 

Al termine del conflitto, che si risolse nel 1949 con la sconfitta degli eserciti arabi, i confini del neonato stato di Israele comprendevano il 78% del territorio della Palestina mandataria. Rimanevano fuori dal suo controllo la Cisgiordania e la cosiddetta striscia di Gaza occupata rispettivamente dalla Giordania e dall’Egitto. Durante il conflitto circa 700.000 palestinesi furono costretti a lasciare le proprie case in parte per paura della guerra e in parte perché minacciate dall’esercito israeliano. 

Nei tre decenni successivi i rapporti tra Israele e gli stati arabi rimasero conflittuali e seguirono altre guerre, la più importante di queste è sicuramente quella del 1967 ribattezzata guerra dei sei giorni. Nell’arco di meno di una settimana l’esercito israeliano riuscì a sconfiggere quelli dell’Egitto, Giordania e Siria. Questa vittoria permise a Israele di occupare nuovi territori: la striscia di Gaza e la Cisgiordania, inclusa quella parte di Gerusalemme, la parte ad est, che era stata controllata fino ad allora dai Giordani. La sconfitta degli eserciti arabi spinse i Palestinesi verso un maggiore attivismo politico. 

Tra la fine degli anni ‘60 e gli inizi degli anni ‘80 si assistette all’ascesa di gruppi e partiti palestinesi, che con mezzi politici e militari, cercavano di dare risposta alle proprie aspirazioni nazionali. Negli anni ‘60 la maggior parte di questi gruppi confluì nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), una struttura che voleva rappresentare un cappello politico per partiti e gruppi armati palestinesi attivi nei territori e nella diaspora. L’OLP divenne il principale megafono delle istanze palestinesi nel mondo. Nel 1982 i quadri dell’organizzazione furono costretti ad abbandonare il Libano, una delle principali destinazioni per i profughi palestinesi che sarà dilaniato dalla guerra civile proprio in quel decennio. L’OLP trovò asilo in Tunisia ma questa era troppo distante dai territori su cui operava e ciò segnò il declino dell’organizzazione. 

Esasperati dal mancato riconoscimento delle proprie aspirazioni nazionali nel 1987 i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania iniziarono una serie di proteste contro l’occupazione israeliana. Questi atti assunsero ben presto la forma di una vera e propria sollevazione popolare, la prima intifada, che si protrasse fino al 1993 e che portò la morte a più di 1900 palestinesi e 200 israeliani. 

In questi anni di scontri nacque il movimento della resistenza islamica Hamas, acronimo di “movimento di resistenza islamica”. E’ un’organizzazione politica e militare nata da una costola della fratellanza musulmana, una delle più importanti organizzazioni terroristiche islamiche. E’ negli anni dell’intifada che le posizioni della leadership palestinese e israeliana si avvicinarono per la prima volta. Tra il 1993 e il 1995 vennero siglati gli accordi di Oslo che sulla base della soluzione a due stati avrebbero dovuto rappresentare il primo passo verso la costruzione di uno stato palestinese indipendente. Con questi accordi si divide il territorio palestinese in tre aeree e si crea un’amministrazione autonoma: l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). 

L’ascesa al governo di Netanyahu finì per bloccare i negoziati sulle questioni lasciate aperte dagli accordi e di conseguenza assestare un duro colpo al processo di pace. Nel 2000 scoppiò la seconda intifada, molto più violenta della prima, che portò alla morte di quasi 5000 palestinesi e più di 1000 israeliani. Nel 2002, nel pieno della sollevazione popolare palestinese, Israele cominciò la costruzione di un muro di separazione tra i propri territori e quelli palestinesi in Cisgiordania. L’obiettivo dichiarato era quello di controllare gli spostamenti per evitare attacchi terroristici. Il tracciato del muro però non rispettava la linea verde stabilita nel 1949, discostandosi in alcuni casi di decine di chilometri. Da allora la situazione nei territori palestinesi non ha fatto che peggiorare. Israele continua a mantenere una consistente presenza militare in Cisgiordania dove negli ultimi venti anni ha anche accelerato la sua politica di espansione delle colonie, città e insediamenti israeliani in territori palestinesi ritenuti illegali dalle comunità nazionali.

