Agnostici del clima

L’espressione «agnostici del clima» è stata usata da Jonathan Safran Foer nel libro Possiamo salvare il mondo, prima di cena. Perché il clima siamo noi, per indicare coloro che non sanno se credere o meno alla crisi climatica che stiamo vivendo perché questa minaccia di distruzione organizzata della vita umana è una novità assoluta, non facilmente risolvibile.
Sicuramente di clima se ne sta parlando tanto negli ultimi anni, il «dobbiamo fare qualcosa» è lo slogan del momento, una frase sulla bocca di tutti, me compresa. Eppure sembra che a parte ripetere che bisogna fare qualcosa, stiamo ancora facendo poco. Certo, in questo momento storico stiamo anche vivendo una crisi sanitaria che sta togliendo la vita a tantissime persone, ma il libro di Foer mi ha fatto riflettere sul fatto che bisogna continuare a spargere la voce sull’importanza della crisi climatica. Non è una crisi meno importante delle altre, anzi è forse la crisi più dura che dobbiamo affrontare, e merita assolutamente un proprio posto nella sfera del dibattito culturale. Il tema del clima è complesso e anche gli scienziati hanno ancora molto da scoprire. Non essendo assolutamente un’esperta in climatologia in grado di spiegare in modo tecnico le cause e gli effetti di questa crisi né tantomeno in grado di dare consigli su che cosa si dovrebbe fare, qui desidero condurre una riflessione piuttosto generale con il solo obiettivo di accrescere un po’ l’interesse sul tema. 

Nei film di solito vediamo rappresentati i cambiamenti climatici come un dramma apocalittico ambientato nel futuro. Un’eccezione è rappresentata dal film Interstellar (2014), in cui Christopher Nolan ha situato l’emergenza ambientale proprio nel XXI secolo; le peripezie raccontate e l’odissea attraverso lo spazio ci lasciano così con una domanda: vogliamo davvero arrivare a tutto questo?
Jonathan Safran Foer definisce questa emergenza «la crisi della capacità di credere» sempre per sottolineare che se riuscissimo a credere che il nostro pianeta è in pericolo potremmo veramente vederlo per quello che è. Molte volte è una crisi che sentiamo ancora troppo distante da noi per agire. Ci sentiamo persi tra le cause e gli effetti, tra le statistiche che cambiano continuamente. Riflettere sulla complessità delle minacce che abbiamo di fronte è frustrante, ci fa sentire impotenti. Sappiamo che i cambiamenti climatici hanno a che fare con l’inquinamento, l’anidride carbonica, ma quasi tutti ci troviamo in difficoltà a spiegare come il nostro comportamento collettivo faccia aumentare la siccità o contribuisca a far sciogliere le calotte glaciali. I cambiamenti fanno paura, però, informandoci tutti di più, possiamo affrontarli. Il sapere è solo sapere, se non lo si traduce in pratica, ma le informazioni sono comunque indispensabili per prendere una buona decisione. I fatti di cui leggiamo e sentiamo possono cambiare la nostra mente, è da lì che bisogna cominciare. Inoltre credo che le azioni volte a mitigare il cambiamento climatico nascano dal basso. Certo, ci sono molte multinazionali maggiormente responsabili delle emissioni di gas serra e non è giusto addossare troppo la colpa ai singoli individui. Ma le aziende producono quello che noi compriamo. Prendersela con i “cattivi” non vale di più che partecipare alle manifestazioni di protesta con i “buoni”.

Gli esseri umani hanno una straordinaria abilità di adattamento e più la situazione diventa allarmante più aumenta la nostra capacità di ignorare l’allarme. Anche in questo caso, come in ogni storia buia, l’unica differenza che conta è tra chi agisce e chi non agisce. Gli Stati più ricchi sono maggiormente responsabili delle emissioni di anidride carbonica, ma spesso i meno responsabili del riscaldamento globale sono quelli che ne pagano le conseguenze maggiori: ad esempio il Bangladesh è tra le nazioni più vulnerabili ai cambiamenti climatici, grandi disastri ambientali stanno portando la popolazione ad emigrare, eppure è uno tra i paesi con la più bassa impronta di carbonio e più vegetariani al mondo; insomma, è uno dei paesi meno responsabili per i disastri di cui è vittima. È come se un fumatore incallito che abita dall’altra parte del pianeta causasse un cancro ai polmoni ad una persona che non ha mai toccato una sigaretta.

