Soledad: vite urgenti

Il 13 giugno è uscita in 26 sale italiane la pellicola di Agustina Macri “Soledad”, che racconta la “Vita urgente” di Maria Soledad Rosas, suicidatasi dopo esser stata ingiustamente accusata, insieme al compagno Edoardo Massari, di ecoterrorismo contro la TAV. Il film, accolto da forti contestazioni, non sarà proiettato a Torino… Ma è un importante spunto per riflessioni profonde, in un mondo che si rifiuta di condividere e lottare.

Antigone:“Non sono nata per condividere odio, ma per amare con chi ama.”
Antigone, Sofocle

Era il 22 giugno del 1997 quando Maria Soledad Rosas, ventitreenne, arrivava in Italia con l’amica di famiglia Silvia Granico. Giunse a Torino affamata di vita, con uno zaino carico di sogni e Amore…  Ma lei, forse, nemmeno lo sapeva. A Buenos Aires aveva lasciato una famiglia affettuosa ma opprimente, qualche frequentazione sbagliata e gli errori universitari. Fu per caso che, alla ricerca di un tetto, conobbe un gruppo di squatters torinesi, di cui anche Edo, “Baleno”, faceva parte. Iniziò a partecipare alle loro attività, forse senza troppa convinzione, indecisa, confusa e imbarazzata durante le manifestazioni di dissenso alle forze dell’ordine: seguì semplicemente la corrente delle altri voci. Poteva essere una fase, scandita dalla neonata relazione con Baleno. Ma non sarà così.

Il loro fu un Amore con la A maiuscola, libero da etichette, convenzioni sociali, di quelli che danno la vita a idee e sogni, che si rifiutano di ingabbiarsi in una conversazione sterile al tavolo di un ristorante, che nascono da ideali condivisi e vogliono restituire altrettanto amore alla comunità. Un amore che si può provare solo a vent’anni e con un’anima pura. Vivo, appassionato, figlio di un Credo, non per forza giusto o sbagliato, ma vissuto.

Sole e Baleno furono arrestati nel marzo 1998, durante un blitz della polizia all’Asilo Occupato di Collegno, e accusati ingiustamente degli attentati alla Torino – Lione. Qui, tra le mura del carcere Le Vallette di Torino, Sole smise di essere una ragazza come tutte le altre, maturando un pensiero razionale e articolato come mai prima aveva fatto. Il 4 marzo del 1998, Maria Soledad Rosas diventa un’eroina tragica: sola di fronte alla giustizia, all’ignoranza e al disinteresse di chi viveva nell’illusione del benessere. Sola perché Baleno l’aveva abbandonata il 28 marzo del 1998, impiccandosi nella sua cella.
Sole si uccise l’11 luglio 1998, a Bene Vagienna, nella comunità Sottoiponti, dove stava scontando i domiciliari.

La bellezza di quest’opera prima di Macri sta nell’assenza di una definita retorica politica. La regista, figlia del presidente Argentino, riesce a regalarci, con un linguaggio diretto e semplice, un film che ha il pregio di non perdersi in dialoghi teatrali e che esprime intere pagine del libro da cui è tratto (Amore e Anarchia, Martìn Caparròs, Einaudi) in poche immagini.
Il contesto storico si presenta attraverso la ricostruzione accuratissima della Torino degli anni ‘90, tra telefoni, manifesti e costumi, senza perdersi in descrizioni didascaliche della scena politica ed economica dell’epoca. Al tempo stesso, il romanzo di formazione di Sole, irrompe con tenerezza e forza tra i muri grigi della Torino Industriale. Non c’è denuncia nei confronti di nessuna delle parti, e i personaggi esprimono i concetti a cui sono associati nelle loro contraddizioni. Il suo suicidio fu un gesto di immenso valore politico, più di qualsiasi adesione partitica. Fu una decisione libera, pensata, sofferta, dignitosa e, credo, non del tutto legata alla perdita affettiva di Baleno. Fu, purtroppo, l’unico gesto possibile dopo la morte del compagno di vita e di Lotta. Soledad non sarebbe mai potuta tornare libera, lasciandosi inghiottire da un mondo che non aveva saputo comprenderla e darle ciò che davvero voleva.
Se l’Antigone di Sofocle fosse stata scritta e ambientata negli anni ‘90, si sarebbe chiamata Sole.

