Europae Historia

Per ricercare le ragioni storiche e politiche di tutto quello che sta succedendo in Europa in questi mesi è necessario fare un salto nel passato, precisamente nel 1648, l’anno che vide finire la Guerra dei Trent’anni con la Pace di Westfalia. Questa pace è il punto d’inizio nell’Europa dello Stato Assoluto propriamente detto. Caratterizzato dal reciproco riconoscimento di autorità sovrane e indipendenti. Gli avvenimenti che ne seguirono non fecero altro che accentuare l’ordine che andava a stabilirsi. Le continue guerre che dal 1700 coinvolsero le monarchie europee ebbero il loro apice durante l’età napoleonica e rivoluzionaria d’inizio ‘800, che sconvolse gli scacchieri politici a tal punto da dover procedere ad una restaurazione dell’ordine westfaliano, da parte delle potenze vincitrici, durante il Congresso di Vienna nel 1815.
Gli anni intorno alla metà del ‘800 videro lo sgretolarsi delle monarchie assolute a favore di un numero sempre maggiore di concessioni politiche da parte dei sovrani nei confronti dei popoli nazionali. Sono gli anni delle costituzioni ottriate, ovvero concesse dai monarchi, in cambio dell’ordine civile e della fine delle rivolte. Questi processi contribuirono alla progressiva democratizzazione degli ordinamenti statali ma anche alla nascita degli stati liberali che basarono la loro epica sull’Ethos nazionale e sulla sovranità del popolo contro chiunque la rinchiudesse. Spalancando così la strada a un sempre meno stabile equilibrio internazionale, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, che vide la vera e propria dissoluzione del vecchio ordine a favore dei nazionalismi e di un progressivo americano-centrismo europeo.
Gli anni tumultuosi del primo dopoguerra furono colmi di rancori e rese dei conti, per mezzo dei quali i vincitori vollero per un’altra volta tacitare l’impulso nazionalista, questa volta germanico, che sommato alla crisi economica del ’29 vide l’esplosione del Nazional Socialismo. Il nostro continente ripiombò ancora una volta nel marasma della guerra. Un altro conflitto mondiale, un’altra pace. Ma non era ancora finita.
Con la guerra fredda si spalancò per l’Europa la possibilità di crescere, ma purtroppo ancora nella divisione. Da una parte le democrazie occidentali, capitanate dallo Zio Sam, sostenute dal poderoso Piano Marshall, dall’altra il blocco sovietico dell’URSS capeggiato dalla Madre Russia, sospinto dal socialismo. Ed è in quegli anni che si vide il manifestarsi della volontà degli stati europei di creare una comunità che si ponesse nella condizione di assicurare la pace per le generazioni a venire. L’incubo della guerra passata era fresco nella memoria della gente, mentre la prospettiva di un nuovo conflitto nucleare era perlomeno terrorizzante. Così si rispolverarono le idee europeiste di forse uno dei pensatori più illuminati della storia, Altiero Spinelli. Però con riserve, in modo da non scontentare le nuove compagini politiche che difendevano l’orgoglio nazionale e l’autorità dei singoli stati. Ormai la macchina europea era in moto e bisognava farla funzionare a tutti i costi. Falliti i primi tentativi di portare alla luce una costituzione sovranazionale e la creazione di un esercito comune, si procedette nel senso che faceva più comodo a tutti. Si fece uso del funzionalismo, il procedere a piccoli passi. Si partì dall’istituzione di un’unione doganale-economica con la nascita della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Insomma, si crearono le basi della Comunità Europea su quelle due cose che in quegli anni erano negli interessi di tutti: il carbone e l’acciaio. Finito il mero interesse verso questi due materiali si iniziarono a porre le basi di quelle istituzioni che oggi conosciamo come il Mercato Unico, la BCE e l’insieme degli istituti finanziari europei. Furono gli anni della CEE, la Comunità Economica Europea.
La creazione degli Stati Uniti d’Europa è stata così difficile perché nel corso della loro storia i popoli che abitano gli stati europei hanno dovuto guadagnarsi la propria sovranità, se la sono dovuta prendere con le unghie e con i denti. Guardiamo per esempio alla rivoluzione francese, o a tutti i moti di democratizzazione. Sono immagini molto vivide, che rappresentano la volontà del popolo di non volersi far sottomettere da nessuno. E sono numerosi gli esempi di questo genere anche nell’area est-europea dopo la fine del socialismo sovietico.