La nostra Terra potrebbe sfamare milioni di persone denutrite, ma sfama le popolazioni ipernutrite: l’allevamento intensivo non nutre il mondo nella sua interezza, ne affama piccole porzioni e intanto lo distrugge. Dobbiamo renderci conto che il cambiamento è inevitabile. O tutti risolviamo questo problema o nessuno ci riuscirà. Alle distruzioni che abbiamo già provocato non c’è più rimedio e per alcuni esperti forse è già troppo tardi per evitare disastri climatici irreversibili. Stiamo aspettando l’ultimo momento. Qualcuno pagherà per le scelte che stiamo prendendo. Dobbiamo provarci: non possiamo permetterci di chiamare in causa la speranza, perché aggrappandoci alla speranza rimandiamo il discorso. Il pianeta sta esaurendo le proprie energie mentre aspetta l’umanità indecisa. Dobbiamo crederci tutti, anche gli agnostici del clima.
Per concludere, vorrei consigliare due letture che analizzano in modo comprensibile,  ma molto più dettagliato e specifico questo argomento, proponendo anche alcune soluzioni: Minuti contati. Crisi climatica e Green New Deal globale di Noam Chomsky e Robert Pollin e Clima: come evitare un disastro. Le soluzioni di oggi, le sfide di domani di Bill Gates.

Le particelle elementari

Un sacco di cose accadono. Un sacco di cose ci influenzano, ci cambiano, ci fanno pensare di essere altro e di non conoscere più quello che eravamo soliti essere. Un sacco di cose accadono e nel frattempo noi rimaniamo fermi. Come se il treno continuasse a viaggiare ma noi fossimo rimasti fermi a guardare fuori dal finestrino, magari con la mano appoggiata al mento e senza punto fermo su cui fissare lo sguardo. Ci facciamo prendere dall’invisibile, dal minuscolo, dal particolare ma quando ci chiedono di incarnare i vocaboli nel loro significato non ne siamo capaci. Siamo molecole, particelle elementari, che non sanno dove muoversi, non sanno a che fine tendere ma che si muovo nel mondo come in ricerca di un legame, cerchiamo di costruire qualcosa di saldo a cui aggrapparci, come una radice profonda che ci faccia comprendere quanto siamo vivi.

Quanto serve per non sentirci atomi? E quanto ci siamo spesso sentiti atomi in questo periodo?

Siamo tutti un po’ Michelle con il suo vedere il mondo da fuori, con la sua fredda distanza e azzeramento dell’umore e siamo tutti un po’ Bruno, perso nel sesso femminile tanto da non trovarsi ed annullarsi totalmente. Abbiamo tutti il desiderio di stare lontani ma anche vicini, di provare e allontanare, di sentire e stare zitti. Ci troviamo tutti in questo grande mondo senza capire cosa sia più giusto, cosa sia più sensato vivere per noi.

Siamo tutti un po’ le particelle elementari di cui parla Houellebecq, esseri che si perdono nei loro fini e si chiedono come oltrepassarli. Soprattutto ora, soprattutto in questo “anno di pausa”, stiamo tentando di valicare i limiti che che ci siamo costruiti e costruiamo tuttora, che abbiamo tentato di superare senza nemmeno sapere fossero fatti di plastica. L’immortalità, l’atarassia non si raggiunge ma la vita, quella sì. E bisogna ricordare che vita significa anche avere pause, avere momenti in cui chiedersi se non sia tutto solamente un film. Ed è proprio quello che abbiamo imparato a fare adesso. Siamo uomini vivi con le nostre paure e le nostre ferite anche davanti al mondo di fuoco in cui ci troviamo a ballare che ci chiede di non avere cuore e di essere solo razionali.

Siamo particelle elementari nelle loro fragilità più piccole, nei loro minuscoli punti di sutura, nella loro instabilità molecolare. Senza di noi, il resto non sarebbe nulla, anche per quanto inutili ci possiamo sentire. 

Una nebbia silenziosa

La noia è una sensazione che va e viene, è un’esperienza comune e vivida nella nostra mente perché l’abbiamo provata almeno una volta nella vita. Infatti è probabile che in alcuni periodi siamo pieni di impegni, ci sentiamo soddisfatti e completi ma ci sono altri momenti in cui la noia bussa alla nostra porta e noi le apriamo. 

I tedeschi designano la noia con il termine Langeweile, che letteralmente significa lungo tempo. Il tempo della noia ci sembra infinito tanto che utilizziamo spesso in queste situazioni l’espressione “ammazzare il tempo” cioè caratterizziamo la noia come un peso di cui dobbiamo liberarci.

