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		<title>Asia Licalsi vince il 1000 Miglia 2025 con &#8220;Trama d&#8217;acqua&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Arecco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 14:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stappapensieri]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[contest1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[trama]]></category>
		<category><![CDATA[trama d'acqua]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci riempie di orgoglio ospitare sulle nostre pagine &#8220;Trama d&#8217;acqua&#8221;, l&#8217;opera con cui Asia Licalsi si è aggiudicata il primo premio nella sezione Poesia del contest 1000 Miglia 2025, dedicato quest&#8217;anno al tema &#8220;La Trama&#8221;. Quello di Asia non è solo un componimento, ma un’esperienza sensoriale che trasforma il sentimento in elemento naturale. Con una [&#8230;]</p>
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<p data-path-to-node="3">Ci riempie di orgoglio ospitare sulle nostre pagine <b data-path-to-node="3" data-index-in-node="49">&#8220;Trama d&#8217;acqua&#8221;</b>, l&#8217;opera con cui <b data-path-to-node="3" data-index-in-node="82">Asia Licalsi</b> si è aggiudicata il primo premio nella sezione Poesia del contest <b data-path-to-node="3" data-index-in-node="161">1000 Miglia 2025</b>, dedicato quest&#8217;anno al tema <i data-path-to-node="3" data-index-in-node="207">&#8220;La Trama&#8221;</i>.</p>
<p data-path-to-node="4">Quello di Asia non è solo un componimento, ma un’esperienza sensoriale che trasforma il sentimento in elemento naturale. Con una scrittura che fonde sapientemente echi classici e sensibilità contemporanea, l’autrice tesse un dialogo serrato tra l&#8217;anima e il mare. La &#8220;trama&#8221; del titolo si sfilaccia e si ricompone sotto la forza della marea, in un gioco di abbandono e resistenza, dove il calore del sole e il sale dell&#8217;acqua diventano metafore di un amore che travolge e rigenera.</p>
<p data-path-to-node="5">Celebriamo oggi il talento di una voce giovane capace di ridare voce al silenzio della battigia, regalandoci un testo che è, allo stesso tempo, ferita e cura.</p>
<blockquote>
<p>Sei come la marea, quasi acuminato spillo</p>
<p>in cui subitamente dopo</p>
<p>leni carezze alla</p>
<p>cocente sabbia, la trama</p>
<p>de’ miei pensieri si incaglia;</p>
<p>si fa indietro</p>
<p>come l’orizzonte fosse</p>
<p>immane, impietosa calamita;</p>
<p>tutto si straccia in un brandello.</p>
<p>Come la marea</p>
<p>subitamente</p>
<p>solletica le caviglie e i ginocchi</p>
<p>facendo scivolar via i baci</p>
<p>di Febo, intessuti con devozione</p>
<p>e poi immensa sopra ‘l capo</p>
<p>si chiude:</p>
<p>cadi, rivolta, senza forza, mia tela</p>
<p>lacera, ammogliati nella salsedine tutti</p>
<p>i miei fili.</p>
<p>Come subitamente</p>
<p>la marea</p>
<p>rode la battigia, suggendone</p>
<p>i grani, minimi e infiniti</p>
<p>l’ingloba dentro se</p>
<p>senz’annunzio ch’abbia voce</p>
<p>tutto scompare nell’azzurro, si scompone.</p>
<p>Sei come la marea, ma</p>
<p>ho bisogno d’un sonno d’amore</p>
<p>che ‘l sole mi sciolga le membra</p>
<p>che sulla battigia riversa</p>
<p>noncurante</p>
<p>io cada preda</p>
<p>della tua marea.</p>
</blockquote>
<p data-path-to-node="5"> </p>
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		<title>Lettera di Nefellos ad Apollodoro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristian Lerda]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Dec 2025 20:30:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[bellezza]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come raccontare agli antichi la società di oggi?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;">Nefellos saluta Apollodoro.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;">Caro amico, come ben tu sai il dio di Delfi, in ricompensa della lotta che feci ai tempi del tiranno noto come Domiziano in favore della libertà, mi ha concesso di visitare un tempo lontano da noi. Sto tenendo questo carteggio perché ti sappia poi raccontare nel modo più verosimile possibile le cose cui assisto. Per primo, e ciò stupirà in particolar modo te, in quanto senatore, qui ciascuno, indipendentemente dal proprio patrimonio e dal sesso, raggiunta un’età inferiore a quella che era in uso presso i sapienti concittadini di Socrate, prima che le nostre aquile offuscassero la democrazia greca, hanno diritto di voto. Ciascun giovane infatti, sia esso uomo o donna, raggiunti i diciotto anni può votare per il proprio sindaco, una figura molto simile ai capi delle tribù germaniche e galliche di cui ci raccontano i nostri legionari e i nostri storici, ricorderai in particolar modo la </span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;"><i>Germania</i></span></span><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;"> di Tacito, cui ti so particolarmente affezionato. Sono inoltre loro stessi a eleggersi un capo, tra quelli che ottengono più voti. Le votazioni in questa Italia funzionano così: dapprima i candidati si riuniscono in un gruppo, che qui chiamano “partiti”. Successivamente si organizzano, nei principali comuni, quelli che a noi possono rassomigliare i comizi. Ora, tu caro Apollodoro, ti aspetterai che ogni singolo cittadino non veda l’ora di esprimere il proprio voto, così da partecipare alla vita politica. Ebbene, pare che qui invece ciascuno abbia subito una qualche amnesia o un qualche maleficio divino, dal momento che, pur avendo subito non da molto una tirannia che forse è fin peggiore di quella attuata da Domiziano, non hanno alcun desiderio di esprimere un proprio voto, usando come scusa l’assenza di validi politici. Tu ora, da buon uomo politico quale sei, ti chiederai perché dunque non scendano loro stessi in politica. Ebbene sappi che par esserci qui una sorta di credenza popolare secondo cui chi si immischia di politica si macchi come di un crimine immondo. Ah, cosa mai direbbero Platone e Cicerone sapendo così osteggiata la carriera forense? Pare inoltre che chi ha qui governo non rispetta una delle sacre libertà della democrazia che pure ci si aspetterebbe in una società così governata. A breve infatti si terranno dei comizi per decidere della cittadinanza e del lavoro e questi, che pure dovrebbero spronare il popolo a esprimere il proprio parere, lo invitano anzi a non votare e a fidarsi di loro. Così, dicono, prese il potere Ottaviano, a furor di popolo, ingannandolo come mi par cotesti facciano. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;">Parliamo ora della scuola, che forse è una delle cose a te più care. Ebbene, sappi che ciascun cittadino, e in realtà anche non cittadino, indipendentemente dal sesso, ha l’obbligo di frequentare la scuola almeno sino al sedicesimo anno di età. Nel periodo da me visitato poi è capitata una cosa che mi è parsa assai disdicevole. C’è infatti nella nuova Bononia, che loro chiamano Bologna, un liceo che loro definiscono “classico”, ce ne sono a dire la verità molti anche nelle altre grandi città d’Italia. Ebbene, tale genere di liceo, che loro dicono essere stato creato da un Cesare di Francia, territorio che corrisponde alla nostra Gallia, prevede un insegnamento non troppo dissimile a quello proposto nelle nostre Accademie. Insegnano qui infatti la lingua e la cultura latina e greca, quella del latino moderno che loro chiamano “italiano”, quella che pare derivi dalle zone della Britanni e che loro chiamano “inglese” e, in alcuni casi, anche una lingua che ha caratteristiche, mi sembra, sia dei Franchi, una delle numerose tribù che vivono nella Germania Magna, e dei Galli e che qui chiamano “francese”. Sempre qui insegnano anche la filosofia, ma la separano. Non insegnano infatti una sola filosofia ma in un caso, che è quella della disciplina che loro chiamano filosofia, ne fanno una ricerca diacronica, vedendone lo sviluppo e analizzandone i pensieri, ma senza praticarla. La matematica poi è presa a parte, così come anche la fisica e quella parte delle filosofie naturali, che qui chiamano “scienza”. Non vi è poi alcuna traccia della materia che noi conosciamo come “armonia”. Ebbene, dicevo, un giorno in questo “liceo classico” di Bononia accadde che gli studenti, presi dal timore del loro tempo fecero una cosa che per noi sarebbe stata impensabile: occuparono la scuola. Qui infatti pare che per discutere nei luoghi di cultura del proprio tempo e dei metodi per migliorarlo sia necessario per gli studenti vivere là dentro. Ebbene, durante questa occupazione, così ho sentito dire, gli studenti discussero del loro tempo e dei metodi di migliorarlo tramite gli strumenti che a loro questa scuola aveva insegnato a usare. Ebbene, come che ebbero terminato l’occupazione di questo edificio, il rettore di questa dicono abbia chiamato due ragazzi, estratti a caso dalla folla degli studenti, e li abbia denunciati per l’occupazione. Comprendi dunque quali tempi aspettano i ragazzi? A essi viene insegnato a usare l’intelletto e la ragione e le emozioni per migliorare il mondo in cui vivono, ma, appena provano a farlo, vengono subito rimproverati e costretti a uniformarsi al pensiero comune. Chi non lo fa poi, non solo i più adulti, che spesso mi sono parsi dei Domiziani, li insultano e, talvolta, arrivano anche alle mani. O tempora, o mores! Invero a nulla compose quell’opera magnifica Quintiliano e lo stesso fece, dicono, Plutarco, se poi non una delle funzioni maggiori dell’educazione viene rispettata dai posteri!</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;">Se avrai letto bene le parti precedenti, ti sarai piacevolmente stupito, entrambi condividiamo la positiva opinione sulla legge di Claudio, che alle donne ben più libertà vengono concesse. Purtroppo, amico mio, devo qui contraddirti. Nonostante già noi infatti, con il divo Traiano, avessimo ristabilito la Lex Caludia de tutela mulierum, pare che qui un Cesare successivo l’abbia nuovamente abolita, privando così le donne delle libertà che pure spetterebbero logicamente loro. A causa di ciò oggi esse non si trovano in un contesto di libertà che tanto noi abbiamo sperato sarebbe stato raggiunto negli imperi successivi a quelli dell’optimus princeps, ma anzi si trovano a combattere assiduamente per il più logico, piccolo, e naturale dei diritti. Alcuni uomini poi, in questo tempo, si sentono così minacciati da creare gruppi che criticano le donne per le loro libertà, chiamandole con epiteti indegni persino della peggiore delle lupe e affermando con sicurezza che se essi non vengono amati è proprio colpa delle donne. Costoro tra loro si chiamano “incel”, che pare significhi “vergini involontari”. Essi dunque affermano che a una donna non piaccia che un dato tipo di uomini e che rifiuti tutti gli altri. Qualche folle poi, per dar credito a ciò, ha anche fatto una serie di calcoli e proporzioni, basandosi su non so che dati inesistenti. Le donne poi si trovano poi anche a dover lottare contro una società che punisce più le vittime che i carnefici. Devi infatti sapere che, da quel che posso vedere nelle visioni conferitemi dal dio di Delfi, non sono rari quei crimini che portarono Lucio Giunio Bruto a cacciare dalla città di Romolo l’ultimo dei Tarquini, ma anzi sono numerosi, e ancora più numerosi sono gli omicidi compiuti dai fidanzati o dagli ex-fidanzati per impedire alla moglie o alla fidanzata di lasciarli perché non li amano più, sì che tu diresti piuttosto essere tornato al tempo delle Dodici Tavole piuttosto che essere giunto oltre i duemila e settecento anni dalla fondazione di Roma. E tutte queste vittime sono uccise continuamente, dacché molti, e molti, ahimé per il nostro genere, uomini, affermano con convinzione che costoro, per essere uccise o stuprate dovevano avere una qualche colpa, come se il semplice non amare qualcuno o l’essere abbigliata come più le aggrada siano crimini e, peggio ancora, crimini che giustifichino lo stupro e l’omicidio. Non mi spiego, sono sincero mio caro Apollodoro, come una società che pare così avanzata sia in realtà tanto retrograda da far sembrare pure il primissimo periodo dell’età repubblicana un’età illuminata. Tornando ai femminicidi, quello che sconvolge non è solo l’indifferenza della popolazione, che anche quando vi assiste non interviene, ma anche le giustificazioni dei femminicidi, i quali affermano di aver ucciso per amore, come se l’amore potesse mai permettere che per lui si uccida e non fosse ciò più affine all’odio che tutto annulla e tutto estingue.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;">Tali, Apollodoro, sono le condizioni in cui versa il popolo romano dell’anno 2025. Confido negli intellettuali di quest’epoca, che possano riportare l’Italia e l’antico Impero alla grandezza cui dovrebbe appartenere. Sperando ciò, ti saluto.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;">Con affetto,</span></span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: large;">il tuo amico Nefellos.</span></span></p>
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		<title>Il cantastorie e la principessa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cristian Lerda]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Nov 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Vorrei, quindi scrivo]]></category>
		<category><![CDATA[cantastorie principessa]]></category>
		<category><![CDATA[favola]]></category>
		<category><![CDATA[principessa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’era una volta un cantastorie. Viveva in un piccolo villaggio di un regno vastissimo, così vasto che si poteva camminare per giorni senza mai uscire dai suoi confini. Ogni sera il cantastorie raccontava storie di draghi ed eroi agli abitanti del villaggio. I bambini l’adoravano e facevano a gara per andargli vicino e sentire meglio [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><span style="font-weight: 400;">C’era una volta un cantastorie. Viveva in un piccolo villaggio di un regno vastissimo, così vasto che si poteva camminare per giorni senza mai uscire dai suoi confini. Ogni sera il cantastorie raccontava storie di draghi ed eroi agli abitanti del villaggio. I bambini l’adoravano e facevano a gara per andargli vicino e sentire meglio le meraviglie che narrava. Anche gli adulti lo ascoltavano rapiti dalle gesta ora di questo ora di quell’eroe, re o cavaliere che fosse. La vita nel villaggio proseguiva dunque così: tra una storia e l’altra. Un giorno però le cose cambiarono. Il re infatti era stato colpito da un terribile maleficio: non rideva più come faceva un tempo, ma era sempre cupo e spesso aveva gli occhi pieni di lacrime che non ne volevano sapere di scendere. La principessa allora, preoccupata per il padre, decise di partire per cercare aiuto. Vagò a lungo, cercando in ogni villaggio qualcuno che riuscisse a spezzare il sortilegio che aveva colpito il padre. Il tempo passava e così passò l’estate, poi l’autunno e la nostra eroina non aveva ancora trovato chi potesse aiutare suo padre. Una notte d’inverno però, giunse al villaggio del nostro cantastorie. Era una notte fredda e quindi decise di ritirarsi nella prima locanda. Dopo che ebbe mangiato e bevuto, entrò un bambino che gridò a gran voce: «Venite! Venite! Nebulus sta per raccontare una delle sue storie!». Incuriosita, la principessa seguì la gran folla che s’affrettava a uscire dalla locanda. Giunsero nella piazzetta del villaggio, dove, accanto a un fuoco, un giovane stava iniziando a raccontare…</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">C’era una volta un vasto regno con un grande castello. Qui viveva una bellissima principessa che era amata da tutti. Un giorno però, un enorme drago volò sulla città, sputando verdi fiamme dalla bocca. Quando giunse al castello ruggì: «Consegnatemi la principessa e lascerò intatto questo regno!». La principessa, che oltre a essere bellissima era anche intelligentissima, rispose: «Va bene, sarò tua se riuscirai a battermi in tre sfide.». Il drago, sicuro della vittoria, rispose: «Ci sto! Dato che parti in svantaggio ti lascio sceglierle.». «D’accordo-disse la principessa-saranno una prova di intelligenza, una di forza e una di velocità. Le sfide si terranno sempre a mezzogiorno. La prima prova sarà quella di spegnere un fuoco senza usare l’acqua.». «Va bene» rispose il drago e volò via. Il giorno dopo, a mezzogiorno, tornò. Nel giardino del castello era stato preparato un enorme falò. Il drago provò a sbattere le ali velocissimo, creando un vento che stava per sradicare tutti gli alberi del giardino. Il fuoco, però, non si spense. Toccò allora alla principessa che gettò sul falò un enorme cumulo di sabbia. Così soffocate, le fiamme si spensero. «Dato che ho vinto, deciderò anche la seconda prova. Vincerà chi mangerà più pietre» disse la principessa. “Ecco una prova che non posso perdere” pensò il drago e accettò. Quella sera la principessa ordinò ai cuochi di palazzo di cucinare cinquecento pagnotte che sembrassero pietre bianche, e di nasconderle nel cumulo di pietre allestito per la prova. A mezzogiorno il drago tornò. Fu il primo a iniziare e mangiò duecento massi come fossero caramelle, ma l’ultimo gli spezzò un dente, costringendolo a fermarsi. “Vabbè, ho comunque la vittoria in pugno” pensò. La principessa mangiò le cinquecento pagnotte simili a pietre. Il drago, che sospettava in qualche inganno, insistette per assaggiare una delle pietre dal cumulo dell’avversaria. Come ne assaggiò una scoppiò in lacrime per il dolore al dente e si arrese. «Visto che ho vinto anche questa-disse la principessa-ho il diritto a decidere la prossima sfida: vincerà chi arriverà per primo al regno vicino.». “Questa non posso assolutamente perderla” pensò il drago e accettò. Quella notte la principessa studiò tutti i libri di magia del castello. Stava già albeggiando quando trovò un incantesimo che permetteva di correre veloci come il vento. A mezzogiorno il drago tornò. «Visto che è la tua ultima possibilità-disse la principessa-ti concederò un poco di vantaggio». Il drago, seppur confuso dall’arroganza di quella straordinaria principessa, accettò. Come fu scomparso oltre l’orizzonte, la principessa pronunciò l’incantesimo e in men che non si dica, si trovò alle porte del regno vicino. Quando il drago, sfinito per la velocità con cui aveva volato, vide che ciononostante la principessa era arrivata prima di lui, fu preso da un tale terrore che scappò così velocemente da sparire dalla vista in un batter d’occhio, terrorizzato da quella principessa intelligentissima, fortissima e velocissima e non fece mai più ritorno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La piazzetta risuonò per gli appalusi dei più grandi e degli schiamazzi dei bambini che esigevano un’altra storia. Quando tutti se ne furono andati, la nostra principessa, che per non farsi notare si era avvolta in un mantello, si avvicinò a Nebulus e disse: «Complimenti! Non avevo mai sentito nessuno raccontare così una storia.». «Siete troppo gentile, non è nulla di che. Mi fa piacere allietare le notti dei miei compaesani» replicò il modesto cantastorie. «Niente affatto! -replicò la principessa-Le immagini sembravano uscire dalle tue parole e formarsi nel fuoco!». «Beh…grazie per i complimenti, ma non è nulla davvero. Voi chi siete piuttosto? Non mi pare di avervi mai vista da queste parti.» replicò il cantastorie. «Sono una povera contadina, sto viaggiando per cercare qualcuno che possa guarire mio padre. Vedete, un tempo rideva sempre ed era sempre gioioso, ma ora… ora è sempre cupo e triste e non so… non so come aiutarlo… &#8211; rispose la principessa mal celando le lacrime che le facevano luccicare gli occhi bruni &#8211; forse voi…forse voi potete aiutarlo!». «Io? E come potrei mai aiutarvi io? Sono solo un umile cantastorie, non sono né un mago né un medico… Mi dispiace molto per vostro padre, ma temo di non essere in grado di aiutarvi.» rispose Nebulus, commosso dalla vista di quella triste fanciulla. «Ma… ma ho visto la vostra abilità nel raccontare storie. Forse una di queste potrà far tornare mio padre a ridere! Vi prego, fate un tentativo. Non so cosa altro fare…» replicò la principessa, ormai con le lacrime che iniziavano a scendere. Il buon Nebulus, commosso a quella vista, rispose: «Va bene. Temo che non potrò far nulla, ma se ciò potrà sollevare un po’ il vostro animo, vi aiuterò. Ma prima, vi prego, ditemi come vi chiamate.». «Sofia, mi chiamo Sofia.» rispose la principessa, un po’ rincuorata. All’alba montarono sui loro cavalli. Galopparono tutto il giorno e tutta la notte e tutto il giorno successivo finché, la seconda notte non udirono una voce nella foresta tuonare: «Ucci ucci, sento odor di fanciullucci!». I cavalli si imbizzarrirono e i nostri eroi caddero per terra. Dal folto della foresta sbucò un enorme orco vestito con stracci. Questi altri non era che l’orco Iscariotte, un crudele demonio che da anni affliggeva le foreste della zona. Sofia, senza esitare, gridò a Nebulus: «Veloce, tu distrailo. Io nel frattempo cerco un modo per sconfiggerlo.». «C-come dovrei fare a distrarlo?» chiese Nebulus, non poco terrorizzato da quel mostro. «Non lo so &#8211; rispose Sofia &#8211; prova a raccontargli una storia». «Va bene, ci provo. &#8211; rispose il cantastorie &#8211; Ehi, tu &#8211; aggiunse rivolto all’orco &#8211; ti va di sentire una storia? Racconta di come un orco sia riuscito a sconfiggere un intero esercito.» «Tu, piccolo moscerino, &#8211; rispose il mostro &#8211; vorresti raccontare a me una storia per salvarti forse? Va bene, ma sappi che se non mi piacerà ti mangerò in un sol boccone!». Nebulus iniziò a raccontare. Raccontò di come una volta, un re crudele volesse distruggere una foresta incantata e sacra alla dea delle selve, Diana. La dea inviò allora una creatura invincibile a distruggere il regno. Quel mostro iniziò così a rubare e distruggere le campagne, senza che potesse essere fermato nemmeno dai più abili soldati. Iscariotte era rapito da questa narrazione, a tal punto che non si accorse di Sofia, che ebbe tempo di aggirarlo e arrampicarsi su un albero lì vicino. Come Nebulus arrivò al punto della battaglia finale, Sofia, brandendo una spada che emanava magici bagliori azzurri, si gettò sull’orco, ferendolo alla schiena. L’orco, spaventato dall’attacco inaspettato e dolorante per la ferita, scappò veloce come il vento e non si fece mai più vedere. «Bella trovata quella di un orco invincibile» disse Sofia quando Iscariotte era scomparso nella foresta «Grazie, ma il tuo attacco… non ho mai visto nulla del genere! Nemmeno nelle mie storie.» rispose Nebulus. «Grazie. &#8211; rispose Sofia &#8211; Ora però dobbiamo andare, siamo ancora lontani dalla mia casa.» e detto ciò montarono sui loro destrieri. Loro ancora non lo sapevano, ma Amore aveva appena bruciato i loro cuori con la sua fiamma antica e li aveva colpiti con le sue magiche frecce. Proseguirono fino a raggiungere un ponte in pietra. Un tempo, prima che il re fosse colpito dal maleficio, quel ponte era sempre affollato da carovane di mercanti diretti alla capitale. Adesso però quel ponte era deserto e strane storie raccontavano di bestie annidate sotto di esso. Come arrivarono nei suoi pressi, un potente ruggito scosse la neve dalle rocce e un’immensa creatura dal manto bianco come la neve sbucò da sotto il ponte. L’enorme troll sbarrò la strada ai nostri eroi e disse: «Mmh, cosa abbiamo qui? Degli umani? E cosa volete fare? Volete passare? Volete sfidare il glorioso Vafrudnir! Bene bene. Per farlo dovrete risolvere un indovinello a testa. Se li avrete risolti, cosa impossibile, ascolterò un vostro indovinello. Quando l’avrò risolto vi mangerò per cena ahahah! Chi vuole essere il primo?». Per primo si propose Nebulus, pensando che nel caso di sconfitta Sofia sarebbe potuta scappare. «Un giorno un esercito di orchi assaltò un castello. &#8211; iniziò Vafrudnir &#8211; A sconfiggerli venne mandato un solo eroe armato di un anello e di una spada. Prima di giungere al castello però, l’eroe si riposò in una radura, sotto le foglie di un faggio. Giunto in seguito sul luogo dell’assedio sconfisse tutti i nemici e, pur avendo subito attacchi mortali, riuscì a terminare lo scontro senza nemmeno un graffio. Com’è possibile?». Nebulus rifletté per qualche minuto e poi rispose: «Era protetto da un incantesimo. L’eroe di cui parli infatti è Sigfrido, che ottenne l’invulnerabilità dopo lo scontro col drago Fafnir.». «Esatto.» mugugnò il troll, visibilmente deluso. «Ora è il tuo turno-tuonò con voce feroce verso Sofia &#8211; Cos’è più affilato di una spada, che accresce ogni giorno e che migliora con la carta?». Sofia ci pensò un attimo e poi rispose: «L’ingegno, che può essere più affilato di una spada. Inoltre cresce con l’esperienza e può essere migliorato tramite lo studio dei libri.». «Esatto di nuovo! &#8211; tuonò Vafrudnir infuriato &#8211; Ora è il vostro turno. Tanto risolverò il vostro indovinello facilmente.». Fu Nebulus a porre l’indovinello e disse: «Ognuno di noi possiede una forza ignota. Alcuni dicono che essa non esiste. Altri che esiste, ma non è conoscibile. Altri ancora che è conoscibile, ma non comunicabile. Tutti loro sbagliano. Un pastorello, conosciuto l’enigma, provò a risolverlo. Perciò si sedette all’ombra di un albero e, mentre pensava, strimpellò a caso la sua cetra. Come lo fece tutto gli fu chiaro. Dimmi, Vafrudnir, qual è questa forza?». Vafrudnir ci pensò e pensò e più pensava meno idee gli vennero. Alla fine fu costretto ad arrendersi. Irato per la sconfitta, Vafrudnir iniziò a pestare violentemente i piedi per terra. Tuttavia non si accorse di essere sull’orlo del precipizio e sbatti qua e sbatti là, piombò di testa nel fiume e nessuno lo rivide mai più. I due eroi, rincuorati dalla vittoria, si abbracciarono e poi si guardarono negli occhi. «Posso chiederti una cosa?» domandò Sofia. «Ma certo, chiedi pure» rispose Nebulus. «Qual è la soluzione all’indovinello?» «È l’Amore &#8211; rispose Nebulus &#8211; perché vedi…». Nebulus non fece in tempo a spiegare che Sofia lo baciò. E lui contraccambiò. Così i due amanti proseguirono nella loro avventura senza incappare in altri imprevisti. Cammina cammina, Nebulus e Sofia arrivarono alle porte del castello. «Che ci facciamo qui? Non mi avevi detto che tuo padre era un contadino?» chiese Nebulus. «Ecco… c’è una cosa che devi sapere… io non sono una contadina, ma la principessa Sofia. Ti prego no ti arrabbiare, non volevo mentirti, ma temevo che se ti avessi detto la verità non mi avresti aiutata. Ti supplico, non abbandonarmi proprio ora che siamo così vicini…» disse Sofia scoppiando in lacrime. «Hey, tranquilla, tranquilla. Non ti abbandono. Che razza di persona sarei ad abbandonare la persona che amo nel momento del bisogno?» rispose Nebulus. «Quindi non ce l’hai con me perché ti ho mentito?» gli chiese Sofia asciugandosi le lacrime. «Certo che no, capisco perché l’hai fatto. Ma da ora in avanti niente più segreti tra noi, d’accordo?» rispose Nebulus. Sofia annuì. I due entrarono nel castello, ormai grigio e spoglio di qualsiasi ricordo di una passata gioia. Sul fondo del salone principale del castello, illuminato appena dal Sole che tramontava, si stagliava un trono cupo. Sofia corse verso di esso ed esclamò: «Eccoci padre! Eccoci! Scusa se ci ho messo tanto. Ho trovato chi può aiutarti! Forza Neb &#8211; disse rivolta all’amato &#8211; racconta a mio padre una storia.». Nebulus così iniziò a raccontare. Raccontò di come lui e Sofia si fossero conosciuti e delle sfide che avevano intrapreso. Quando raccontò la vicenda dell’orco Iscariotte, così pieno di sé da non accorgersi dell’attacco di Sofia, il re sorrise appena. Ma quando Nebulus raccontò del gigante Vafrudnir e di come una creatura tanto antica fosse caduta nell’acqua gelida dopo aver perso a una gara di indovinelli, fece una piccola risata. Visto però che ancora non bastava per far ridere il re, Nebulus pensò a una terza storia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Raccontò perciò di quando un gruppetto di Telchini, spiriti dei fiumi che amano fare dispetti, decisero di infastidire una povera vecchina. I Telchini ogni mattina facevano volare in giro tutte le spezie e gli alimenti della casa. La vecchina allora decise di tendere un tranello agli spiritelli. Decise di cucinare una torta. I Telchini, colta l’occasione per un buon dispetto, iniziarono a scambiarle gli ingredienti. La torta venne un disastro. La vecchina però, che si aspettava quel comportamento dai Telchini, uscì e comprò una nuova torta, in tutto simile a quella cucinata in loro presenza. Quella sera ne mangiò metà. I Telchini, stupiti da ciò, decisero di assaggiarla. Sfortunatamente per loro la vecchina aveva sostituito la torta con quella precedentemente cucinata da loro. Gli spiritelli ne assaggiarono una fetta e vennero colpiti immediatamente da un terribile mal di pancia. Offesi e umiliati, decisero di andarsene.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come ebbe raccontato ciò, il re scoppiò in una violenta risata, che risuonò per tutto il regno. Con questa risata tornarono tutte le luci e i colori e il palazzo, da cupo e grigio che era, si dipinse di ogni sfumatura possibile. «Mi avete salvato!» esclamò il re. «Dimmi, figlia mia, chi è questo abile cantastorie?» chiese rivolto alla figlia. «Lui è Nebulus. È solo grazie a lui se sono riuscita a salvarti…In realtà ci sarebbe una cosa che vorremmo chiederti padre.» rispose la principessa, un po’ intimorita. «Ditemi pure» rispose il re. «Vorrei chiedere la mano di vostra figlia» disse Nebulus. «E sia» acconsentì il re. Due giorni dopo i nostri due eroi si sposarono e vennero genti da tutto il regno per assistere al matrimonio e in tutto il regno fu gran festa. E vissero tutti felici e contenti.</span></p>