Per non parlare della troppa differenza di ordinamenti, usi e costumi tra gli stati. Una realtà federale, o confederale, ha bisogno che tra gli attori che ne prendono parte ci sia una parziale somiglianza istituzionale, e gli Stati Uniti ne sono un esempio. Nel Vecchio Mondo abbiamo addirittura approcci al diritto diversi: si va da un diritto pregno della tradizione germanica nel centro Europa, ad uno di ispirazione greco-latina in Spagna, Portogallo, Italia, Francia e Grecia o ancora al Common Law anglosassone.
Per concludere, una piccola esegesi sull’idea di Europa. A crearla sono stati perlopiù i grandi intellettuali e filosofi greci; tra questi Isocrate, che identificava l’Europa con il mondo greco, mentre successivamente Aristotele la elevò a patria del libero pensiero politico in contrasto con il mondo asiatico-dispotico della civiltà persiana. Enea Silvio Piccolomini nel XV secolo usa il termine Europa ponendo l’accento sulla civiltà sorta in seno alle tradizioni greco-romane, mentre Niccolò Machiavelli utilizzerà sovente nei suoi scritti l’espressione «europeo». Ma forse la persona che per prima ci dà un’immagine costruita del continente europeo è Voltaire. Nei suoi scritti la immagina come «una specie di grande repubblica divisa in vari Stati, gli uni monarchici, gli altri misti, gli uni aristocratici, gli altri popolari, ma tutti collegati gli uni con gli altri, tutti con eguale fondamento religioso, anche se divisi in varie sette, tutti con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, sconosciuti nelle altre parti del mondo». Nonostante le spinte idealiste di questi personaggi, è pur vero che la terra d’Europa è stata quasi sempre teatro di scontri e tensioni. Pochi terreni sul nostro pianeta hanno visto più guerre del suolo europeo. Ma oltre agli ideali che fanno da sfondo, la storia è la somma delle nostre piccole azioni individuali, che sono in realtà reazioni agli stimoli che riceviamo dal mondo esterno. E gli eventi a cui stiamo assistendo nient’altro sono che la somma di questi stimoli. Il rifiuto delle persone comuni ed europee al “politically correct”, a tutto ciò che è alta politica o semplice dialogo pacifico nasce dal fatto che durante la crisi, che imperversa dal 2008, l’Unione non è riuscita a fare gli interessi di tutte le classi sociali, allontanandosi le simpatie dei popoli con delle politiche che non sono state viste come il frutto di un processo comunitario, ma come imposte dall’alto da chicchessia. Stiamo assistendo alla sconfitta del sistema intellettualistico come lo abbiamo sempre conosciuto, il quale non fa più presa sulla coscienza collettiva. Perché non è riuscito a creare un collegamento tra le decisioni delle istituzioni europee e la vita quotidiana delle persone. La storia ci insegna che solo dalle sconfitte si possono apprendere le più grandi lezioni di vita. E da questa sconfitta abbiamo il dovere di guardare al futuro con speranza, per tre ragioni.
La prima è che non tutto quello che è stato fatto in passato è da buttare, anzi l’Europa non ha mai vissuto un così lungo periodo di pace tra le nazioni come in questi decenni.
La seconda è che il dialogo politico è importante per disinnescare le escalation che portano ai conflitti, dal momento che l’economia non riesce a svolgere appieno questo compito di comunicazione, forse perché molto legata agli interessi individuali e all’arricchimento personale.
La terza, e forse la più importate, sta nel significato della parola misericordia, che è per definizione sentimento di compassione e pietà per l’infelicità e la sventura altrui che induce a soccorrere, a perdonare, a non infierire. La nostra generazione dovrà farsi carico di questa nobile virtù per traghettare questa vecchia terra tra le acque minacciose che l’epoca contemporanea ci pone davanti. Andrà fatto con coraggio, avendo ben presente gli innumerevoli insegnamenti storici che, profetici, ci mostrano cosa può davvero ritornare a essere il mondo europeo senza la fraternità che solo la misericordia può creare.