Rimane da approfondire la striscia di Gaza. Dal 1967 al 2005 anche questa zona è stata occupata militarmente da Israele. Dopo il ritiro israeliano, nel 2007, Hamas ha preso il controllo della striscia e da allora Israele ha continuato a operare un blocco, la chiusura quasi totale dei valichi di frontiere e degli accessi via mare e aerea. 

Oggi a Gaza l’80% della popolazione vive grazie agli aiuti umanitari e il tasso di disoccupazione sfiora il 50%.

 

 

Israele e Palestina, le radici del conflitto

A partire dal 1880, in pieno declino ottomano, a causa delle persecuzioni ebraiche durante i Pogrom nell’est Europa, alcuni ebrei stanziati nel continente iniziarono a creare colonie in quella che oggi conosciamo come Palestina. Questi gruppi, sotto la spinta idealista del pensiero di Theodor Herzl, posero le basi per quello che in futuro prenderà il nome di Movimento Sionista, movimento che aveva a cuore la creazione di uno stato ebraico nella terra che aveva visto la nascita del loro credo, la Terra Santa.
I notabili arabo-palestinesi, preoccupati per il sempre maggior numero di coloni ebrei, nel 1891 scrissero al Gran Visir di Istanbul affinché proibisse le immigrazioni sioniste. Questi si adoperò per la causa araba ma le pressioni Inglesi e Francesi lo costrinsero a ritirare il blocco migratorio.
Al 1914, ovvero all’inizio della Prima guerra mondiale, gli immigrati ebrei europei ammontavano a 85.000, più o meno il 9% della popolazione, mentre gli arabi musulmani e cristiani erano circa 500.000, più una parte di ebrei ottomani che da tempo vivevano nella zona ed erano perfettamente integrati. Durante la Prima Guerra Mondiale la Gran Bretagna promise agli arabi, e in particolare allo Sharif Hussein, la creazione di un solo grande stato arabo in cambio del loro aiuto contro gli ottomani. Ma nel 1916, segretamente, le potenze europee alleate siglarono gli accordi Sykes-Picot, essi prevedevano la spartizione dell’Impero Ottomano in grandi zone d’influenza, rispettivamente sotto il controllo di Francia e Inghilterra. Nell’accordo in questione la Palestina sarebbe dovuta rimanere suolo internazionale sotto il controllo di tutti e due gli attori, se non fosse stato per i britannici e le loro mire espansionistiche sul canale di Suez. Il possesso del canale infatti avrebbe permesso di mantenere sicuri i commerci con l’India e così, per aumentare la propria influenza nella zona, incentivarono la colonizzazione sionista nella zona, naturalmente il tutto a scapito della popolazione araba. Nel 1917, dopo aver promesso agli arabo-palestinesi la libertà di formare governi propri, il ministro degli esteri britannico Arthur Balfour mostrò i piani del governo inglese enunciando la celebre dichiarazione che porta il suo nome. Con la suddetta dichiarazione riconosceva agli ebrei europei il diritto di costruire un proprio stato in Palestina, in netta contraddizione con le garanzie di autodeterminazione date precedentemente agli arabi durante il primo conflitto mondiale. I sionisti più radicali, attraverso il loro leader Chaim Weizmann, nel 1919 rivendicarono il diritto, su basi bibliche, degli ebrei di colonizzare la Terra di Israele (Eretz Yisrael). Ciò significava che la colonizzazione non avrebbe avuto solo la Palestina come riferimento geografico ma avrebbe coinvolto anche molti dei territori ad essa esterni. Sempre in questo anno abbiamo il primo appello palestinese alle potenze europee, con la richiesta della creazione di una Monarchia Costituzionale Democratica per salvaguardare la libertà delle minoranze etniche e religiose. Il 1920 vide la ratifica del trattato di Sèvres, nel quale i vincitori del primo conflitto mondiale si divisero l’Impero Ottomano sconfitto. Naturalmente con varie spartizioni la Siria andò alla Francia e la Palestina alla Gran Bretagna nella quale il governo britannico istituì la Jewish Agency per promuovere l’economia israeliana. I palestinesi rimasero pressoché esclusi e il loro potere economico divenne sempre più gregario di quella ebraico. Per gli arabi divenne sempre più chiaro che riconoscere il Mandato inglese significava riconoscere la legittimità degli insediamenti sionisti. I notabili, in assenza di un’associazione come la Jewish Agency, si rifiutarono per tutto il dominio inglese di partecipare all’amministrazione terriera, ottenendo però il risultato di autoescludersi definitivamente dalla spartizione delle zone di influenza.
Pubblicamente gli intenti dei sionisti erano quelli di trovare un’armonia nella convivenza con gli arabi, ma le dichiarazioni dei leader della neonata Organizzazione Sionista confermarono i peggiori sospetti dei palestinesi. Infatti il Dott. Eder nel 1921 dichiarò, “Ci sarà solo una nazione in Palestina, ed sarà quella ebraica. Non ci sarà eguaglianza fra ebrei e arabi, ma vi sarà la predominanza ebraica appena i numeri demografici ce lo permetteranno”.
Sempre in quell’anno a Jaffa esplose il primo conflitto armato tra le due compagini con 200 morti ebrei e 120 arabi, a cui il leader sionista Ben Gurion rispose iniziando ad organizzare la difesa dei territori colonizzati dagli ebrei. Nel 1929 gli arabi organizzarono una sortita al Muro del Pianto a causa del blocco ebraico di due zone sacre musulmane molto vicine ad esso, l’Haram al Sharif e la moschea Al Aqsa.
La violenza araba aveva però un’altra causa. I sionisti, attraverso il Jewish National Fund, continuarono a comprare le terre palestinesi da proprietari arabi non residenti, espellendo i contadini arabi che non avevano più nessuna voce in capitolo. Le terre acquistate vennero dichiarate suolo ebraico, sulle quali solo gli ebrei potevano lavorare, e questo deteriorò i già precari equilibri. Equilibri che saltarono ufficialmente con la presa del potere di Adolf Hitler e dei fascismi in generale, esperienze negative che potarono alla fuga di migliaia di giudei dall’Europa facendo, nel 1940, arrivare la popolazione ebraica in Palestina al 33%. Gli anni successivi videro l’acuirsi delle tensioni fino al 1948, l’anno dello scoppio del primo dei grandi conflitti che ridisegneranno per sempre lo scacchiere politico internazionale, la guerra arabo-israeliana. Ma tutto questo lo vedrete nel prossimo articolo.