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		<title>Sulle manifestazioni, sull’arte e sulla linguistica romanza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Civalleri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Oct 2025 13:32:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fattore umano]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[proteste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'arte ci chiama alla responsabilità civile, ma come avere fiducia in un mondo così polarizzato?</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Io dal 7 ottobre 2023 sono sempre stato in silenzio. Un po&#8217; perchè ero disinformato, un po&#8217; per paura, un po&#8217; perché non è nel mio stile. </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Ghali ha fatto una riflessione interessante attaccando il rap italiano e i suoi artisti non schierati: &#8220;il silenzio dei rapper ha ucciso il genere. Ne è rimasto solo lo stile, il suono, la forma&#8221; (</span></span><a href="https://www.instagram.com/p/DPW2VUvjDKS/?igsh=MWJxcDZtbmNtYXdoNA=="><span style="color: #1155cc; --darkreader-inline-color: var(--darkreader-text-1155cc, #56a3f1);" data-darkreader-inline-color=""><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><u>https://www.instagram.com/p/DPW2VUvjDKS/?igsh=MWJxcDZtbmNtYXdoNA==</u></span></span></span></a><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">). È interessante, perché oltre a combaciare col mio caso – per cui mi sono sentito, anche giustamente, aggredito in parte – introduce una riflessione sui caratteri di una forma d’arte e sul loro sviluppo in una fase storica, sociale e politica particolarmente delicata. Il genere, soprattutto in Italia, ha sempre avuto una componente socio-politica di spinta dal basso verso l&#8217;alto – o comunque in contrasto con l&#8217;establishment delle istituzioni e dei centri culturali tradizionali – da buona controcultura come spesso si è ed è stato definito. Oggi però, come vuole sottolineare Ghali, sembra taciturno. Il che può far saltare fuori il tema dell&#8217;impegno attivo nell&#8217;arte, della natura impegnata che l&#8217;arte può o non può assumere, deve o non deve assumere. Un tema ispido, sì, anche interessante, appunto. Ma non è dove voglio arrivare.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel momento in cui scrivo questo pezzo sono in pigiama, nel letto. Ieri sera (per me venerdì 3 ottobre 2025, giornata di due scioperi nazionali, uno generale, annunciato già da settimane da S.I. Cobas, e uno indetto mercoledì dai sindacati CGIL e USB contro l’abbordaggio israeliano della Global Sumud Flotilla) sono uscito di casa per bere e quindi stamattina ho anche un po&#8217; mal di testa. Non sono stato in piazza, nei cortei, con tutti quanti. &#8220;Non è proprio nel mio stile&#8221;, mi sono sempre detto. “Ti rimane solo quello!” avrebbe pensato Ghali di me, fosse al corrente della mia condotta. Ma a me non piace gridare, parlo sempre a voce bassa: mi sono trasferito a Roma da una settimana e la gente mi chiede spesso di ripetere quello che dico perché parlo sempre a voce bassa. Al posto di stare in piazza ho scrollato Instagram, sì. A questo punto – dopo aver ammesso che un po’ mi vergogno del mio comportamento – vorrei invece concentrarmi sui contenuti che mi ha propinato Instagram; e non mi riferisco all&#8217;algoritmo, ma proprio alle persone. Molti dei conoscenti che seguo hanno reso esplicita la loro posizione sulla questione. Sulla guerra, sul genocidio, sui bambini, su Gaza, eccetera. Le pagine di informazione e i giornali hanno raccontato la questione. I content creator hanno detto la loro, anche quando non erano tenuti a farlo e, forse, proprio per quel motivo. Diversi artisti hanno preso posizione, chi con un timido sommovimento nei live, chi con papiri sulle stories che per spirito autolesionista ho letto da cima a fondo. Molti di loro, tra le altre cose, hanno fatto notare quanti follower abbiano respinto questo loro gesto “schierato” e li abbiano attaccati con fantomatiche offensive come: “non credevo fossi uno di loro…” o “pensa a fare musica e stai zitto!!!” e compagnia bella. <br />In questo momento, quando le polarizzazioni, effettive o apparenti che siano, si stanno pericolosamente dilatando, mi viene in mente Tedua che in </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Telefonate </i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">nel 2016 diceva tipo: “So che siamo nati dalle costole, ma di conseguenza non so / come mai venga l&#8217;odio e l&#8217;istinto / di far di tutta l&#8217;erba un fascio / o cercare il pelo nell&#8217;uovo per quello che faccio”. Non ricordo a cosa si riferisse il rapper, ma con lui è sicuramente d’accordo un mio professore di filologia e linguistica romanza il quale parlava della complessità dei fenomeni linguistici appartenenti a un certo sistema linguistico di un certo territorio e sosteneva che, seppur fosse necessario stabilire delle griglie per comprendere meglio questi fenomeni, era anche necessario ricordarsi di quanto ogni singolo fenomeno poteva avere la sua natura convulsa e irrazionale. Resa complessa dal fatto di non essere classificabile in maniera completa, valida e totalmente condivisa dall’insieme degli studiosi. “Poi, qui non si parla solo di linguistica. Vale anche per tutto il resto” aggiunse alla fine della spiegazione.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><br />Perciò, schematizzando in una maniera decisamente poco completa e valida, nell’attuale panorama dell’opinione pubblica italiana, su un polo troviamo una fetta di persone che puntano il dito e accusano a destra e a manca l’appartenenza a pensieri politici vari – tornati decisamente di moda dopo decenni – lamentandosi di non poter vivere normalmente la loro vita a causa delle manifestazioni a favore di un popolo che non è quello italiano. <br />Sull’altro polo, invece, sta chi vuole farsi sentire e allora scende in piazza, posta, scrive e così via, per le motivazioni le più diverse e naturali, anche contraddittorie forse, ma pur sempre naturali. La cosa che però mi ha colpito di questo polo sta nella fluviale potenza che ha raggiunto: ogni età, ogni genere, ogni nazionalità, ogni colore della pelle, ogni orientamento sessuale, ogni religione, ogni squadra del cuore e ogni simbolo zodiacale. Forse in tutta la mia vita non ho mai visto immagini di piazze così piene. Ho ventidue anni e non avrei mai pensato di vedere quest’Italia mobilitarsi in questa maniera. E al di là di qualsiasi schiera, io mi sento un po’ orgoglioso di un popolo che finalmente prende posizione, scende in piazza, dice la sua per una causa. Lo pensavo più fatiscente, questo popolo. Contento di essermi sbagliato.</span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">Chiudo questo flusso citando l’estratto di un’intervista che un creator che seguo ha postato nelle stories. Il reel (</span></span><a href="https://www.instagram.com/reel/DPUep4Mjf7B/?igsh=dm50NHg2dzB1OGNh"><span style="color: #1155cc; --darkreader-inline-color: var(--darkreader-text-1155cc, #56a3f1);" data-darkreader-inline-color=""><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><u>https://www.instagram.com/reel/DPUep4Mjf7B/?igsh=dm50NHg2dzB1OGNh</u></span></span></span></a><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;">) è della pagina di Radio Delta 1, stazione radio regionale del centro-sud Italia, e dentro si vede questo signore anziano – un certo Giorgio di Ancona, 94 anni – in mezzo a una folla di persone, credo seduto su una sedia a rotelle, forse su quella di un bar, non si capisce, che è paonazzo in viso e ha qualche riga di lacrima che gli corre verso il mento e, con una voce spezzata, ma piena di un entusiasmo vitale dice: “quando l’umanità si ribella di fronte a un genocidio così vuol dire che l’umanità ha incominciato a capire che il mondo bisogna cambiarlo”. Respira, singhiozza, mentre parla. Poi aggiunge: “Io non ci sto per la nazionalità, ci sto per la difesa dell’umanità[&#8230;], la difesa dei diritti degli uomini”. “Tutti!” esclama infine slanciando il braccio in orizzontale, come a voler spingere via una persona antipatica in discoteca, quasi irragionevole in un gesto così spontaneo. Tutti, ecco, siamo tutti nati da una costola, lo diceva anche Tedua. Credo che pure Giorgio sia d’accordo con Tedua. <br /><br />Io invece mi sono alzato dal letto e ho finito questo pezzo, alla fine. Giudicatemi come vi pare, io non sono sceso in piazza e sono stato in silenzio finora, però adesso ho scritto questo pezzo. <br />Peace, I’m out.</span></span></p>
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		<title>ConLeTueParole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Civalleri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 12:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ConLeTueParole]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In vista del 24 Settembre 2025 alle 18, alla libreria Stella Maris, dove si parlerà d&#8217;istruzione  Siamo sicurə che il sistema scolastico ci aiuti davvero a sviluppare un pensiero critico e prepararci al futuro?Questo è uno degli interrogativi chiave di &#8220;Una cosa che non parla&#8221;, il nuovo libro di Giuseppe Nibali (2025), con il contributo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2>In vista del 24 Settembre 2025 alle 18, alla libreria Stella Maris, dove si parlerà d&#8217;istruzione </h2>