Giuliano l’Apostata: ritorno al politeismo

Lo Zeitgeist è lo spirito culturale predominante di una determinata epoca, ed esso si riflette nella letteratura, nella filosofia, nelle arti e nella religione. Nella breve storia degli uomini sulla terra, la trasformazione dell’Impero Romano da potenza politeista a forza cristiana ne segna uno spartiacque non indifferente, che deve essere analizzato.

In questo articolo seguiremo però la vicenda di un uomo che si erse e tentò di contrastare lo spirito del tempo, contro un mondo antico che virava verso il monoteismo della religione cristiana. Quest’uomo fu Flavio Claudio Giuliano, o Giuliano l’Apostata. Fu l’ultimo imperatore pagano e tentò senza successo di restaurare la vecchia religione romana. I cristiani in ogni epoca lo additarono come persecutore, ma nel suo regno non vi fu nessuna grande persecuzione, e venne praticata la tolleranza nei confronti di tutte le religioni, compresi il cristianesimo e l’ebraismo. Al punto che si preparò anche un progetto per la ricostruzione del Tempio distrutto di Gerusalemme, secondo un preciso programma di rafforzamento dei culti locali originari. Ma non finì qui la sua opera, a livello di riforme sociali combatté contro la burocratizzazione dell’impero garantendo una buona amministrazione delle città italiane e europee.

In ogni caso l’astio dei cristiani nei suoi confronti è dovuto ad una serie di trattati filosofici che scrisse con chiara ispirazione neoplatonica. In essi giudicava gli ambienti più intransigenti del cristianesimo, i quali volevano la soppressione dei vecchi culti, forti di quella che loro riportavano come “vera rivelazione”. Giuliano dal canto suo sosteneva che l’unità dell’impero non stava nell’unità spirituale, ma nella libertà dei sudditi di scegliere il proprio personale culto di appartenenza. Solo attraverso la convivenza si poteva creare una società ricca e fiorente.

La restaurazione in questo senso non era più vista come un’imposizione, uno screditare i culti monoteistici, ma come un tentativo di dar loro una dimensione pluralista, collaborativa. Come riportato dal cattolico Bidez, ciò che distingue Giuliano e lo rende un grande personaggio non sono le sue idee e le sue imprese, ma l’intelligenza e il carattere. Fu ardito ed entusiasta della sua fede e, seguendo i comandamenti di Mithra, richiese a se stesso coraggio, purezza ed ebbe per gli altri senso di giustizia e fraternità.

La nobiltà della moralità di Giuliano era degna del massimo rispetto, ma il suo tentativo di riforma religiosa fallì, al di là del poco tempo che gli fu concesso per attuarla, perché soltanto il cristianesimo sapeva ormai veicolare le paure degli abitanti dell’Impero e dargli un senso, un nome.  Il suo tentativo di riforma religiosa non deve però essere considerato il sogno reazionario di un intellettuale innamorato della cultura antica. Era piuttosto la convinzione di un politico per il quale la paideía classica era il cemento dell’unità e della prosperità dell’Impero.

Questa concezione è espressa nel Contro il cinico Eraclio, nel quale era stato Zeus stesso di fronte al disastro dei suoi immediati predecessori, ad affidargli la missione della restaurazione dello Stato. Così come il Genius Publicus gli aveva rivelato a Lutezia, l’antica Parigi, che il suo era un mandato divino. E che, in quanto tale, lo rendeva un teocrate, un ponte tra divino e umano, molto simile ad un papa cristiano, la cui opera ed esistenza potevano garantire la salvezza della grande società romana.

Lutero, Calvino e le radici del capitalismo

Martin Lutero è uno di quei personaggi che scavalcano i confini temporali della storia, la trasformano e la plasmano con la loro fama ed opera da giganti. Era dagli anni del Grande Scisma d’Oriente  (anno 1054) che l’Europa non subiva un terremoto ideologico così grande. Ma precisamente in Germania, nell’anno del signore 1517, il giovane agostiniano ruppe i rapporti con la chiesa cattolica appendendo, anche se ciò non è sicuro, 95 tesi alla porta della Schlosskirche di Wittenberg, piccola città della Sassonia-Anhalt. Nella sua dottrina, riprendendo le parole dell’apostolo Paolo nella lettera ai romani “tutti infatti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, essendo giustificati gratuitamente per la sua grazia”, si poneva a sostegno della salvezza dell’anima per sola fede, e quindi in disaccordo con il sistema delle indulgenze largamente diffuso in quell’epoca. Esso, riprendendo l’idea che ci si potesse salvare anche attraverso le opere,  garantiva la salvezza attraverso laute oblazioni al soglio petrino. Queste tra le altre cose permisero a papa Giulio II di portare a termine i lavori della nuova cattedrale di San Pietro.