Il dizionario la definisce una sensazione di insoddisfazione e di malessere interiore che nasce da una prolungata condizione di monotonia e di uniformità. In effetti, ci annoiamo quando non siamo soddisfatti di quello che facciamo o di ciò che siamo. Provare noia è come un qualcosa che ci opprime, è come se d’un tratto rimanessimo paralizzati e non fossimo più in grado di fare niente. È uno stato d’animo vasto e oscuro in cui ci si sente come in una scatola ermetica e soffocante. Alle volte la noia fa addirittura paura perché questo tempo vuoto ci porta a riflettere su cose di cui non vorremmo mai trovare una risposta, ci accompagna nei posti più oscuri dell’animo. 

Alcuni scrittori hanno provato a spiegare questo sentimento. Secondo Leopardi la noia è l’assenza di passioni ed emozioni, sia negative che positive, è il vuoto dell’animo umano. Quindi per il poeta la noia è il nulla, un vuoto totale in cui l’uomo si perde di tanto in tanto.  Il filosofo Pascal, invece, considera la noia come una debolezza dell’uomo, un atteggiamento dannoso perché mostra la miseria dell’uomo che non riesce a trovare nella sua esistenza un senso, uno stimolo. 

Al contrario, lo scrittore italiano Alberto Moravia nel romanzo “La Noia”, da cui è stato tratto anche un film, descrive questo sentimento  utilizzando una metafora potente: “(…) quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prendere sonno veramente”. L’autore ci sta dicendo che quando ci sentiamo annoiati è come se niente funzionasse, niente ci va a genio. Inoltre la noia porta con sé quella sensazione di apatia verso tutto in cui ci sembra di non riuscire a trovare una soluzione per porre fine alla stessa noia. 

Ma come possiamo uscire da questa situazione? Il divertimento combatte la noia o è forse un altro modo di scappare dalla realtà? 

Forse la noia ha bisogno di essere risolta alla radice, non basta solo scappare via perché ritorna. Quando arriva la noia è perché non siamo soddisfatti di qualcosa e così ci porta a scoprire e provare cose nuove.

Ma questa continua voglia di cercare qualcosa di nuovo che attiri la nostra attenzione è perché abbiamo già troppo? La noia è forse un capriccio di chi sta bene? Forse no, la noia non è solo una scusa che usano i fannulloni per giustificarsi ma è una condizione che proviamo tutti indipendentemente dalla nostra situazione economica o sociale. 

Quindi forse non è poi così male annoiarsi ogni tanto se poi ne usciamo arricchiti. Come diceva il filosofo Martin Heidegger, questa《nebbia silenziosa》della noia profonda ci fa vedere l’insieme delle cose e delle persone sottratte dall’indifferenza, ce le fa vedere sotto una nuova luce dell’attimo e dello sguardo aperto.

Lo sport rientrerà in scena o rimarrà dietro le quinte?

La formazione del nuovo Governo presieduto dall’ex Presidente della BCE Mario Draghi ha generato la mancanza di un Ministero dello Sport e questa è una scelta che va in antitesi con l’esecutivo precedente. Ringraziando, da sportivo, l’Onorevole Vincenzo Spadafora per l’ottimo lavoro fatto, ne sottolineo le capacità, in questo momento delicato, di far valere i diritti dei mestieri e delle professioni che sono presenti all’interno del sistema sportivo attraverso una valenza mediatica e successivamente tramite dei sussidi.

 In questo momento la non istituzionalizzazione di un dicastero dello sport rischia di far decadere il lavoro che è stato fatto precedentemente alla Crisi di Governo. Questo settore è una realtà che ha bisogno di diritti mentre spesso nella storia della Repubblica Italiana è stato dimenticato dalla politica. Il Governo Draghi ha scelto di non attuare un Ministero senza portafoglio per l’ambito sportivo e tale scelta potrebbe far felice il CONI che, essendo un ente autonomo per motivo storico-politico, ritorna ad avere un ruolo importante mediaticamente con il suo presidente Giovanni Malagò. Allo stesso tempo, però, non avrebbe un ruolo centrale in termini politici perché sappiamo benissimo che la figura ministeriale consente di essere presenti nell’esecutivo e di avere un ruolo principale negli iter legislativi parlamentari soprattutto in questo momento che il MES e il Recovery Plan sono dei sogni possibili.