Bibliografia di riferimento a cura di Francesco Regolo

“In Quelle Tenebre” di Gitta Sereny

Un viaggio nelle profondità del male

In Quelle Tenebre (Into That Darkeness, 1974) è un testo ancora poco conosciuto ma fondamentale per chi si interessa di fenomenologia del Male: si tratta di un volume che mette insieme la lunga intervista condotta, tra l’aprile e il giugno del 1971, dalla giornalista di origini ebraiche Gitta Sereny a uno dei comandanti del campo di sterminio nazista di Treblinka, Franz Stangl, detenuto nella prigione tedesca di Düsseldorf dal 1967. Sebbene il racconto della tragedia dei campi di sterminio sia ben delineato, il fulcro dell’intervista risiede nell’analisi della psicologia di un carnefice. Non si tratta di un carnefice qualunque: il male perpetrato ai danni dei prigionieri dei campi nazisti è, nell’immaginario europeo, il Male per eccellenza, il Male con-la-emme-maiuscola. Il solo campo di sterminio di Treblinka produsse circa un milione di morti e si contano solo settanta sopravvissuti. Per renderci conto del numero, le vittime corrispondono agli abitanti di Torino e cintura, mentre i superstiti sono persino meno del numero di studenti che possono sedersi in una sola delle aule delle nostre università.