In ogni caso, evitando di entrare nel merito della veridicità delle conclusioni di Lutero, limitiamoci a guardare il suo operato in chiave storica. Ciò che ha portato a termine è stata una vera e propria rivoluzione negli equilibri geopolitici europei. Da quegli anni in poi il vecchio mondo avrà due anime molto distinte, una che continuerà a ruotare attorno al vescovo di Roma, mentre l’altra andrà per la sua strada aprendo le porte a una miriade di chiese riformate e confessioni differenti, quali calvinismo e l’anabattismo. La reazione cattolica si incarnò in un concilio, quello di Trento, che durato 18 anni tra il 1545 al 1563, diede la forma alla chiesa come la conosciamo oggi. In seguito fu un susseguirsi di scontri, conversioni forzate, processi e spartizioni delle zone di influenza. Per tutti i secoli successivi si approfondì sempre di più la frattura che si era creata agli inizi del ‘500 e i due mondi si arroccarono sempre di più su se stessi. I vari stati ed imperi si polarizzarono nelle rispettive confessioni e le tensioni esplosero nella Guerra dei Trent’anni. Tra il 1618 e il 1648, essa vide gli stati cattolici e gli stati protestanti dare inizio ad un conflitto che sconvolse il continente europeo, culminando nella Pace di Vestfalia, che diede origine agli stati nazionali moderni.

La religione luterana aveva dichiarato che le buone opere per essere salvati erano inutili e che l’onnipotenza divina rendeva giusto e giustificava, a condizione di avere fede, chi era ingiusto per natura. La mediazione della chiesa tra il fedele e Dio, presente nel cristianesimo cattolico, nel luteranesimo era cancellata. Ogni credente era sacerdote di sé stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio. Questa condizione però poteva portare ad un’assoluta disperazione. Quanto più il fedele infatti viveva approfonditamente la sua fede, tanto più il dubbio si insinuava sulla sua sorte nell’aldilà. Con Giovanni Calvino e la sua formulazione del calvinismo arrivò una soluzione. Con la teoria della predestinazione il segno della grazia divina diventava visibile e sicuro: era la ricchezza, il benessere generato dal lavoro. Anzi il lavoro in sé acquistava il valore di una vocazione religiosa. Partendo da queste considerazioni, il padre della sociologia Max Weber asserì che questa propensione al vedere nella ricchezza e nella fortuna in vita il metro di giudizio di Dio, servì da impulso sociale per la nascita delle prime esperienze capitalistiche. Che nascono dalla propensione del capitalista ad accumulare surplus economico, quindi ricchezza, ottenuto attraverso la produzione e la vendita di beni e servizi. Non a caso queste esperienze si sono incarnate per prime nei paesi dell’Europa del nord a matrice protestante e calvinista (che sono attualmente i più ricchi). Ma tutto questo Martin Lutero, l’ex agostiniano diventato il padre dell’incredibile rivolta cristiana all’infallibilità papale, non poteva prevederlo.