Calandoci nello sport territoriale è presumibile che un rischio sia legato fortemente allo sport dilettantistico che è fermo da un anno e per gli studiosi o intellettuali sportivi è basilare sapere che questo tipo di realtà è il trampolino di lancio per i giovani talentuosi ed il bacino di pesca per le serie maggiori che, se hanno bisogno di investire sui progetti giovanili, vanno ad attingere proprio in tale categoria. Per non parlare delle realtà economiche come la vendita dei biglietti agli spettatori, la sponsorizzazione delle realtà sportive locali da parte delle piccole-medie imprese che, se “aprono e chiudono” continuamente e con orari limitati, è difficile che continuino a sponsorizzare lo sport locale per i prossimi anni, insomma una sorta di circolo vizioso che ha il sapore amaro per i lavoratori, i volontari e gli appassionati di questo ambito. Oltre al discorso economico, ricordiamoci che lo sport locale ha uno scopo altamente educativo-pedagogico per i bambini, ma anche un servizio sociale per i genitori che spesso essendo costretti a lavorare entrambi, possono contare per i propri figli su delle istituzioni che svolgono un servizio educativo sportivo di grande utilità per la comunità. Comunque, occhi aperti, analizziamo, osserviamo e staremo a vedere…

Michele Gerboni

L’arte della fotografia

Nella società odierna fare le foto è diventato alla portata di tutti. Che sia col cellulare o con una macchina fotografica professionale a molti piace catturare dei momenti di vita. Spesso scattiamo delle foto a quello che mangiamo o ai posti che visitiamo. Ma in questa marea di gente che fa foto per immortalare un ricordo, c’è anche chi della fotografia fa la propria professione.

Come fa Platon, fotografo nato in Grecia da una famiglia di artisti: la madre è infatti una storica dell’arte, mentre il padre è un architetto. Platon considera la macchina fotografica uno strumento di comunicazione attraverso il quale può raccontare delle storie. Ed è proprio quello che fa: tramite le foto comunica dei messaggi potentissimi. Per Platon infatti la cosa più importante è il sentimento, il messaggio che vuole fare arrivare alle persone. Attraverso le sue fotografie, anche mediante i ritratti, riesce a trasmettere l’anima dell’oggetto immortalato.
Platon ha iniziato la sua carriera fotografando non miti e celebrità, ma scattando in strada, fotografando la gente povera. Ma grazie alla sua maestria e alla sua capacità di arrivare al cuore dell’osservatore, Platon è diventato un fotografo di fama mondiale: così ha fotografato le persone più importanti e potenti degli ultimi vent’anni, da Bill Clinton a Gheddafi. Mantenendo sempre una grande semplicità, si caratterizza per uno stile audace che arriva dritto alle persone. Nella fotografia cerca risposte, analizza la condizione umana e costruisce un legame tra il soggetto della foto e l’osservatore. La dignità dei soggetti si evince dal loro sguardo, forte e provocatorio.

Platon può essere definito un provocatore culturale perché attraverso l’arte porta alla luce le situazioni difficili dell’umanità, come la violenza e la guerra; riesce a inserire nei suoi scatti una magia e un’intimità che creano un opera d’arte.
Nel proprio lavoro Platon cerca non il bello, ma il vero: coglie i dettagli più nascosti dell’uomo e li rende accessibili a tutti. Avverte una grande responsabilità nel raccontare le storie nel modo più adeguato per far arrivare il messaggio giusto. Lo fa con delicatezza e determinazione.
Per vedere con i vostri occhi l’arte di Platon potete visitare la sua pagina: http://www.platonphoto.com/

Alice Taricco

L’amicizia tra COVID e mafia

È passato un anno da quando è arrivata la notizia che un nuovo virus stava iniziando a espandersi in tutto il mondo e che sarebbe stato necessario adoperarsi per fronteggiarlo. In questo periodo i ritmi e le abitudini delle persone sono radicalmente cambiati, con la didattica a distanza, le innumerevoli, ma essenziali misure di sicurezza, i lockdown e la chiusura di moltissime attività della nostra penisola. Insomma, il COVID-19 ha sconvolto tutti e milioni di persone si sono ritrovate a dover affrontare all’improvviso situazioni sgradevoli, sia personali che economiche.
In Italia i dati sulla situazione economica sono allarmanti: circa il 7.7 per cento degli italiani vive in condizioni di povertà assoluta e non ha le risorse necessarie per il sostentamento, mentre il 14.7 per cento si trova in una posizione di povertà relativa ed è in difficoltà rispetto al livello economico medio della nazione. Molti lavoratori non possono contare su una rete di sicurezza sociale e la spesa pubblica è aumentata enormemente, soprattutto in settori come quello della sanità e dello smaltimento di rifiuti speciali (per smaltire o sterilizzare mascherine, guanti e altri sistemi di protezione).