Quindi guardate questo film. E riflettete su quello che volete che siano i vostri vent’anni. Perchè, oggi come allora, il cambiamento è urgente. La vita è urgente.

 

Pagina di diario

A volte capita che tutto per un istante si fermi. Si rimane incantati e per un millesimo di secondo il mondo intorno a noi ha smesso di girare. Come se tutto per un attimo si fosse congelato e il tuo sguardo, in quel breve lasso di tempo, è rimasto fermo a fissare un punto, senza pensieri.

Un movimento, un suono, una voce, ci riporta alla realtà e il mondo ricomincia a girare. Eppure non distogliamo lo sguardo da quel punto, continuiamo a concentrarci su di esso e nel mentre percepiamo ciò che ci circonda. Come quando si osservano le onde del mare al tramonto, l’erba scossa dal vento, le stelle che luccicano in cielo, o i fuochi d’artificio in lontananza la sera di Capodanno.

Li ho osservati molto quei botti, riuscivo a distinguerne perfettamente il movimento, il suono, i colori e le forme. Li fissavo estasiata, quasi invidiosa di non poter esprimere con tanta potenza e libertà ciò che provavo in quel momento. I propositi, le speranze, i progetti. Sentivo dentro di me emozioni contrastanti. Felicità e gioia per l’anno nuovo e tristezza e malinconia per quello passato. Ero come bloccata in quell’atmosfera di urla e risate, ma tutto rimbombava in lontananza, quasi come se stessi sognando.

 

Una voce mi ha richiamato alla realtà gridando il mio nome, mi sono risvegliata da quell’attimo infinito e ciò che ho visto mi ha fatta sorridere. Vedevo le persone abbracciarsi e baciarsi, amici, parenti e anche sconosciuti, sentivo grida, risate, pianti di gioia, persone che ballavano e cantavano con un bicchiere in mano. Riuscivo a percepire l’energia del momento, come se tutto lo stress e le ansie accumulate durante l’anno si stessero finalmente sprigionando, liberando quei cuori, ora molto più leggeri.

 

Ho pensato che quello era il momento giusto per iniziare da capo, come ogni anno, o almeno provarci. Le opportunità, le esperienze, le scelte del futuro non sembravano poi più così lontane e irraggiungibili. Sentivo di far parte di qualcosa, un legame tra di me e ciò che mi stava circondando. Non c’era posto più giusto in cui trovarmi in quel momento. Era come essere a casa.

