La voce delle ombre

Ambientato nell’Inghilterra della prima metà del 1600, durante il periodo delle guerre di religione,  La voce delle ombre è un dark fantasy molto particolare, sotto certi aspetti persino un po’ inquietante, come del resto lo sono tutti i libri che finora ho letto di Frances Hardinge. 

Il libro narra la storia di Makepeace, seguendo le sue vicende durante l’infanzia e poi nell’adolescenza, per finire con l’ultimo capitolo con lei già adulta. 

Makepeace sin da piccola ha la maledizione di ospitare gli spiriti vaganti dei morti in cerca di un corpo. Da sempre vive con la madre, ma quando una notte viene rapita dai membri della sua famiglia paterna e diviene una serva nella loro dimora inizia a venire a conoscenza di oscuri e inquietanti segreti che riguardano lei e i suoi parenti. Così stringe una profonda amicizia con lo spirito di un orso che ospita dentro di sé, ma anche con altri imprevedibili alleati che incontra sul suo cammino e che, a turno, decidono di “abitarla”. 

E alla fine chissà che la maledizione non diventi invece un dono…

Per dieci minuti, Chiara Gamberale  

Ogni giorno, per un mese intero, Chiara si impegna in una nuova attività per soli dieci  minuti. È un modo per sfidare se stessa, uscire dalla sua zona di comfort e  reinventare la sua vita dopo aver perso tutto ciò che le era familiare: il compagno, la  casa d’infanzia, il lavoro. Senza nulla da perdere, si getta in questa impresa. Dieci  minuti al giorno per esplorare nuove attività: smalto fucsia, cucinare pancake  nonostante la sua inesperienza ai fornelli, ballare hip-hop, parlare e ascoltare profondamente sua madre. Queste esperienze la introducono a nuove realtà e la  spingono a prendere decisioni sorprendenti. Dieci minuti bastano per aprire le porte  a un mondo inaspettato, verso una rinascita. 

La protagonista di questo romanzo si chiama Chiara e fa la scrittrice. Potrebbe  essere un’autobiografia? La risposta arriva dall’autrice stessa, che riconosce le  somiglianze definendo il suo libro un esperimento di autofiction, genere in cui l’autore  stesso è il protagonista delle vicende narrate, prendendo spunto dalla realtà per  creare una storia di fantasia. L’autrice racconta come, in un momento di  smarrimento, un’amica le suggerì di fare un gioco: provare per un mese, una volta al  giorno, qualcosa di mai tentato prima. “È come avviare un dialogo con parti di te che  pensavi inesistenti o trascurate”, spiega Chiara, la persona reale. “Quando subiamo  una perdita nella vita, all’inizio c’è il dolore acuto, ma poi ci riprendiamo perché  l’essere umano è più resistente di quanto creda. Questo gioco ti ricorda che hai  infinite possibilità”, continua l’autrice. “Se ricominci a flirtare con la vita con un po’ di  fantasia, lei ricambierà”. 

Il percorso inizia il 3 dicembre e termina il 3 gennaio. La forma di diario, con data e  ora, trasmette un senso di tempo oppressivo. Quando si sta male, il tempo diventa un  nemico e i giorni sembrano non passare mai. 

Per dieci minuti” è un libro breve, meno di 200 pagine, capitoli scorrevoli. Un  pomeriggio di lettura basta per terminarlo. Il tema fondamentale del cambiamento e  della rinascita viene narrato con maestria, dimostrando che è possibile ritrovare la  gioia di vivere un passo alla volta.

Il castello errante di Howl

Recensione libro

 

[…] Quello è il motivo per cui amo i ragni. “Se non riesci la prima volta tenta, tenta, tenta ancora”. Io continuo a tentare. Questa maledizione però me la sono tirata addosso da solo, qualche anno fa, concludendo un patto, e so che non sarò mai capace di amare qualcuno, adesso.

Il castello errante di Howl , libro da cui il maestro Hayao Miyazaki ha creato l’omonimo cartone, è una fiaba originale e ricca di magia e non mi ha disturbato il fatto che molte parti del libro non coincidessero con la storia del cartone. Quando sono venuta a conoscenza dell’esistenza di questo libro ho iniziato subito a leggerlo. Posso dire dunque che è stato all’altezza delle mie aspettative, cosa che capita di rado.

La storia, ambientata nel paese di Ingary, narra la storia della giovane Sophie, la quale un giorno viene trasformata da una malvagia strega in una vecchia. Sophie decide di recarsi al magico castello errante del crudele mago Howl, accusato da tutti di nutrirsi dei cuori delle giovani ragazze che rapisce, con l’intento di far sciogliere l’incantesimo che grava su di lei, diventando invece la sua donna delle pulizie, per così dire. Dentro il castello la protagonista farà amicizia con il demone del fuoco Calcifer, che fa muovere il castello, con il giovane apprendista stregone Michael e, ovviamente, con il famigerato, bellissimo e insopportabile Howl, acerrimo nemico della Strega. Nel corso della storia si aggiungeranno altri personaggi, come l’uomo-cane, lo spaventapasseri stregato e la signorina Angorian. Riuscirà Sophie a ritrovare la sua giovinezza?