In un clima così instabile e critico, la criminalità organizzata è riuscita a trarre dei vantaggi.
Le mafie sono multinazionali e, come tutte le organizzazioni internazionali, sono state colpite duramente dalla pandemia: le rotte della droga sono state bloccate e i canali per il traffico di esseri umani si sono ristretti. Anche i ristoranti, luoghi comuni per il riciclaggio di denaro, hanno dovuto chiudere e hanno perso i propri clienti. Da sempre, però, le mafie sono state brave a trovare grandi opportunità in momenti di crisi e malfunzionamento del paese. Capire come ribaltare la situazione a proprio vantaggio e guadagnarci è il loro punto di forza.
La pandemia ha offerto alla criminalità organizzata un’occasione imperdibile: rafforzare il controllo sul territorio. Federico Varese, professore di criminologia a Oxford ha scritto che «alcuni gruppi criminali sono alla ricerca di una merce preziosa e intangibile: la legittimità che si fonda sul consenso sociale»; così si guadagnano il rispetto e la fiducia dei locali, i quali diventano debitori: se si accetta un favore dalla mafia, poi verrà chiesto di ricambiare, prestando un telefono, votando per un candidato alle elezioni, ospitando una riunione, nascondendo un pacco o una persona. È una strategia antica, anche se solo recentemente è stato coniato il termine welfare mafioso.
In primavera 2020 a Palermo, mentre molte famiglie facevano fatica a fare quadrare i conti e il governo continuava a far rimanere tutti a casa, alcuni boss mafiosi si sono messi a distribuire pacchi di pasta in piazza. In Campania la Camorra ha sospeso il pizzo e ha cominciato a regalare zucchero e caffè. Sono diventati i Robin Hood del COVID-19, allargando la propria rete di contatti e potenziando il loro controllo sul territorio.
Nell’ultimo anno la criminalità organizzata si è diffusa notevolmente anche in quelle regioni che prima erano poco associate con l’attività mafiosa, ad esempio l’Emilia-Romagna. Sia gli episodi di usura che le denunce sono aumentati, l’obiettivo degli strozzini non è solo il guadagno, ma anche avere il controllo delle aziende quando il debitore non può pagare: gli imprenditori diventano burattini in mano agli usurai e la criminalità continua a circolare.
È nel riciclaggio e negli investimenti che oggi il crimine organizzato è più attivo: è la cosiddetta mafia trasparente, talmente pulita che non si nota neanche.

Il governo italiano si trova in estrema difficoltà: non offrire aiuti e prestiti significa spingere persone e aziende verso attività criminali, offrirli significa attirare l’attenzione e le intercettazioni mafiose. In tutto questo l’Italia sta per ricevere un notevole aiuto economico dal Fondo per la ripresa e, da sempre, la ‘ndrangheta ha dimostrato di avere le amicizie giuste ai vertici delle istituzioni nazionali e internazionali per intercettare questi fondi. È una situazione estremamente delicata, pur avendo leggi rigorose e agenzie dedicate a trattare determinate circostanze.
Il 13 gennaio 2021 è iniziato un processo alla ‘ndrangheta a Lamezia Terme in Calabria, il più grande degli ultimi trentacinque anni. Più di novecento testimoni saranno ascoltati in una sala enorme trasformata in tribunale per ospitare più di mille persone tra giudici, avvocati e pubblico. La maggioranza degli imputati non rispecchia lo stereotipo dell’italiano mafioso (un tarchiato fumatore amante del cibo e dei bordelli), al contrario è costituita da professionisti, ragionieri, avvocati, dirigenti d’azienda, politici e perfino poliziotti che indossano abiti eleganti.
Questo dimostra che la mafia attuale si sta allontanando sempre di più dai luoghi comuni e che è ovunque.

Negli anni sono state vinte numerose battaglie contro le organizzazioni criminali; la maggior parte degli italiani ha un forte senso civico e ama il proprio paese. Se la crisi dovuta al Coronavirus contribuirà a unire ancora di più il paese, a insegnare il valore delle regole e a diffondere un’idea di condivisione e armonia, allora continueremo a sviluppare i giusti anticorpi contro le attività criminali, combattendole e, eventualmente, sconfiggendole.

Chi siamo, in breve...

Siamo un gruppo di ragazzi che vuole diffondere ottimismo e voglia di mettersi in gioco non solo attraverso una rivista.

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