<p><b>Siamo sicurə che il sistema scolastico ci aiuti davvero a sviluppare un pensiero critico e prepararci al futuro?</b><b><br /></b><b>Questo è uno degli interrogativi chiave di &#8220;Una cosa che non parla&#8221;, il nuovo libro di Giuseppe Nibali (2025), con il contributo di Alessandro Barbero.</b></p>
<p><b>Un dialogo tra studentə e insegnanti su ciò che si è perso nella scuola: l’ascolto, la crescita personale, la curiosità e l’apprendimento oltre il libro di testo.</b></p>
<p><b>Ci siamo posti l’interrogativo anche noi.</b></p>
<p>Oggi le scuole sono aperte, sì, ma molte ieri si sono fermate – o hanno rallentato – in favore di uno sciopero a sostegno degli accadimenti nella Striscia di Gaza. Un gesto, una manifestazione di solidarietà e di presenza. Una scelta consapevole di chi ha potuto ragionare criticamente intorno ad una delle tematiche che sta scuotendo il mondo e ha voluto intervenire, muoversi. Riguardo a questa capacità critica, questo mercoledì, il 24 settembre, la libreria Stella Maris di Cuneo ospiterà un dialogo incentrato su questo tema in cui a parlare troviamo l’insegnante e giornalista Giuseppe Nibali, che presenta il suo libro &#8221; Una cosa che non parla&#8221; , l’insegnante di Lettere del Liceo De Amicis di Cuneo Nazareno Garelli, la psicoterapeuta Maura Anfossi e, infine, la nostra presidente Denise Arneodo.</p>
<p>Il loro incontro, che sarà alle 18 – a cui siete tutti caldamente invitati – toccherà uno dei capisaldi della struttura della nostra nazione: l’istruzione. </p>
<p>Ogni anno, a settembre, ma direi già anche nel mese di agosto, con l’imminente ritorno sui banchi, tutti i centri commerciali d’Italia – e non solo – diventano delle bacheche di zaini, diari, portapenne, quaderni ad anelli, matite, biro, bianchetti, gomme, compassi, righelli, squadrette, portalistini e via dicendo. Le città tornano a gonfiarsi di ragazzine e ragazzini che attraversano le strade, si raggruppano di fronte agli ingressi e nelle piazze. Su quelle stesse strade il traffico, dopo la pausa di riflessione della stagione estiva passata, rimette a dura prova la pazienza italiana ad ogni incrocio. Ma, al di là anche degli aspetti più concreti, il rientro a scuola chiama in causa una valanga di interventi, riflessioni e pensieri di professionisti e non che si interrogano sull’andamento del nostro sistema scolastico. Voti, maturità, orari, bocciature sono piccoli punti di un elenco enorme che troviamo scritto sulle lavagne italiane ogni anno, e che forse, dalla riforma Gentile a questa parte, intende ragionare sul funzionamento del nostro sistema. Senza stare a chiederci più di tanto se questo marasma di dibattito porterà dei frutti o meno, noi, come redazione di 1000 Miglia, abbiamo deciso di dare il nostro contributo. E allora pure noi, come Giuseppe Nibali, ci siamo fatti quella domanda che sta lassù, in alto, in cima a questo articolo. Nella speranza che anche un marasma caotico riesca a dare frutto. Soprattutto in un periodo storico come quello che stiamo vivendo.</p>
<blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">La scuola italiana è abbastanza brava a trasmettere nozioni, diciamo di sì e pensiamo al fenomeno dei “cervelli in fuga”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Però oggi è innegabile sottolineare come sia necessaria una svolta: certo, le nozioni è giusto che ci siano e possono anche mantenere un ruolo di priorità all’interno del processo di apprendimento delle future leve, ma serve spazio per la libertà. Sì, c’è bisogno di una libertà di scoprire il mondo intorno a sé attraverso le nozioni imparate sui banchi senza rimanere imprigionato dalle stesse. Ma, soprattutto, c’è bisogno che ciascuno di noi impari a conoscere dove cominci la propria libertà e dove finisca, cioè, dove comincia la libertà di un altro. Il pensiero critico deve essere atto ad evitare lo sviluppo di preconcetti nei confronti della realtà e di chi la vive. Sarebbe importante una scuola capace di trasmettere nozioni discutibili, o, come direbbe il buon filosofo novecentesco Popper, falsificabili. </span></p>
<p><b>Forse intendo dire che la scuola potrebbe insegnarci anche che possiamo sbagliare, e che una conoscenza non è sempre definitiva, non è sempre perfetta. Perché la verità è un concetto complesso. Come il mondo e chi lo vive.</b><span style="font-weight: 400;"> La scuola potrebbe soltanto provare ad avvicinarcisi, con cautela, rispettando ogni libertà.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;"><span style="font-weight: 400;">Giacomo</span></p>
<blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">La scuola in Italia ha punti di forza e punti di debolezza. Tra le cose che mancano mi viene in mente la possibilità di conoscersi, e non solo di conoscere. Andare a scuola vuol dire, inevitabilmente, studiare e ripetere, imparare si, ma spesso senza trovare uno spazio per l’utilizzo pratico di quel sapere. </span><b>Così il sapere acquisito rimane chiuso all’interno della mente della studentessa o dello studente fino alla prova, al risultato, e poi può essere tranquillamente dimenticato</b><span style="font-weight: 400;">. Mancano quegli spazi di ascolto, quei momenti importantissimi in cui si impara per davvero a dire cosa si pensa, a discutere, a creare una propria opinione e condividerla con altri. Mancano i momenti dedicati al dibattito, alla riflessione, che sono quelli che più contribuiscono alla crescita di un/una giovane. Quei momenti in cui ci si siede in cerchio, senza i banchi e senza fogli, usando solo i propri occhi, le parole che escono dalla bocca, le orecchie aperte, essenziali per sviluppare la capacità di ascolto, e si condivide. Si parla della propria visione del mondo, a cosa serve ciò che si è imparato, chi si vuole diventare: non è davvero importante l’argomento quanto lo è il fatto che tutti parlino, che tutti si ascoltino, che tutti imparino a dire la propria senza vergogna, ma soprattutto, con fiducia nella comprensione e nel rispetto di chi si ha accanto. Questa, per me, potrebbe essere un’idea di scuola che ci aiuta davvero a prepararci al futuro. </span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">Annalisa</p>
<blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Il sistema scolastico viene spesso presentato come il pilastro della formazione delle nuove generazioni, il luogo in cui si sviluppano competenze, pensiero critico e strumenti per affrontare il futuro. Ma la realtà appare più complessa. Le lezioni frontali, cuore della didattica tradizionale, hanno certamente un valore: trasmettono conoscenze, offrono un quadro storico e teorico di riferimento. Tuttavia, se restano confinate a un flusso unidirezionale di nozioni, rischiano di soffocare la capacità degli studenti di interrogare, immaginare, mettere in dubbio. Il pensiero critico si sviluppa davvero quando la lezione diventa dialogo, quando ci si chiede collettivamente “cosa ne pensiamo di questo evento?”, “quali alternative erano possibili?”, “quali limiti ha questa interpretazione?”. Perfino le risposte confuse o “sbagliate” possono essere preziose, perché costringono a rimettere in discussione ciò che il potere, o la tradizione, hanno già stabilito come verità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma non si cresce soltanto attraverso i contenuti. La scuola educa anche tramite la sua stessa struttura sociale: le classi costringono a confrontarsi con lo sconosciuto, a convivere con chi è diverso, a misurarsi con i conflitti. In questo senso, l’istituzione scolastica riproduce dinamiche politiche e sociali: si impara a organizzarsi con i rappresentanti di classe o d’istituto, a contestare decisioni prese dall’alto, a immaginare piccole forme di democrazia quotidiana.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Eppure, questa dimensione potenziale rimane troppo spesso irrealizzata. </span><b>Nella mia esperienza, ciò che prevale è la disillusione: più burocrazia che partecipazione, più imposizione che dialogo. La scuola non riesce a essere fino in fondo un laboratorio di cittadinanza critica, e non sempre prepara davvero al futuro.</b><span style="font-weight: 400;"> Tutto dipende dalla qualità e dalla sensibilità degli insegnanti: alcuni riescono a stimolare la curiosità e la riflessione, ma molti altri, stando ai racconti raccolti e vissuti in prima persona, finiscono per riprodurre modelli gerarchici, rigidi, scarsamente orientati alla crescita personale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per questo, rispondere alla domanda se la scuola ci prepari o meno è inevitabile: no, non lo fa in maniera completa. Non garantisce lo sviluppo di un pensiero critico né una reale preparazione al futuro, se non in misura frammentaria e fortemente variabile. È difficile pensare di affidare una responsabilità così grande unicamente a insegnanti lasciati a gestirsi in autonomia, spesso senza strumenti né formazione adeguata. Il rischio è che le generazioni crescano senza quelle competenze che più servono in una società complessa: la capacità di interrogare, di immaginare alternative, di costruire insieme il cambiamento.</span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;">Alessia</p>
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		<title>Hai voluto la bici?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Anna Mondino]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Sep 2025 09:07:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[A caccia di eventi]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[ciclismo]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[mondo]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Evento di Cuneo Bike Festival</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p> </p>
<p style="text-align: justify;">La bici è il primo mezzo che impariamo a guidare, o almeno per me è stato così. Mi ricordo molto bene quando giravo nel mio cortile di casa in sella ad una biciclettina blu con le rotelle, e il rumore fastidioso che facevano. Nella mia testa ho però l’immagine più vivida dei momenti passati ad imparare ad andare in bici senza le rotelle, che per me voleva dire diventare grandi. L’emozione che mi assaliva quando mio papà staccava le sue mani dal sellino e mi gridava “Pedala pedala pedala!” è qualcosa che non scorderò: un misto di paura, eccitazione, voglia di libertà ma allo stesso tempo terrore di essere lasciata da sola e di perdere il controllo…E poi, puntualmente, la caduta a terra e le ginocchia sbucciate. Però la bici mi ha insegnato che se insisti e se ci credi per davvero, poi riesci davvero a pedalare da sola, a restare in equilibrio e non voltarti indietro per cercare le mani di papà sul sellino. Crescendo ho sempre continuato a usare la bici per andare in città o per altri spostamenti brevi, e quando ho iniziato l’università a Torino è diventato il mio mezzo di trasporto per eccellenza: casa università, università casa, ogni giorno e anche più volte al giorno. La prima era una bici vecchia, una “graziella” chiamata Flavia, gentilmente imprestatami dalla zia della mia coinquilina. Poi è succeduta la bicicletta rossa regalatami alla cresima, e per tre anni sono riuscita a non farmele rubare, complice un lucchetto molto resistente che le ha protette bene, e la fortuna. La bici mi mette sicurezza, mi fa andare veloce ma allo stesso tempo mi permette di vedere tutto, le piccole cose che se vai in macchina o in treno ti perdi. La bici ti concede di fermarti subito se ne hai bisogno; se stai poco bene, se vedi qualcosa ma lo vuoi vedere meglio, se vuoi girarti meglio il pantalone della gamba destra perché si sta sporcando con la catena. E soprattutto, la bici non inquina questa aria che già è pesante e grigia. È agile, è leggera e non emette niente nell’aria (a parte l’enorme mole di Co2 che esce dalla bocca quando si stanno affrontando delle salite con le gomme a terra). Anche a Cuneo, dove abito, mi muovo spesso in bici; perciò credo che investire su questa forma di mobilità sia molto importante e intelligente, come lo è incentivare le persone a utilizzare questo mezzo. Ci sono state iniziative quali “Bike to work” e “Bike to school” che sono riuscite a sensibilizzare e a convincere più gente a muoversi sulla bici. E da cinque anni esiste un festival interamente dedicato alla bici, in tutte le sue versioni: dalla bici da corsa e quindi il ciclismo come sport per professionisti, alla citybike usata per andare a fare la spesa, e tutto quello che vi è nel mezzo. CuneoBikeFestival è il suo nome, e quest’anno ha come tema centrale le “scelte”, intese come presa di coscienza necessaria prima di passare all’azione. Il Festival non è solo una festa del ciclismo come sport, ma anche un’opportunità per parlare del ciclismo sostenibile, e della montagna come motore di innovazione. Infatti il settore del cicloturismo è in netta crescita, e ha un ruolo importantissimo nel panorama del turismo sostenibile. Il festival, come afferma anche la sindaca Patrizia Manassero, è una dichiarazione di principio ed un messaggio chiaro: Cuneo lavora per una mobilità dolce e per stili di vita sostenibili; inoltre il festival, che durerà dal 18 al 22 settembre, rientra nella settimana europea della mobilità sostenibile, per cui saremo uniti anche con tutti gli altri paesi nel confronto, nell’azione e nel dibattito su questi temi centrali. Ci saranno ospiti importanti che condivideranno con il pubblico le loro esperienze e le loro idee: Paolo Bettini, ex ciclista professionista, alle ore 21 di sabato 20 al Cinema Monviso; Frank Lotta, dj, videomaker e viaggiatore lento, alle ore 21 di venerdì 19, sempre al Monviso; questi sono solo due dei tanti ospiti che il Festival accoglierà, e raccontano due tipi molto diversi di andare in bici: il primo è stato un atleta, ha gareggiato, ha vinto e ha perso, sperimentando lo sport a livelli professionali. Il secondo ha viaggiato lentamente, lo ha raccontato e scritto in un libro e continua a farlo in radio. Oltre agli incontri con gli ospiti sono organizzate molte uscite per bambini, ragazzi e adulti intorno alla città, esperienze che uniscono la ricchezza della nostra enogastronomia, la bellezza della natura che ci circonda e il professionismo delle guide e degli organizzatori. è un festival a 360 gradi perché la bici è a portata di tutte e tutti: si può pedalare ma anche essere passeggeri, e godere della sua lentezza e bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Per maggiori informazioni sul festival, sul programma e su tutti i suoi appuntamenti: <a href="https://cuneobikefestival.it">https://cuneobikefestival.it</a></p>
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		<title>Conletueparole &#8211; Settembre 2025</title>
		<link>https://www.1000-miglia.eu/conletueparole-settembre-2025/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giacomo Civalleri]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Sep 2025 09:40:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ConLeTueParole]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[autunno]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[nostalgia]]></category>
		<category><![CDATA[settembre]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Settembre è un mese che abbraccia sentimenti contrastanti. Tu come vivi il tuo settembre?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p style="text-align: justify;"><b>Settembre è un mese che abbraccia sentimenti contrastanti. La fine della spensieratezza estiva cozza contro la ripartenza delle necessarie attività quotidiane (scuola, lavoro, studi, etc). Poi c&#8217;è il caldo che cede terreno al clima autunnale più mite e le giornate tornano ad accorciarsi.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><b>Tu, come vivi il tuo settembre?</b></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Io dall’ultimo settembre delle superiori mi sento cambiato. In quel mese, di quell’anno, che era l’ultimo che avrei passato fra le mura del liceo di Cuneo per sei giorni a settimana, c’è stato un fuoco incrociato di sentimenti e sensazioni che ancora adesso faccio fatica a capire bene. Gioia e noia per il ritorno alla quotidianità da studente delle superiori. Nostalgia, sicuramente, per il finire di quell’esperienza scolastica. Paura, anche, per l’ignoto futuro. Un po’ come ha sottolineato Annalisa nel suo pezzo. </span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Settembre è una pentola dove non sai cosa puoi trovarci dentro. Potresti pensare alle patate raccolte durante l’estate, bollite, ma anche al brodo di carne con cui mangerai quei noiosi fili di pasta che mia nonna chiamava capelli d’angelo: i </span><i><span style="font-weight: 400;">cavei d’angel</span></i><span style="font-weight: 400;">, in piemontese. Non è un mese incasellabile nel ciclo delle stagioni. Giulia ha fatto bene a ricordarlo, che è il mese delle possibilità, perché settembre, se vogliamo, è tutto e non è niente. Offre delle opportunità, e non possiamo sottovalutarlo, come ha precisato Alessia. </span><span style="font-size: revert;">Per questa ragione, può essere meraviglioso e terribile, settembre, quindi sublime. Come ogni cambiamento d’altronde.  </span></p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Settembre è un mese che porta con sé sentimenti contrastanti. È quel confine sottile tra la leggerezza dell’estate e il peso dei doveri che tornano a bussare alle nostre porte. Le giornate si accorciano, il sole cede gradualmente il passo a un’aria più mite e fresca, e insieme al cambio di stagione arriva anche un cambiamento interiore: un lento riassestarsi, un ritorno a ritmi più strutturati dopo la spensieratezza estiva. </span><span style="font-weight: 400;">Se l’estate è il tempo della condivisione — amici, parenti, incontri e serate che sembrano non finire mai — settembre segna invece il ritorno all’individualità. È il momento in cui ci si ritrova faccia a faccia con se stessi, con le responsabilità lasciate in sospeso e con gli impegni rimandati tra una vacanza e l’altra. Ci si ritrova a rimettere ordine tra le carte accumulate sul tavolo, tra i messaggi non letti e i progetti sospesi, quei “ne riparliamo a settembre” che ora diventano urgenti, reali, ineludibili. </span><span style="font-weight: 400;">Per chi lavora, settembre significa tornare alle riunioni e ai compiti che erano stati accantonati, riprendere contatti e decisioni rimaste sospese. Per chi studia, è il ritorno tra i libri, agli appunti lasciati a prendere polvere durante le vacanze, ai programmi di studio da riorganizzare, agli esami imminenti che richiedono concentrazione e disciplina. Ogni gesto sembra riprendere il suo ritmo naturale, ma con una consapevolezza nuova: si sente che nulla può più essere rimandato, tutto va affrontato. </span><span style="font-weight: 400;">E poi ci sono i buoni propositi settembrini, quei desideri di stabilità e cambiamento che sorgono con forza dopo l’abbandono della spensieratezza estiva. È come se settembre ci sfidasse a mettere ordine nella nostra vita: nei pensieri, nelle abitudini, nei rapporti. Ci spinge a fare i conti con ciò che siamo e con ciò che vogliamo diventare, con la precisione silenziosa di chi sa che il tempo passa inesorabile, ma che offre anche l’occasione di ricominciare. </span><b>Settembre non ha il clamore di gennaio, né l’euforia di giugno: è un nuovo inizio più discreto, più intimo, che richiede pazienza e attenzione. È il mese dei piccoli gesti quotidiani che, messi insieme, costruiscono la stabilità che l’estate ci aveva fatto dimenticare.</b><span style="font-weight: 400;"> È un invito a rallentare, a riflettere e a riappropriarsi della propria vita, prima che l’autunno entri del tutto e con sé porti la sua malinconia e il suo fascino. </span><span style="font-weight: 400;">In fondo, settembre è un mese di equilibrio, di bilanci e di preparazione. Un mese che ci insegna che tornare alla realtà non è una sconfitta, ma un’opportunità per ricominciare più forti, più consapevoli e, forse, più vicini a noi stessi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><em>Alessia A.</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<blockquote>
<p><span style="font-weight: 400;">Settembre per me (e credo per molt*) si traduce con nostalgia. Però quella bella, quella degli strascichi dell’estate di Luglio e di Agosto. Quello che rimane del caldo, delle vacanze lontano da casa, dei pomodori e delle pesche mature e del mare. Quello del sentimento di nuovi inizi sconosciuti, di quel limbo che collega il “dolce far niente” con la ripresa della “vita ordinaria”. Questo Settembre però è diverso per me. Non ci sarà una ripartenza di lezioni e di vita universitaria; a dir la verità non so cosa ci sarà. E questa è una sensazione che non ho mai provato prima, il non sapere a cosa vado incontro perchè non c’è nulla di organizzato, nulla di programmato, semplicemente Settembre, con i suoi cieli tersi, quell’aria un po’ fresca, quelle gite in montagna scampando i temporali, quei gelati che fanno già venire i brividi di freddo. </span><b>Settembre quest’anno mi fa un po’ paura, mi mette un po’ sull’attenti, mi sembra di dover per forza aver qualcosa da fare eppure, paradossalmente, sento anche che mi sussurra di stare tranquilla, perchè tutto andrà bene</b><span style="font-weight: 400;">. Settembre mi culla come una mamma con la sua bambina, mi canta con voce calda e dolce che anche io riuscirò a trovare la mia strada, se rimarrò fedele a chi sono. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><em>Annalisa P.</em></span></p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Una delle canzoni che più mi ha segnato nel corso della mia vita è dedicata al mese di Settembre. Non a caso, una frase mi è sempre rimasta impressa nella mente: “è una vita che provo a capire Settembre, ma non fa per me”. Mi ha sempre colpito, linguisticamente, che Settembre non sia un mese da vivere, un periodo che passa in sordina e che si confonde nel veloce passare dell’anno. Inverno, primavera, estate, le stagioni sono qualcosa che accadono e che riferiamo a determinati eventi: inverno vuol dire Natale, primavera vuol dire allegra attesa del caldo e della rinascita, estate vuol dire vacanze. Per Settembre, invece, si fatica a dare una connotazione: non si può dire che sia autunno, ma nemmeno estate. Non accade niente di rilevante che scandisca il tempo della nostra vita. Ricomincia la scuola, ricomincia la vita quotidiana, certo, ma cosa ci lasciamo dietro? Spensieratezza, noia? Comunque sia, una certa libertà di disporre del nostro tempo. A settembre si perde qualcosa, ma si riacquista qualcos’altro. Qualcosa di bello o di brutto? Dipende.; </span><b>Settembre è il simbolo del cambiamento</b><span style="font-weight: 400;">,</span><b> in cui</b> <b>la sensazione di una vita che finisce si mescola con una che ricomincia.</b><span style="font-weight: 400;"> Settembre è un mese simbolico, in cui le foglie sono al massimo del loro splendore, ma già cadono. </span><b>Settembre non è solo un mese, è uno stato d&#8217;animo: la nostalgia della tediosa serenità estiva, l’eccitazione di un futuro grigio, incerto, ma carico di possibilità.</b></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Giulia Z.  </em></p>
</blockquote>
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		<title>ConLeTueParole &#8211; Agosto 2025</title>
		<link>https://www.1000-miglia.eu/conletueparole-agosto-2025/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Arecco]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2025 08:10:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ConLeTueParole]]></category>
		<category><![CDATA[estate]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quante volte ci siamo detti: “quest’estate stacco tutto”? Lo abbiamo promesso agli amici, scritto nei gruppi, magari anche postato sotto qualche foto di un tramonto: tempo di detox, tempo per me. E poi?Poi arriva davvero, l’estate. Le giornate si allungano, le chat si riempiono di programmi e inviti e mentre fuori il sole picchia, dentro [&#8230;]</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2025/08/Imagen-de-WhatsApp-2025-08-03-a-las-22.33.35_ecda314f-819x1024.jpg" alt="" class="wp-image-9807"/></figure>