Le domande che spinsero la Sereny a interfacciarsi con questa difficile esperienza furono: come può la coscienza di un essere umano convivere con la consapevolezza di essere stato parte di tale massacro? Com’era possibile che Stangl si commuovesse per la foto di un gattino, che fosse un padre amorevole e un buon marito e che contemporaneamente coordinasse l’organizzazione di un luogo tanto atroce?

Sono, a nostro avviso, le stesse domande che spingono gli appassionati di true crime a seguire documentari, podcast e libri sui serial killer più temibili. L’interesse per la biografia, ma soprattutto per la psicologia di assassini come Ted Bundy, Jeffrey Dahmer, John Gacy e altri ancora è infatti un diverso contesto in cui calare lo stesso studio sulla fenomenologia del Male. Anzi, riteniamo che sia stata proprio la tragedia dei campi di concentramento a scatenare l’interesse e l’inquietudine verso questo tipo di personaggi, definiti – a livello collettivo – “mostri”, ma inevitabilmente e scomodamente appartenenti alla razza umana.

L’umanità del secondo dopoguerra realizzò, dopo un lungo periodo di oblio, di essere capace di azioni a dir poco raccapriccianti. Questo spinse, e spinge ancora oggi, a voler indagare quel male e chi lo ha compiuto. A muovere tutto ciò è dunque la volontà di conoscere il Male per esorcizzarlo? Oppure la sete di conoscenza deriva dal più sinistro desiderio di dimostrare la distanza tra questi soggetti e noi “persone normali”, per dimostrare in maniera paradossale che queste persone non appartengono all’umanità?

Il volume di Sereny dà implicita risposta a entrambi gli interrogativi, in una discesa nelle tenebre di una figura complessa, la quale risultò talmente scossa dall’esperienza, da morire d’infarto solo poche ore dopo il termine dell’ultima giornata di interviste, il 28 giugno 1971

Proponiamo questo volume in occasione della Giornata della Memoria 2024 che, pur con tutte le complicazioni che l’odierno conflitto tra Israele e Palestina comporta, deve continuare a essere celebrata, proprio perché la tragedia dei campi e della guerra è un trauma non ancora superato e con pericolosi risvolti sul presente. In altre parole, ricordare non significa parteggiare o meno per un determinato schieramento dell’odierna guerra, ma significa riconoscere le colossali proporzioni dell’impatto che Shoa e Seconda Guerra Mondiale hanno avuto dal 1945 ad oggi. Per concludere, laddove Eric Hobsbawm aveva definito il Novecento “the short century”, il secolo breve (iniziato con la Prima Guerra Mondiale e finito, secondo lo storico, con la caduta del muro di Berlino), rileggiamo il Novecento come un secolo che ancora sconfina nel nuovo millennio.

 

Franz Stangl a Treblinka con indosso la giacca bianca che lo contraddistingueva, ricordata da diversi sopravvissuti. Foto presa dal libro
Franz Stangl durante le interviste, primavera 1971. Foto presa dal libro

Le nuove tensioni tra Israeliani e Palestinesi

Le tensioni tra Israeliani e Palestinesi, nate dopo la proclamazione della nascita dello Stato d’Israele nel 1948 e da allora mai terminate, sono nuovamente cresciute in questi giorni, innescate da un’antica disputa legale che la Corte Suprema israeliana avrebbe dovuto risolvere lunedì 10 maggio con una sentenza definitiva, poi rinviata a causa della recente crisi.