Tamerlano

Devoto musulmano e portatore dell’ortodossia sunnita, Tamerlano fu forse il peggiore incubo del mondo islamico che contribuì a mettere in crisi e a indebolire. Lo storico arabo Ibn Arabash gli dedicò, poco dopo la sua morte, le seguenti parole. “Egli passò nella maledizione di Dio, e fu precipitato nei più crudeli e più raffinati tormenti dell’inferno. Dio onnipossente, per la sua misericordia, liberò gli uomini da questa crudele schiavitù, e levò via dal mondo l’ultimo dei tiranni”. Fondatore di uno dei più vasti imperi della storia non si dedicò mai all’amministrazione delle sue conquiste, limitandosi a sfruttare i popoli assoggettati per semplici bisogni di guerra. Con il venir meno della sua personalità, infatti, l’immenso territorio da lui conquistato si disgregò nel giro di pochissimo tempo. Tamerlano tuttavia fu un mecenate illuminato ed ebbe nei confronti di artisti ed intellettuali un atteggiamento conciliante. Questo fu un fattore determinante in quanto la sua corte permise al mondo occidentale e quello orientale di toccarsi, garantendo la trasmissione dei saperi indo-arabici agli europei. La capitale dei suoi domini fu la mitica Samarcanda, che sotto il suo regno ebbe la massima espansione, raggiungendo il culmine della sua bellezza. Aspirava a riedificare l’impero mongolo considerandosi un discendente diretto di Gengis Khan, ma nella realtà fu sempre in contrasto con gli altri discendenti del Gran Khan, specialmente con l’Orda D’oro da lui distrutta. Alla fine della sua vita l’Impero creato spaziava dal Volga e dalle attuali Turchia e Siria ai confini della Cina, comprendendo tutta l’asia centrale, la Persia e l’India. Considerato uno dei più grandi geni militari esistiti non assunse mai altro titolo nobiliare al di fuori di quello di emiro (principe), e la sua limitata gestione dei possedimenti locali portò alla nascita di numerose nazioni moderne come l’Uzbekistan, il Kazakistan, il Turkmenistan e il Kirghizistan, dando un’importante impulso nella trasformazione dell’Impero persiano all’attuale Iran. Fondatore della Dinastia Timuride da lui discese Babur, il primo sovrano dell’Impero Mogol in India, con importati ripercussioni ai giorni nostri, quali la questione Pakistano-Indiana e gli attuali moti d’indipendentismo musulmano nella regione del Kashmir. Arrivò fino alle porte dell’Europa spadroneggiando nei territori ottomani e islamici, ritardando di 80 anni la caduta di Costantinopoli. Divenne padrone dell’Anatolia e, rivendicando la missione dell’Impero mongolo e il presunto diritto del medesimo al dominio universale, conquistò Smirne dagli Ospitalieri di Rodi cacciando e sottomettendo Focea e Chio. Ma attirato sempre di più dall’oriente che dall’occidente mosse contro la Cina della Dinastia Yuan e, colpito da una probabile polmonite, morì in territorio kazako. Dopo la sua morte la fama del conquistatore asiatico fece nascere una vera e propria tradizione letteraria in cui il personaggio assunse tratti mitici e leggendari. Finì per influenzare opere del calibro del Principe di Machiavelli e questo mito, partendo dall’Italia rinvigorito nel Cinquecento da Paolo Giovio, si diffuse in Europa dove Pero Mexia, enciclopedista spagnolo, lo introdusse nella sua opera enciclopedica. Numerose furono le opere teatrali a lui ispirate e tra di esse vanno ricordate “Tamerlano il Grande” di Marlowe e l’omonima opera lirica composta da Händel. Il suo vero nome era Tīmūr Barlas e, a cavallo tra il 1300 e il 1400, fu il centro gravitazionale delle politiche internazionali europee, asiatiche e medio-orientali.

La vita in Corea del Nord

Internet è pieno di pagine che riassumono la storia, la geografia, il regime politico e la società della Corea del Nord. Pochissimi, al momento parlano delle reali condizioni di vita della popolazione.

Questa tendenza al non proferire parola a tal riguardo si riconduce a due possibili spiegazioni.

La prima è la totale censura che il governo coreano attua nei confronti delle notizie che fuoriescono dai confini del paese. La seconda è dovuta all’impossibilità di intavolare un discorso sensato riguardante la questione Diritti Umani ai pochissimi summit internazionali a cui partecipa la Corea del Nord.

Il governo coreano ogni volta che si tocca l’argomento risponde sempre “La Corea del Nord non ha nessun problema riguardo ai Diritti Umani e non ha ulteriori cose da aggiungere”.

In realtà la  Repubblica Popolare Democratica di Corea non è una repubblica, né una repubblica popolare, né una repubblica popolare e democratica.

Nello stato in questione abbiamo un sistema politico totalitario di origine comunista. Una leadership dinastica (unico stato comunista al mondo con questa caratteristica). Una società neofeudale rigidamente divisa in caste.  Meccanismi di corruzione tra i più radicati sul pianeta e indottrinamento costante attraverso istruzione, propaganda e censure di ogni tipo.

Come si vive nella Repubblica di Corea ?