<p><span style="font-weight: 400;">Quante volte ci siamo detti: </span><i><span style="font-weight: 400;">“quest’estate stacco tutto”</span></i><span style="font-weight: 400;">? Lo abbiamo promesso agli amici, scritto nei gruppi, magari anche postato sotto qualche foto di un tramonto: tempo di detox, tempo per me. E poi?</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Poi arriva davvero, l’estate. Le giornate si allungano, le chat si riempiono di programmi e inviti e mentre fuori il sole picchia, dentro di noi qualcosa continua a correre. A voler fare, vedere, postare, raccontare.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">Nella redazione di 1000miglia ci stiamo chiedendo se questa storia del “riposo” non sia, in fondo, l’ennesimo mito da smontare. Perché anche quando dovremmo rallentare, ci sentiamo comunque sotto pressione. Sotto pressione di vivere bene, vivere forte, vivere abbastanza da meritare uno scatto in più.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In redazione le teste si muovono lente — non solo per il caldo (non tutti hanno l’aria condizionata, e qui il pensiero genera sudore) — ma perché il tempo libero, d’estate, sembra quasi sospeso. Eppure, anziché sentirci più leggeri, spesso ci sentiamo più fragili. Ci chiediamo se ci stiamo perdendo qualcosa, se stiamo usando bene il nostro tempo, se i nostri “giorni vuoti” valgano quanto le spiagge piene di chi sta lontano. E poi c’è Instagram, che ti mostra le vacanze degli altri mentre tu sei fermo in ufficio, o peggio: in pausa ma senza voglia di fare nulla.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ci siamo accorti che anche il tempo libero ormai si porta dietro un compito. Non basta riposare: devi anche dimostrare che ti stai godendo tutto. Che stai facendo qualcosa di memorabile, o quantomeno condivisibile.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">E allora abbiamo iniziato a farci qualche domanda seria, tra una riunione online e un caffè troppo caldo. Che significa davvero “rilassarsi”, oggi? È possibile non fare nulla senza sentirsi in colpa? Perché anche mentre spegniamo le notifiche, c’è una parte di noi che continua a chiedersi cosa si sta perdendo altrove?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È da qui che nasce questa riflessione. Dal bisogno di guardarci in faccia, anche solo attraverso uno schermo, e dirci che no, forse non siamo i soli a sentirci fuori tempo, fuori scena. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Forse l’estate non è più quel tempo sospeso in cui ci si ritrova. O forse sì, ma bisogna imparare a farlo in modo nuovo, più vero, più nostro.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;">E magari, insieme, possiamo trovare un modo per stare bene anche nei giorni che non raccontiamo. Anche nei momenti senza foto. Anche quando non succede niente — e va bene così.</span></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Da qualche anno vivo un rapporto difficile con i social, in particolare con Instagram. Non l’ho mai considerato strettamente necessario, ed è per questo che è difficile per me capire se è un bene per me usarlo, e se si come.&nbsp;</p>