La disputa riguarda Sheik Jarrah, un quartiere di Gerusalemme est che ha una storia controversa: un tempo era un frutteto in cui alcune famiglie palestinesi si erano trasferite costruendo delle case moderne per sfuggire al caos della città vecchia di Gerusalemme. In questo quartiere, però, abitava anche una piccolissima comunità ebraica, in corrispondenza della tomba di Simeone il Giusto. Con la prima guerra arabo-israeliana del 1948, scoppiata per il mancato riconoscimento dello Stato d’Israele da parte dei Palestinesi e degli Stati della Lega Araba, questo quartiere venne fatto evacuare. Gerusalemme est, alla fine di questa guerra, passò sotto la giurisdizione della Giordania, mentre l’altra parte della città era controllata da Israele.
Nel 1956, in seguito all’approvazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, ventotto famiglie palestinesi si stabilirono nel quartiere di Sheik Jarrah; esse erano parte di un gruppo più ampio formato da centinaia di migliaia di palestinesi espulsi dall’esercito israeliano nella guerra del ’48 che causò la fuga di un milione di Palestinesi dai territori arabi occupati dagli Israeliani.
Nei primi anni ’60 del ‘900 queste famiglie raggiunsero un accordo con il governo giordano, che le avrebbe rese ufficialmente proprietarie delle case. L’accordo, però, non venne mai ufficializzato perché Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme est e la striscia di Gaza, durante la famosa guerra dei sei giorni nel 1967; questa occupazione fu condannata dall’ONU e per la liberazione di questi territori sempre lottò l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, sorta nel 1964 con lo scopo di creare uno Stato palestinese. Secondo gli accordi internazionali di Oslo del 1983, Israele avrebbe dovuto restituire ai palestinesi tutti i territori occupati nel 1967, che sarebbero passati sotto il controllo e l’autogoverno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al giorno d’oggi, però, è ancora sotto il controllo militare d’Israele.

Attualmente ci sono trentotto famiglie palestinesi che vivono a Sheikh Jarrah rischiando lo sfratto e che, a partire dalla guerra dei sei giorni, si ritrovano in diversi processi giudiziari contro i gruppi di coloni israeliani che rivendicano l’appartenenza di quei territori allo stato d’Israele per la presenza della tomba di Simeone il Giusto. La legge israeliana, inoltre, lavora a favore dei coloni, perché consente agli Israeliani di rivendicare i territori che sostengono di aver posseduto in passato. Lo stesso diritto è negato, però, ai Palestinesi. Nel 2020 i ritmi degli sfratti in questa zona sono quadruplicati.
Il 2 maggio 2021 la Corte Suprema israeliana ha comandato a cinque famiglie di evacuare le loro case di Sheik Jarrah entro il 6 maggio. I Palestinesi di conseguenza sono scesi in piazza a protestare. Queste proteste, però, sono state represse molto violentemente dall’esercito israeliano, il quale ha risposto con tre raid in una moschea, nella quale è entrato sparando proiettili di gomma e granate assordanti. È così cominciata una vera e propria opera di distruzione delle moschee presenti nel dipartimento palestinese del centro storico di Gerusalemme. Inoltre, siccome erano gli ultimi giorni del Ramadan, oltre ad attaccare, l’esercito israeliano ha vietato l’ingresso ai Palestinesi nelle moschee.
Dopo queste settimane di proteste, Hamas, il movimento di resistenza palestinese islamico, vincitore delle elezioni del 2006 nei territori dell’Autorità nazionale Palestinese, ha reagito lanciando razzi verso Israele, il quale ha risposto brutalmente con raid aerei e bombardameti sulla striscia di Gaza, territorio palestinese con la più alta densità di popolazione; questo territorio, inoltre, non ha né un porto né un aeroporto e i suoi confini sono strettamente controllati dai militari israeliani. Il presidente israeliano Netanyahu ha dichiarato che intensificherà i raid aerei su Gaza, nonostante sappia che questo provocherà centinaia e centinaia di vittime tra i civili. Intanto le forze segrete israeliane, che sono le più potenti del mondo, riescono ad intercettare ogni razzo lanciato da Hamas. Dalla scorsa settimana ad oggi sono 17.000 i Palestinesi sfollati.