Tutto dipende dalla casta in cui nasci. Il primo livello è costituito dal “nucleo”. La maggioranza delle persone che nascono in essa sono destinate a incarichi governativi, carriere militari di alto profilo e vivono prevalentemente tutti nella capitale Pyongyang. Uno degli ultimi rapporti internazionali a riguardo ha stimato che gli appartenenti al nucleo non superino le duecentomila unità su una popolazione di ventitré milioni di individui.

Poi ci sono i “tiepidi”. Di solito questi ricoprono lavori minori quali, commercianti, insegnati e in qualche caso possono aspirare a diventare direttori statali di qualche piccola impresa o fabbrica. La carestia che ha colpito la Corea del Nord negli anni novanta ha permesso a questa casta di arricchirsi notevolmente a discapito dei più disagiati.

In ultima base troviamo gli “ostili”, che coprono più dei due terzi della popolazione nordcoreana. Chiunque nasca i questa casta viene monitorato, schedato e controllato a vita. Ogni suo spostamento è regolato da permessi restrittivi e al primo passo falso viene internato in appositi campi di “rieducazione” (simili ai lager nazisti e ai gulag sovietici). Gli appartenenti agli ostili non possono aspirare a cariche pubbliche e sono destinati esclusivamente a lavori agricoli e a bassa manovalanza operaia sottopagata.

Il regime capitanato da suo Leader Kim Jong-un mantiene il controllo sulle caste con una propaganda senza eguali nella storia dell’umanità.

Fin dall’infanzia si viene educati agli ideali del regime e viene insegnata una storia falsa che fa crescere la popolazione con una costante sindrome di accerchiamento.

Alle elementari viene insegnato che ogni stato al di fuori della Repubblica è ostile e vuole distruggere l’armonia creata all’interno del paese dal partito. Alle medie viene insegnato che non vi può essere vita al di fuori dello stato, che il capitalismo e la democrazia hanno distrutto il mondo. Alle superiori che l’unica fede contemplata è quella verso lo stato, il partito e il leader supremo. Il tutto viene condito da una povertà assoluta, la Corea del Nord ha un PIL pro-capite inferiore a quello del Mali, e da un soffocante stato di polizia.

E’ dagli anni novanta che studiosi, economisti ed esperti internazionali prevedono un crollo repentino dell’economia nordcoreana e la fine della dinastia Kim. L’assurdità è che queste previsioni, al momento, non sono state confermate dai fatti.

IL GIORNALISMO ITALIANO: STORIA IN PILLOLE

Le radici del giornalismo italiano affondano nel terreno fertile del 1600, secolo in cui gli avvisi e i fogli di notizie manoscritte vengono sostituiti da “gazzette a stampa” quindicinali o settimanali.

Le prime città a dotarsi di un bollettino settimanale sono Firenze e Genova rispettivamente nel 1636 e nel 1639. Le prime gazzette hanno il formato di libri e sono composte di un minimo di due e un massimo di quattro pagine, poiché la periodicità a 8 pagine comparirà solo verso la metà del secolo, precisamente nel 1660, anno di nascita del primo vero quotidiano moderno a Lipsia.

In Italia, tra il 1600 e il 1700 si amplia la rete delle gazzette dette “privilegiate” ovvero finanziate dai governi locali; ne escono a Torino, Bologna, Mantova, Messina, Parma e Modena, ma anche in altri centri minori. Nati come liberi libelli alla fine del XVII secolo, subiscono i primi casi di censura, sia statale che ecclesiastica, che ne scoraggia la produzione.

La Rivoluzione Francese segna una tappa fondamentale nella storia della stampa, dando al giornalismo un rinnovato impulso. L’articolo XI della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo (1789) recita infatti: «La libera comunicazione del pensiero e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo: ogni cittadino può dunque parlare, scrivere e stampare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge».

Con la nascita del giornalismo politico in Europa si forma l’Opinione Pubblica, infatti in Italia le notizie provenienti dalla Francia rivoluzionaria provocano eccitazione e curiosità. In quegli anni cadono le restrizioni sulla stampa e, nel triennio giacobino, escono a Milano quattro giornali, venti a Genova e dieci tra Venezia, Roma e Napoli. Nascono in quel periodo le prime forme di giornalismo politico, sui temi della libertà di stampa e sul movimento patriottico neonato. Nel 1804 Napoleone torna in Italia e proclama la nascita delle Repubbliche napoleoniche. La penisola pullula oramai di giornali, anche se non più liberi, ma orientati verso la politica francese. Successivamente, con l’introduzione della “macchina a fabbricazione continua di carta”, cresce il numero di pagine e aumentano le tirature.