<p>In estate ho più tempo libero rispetto al resto dell’anno, in quanto studentessa universitaria. Però mi sono chiesta spesso se davvero posso definirmi libera, soprattutto da quella necessità fortissima di postare le cose più belle (o le foto più belle?) che ho vissuto o che ho visto. Spesso mi rendo conto che pubblico delle immagini per me belle esteticamente o che mi ricordano di un’esperienza positiva che ho vissuto. Ma la maggior tempo che “trascorro” su Instagram non è per pubblicare le mie foto (e quindi le cose che vissuto, le mie esperienze di vita), bensì per vedere le foto (e le esperienze) degli altri. E mi sono resa conto che la maggior parte delle volte “esco” dall’app con un senso di magone, di invidia, di tristezza, insomma con delle sensazioni non così positive. A vedere le cose che postano gli altri, mi viene naturale e istintivo confrontarle con quello che sto vivendo io. Magari una mia conoscente si trova in un posto bellissimo, io sul divano dopo una brutta giornata. E allora vedere un’immagine del genere mi fa sentire peggio, perché confronto quello che penso essere la sua vita, con la mia in quel momento. Il problema è che non è un confronto equo, quello tra un’immagine e la mia vita quotidiana, reale, in un certo momento.</p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-right"><em>Annalisa</em></p>