La conversazione (è) necessaria, da un libro di Sherry Turkle

Di recente ho sostenuto un esame in università dal titolo “Storia e teoria dei media digitali”; contrariamente a quanto può sembrare dal nome, si è rivelato estremamente attuale e interessante, al punto che mi ha spinto a citare in questo articolo uno dei libri di studio (cosa abbastanza inusuale: solitamente, dopo un esame, non vedo l’ora di liberarmi dei volumi letti e riletti). 

L’argomento è la conversazione, quella che avviene tra due persone, in un gruppo, con noi stessi. E’ un tema che mi è molto vicino, a cui sono sensibile soprattutto pensandolo in rapporto alla tecnologia. La tesi sostenuta dall’autrice, in sostanza, è che l’avvento dei media digitali, e soprattutto dello smartphone, abbia ridotto notevolmente la nostra capacità, voglia, necessità, facoltà, desiderio di conversare. Che la abbia, quindi, decisamente modificata, a favore di una conversazione che avviene dietro gli schermi e non più dal vivo. Questo ha causato diverse conseguenze, soprattutto in noi giovani: apatia, mancanza di lessico, chiusura in noi stessi, timidezza maggiore, non capacità di sentire e metterci nei panni dell’altro, pigrizia, indifferenza verso gli altri, e potrei andare avanti a lungo (ma qua ve lo risparmio: leggetevi il libro!) 

Io mi rendo conto quotidianamente di quanto questo sia vero, e ne sono altamente preoccupata. Mi fa paura pensare ad un mondo in cui la gente preferisce davvero videochiamarsi piuttosto che vedersi di persona, toccarsi, stringersi, sentire l’altro, che non vuol dire solamente avere un contatto fisico, ma un contatto visivo, percepire le emozioni, i battiti, guardare negli occhi e ascoltare. Mi fa paura come le persone possano preferire risolvere i propri problemi scrivendosi messaggi su Whatsapp piuttosto che dal vivo, come possano preferire comunicare i propri sentimenti tramite delle parole virtuali, che sono così fredde e quasi “fantasma”. 

Mi fa paura che non siamo più in grado di capire l’altro, e non abbiamo voglia di fare quella fatica in più per vedersi dal vivo e parlarsi in “live”, qui e ora. Perché è vero: senza telefono, e tutto ciò che gli gira attorno, è tutto molto più faticoso. È più faticoso dirsi le cose che non vanno dal vivo, ma anche le cose che vanno: quanto è difficile, per esempio, dire ad una persona quello che provi guardandola negli occhi, avendola a un passo di distanza? Ma quanto è, infinitamente, più vivo? Quanto è più vero, quanto vale di più, rispetto che stare coricato sul letto scrivendo un messaggio e aspettando una risposta, sperando di non avere un “visualizzato”. 

Siamo esseri sociali, abbiamo bisogno dell’altro: il telefono ci illude, facendoci credere di poter avere queste relazioni con gli altri tramite messaggi, videochiamate, post su Instagram, una vita online. La vita vera è al di fuori. Come sono al di fuori le nostre principali esigenze per sopravvivere: dormire, mangiare, respirare, stare con gli altri: sono cose che non è possibile fare col cellulare. 

Oltre che a ridurre la relazione con gli altri, il telefono azzera anche la relazione con noi stessi, che è invece essenziale per la crescita personale e per il benessere dentro e fuori. A causa del telefono non abbiamo più un momento di “nulla”. In cui non facciamo assolutamente niente, in cui siamo fermi senza alcuno stimolo dall’esterno, ma semplicemente noi, in pace. Tendiamo a considerare questi momenti come “noia”, quando sono invece i momenti in cui c’è la maggiore probabilità che ci vengano idee, illuminazioni, insomma che nascano cose belle e positive per noi stessi. Non siamo più capaci di non far nulla, appena abbiamo un momento libero infiliamo la mano in tasca e stringiamo tra le mani il cellulare, come se fosse l’oggetto che ci salva dal momento di “vuoto” in cui, altrimenti, saremmo caduti. Ma non è così. Il cellulare ci sa intrattenere, ma è un intrattenimento passivo, che ci lascia ancora più vuoti di come eravamo prima. Alziamo lo sguardo dallo smartphone e fissiamo con occhi vitrei ciò che abbiamo davanti, prima di ricollegare dove siamo e cosa stiamo facendo, uscendo dalla bolla in cui il cellulare ci isola. 

Forse sono stata troppo severa, troppo negativa, troppo pessimista. Ma queste parole mi sono venute così, istintivamente, da dentro, dopo una mezza giornata che ho passato del tutto scollegata. Avevo bisogno di quiete e pace, ho deciso (non a cuore leggero, non è una scelta così semplice e facile, purtoppo), di non guardare più il telefono fino a quando lo avessi ritenuto necessario (fino ad adesso, sono sei ore!). E sono incredula per quanto sia riuscita a respirare, ad ascoltarmi, a fare le cose con più calma; mi sono data il tempo per pensare, per stare con me, e sto davvero molto meglio di questa mattina. 