Per tutto il periodo della restaurazione, fino alla promulgazione degli editti del 1847-48, non esiste in Italia un giornalismo politico nel senso completo del termine, perché le idee nuove e nazionaliste vengono ancora espresse attraverso semplici fogli letterari e culturali. La fioritura dei giornali che si era verificata nelle fasi rivoluzionarie si ripete in misura molto più ampia e intensa nel 1848-49, biennio in cui la scena giornalistica italiana diventa tumultuosa a causa delle importanti rivolte cittadine. Nel clima della guerra di indipendenza compare a Torino la «Gazzetta del Popolo», primo giornale a prezzi popolari, con distribuzione al mattino e linguaggio semplice rivolto alla collettività.

La figura del giornalista, negli anni precedenti all’unificazione nazionale, comincia ad assumere lineamenti peculiari. Avvicinandosi al 1871, anno di Roma capitale, a muovere l’anima del giornalismo sono sempre le battaglie politiche: la sinistra sta cercando di fronteggiare lo strapotere della destra, cominciando ad impossessarsi di alcuni mezzi di informazione precedentemente appartenuti agli storici rivali politici. Questo gli varrà il governo nel 1876, anno in cui nasce a Milano il «Corriere della Sera».

Agli inizi del ‘900, nel momento in cui si aprono per l’Italia prospettive di progresso civile, sociale ed economico, la situazione dell’editoria giornalistica presenta ancora notevoli difficoltà ed è ancora fragile, non avendo un vero e proprio riconoscimento ufficiale. La popolazione cresce a ritmo sostenuto e il processo di urbanizzazione accelera, ma il 48% della popolazione resta ancora analfabeta.

Con la prima guerra mondiale, i giornali si dividono tra fronte neutralista e fronte interventista, incidendo molto sull’impostazione dei quotidiani, in primis perché cambiano diverse proprietà, in secondo luogo poichè muta l’intonazione delle notizie. La diffusione della stampa cresce nei primi mesi di conflitto, poi diminuisce con l’aumentare dei costi di produzione bellica e la successiva crisi economica. In questi anni avviene un forte incremento della censura voluto dal generale Luigi Cadorna, il quale non simpatizzava eccessivamente per la stampa. Tutte le notizie venivano dunque emanate dall’Ufficio Stampa del Comando Supremo dell’Esercito.

Tra il 1920 e il 1922 nascono nuovi giornali di partito e, nel periodo successivo alla marcia su Roma, avvenuta il 28 ottobre 1922, si assiste ad una sempre maggiore repressione delle libertà giornalistiche. Il direttore del «Corriere della Sera», Luigi Albertini, dopo numerosi attacchi squadristi, è costretto alle dimissioni. Infine, il 31 dicembre 1925, con la promulgazione delle leggi fascistissime, cessa la libertà di stampa. Cardini di questa legge sono gli articoli uno e sette, che creano la figura del direttore responsabile e istituiscono l’ordine dei giornalisti, controllato dal sindacato fascista, la cui iscrizione è obbligatoria per esercitare la professione. In poche parole i direttori diventano veri e propri vassalli del Duce. Mussolini, per limitare ancora di più la libertà dei giornalisti, si concentra su due obiettivi: il primo è sottoporre all’obbedienza i maggiori quotidiani cittadini; il secondo è dare un’impronta dottrinaria ai giornali inserendoli nella macchina del consenso, senza creare veri e propri Giornali di Stato. Nei confronti della stampa cattolica il regime adotta un particolare tatto, poiché nel complesso i fogli cattolici assecondano le propensioni della Chiesa ad un dialogo con il regime, in virtù dei Patti Lateranensi.

Anche la stampa della Resistenza è in quegli anni un fenomeno di dimensioni considerevoli, oltre che di grande valore politico. Si muove su due cardini preferenziali, la Stampa Clandestina e i Fogli delle Formazioni Partigiane. I principali giornali contro il fascismo sono l’«Unità», per quanto riguarda l’ala comunista, e l’«Italia Libera», che è l’organo d’informazione preferenziale del Partito d’Azione.