Nonostante la violenza di Israele, numerosi osservatori hanno visto il coinvolgimento di Hamas come un elemento decisivo per aumentare le tensioni: «in un certo senso, per Hamas, i fatti di Sheikh Jarrah e le solite manifestazioni del Ramadan erano un’occasione per mettersi a capo delle proteste e riaffermare la propria presa sull’elettorato palestinese. L’occasione è stata colta: Hamas ha di fatto infiltrato i movimenti di protesta con i propri membri, ha alimentato la tensione con i propri mezzi di comunicazione e ha superato quella che il governo israeliano considera una “linea rossa”, cioè la sicurezza degli Israeliani che abitano a Gerusalemme e a Tel Aviv» scrive Il Post.
I Palestinesi, soprattutto quelli della striscia di Gaza, vivono una situazione drammatica da decenni, subiscono da anni un durissimo embargo e non hanno alcuna possibilità di fuga. Sul confine di Israele e su quello egiziano, oltre alla presenza di forze armate, muri di cemento e filo spinato sbarrano le frontiere. Allo stesso tempo in Israele permane uno stato di militarizzazione che comprende il servizio di leva obbligatorio. Queste due situazioni, quindi, si autoalimentano a vicenda, sfociando in periodici scontri e continue tensioni.

Ciò che è evidente è che ancora una volta le vittime sono e saranno i civili. I morti palestinesi sono già più duecento, mentre quelli israeliani sono dieci. I raid israeliani hanno gravemente danneggiato anche la rete di fornitura elettrica nella città di Gaza, lasciando diversi settori della città completamente al buio, creando numerosi problemi anche all’interno degli ospedali, che non riescono a garantire i servizi medici adeguati. Anche i pozzi, i serbatoi di acqua calda, le reti di distribuzione di acqua e le stazioni di pompaggio hanno subito danni significativi. A Gaza in meno di dieci giorni almeno sessanta bambini sono stati uccisi, altri quattrocento sono stati feriti e almeno quaranta scuole vengono utilizzate come rifugi. Dietro le bombe che cadono su Gaza e Tel Aviv c’è l’ignobile gestione israeliana della questione di Gerusalemme est e, più in generale, degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori palestinesi.

Fonti:
@il_post
@fanpage.it
@randa_ghazy

Intervista a Isabella Bodino, creatrice di Mirya: centro per la salute e il benessere delle donne

La rubrica per cui scrivo s’intitola “A caccia di eventi”. In questo tempo particolare, in cui una delle poche certezze che abbiamo è la necessità di rimanere a casa, è difficile trovare qualcosa che possa assomigliare ad un evento come lo intendiamo classicamente. Ma c’è chi nonostante tutto è riuscito a trovare il modo di creare eventi pieni di positività, a mantenere vivi i legami e a crearne di nuovi: è il caso di Isabella Bodino e dello Staff di Mirya che hanno deciso di mettersi in gioco con competenza e generosità, organizzando qualcosa di molto interessante e utile nello spazio virtuale! Ho intervistato Isabella per far conoscere lei e Mirya, il suo meraviglioso centro che auguro a tutti di poter visitare presto, partecipando in carne, anima e ossa ai suoi corsi, di cui nel frattempo si può avere un assaggio via web.

Isabella, raccontaci un po’ di te, che tipo di formazione hai? Di che cosa ti occupi?