In una giornata in cui non vi serve il cellulare per esigenze strettamente pratiche, ve lo consiglio: praticate questa disconnessione per riconnettervi con il vostro io interiore. Sono sicura che gli effetti non potranno che giovare alla nostra salute e alla nostra vita. 

Va’ dove ti porta il cuore

Perché ti scrivo tutto questo? Cosa significano queste confessioni lunghe e troppo intime? A questo punto forse ti sarai stufata, sbuffando avrai sfogliato una pagina dopo l’altra. Dove vuole andare, ti sarai chiesta, dove mi porta? È vero, nel discorso divago, invece di prendere la via principale spesso e volentieri imbocco umili sentieri. Do l’impressione di essermi persa e forse non è un’impressione: mi sono persa davvero. Ma questo è il cammino che richiede quello che tu tanto cerchi, il centro.

Ti ricordi quando ti insegnavo a cucinare le crêpes? Quando le fai saltare in aria, ti dicevo, devi pensare a tutto tranne al fatto che devono ricadere dritte nella padella. Se ti concentri sul volo puoi star certa che cadranno accartocciate, oppure si spiccicheranno dirette sul fornello. È buffo, ma è proprio la distrazione che ci fa giungere al centro delle cose, al loro cuore.

Invece del cuore adesso è il mio stomaco a prendere parola. Brontola e ha ragione perché tra una crêpe e un viaggio lungo il fiume è venuta l’ora di cena. Adesso ti devo lasciare ma prima di lasciarti ti spedisco un altro odiato bacio. (da Va’ dove ti porta il cuore, S. Tamaro)

 

Abbi cura di te“. È così che si conclude la commovente lettera di una nonna per la propria nipote. Una lettera di sincerità e purezza, di tiepidi ricordi e di agrodolci auguri, di malinconico e nostalgico divagare per rimpianti e attimi gioiosi. Non un semplice pezzo di carta, bensì una solida chiave in grado di aprire il baule della memoria di una fragile, fortissima donna a cui non è stato possibile amare libera, poiché sempre in qualche modo impossibilitata a raggiungere chi amava. 

 

Come il Narciso ovidiano non poté abbracciare il suo amato riflesso, così lei non poté rifugiarsi nelle braccia dell’unico uomo che l’abbia mai amata e rispettata, né poté stringere la figlia, e ora nemmeno la nipote. Ma come ancora Narciso, ecco che ormai, all’ultimo rintocco dell’orologio della sua vita, si trasforma in un magnifico fiore, e avvolge noi e la nipote con ciò che di lei rimane: il suo profumo, la sua storia. Inchiostro di pece, per sempre impresso nel cuore.

 

Un racconto profondo ed emozionante, contornato da una scrittura elegantemente semplice, in grado di trasmettere, anche a chi non l’ha mai provata, la nostalgica emozione dell’imprimere su una lettera i propri pensieri e i propri sentimenti.



Una testa dura di Edith Ayrton Zangwill

<< Mio caro, dovevo per forza combattere per la Causa. Mi è sembrata una sorta di…chiamata e sono quasi morta per rispondere. Anche tu hai dovuto combattere per la guerra che è stata la tua chiamata, e anche tu sei quasi morto per rispondere. Suppongo che ora siamo chiamati a proteggerci a vicenda, non per morire, ma per vivere.>>

Ambientato in Inghilterra all’inizio del ‘900 Una testa dura è la storia di una giovane donna.

Ursula, la protagonista, è lontana dagli ideali che sua madre nobildonna e civettuola cerca di impartirle; infatti il suo sogno è quello di essere ammessa alla Chemical Society, motivo per cui non fa altro che eseguire esperimenti nel suo laboratorio. Inizialmente è molto restia alle idee delle Suffragette, che in quegli anni avevano iniziato a far sentire la loro voce, mentre dopo aver assistito a un processo di una di loro decide di entrare a fare parte del movimento come oratrice.

Pian piano i vecchi ideali di Ursula si sostituiscono a quelli nuovi. Nel corso della storia la protagonista si troverà a dover fare delle scelte, talvolta estreme, allo scopo di far sentire la propria voce. Ma Ursula non è sola: deve fare attenzione a non fare soffrire, a causa della sua testardaggine, le persone che ama.

Quando finalmente le donne ottengono il diritto di voto inizia la Prima Guerra Mondiale e dopo che l’uomo di cui è innamorata si arruola, per Ursula inizia una nuova battaglia. Una storia di cambiamenti, amore e decisioni. Una storia di pregiudizi che diventano ideali per cui combattere. Perché se c’è una cosa sbagliata bisogna lottare valorosamente per cambiarla.

Ricevi i nostri aggiornamenti

Ricevi i nostri aggiornamenti

Iscriviti alla newsletter di 1000miglia per non perderti nemmeno un articolo! Una mail a settimana, tutti i martedì.

Grazie per esserti iscritto!