Dopo la Seconda Guerra mondiale escono molti giornali, alcuni con nuovo nome dopo l’esperienza fascista. Tra i più importanti abbiamo «Il Resto del Carlino», che fino al 1953 si chiamerà «Il Giornale dell’Emilia», il «Secolo XIX», «La Nazione», «Il Messaggero» e il «Giornale d’Italia». Nel luglio 1945 Rizzoli ottiene l’autorizzazione a pubblicare il settimanale «Oggi» in 16 pagine formato tabloid.

Il primo gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione, che nell’articolo 21 si propone di ridare libertà all’editoria giornalistica. Esso infatti afferma che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dall’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume».

Gli anni cinquanta sono il periodo d’oro del giornalismo italiano. I rotocalchi soddisfano sia il desiderio di favole moderne, sia l’aspirazione ad un’esistenza di benessere. Alcuni, come «Oggi», guadagnano molte copie vendute con articoli su famiglie reali, miliardari e divi del cinema. Il 2 ottobre 1955 nasce l’«Espresso»: 16 pagine al prezzo di 50 lire, il direttore è Arrigo Benedetti affiancato da Eugenio Scalfari. Questo giornale si fa paladino delle inchieste sulla malapolitica e sulle grandi questioni irrisolte, come l’abusivismo edilizio.

Il 1956 vede la nascita de «Il Giorno», che punta nella sua sezione politica alla collaborazione tra democristiani e socialisti, difendendo l’intervento pubblico in economia contro lo strapotere di Confindustria, e sostenendo le richieste d’indipendenza dei Paesi del Terzo Mondo.

Se la radio non ha mai messo in crisi l’attività giornalistica, con all’evento della televisione, nel 1954, viene a strutturarsi l’informazione di massa e le vendite dei formati cartacei calano vertiginosamente, soprattutto con la nascita del Telegiornale. Sulle prime i giornali incassano il colpo assestatogli dall’informazione televisiva incrementando il numero di pagine e la diversità di servizi, sempre più specifici ed intriganti, e aumentando anche il colore presente nelle immagini in essi contenute.

Il decennio che va dal 1970 al 1980 si caratterizza per la nascita del Giornalismo d’Attacco. Nel biennio 1968-69 la contestazione giovanile, la riscossa dei sindacati, le bombe di Milano, la nascita e lo sviluppo del Movimento Femminista scuotono il mondo dell’Informazione nostrana. Nascono «Il Giornale», sotto la direzione di Indro Montanelli e «La Repubblica», appoggiata da Mondadori ed amministrata da Eugenio Scalfari. Montanelli voleva creare un anti-Corriere della Sera con una linea politica moderata, un cartaceo che si rivolgesse ai cittadini insolenti nei confronti dei giochi di potere e del PCI. Scalfari dal canto suo voleva rivolgersi a coloro che, poliedrici, seguivano notizie di politica, economia, cultura e spettacolo, senza cronaca locale e con pochissimo sport.

Agli inizi degli anni ‘80 nascono le reti televisive commerciali, mentre la legge per l’editoria, garantendo maggiori fondi economici, salva molti quotidiani, consentendo di compiere le indispensabili riconversioni tecnologiche. I primi network sono Canale 5 di Silvio Berlusconi e Prima Rete del Gruppo Rizzoli.

La battaglia tra televisione e cartaceo continua fino al 1992, anno in cui le maggiori testate promuovono un ringiovanimento dei direttori, introducendo dei gadget all’interno dei giornali per venderne più copie.

Con l’avvento del satellite prima e di internet dopo, l’andamento delle vendite diminuisce ancora e, la sempre maggior facilità nel reperire notizie on-line fa calare drasticamente il numero di tirature.

Infine, secondo recenti studi riguardanti la sociologia dell’informazione, la produzione cartacea è destinata a scomparire nei primi 50 anni del XXI secolo: rimarranno forse solo i libri, seppur venduti in misura minore, come supporto per lo studio, e per i pochi romantici ancora attirati dal profumo di una buona carta stampata.

 

 ***Questo articolo è stato tratto dal decimo numero del magazine di 1000miglia, scaricabile al link https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/1000MIGLIA-MAGAZINE-NOVEMBRE-2017.pdf

 

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