<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Quando ho sentito parlare per la prima volta di FOMO ho pensato che fosse un fenomeno psicologico che non mi riguardava. Da persona introversa, ho sempre sentito l’esigenza di ricaricare le mie batterie sociali prendendomi del tempo per me, piuttosto che forzandomi a mille attività in compagnia che, seppur piacevoli, non mi riposavano. Quest’estate sento che qualcosa è cambiato: sarà che ho iniziato a lavorare, ma percepisco diversamente il mio tempo. Gli anni scorsi, quando ero ancora all’università, il mio tempo libero mi apparteneva e potevo decidere liberamente quando riposarmi e quando andare in vacanza. Adesso è diverso: parte del mio tempo è necessariamente dedicato al lavoro, che pure mi piace, mentre il tempo delle ferie è condensato in pochi giorni l’anno. Certamente, ho tempo di leggere, di vedere film e di fare tante altre attività rilassanti. Ma ora, il tempo con gli amici, il tempo per divertirmi e staccare completamente la testa, anche solo per un po’, dov’è? Ho iniziato a provare invidia per i miei amici che frequentano ancora l’università: ogni giorno postano storie dal mare, dalla montagna o dai musei, ritrovano amici in comune che anche io non vedo da una vita, festeggiano la laurea di quell’amico di lunga data che io non posso più andare a trovare quando e come mi va. Ogni giorno mi appaiono le storie dei miei amici che riescono ancora ad andare in vacanza quando desiderano, senza dover vivere l’ansia di sfruttare ogni minimo secondo dei pochi giorni di ferie. <strong>Quest’estate sento forte la paura che il lavoro risucchi il mio tempo libero. Provo una forte ansia di voler fare sempre di più e al contempo invidia per i miei amici che sui social mostrano tutto quello che non ho più il tempo di fare.</strong> So che i social sono un falso specchio della vita delle persone, ma <strong>come non provare frustrazione vedendo le foto del mare mentre tu sei in ufficio?</strong> Mi aiuta l’introversione, perché anche se volessi fare tutte le cose che ho ansia di fare, non potrei: alla fine della giornata non riesco a non crollare sul divano sfinita e stressata da tutti gli stimoli avuti nella giornata. Che alla fine l’introversione sia la cura alla mia strana forma di FOMO?</p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-right"><em>Giulia Z.</em></p>