Ho un percorso di formazione eclettico fin dall’inizio! Ho studiato Psicologia per quasi tre anni, sono sempre stata affascinata dalla mente e dall’emotività umana, ma non ero soddisfatta, sentivo che qualcosa mi mancava…  Mi sono iscritta a Biologia pensando che studiare la vita nei suoi meccanismi più piccoli avrebbe portato soddisfazione e riempimento all’irrequietezza che sentivo, ma ancora non era ciò che faceva per me. Allora ho iniziato a lavorare, mi sono sposata, la mia vita è andata in un’altra direzione, per poi ricominciare la ricerca: ho provato con Relazioni Internazionali e Diplomatiche, di cui ho dato altri sette esami, per poi finalmente spostarmi verso ciò che mi apparteneva davvero. Attraverso lo studio dell’antropologia in una prospettiva di genere e, al contempo, della medicina alternativa, mi sono resa conto che esistevano sapienze antiche femminili e rituali, capaci di trasmettere un modo di vivere la femminilità sano, equilibrato e creativo; qualcosa che la donna del mondo contemporaneo ha perso, a causa di numerosi e schiaccianti tabù che si sono radicati nei secoli. Pensiamo ad esempio a come le donne affrontano importanti transizioni fisiologiche e aspetti della vita come il menarca, il ciclo mestruale, la sessualità, la gravidanza, la menopausa, pur con un eccellente sviluppo scientifico e tecnologico nella nostra società non possiamo dirci davvero libere di vivere e apprezzare questi aspetti, o anche solo di parlarne. Facciamo una festa per i diciotto anni ma nessuno prepara le ragazze giovani ad entrare nel menarca, a scoprire la propria emotività, il proprio corpo e i suoi cambiamenti profondi, le sue ciclicità. Molte donne hanno problemi con tutti questi aspetti (mestruazioni dolorose, cistite, candida, vulvodinia, anorgasmia, menopausa critica, relazioni difficoltose, attacchi di panico e ansia, mancanza di autostima): la prima cosa che consiglio alle donne è sempre una visita dal medico, ci tengo a sottolineare che questi professionisti vanno assolutamente consultati e ascoltati; ma quando il problema non è solo fisiologico, quando non c’è qualcosa di organico a giustificare il dolore, bisogna lavorare sull’emotività della donna e sulla rottura dei tabù. E quando c’è un problema organico o fisiologico, le pratiche offerte in studio possono aiutare e facilitare la scomparsa del dolore, insieme alla medicina allopatica. Faccio l’esempio classico dell’ulcera: la curerò seguendo le indicazioni del medico, certo, ma devo anche chiedermi perché il mio stomaco è sempre così contratto e sviscerando il problema potrò evitare di ricaderci periodicamente. Abbiamo anche perso il significato dei termini che usiamo, diciamo “hai il ciclo” invece di “mestruazione” e parlandone spesso con accezione negativa, ma questo non dovrebbe essere la normalità. Noi donne ci siamo allontanate dal nostro sentire, dalle nostre percezioni, come sostiene la scrittrice e psicanalista junghiana Clarissa Pinkola Estés: alcune donne si trovano ad avere oggi “un istinto rovinato”, si sentono svuotate, smarrite, sconnesse dal loro nucleo più profondo e dalla natura, dalla Madre Terra e questo causa molta sofferenza. Mi sono quindi messa alla ricerca di sapienze antiche e tecniche moderne che, insieme, potessero restituire alla donna un benessere su diversi livelli: fisico, psicologico, emotivo, spirituale. Ho viaggiato molto per ricercare queste conoscenze: mi sono formata in Inghilterra, in Portogallo, in Israele, in Egitto, in Perù, in Messico e nel Piccolo Tibet. All’estero ho potuto sperimentare i benefici di un approccio sincretico e integrato che in Italia ancora manca. Così mi sono diplomata in Craniosacrale biodinamico (tecnica che deriva dall’osteopatia), con una specializzazione su bacino e utero e una sui traumi perinatali e postnatali, sono diventata Rieducatrice Certificata del pavimento pelvico, insegnante di Womb Yoga, uno yoga dedicato al corpo femminile, e ho studiato con molti maestri come Alexandra Pope a Londra (psicologa, esperta internazionale di mestrualità e ciclicità femminile), Giorgio Nardone (psicoterapeuta esperto di Problem Solving e Coaching Strategico Breve) e figure  più spirituali (per saperne di più, consultare la sua biografia). E ho creato Mirya.

Ci racconti che cos’è Mirya e come è nato questo progetto?