<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Questa estate è strana perchè mi sono laureato e mi sono successe tante altre cose belle. E sicuramente quando sto bene come in questo momento tendo a sentirmi più portato ad esprimermi anche attraverso i social. Quindi faccio cose, riprendo momenti e decido di darli in pasto a chi mi segue. Il principio però non è ostentare, onestamente, ma condividere. So perfettamente che chi mi segue bene o male, chi più chi meno, mi vuole bene, o se non mi vuole bene, non gliene frega un cazzo di quello che posto. A questo punto, a me interessa il parere solo di chi mi vuole bene, e accetto questi &#8220;giudizi&#8221; perchè so (o spero) che vengono fatti con una certa cura.&nbsp;</p>



<p>Invece, per quanto riguarda la fruizione delle condivisioni degli altri, ricevo, capto. Di nuovo, se sono persone a cui voglio bene, mi interessa sapere cosa fanno e magari mi sento contento delle loro vicende. Se invece non mi interessano, mi interessa poco cosa combinano.&nbsp;E questo per me vale 365 giorni l&#8217;anno. <strong>D&#8217;estate vedo tante spiaggie, sì, ma non è che durante il resto dell&#8217;anno succedano meno cose. Si va in vacanza anche ad aprile, a settembre, a dicembre. Io guardo curioso o disinteressato, dipende dalla luna.</strong> Tanto so che spegnendo lo schermo troverò qualche cosa di vivo di fronte al mio sguardo.</p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-right"><em>Giacomo</em></p>





<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L&#8217;estate è l&#8217;estate per il caldo o per la leggerezza che porta con sé? E quel senso di serenità è un riflesso di ciò che provavamo da bambini, quando l&#8217;estate era il momento di staccare, di passare intere giornate a non fare nulla, ad annoiarsi, a giocare, al mare, in montagna, nel salotto o nel giardino; diventava la stagione dello “stare”. Di quella condizione, tanto amata e narrata dagli americani, del “dolce far niente”.</p>



<p>E oggi? Che siamo cresciuti e che spesso di dolce, nel fare nulla, ci sono i sensi di colpa per lo studio tralasciato, il timore di star sacrificando emozionanti vacanze in strepitose isole iperturistificate e l&#8217;invidia per chi invece su queste isole ci è andato.</p>



<p>E quindi oggi? Stesa sul divano, dedita a scrollare le storie Instagram, a immaginare le vite degli altri mi chiedo quando arriverà il mio turno di “staccare la spina”. Di dimenticarmi il telefono in valigia e stappare la crema solare, senza il bisogno viscerale e inconscio di aprire Instagram, per un secondino, giusto per dare un&#8217;occhiata.</p>



<p>Per cui voglio fare una proposta a me e a chi mi sta intorno, proviamo a realizzare questo sogno: un&#8217;estate vuota di paragoni e piena di confronti reali, sinceri (e qualche partita a beach volley perché della spiaggia non ci stancheremo mai).</p>
</blockquote>



<p class="has-text-align-right"><em>Alessia R.</em></p>



<p>Alla fine, ognuno di noi ha un’estate diversa da raccontare. C’è chi la vive con ansia, chi con nostalgia, chi con invidia, chi con gratitudine. C’è chi prova a staccare e non ci riesce, chi si rifugia nel silenzio, chi cerca il mare dentro a un pomeriggio qualunque. Eppure, in tutte queste voci — le nostre — qualcosa si intreccia. Una domanda comune, una fatica condivisa, un desiderio che forse ci unisce più di quanto pensiamo: quello di sentirci liberi di vivere l’estate (e il tempo, in generale) a modo nostro.</p>



<p>Liberi dal confronto costante, dai filtri, dalle aspettative. Liberi di non essere sempre “al massimo”.<br>Perché il tempo non si misura solo in cose fatte o in posti visitati, ma anche nei respiri che ci concediamo, nei momenti in cui smettiamo di guardarci da fuori e iniziamo a sentirci da dentro.<br>Forse non serve per forza staccare tutto. Forse basta iniziare a guardarci con più tenerezza. A restare presenti, anche nei giorni lenti, anche quando non succede niente.<br>Anche quando non abbiamo nulla da postare, ma tutto da sentire.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>ConLeTueParole &#8211; Luglio 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessia Arecco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2025 20:11:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ConLeTueParole]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[Cuneo]]></category>
		<category><![CDATA[parole]]></category>
		<category><![CDATA[pensieri]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="819" height="1024" src="https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2025/07/Imagen-de-WhatsApp-2025-07-02-a-las-21.15.37_d7995ba1-2-819x1024.jpg" alt="" class="wp-image-9796"/></figure>



<p style="text-align: justify;">Quante domande ti sei fatto oggi? Io credo di arrivare almeno a duecento solo di questa mattina, tutte nella mia testa, con risposte fittizie e ulteriori dubbi aperti.<br />E invece, quante domande hai fatto oggi alla tua combriccola? Alle persone a te vicine, quelle con cui “ti fai i viaggi”, con cui ti perdi tra le parole, tra i silenzi e i concetti troppo complicati o astratti per essere racchiusi in poche e semplici frasi.<br />Ecco, nella redazione di 1000miglia abbiamo deciso che<strong> ci piace farci domande</strong>, scoprire come i volti, che vediamo durante le riunioni a distanza, vivano quesiti che ci tormentano.<br />Non è stato facile, decidere che si, forse vogliamo “scoprirci” un po’, renderci un po’ più vulnerabili davanti a questo muro di dubbi che ci troviamo davanti (qualcuno la chiama giovinezza, ma a noi piace pensare che si trattino di dubbi esistenziali).<br />Per cui siamo partiti da una cosa che ci accomuna più o meno tutti, chi più chi meno; siamo partiti dal territorio che abbiamo condiviso, gli spazi che abbiamo attraversato e che continuiamo ad animare: Cuneo e la sua provincia, i suoi angoli più insospettabili, le collettività più silenziose, circondata dalle montagne che ne custodiscono le tradizioni e limitano le azioni.<br />Siamo partiti da un dato:<strong> le province si stanno spopolando, i giovani preferiscono le grandi città.</strong><br />Appresa questa informazione ci siamo sentiti divisi. Molti di noi ormai hanno lasciato i paesi della provincia cuneese per sparpagliarsi tra le metropoli italiane ed estere, medie e grandi città a chilometri e chilometri di distanza, ma ancora manteniamo la testa tra questi campi, in queste valli e tra le cime delle montagne (ormai non innevate, maledetto cambiamento climatico; prossima domanda di redazione?). Ci siamo resi conto che una delle poche cose che ci permette di rimanere legati a questo territorio, insieme, è proprio questo piccolo spazio redazionale: come? Perchè? Cosa ci apporta e cosa dà a chi ci sta intorno?<br />Nel tentare di rispondere a queste mille domande che ci sono venute in mente ne abbiamo formulata una come si deve, di quelle da proporre nelle interviste importanti, per cui: <strong>perché è importante portare avanti progetti come 1000miglia e come agisce sulla comunità? </strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">All&#8217;ultimo Salone del Libro stavo vagando con una mia amica nel padiglione Oval, quello dei grandi editori che ha anche un bosco dentro, quando ci siamo fermati allo stand di Chora e Will dove un mucchio di gente era accumulata sugli sgabelli e su appoggi di fortuna ad ascoltare in cuffia Vera Gheno. Lei è una linguista. La voce è forte come quella di chi sa cosa dire e come dirla, tesa verso una fruizione degli strumenti della linguistica con l’obiettivo di avere un impatto sulla realtà delle persone. <strong>Gheno è convinta che basti un semino inculcato nella testa di chi ci sta intorno, parola o gesto che sia, per riuscire a dare il proprio contributo nel definire gli orizzonti del nostro mondo.</strong><br /><strong>Ecco, vorrei dire lo stesso riguardo a quello che fa 1000Miglia.</strong> Siamo pochi, abbiamo poche risorse, ma io credo che il nostro poco possa essere seme buono nel caso in cui anche una sola persona si senta diversa – anche inconsapevolmente – rispetto a com’era prima.</p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Giacomo</em></p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni (o forse da sempre?), sempre più giovani lasciano le province per trasferirsi nelle grandi città. Questo esodo silenzioso è dettato spesso dalla mancanza di opportunità lavorative, dalla scarsità di spazi culturali e dalla sensazione diffusa che, per costruire un futuro, serva andare altrove. Le aree interne e i piccoli centri si svuotano, e con le persone se ne vanno anche energie, idee, possibilità. La provincia diventa così, nell’immaginario collettivo, un luogo da cui partire piuttosto che un luogo in cui restare o tornare. Per questo trovo fondamentale portare avanti progetti come 1000miglia. Perché offrono quello che normalmente manca: un tempo e uno spazio dove potersi incontrare davvero. Dove si può parlare di sé senza filtri, costruire relazioni autentiche, riattivare legami, mettere in comune interessi, vissuti e domande. <strong>È uno spazio che non è solo “culturale”, nel senso classico del termine, ma profondamente umano. In questi contesti ci si sente visti, accolti. Si ha la sensazione di far parte di qualcosa, e non di essere semplicemente “di passaggio”.</strong><br />Un altro aspetto che considero importante è che questi progetti non parlano solo a chi partecipa direttamente ma anche a chi guarda da fuori — chi assiste, chi ne sente parlare, chi inciampa in un frammento. Infatti, si entra in contatto con una dimensione diversa del vivere la provincia. Una dimensione spesso invisibile, ma ricchissima, fatta di idee, visioni e relazioni che normalmente restano ai margini del discorso pubblico.<br />Va riconosciuto che la presenza di spazi istituzionali pensati per i giovani è, di per sé, un valore. Avere luoghi fisici e iniziative promosse da enti pubblici o amministrazioni locali rappresenta un tentativo concreto di contrastare l’isolamento e creare occasioni di socialità. Tuttavia, questi spazi — se sono presenti — spesso risultano frammentati, poco aggiornati rispetto alle reali esigenze del pubblico a cui si rivolgono e costruiti senza un confronto profondo con chi dovrebbe viverli. L’offerta è rigida, legata a modelli consolidati che faticano a rinnovarsi e a dialogare con i linguaggi, i bisogni e le trasformazioni dei fantomatici “giovani d’oggi”. In questi contesti, progetti come 1000miglia si propongono non come una sostituzione, ma come un’aggiunta necessaria: uno spazio aperto, non vincolato da logiche di consumo, capace di accogliere soggettività diverse e costruire senso a partire dall’ascolto e dalla partecipazione. È proprio in questa complementarità che sta la sua forza: non contrapporsi, ma affiancarsi, ampliando le possibilità di espressione, confronto e appartenenza.<br />Partecipare a progetti come 1000miglia è qualcosa che ci riguarda da vicino. Non solo perché ci offre un’occasione per esprimerci, per sentirci parte di qualcosa, ma anche perché rappresenta una forma di impegno collettivo. Prenderne parte significa contribuire a costruire spazi più aperti, più accessibili, capaci di raggiungere anche chi, per tanti motivi, non si sente rappresentato altrove. È un gesto che fa bene a noi, ma che può fare bene anche agli altri. A volte basta poco per far sentire qualcuno meno solo, meno fuori posto. E forse è proprio da qui che può partire un’idea diversa di provincia: non come luogo da lasciare, ma come terreno fertile per creare nuove possibilità. Per alcuni sarà un modo per restare, per altri potrebbe diventare, un giorno, anche un motivo per tornare. </p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Alessia</em></p>
<blockquote>
<p>Se da un lato è giusto e necessario viaggiare, sperimentare e allargare le proprie prospettive, dall’altro bisogna anche prendere coscienza che non tutto il mondo è fatto a nostra misura. Capita che la nostra città di appartenenza spesso sia chiusa, bigotta, pigra e che, per questo motivo, molti gio-vani ricerchino la grande metropoli, dove le persone sono meno giudicanti e le opportunità più variegate. Capisco le motivazioni che portano un giovane a trasferirsi in una grande città: ma d’altro canto è nelle piccole comunità, dove molte conquiste non sono ancora scontate, che inventare, costruire, cambiare e comunicare hanno veramente la possibilità di cambiare le cose e di avere effetti visibili sulle persone. È più facile instaurare un dialogo quando si è in pochi, è più formativo dibattere quando vivi in un ambiente che può non pensarla come te, anche se nessuno nega che sia difficile e talvolta demoralizzante; ma abbiamo la grandissima facoltà di costruire attivamente il tessuto sociale delle nostre città. E possiamo farlo attraverso l’associazionismo: per questo credo che <strong>una realtà come 1000miglia sia in grado di dialogare efficacemente con il tessuto cittadino, proprio perché si pone a portata di tutti, senza pregiudizi, ma con una grande voglia di aprire e arricchire il nostro tessuto sociale.</strong> Trasferirsi in una grande città, dove la società ha già le misure che tu desideri, è confortante, certo. Ma lavorare per far cambiare idea anche solo al tuo vicino di casa, credo sia molto più soddisfacente perché ti dà la misura di come noi possiamo trasformare attivamente la società. </p>
</blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>Giulia</em></p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, 1000miglia si configura come uno spazio di possibilità, un laboratorio collettivo che nasce da <strong>una tensione comune: quella tra il desiderio di partire e il bisogno di restare legati alle proprie radici.</strong> È un progetto che prende forma a partire da domande genuine, spesso scomode, che trovano nella condivisione – tra amici, redattori, concittadini – un terreno fertile per generare pensiero, comunità e senso.<br />Le voci raccolte testimoniano posizioni diverse ma complementari: chi è partito e continua a portarsi dentro la provincia <strong>cuneese come punto di riferimento affettivo e culturale</strong>; chi resta e ogni giorno si confronta con le difficoltà di un territorio che rischia di svuotarsi; chi vede in queste terre un luogo ancora capace di cambiamento, proprio perché più lento, più prossimo, più umano.<br /><strong>1000miglia agisce quindi come un ponte tra le città e la provincia,</strong> tra il desiderio di altrove e la cura dell’origine. Non si limita a raccontare, ma genera relazioni, accende riflessioni, produce senso dove spesso il silenzio prende il sopravvento. È uno spazio in cui la cultura non è un fine, ma un mezzo: per vedersi, riconoscersi, costruire legami e – soprattutto, e speriamo – sentirsi meno soli. Nel contesto cuneese, troppo spesso percepito come periferico e immobile, <strong>una realtà come questa ha un valore prezioso e quasi raro</strong>: è un atto di presenza, un esercizio di immaginazione sociale e un invito a credere che anche nei luoghi “minori” si possa innovare, creare, trasformare. Non con grandi risorse o proclami, ma con il lavoro quotidiano di chi sceglie di esserci, di fare comunità e di dare voce alle domande – e alle possibilità – che ancora resistono.</p>
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		<title>Sicilia tra amore e silenzi: un romanzo di Giacomo Pilati</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Elisa Pirrera]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 May 2025 18:50:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Perdersi tra gli schermi]]></category>
		<category><![CDATA[1000miglia]]></category>
		<category><![CDATA[Amore]]></category>
		<category><![CDATA[Essenza]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Silenzi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Penso sia sempre complicato trovare le parole giuste per parlare di un libro che ti sta veramente a cuore. Come si fa a trascrivere le emozioni che una lettura ti suscita e spiegarne i motivi?  Chiamarlo semplicemente “libro preferito” sembra banale e definirlo emozionante o toccante non rende giustizia alla profondità delle emozioni che le [&#8230;]</p>
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<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Penso sia sempre complicato trovare le parole giuste per parlare di un libro che ti sta veramente a cuore. Come si fa a trascrivere le </span><b>emozioni</b><span style="font-weight: 400;"> che una lettura ti suscita e spiegarne i motivi? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Chiamarlo semplicemente “libro preferito” sembra banale e definirlo emozionante o toccante non rende giustizia alla profondità delle emozioni che le sue pagine possono farti vivere.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">E allora, prima di me, scelgo di far parlare la </span><b>protagonista</b><span style="font-weight: 400;">: </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">«Però non è possibile. Perché io sono una femmina. E lei pure […]. Questo difetto senza Dio, solo mio deve restare. Perché io a lei non la voglio fare patire. Me lo porto io per tutti e due. Come le vecchie col lutto […]. Per rispetto a lei mi tengo il cuore di nero. E non la cerco più.»</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In queste brevi frasi si concentra l’</span><b>essenza</b><span style="font-weight: 400;"> del libro </span><b>Minchia di re</b><span style="font-weight: 400;"> di </span><b>Giacomo Pilati</b><span style="font-weight: 400;">, pubblicato nel 2004 ed edito da Mursia. Una storia che mescola amarezza e orgoglio, stupore e angoscia, ammirazione e malinconia. Il titolo fa un po’ rimanere perplessi, ma invita a scoprirne il significato cercandolo tra queste pagine.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Ambientato alla fine dell’Ottocento in una piccola </span><b>isola siciliana</b><span style="font-weight: 400;">, il racconto segue Pina, che si innamora di Sara, un amore scandaloso e </span><b>inconcepibile</b><span style="font-weight: 400;"> per la società e soprattutto per il padre di Pina. Per sopravvivere, Pina deve diventare Pino, indossando i panni di un </span><b>uomo</b><span style="font-weight: 400;">. La narrazione attraversa la sua vita dall’adolescenza fino alla vecchiaia, raccontata con intensità e realismo, mostrando la durezza della vita, la sottomissione, l’ipocrisia sociale e il peso della religione in una Sicilia di fine secolo. Ma non manca la bellezza dei paesaggi, l’odore del mare, la spensieratezza dell’infanzia, i «brividi di vita» a cui Pina è tanto affezionata.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Nel 2009, questa storia è stata portata sugli schermi con Viola di Mare, il film diretto da </span><b>Donatella Maiorca.</b><span style="font-weight: 400;"> Girato nelle suggestive coste siciliane, offre un&#8217;ambientazione e dei colori perfetti, dando vita e voce alle protagoniste che avevano già conquistato il mio cuore attraverso le pagine del libro. La pellicola regala una nuova dimensione alla storia con immagini e suoni che catturano proprio l&#8217;essenza dei personaggi e del mondo in cui si muovono.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">In un’intervista del 2009, dopo l’uscita del film, viene chiesto a Pilati che rapporto abbia la storia con il luogo in cui è ambientata. La </span><b>Sicilia</b><span style="font-weight: 400;"> è solo uno sfondo o è inscindibile dalla storia? </span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">«La Sicilia è la vera protagonista di questa storia. I silenzi, gli appannamenti, le bocche cucite, la resina degli alberi che si appiccica alle pietre, il sole implacabile e il mare ovunque. Un natura fatta di odori ma anche di carne, di sguardi, di colori, di fumo, di nuvole e di pensieri, di odio e di irraggiungibili passioni. Con il coro greco – altro attore fondamentale del libro – che annuisce, condanna, giudica, deplora e perdona. Ma senza farsi vedere. Una sfumatura. Un colpo di luce. Un fulmine. Un occhio puntato come un indice sulle manovre della vita. Un coro invisibile che diventa verbo. E’ la trama eversiva che porterà le due prime donne del romanzo a sfuggire al coro e al suo spietato controllo, a rilanciare alla fine il tema universale dell’amore a tutti i costi libero dal pregiudizio.»</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Pina è </span><b>realmente esistita</b><span style="font-weight: 400;">, la sua storia, scoperta per caso dall’autore, è stata ricostruita da lui stesso con grande sensibilità, dipingendo una società che fatica ad accettare qualcosa di diverso dalla tradizione e costruendogli intorno questa storia d’amore che soffre per farsi spazio in quel contesto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-weight: 400;">Per tornare allo stesso rapporto con l’isola, anche il linguaggio ne è una forte dimostrazione. Le espressioni e sintassi tipiche del dialetto siciliano con cui è arricchito, da siciliana quale sono, mi hanno fatto pensare che non c’erano proprio modi migliori per esprimere dei concetti se non in </span><b>dialetto.</b></p>
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