Mirya è un centro per la salute e benessere delle donne, che ha sede in via Statuto 13, a Cuneo. Uno spazio arredato con l’intenzione di creare un’atmosfera intima, rilassante, luminosa. Al suo interno offro sedute individuali di Craniosacrale biodinamico, Problem Solving Strategico e altre tecniche e ho messo a punto tre percorsi per aiutare le donne (in gruppo, poiché credo nel potere trasformativo del gruppo e nella creazione di un rapporto solidale e supportivo tra le donne) a riappropriarsi della propria ciclicità, dei propri talenti, ad amare sé stesse, per avere anche relazioni più profonde con gli altri. Le donne si sono accontentate della superficialità relazionale che caratterizza il nostro tempo. Ma in realtà è qualcosa che le fa sentire spesso vuote e insoddisfatte, come se mancasse sempre qualcosa, e spesso non hanno strumenti per cambiare questa situazione, strumenti che io invece voglio condividere con loro. A partire da una profonda conoscenza del proprio corpo, dal recupero di una sessualità sana e profonda offrendo innanzitutto un luogo dove poterne parlare liberamente, senza giudizio. Inoltre ho ampliato l’offerta creando un team con diverse professioniste: fisioterapeute, che lavorano, con grande attenzione su edemi postoperatori, patologie linfoedematose post-traumatiche, buona funzionalità del perineo; una nutrizionista, che a partire dall’alimentazione lavora sull’importante connessione tra l’intestino e il resto del corpo; psicologi. Poi offriamo corsi di danza orientale e di Danza e Consapevolezza, una pratica espressiva che si basa su movimenti spontanei e liberi; corsi sulla gravidanza, sulla mestrualità, sulla menopausa, Shiatzu e Pilates.

Quindi corsi rivolti esclusivamente alle donne?

In realtà insieme allo psicologo Pietro Viano abbiamo creato un percorso anche per gli uomini che hanno bisogno di un sostegno emotivo che li legittimi alla sensibilità e di nuove informazioni per un rapporto più profondo con le donne che stanno cambiando.  E per le ragazze giovani abbiamo il Womb yoga, uno strumento per imparare a percepire il proprio corpo: sono convita che se una ragazza giovane impara ad avere una profonda percezione del suo corpo e della sua preziosità, ciò la aiuterà anche a essere più attenta agli stimoli esterni, a riconoscere le intenzioni del prossimo, a proteggersi.

Nel sito di Mirya troviamo anche alcuni racconti scritti da te. Che cos’è per te la scrittura?

Per me è sempre stata una forma di terapia per trasformare le emozioni in personaggi o scenari. Nello scrivere mi manca la costanza tecnica, nel senso che riesco a farlo solo quando sto sperimentando emozioni molto forti o in periodi di cambiamento. Credo che, soprattutto in questo momento, la scrittura possa avere una valenza terapeutica per tutti e possa essere un buon aiuto per dare forma alle emozioni che stiamo vivendo.

Qual è stato l’approccio di Mirya alla complessa situazione che stiamo vivendo, con una pandemia in corso?

Aprire ancora più il cuore e fluire con la situazione invece che andarle contro, osservare la paura e imparare a gestirla. Io dico grazie a tutte le professioniste di Mirya perché abbiamo creato molti eventi quotidiani sulla piattaforma di videoconferenza online Zoom, per dare una routine alle persone, per aiutarle a svegliarsi presto, cosa molto utile per chi tende alla depressione. Abbiamo subito attivato una meditazione mattutina per ritrovare la stabilità e l’amore e far fluire la paura, poiché dove c’è l’amore non può esserci la paura, e viceversa. E poi un risveglio tonico, pilates, yoga (uno dinamico e uno aperto a tutta la famiglia, pensato per chi ha bambini), rilassamento frazionato, serate tematiche. Ci sono più di sessanta persone che partecipano solo alla meditazione mattutina. Il nostro supporto è gratuito e aperto a tutti. E Mirya non vede l’ora di riaprirsi a chiunque voglia passare, anche solo per bere una tisana e informarsi. In seguito a ciò che sta accadendo ci impegneremo ancora di più a ripristinare il contatto con la natura. Un antico detto dei Nativi americani dice: “Ciò che fai alla Terra fai alla donna, ciò che fai alla donna, fai alla Terra”. Recuperare l’essenza delle donne significa recuperare anche un approccio più attento e rispettoso al pianeta.

Chi volesse contattare Isabella può trovarla al: 3343854922.

E per saperne di più su Mirya si può consultare la pagina Facebook Mirya – Lo Spazio delle Donne e il sito: https://www.mirya.it/ .