La guerra di Paolo

Dicono che la ricerca della felicità duri tutta la vita, che, per quanto ci si possa trovare vicini, questa ci sfuggirà ancora e ancora; più che una ricerca, da come lo descrivono, sembra un inseguimento. Bene, Paolo aveva corso veloce, perché era ad ormai pochi centimetri da essa.
Ma, prima di raccontare ciò che stava per accadergli, è necessaria un’introduzione appropriata.
Paolo era il classico ragazzo di paese con poche storie da raccontare. La sua famiglia si era disgregata con il passare della sua tenera età: i suoi litigavano sempre e, pensando che sarebbe stato meglio per il bambino, sua madre si allontanò da lui e dal padre. Questi però lavorava parecchio, dalle sei di mattina alle sette di sera. Ed ecco la combinazione perfetta perché Paolo, crescendo, si facesse attrarre dalla vita di strada. Paolo però aveva un pregio: non era condizionabile, era testardo come un mulo. Nessuno riusciva a modificare i suoi modi di fare o il suo pensiero. Fu così che si salvò la vita, schivando proiettili che gli si presentavano sotto forma di piacevoli passatempi o di lavoretti innocui per persone poco raccomandabili. Paolo era molto più forte di quanto si rendesse conto, era un adolescente con la consapevolezza di un adulto, ma con gli occhi innocenti di un cucciolo.
Il suo comportamento così al di fuori della norma per un ragazzo della sua età aveva incuriosito un sacco di persone, ma poche erano rimaste davvero. Solo due tra queste potevano considerarsi suoi amici intimi, anzi, amiche: Greta e Lucia. La sensibilità di Paolo si sposava più facilmente con quella dell’altro sesso: era malinconico ma simpatico, molto più socievole quando ci si trovava da soli con lui che quando si era in gruppo. Uno a cui affidare i propri segreti con la sicurezza che se li sarebbe portati fin nella tomba. Non che non avesse amici maschi, ma era pessimista rispetto alle qualità del genere maschile, era remissivo ad intrattenere conversazioni particolarmente serie con essi. Anche se non sempre era stato così, fino alla terza media aveva rivolto la parola a due persone appartenenti l’altro sesso, una delle quali era la sua insegnante di musica, che lo aveva preso in simpatia. Poi era arrivata la prima cotta, non ricambiata, che gli aveva permesso di scoprire quanto fosse importante per lui confrontarsi con le ragazze.
Immaginatevelo: bruttino, non particolarmente muscoloso, a combattere per non abbandonarsi alla strada. Era tentato, ma sapeva che suo padre si sarebbe sentito responsabile e lo rispettava troppo per causargli un simile dolore. E poi suo padre aveva sempre fatto il possibile perché Paolo fosse felice e perché non gli mancasse nulla, a costo di sacrificare del tempo che avrebbero potuto trascorrere insieme lavorando. Così facendo aveva però rischiato che il ragazzo si buttasse via, ma era troppo stressato per rendersene conto.
Quando iniziò la meravigliosa stagione delle prime volte, Paolo conservò, in qualche maniera, la propria innocenza. Era spesso preso in giro per questo suo trovarsi in una sorta di bolla, ma non gli importava. Era felice, lo era davvero. In Greta e Lucia aveva trovato qualcosa che lo stimolasse, senza che venisse giudicato. Poteva dare sfogo a ciò che aveva da dire, e ne aveva parecchio. Però, parlando, non era in grado di esprimerlo appieno. Così decise di provare a scriverlo, e fu una benedizione: le parole sgorgavano così spontaneamente da fargli sembrare di essere un’altra persona. La frase di Ernest Hemingway che aveva schernito tempo prima gli tornò in mente, e si rese conto che aveva ragione. “Scrivere non è difficile. Basta sedersi davanti ad un foglio e sanguinare per un paio d’ore”. E Paolo sanguinò parecchio. Sanguinò per mesi senza quasi fermarsi, e compose un libro.

Come tutte le belle storie, deve per forza esserci un intoppo da qualche parte. Il suo fu scoprire di essere gay. So cosa starete pensando e, no, non sono omofobo. Lasciate che vi spieghi. Per lui non era un problema, come avrebbe potuto. E nemmeno per Greta e Lucia. Per suo padre lo era eccome, invece: si era spaccato la schiena perché fosse “normale” (parole sue, Dio me ne scampi) e come ricompensa lui era diventato “Uno di loro”. Non la pronunciava nemmeno la parola gay, gli provocava ribrezzo solo il suono che questa assumeva. Non giudicatelo, non era un uomo cattivo. La sua famiglia lo aveva avvelenato con quest’ideologia, e ormai era troppo tardi per estirparla. Il rapporto tra i due di conseguenza andò gradualmente scemando: Paolo, giustamente, non sopportava il pensiero stereotipato del padre, e quest’ultimo era convinto di aver sbagliato qualcosa nell’educare il figlio, e se ne vergognava atrocemente.
In una situazione del genere non esiste una scelta corretta né, tantomeno, una errata. Quella di Paolo, però, fu parecchio avventata: scappò di casa. Aveva poco più di diciassette anni. Si trasferì momentaneamente nell’abitazione del suo ragazzo, ma poco dopo si lasciarono; si trovò improvvisamente senza un luogo in cui trovare rifugio e con una manciata di spiccioli nel portafoglio. Fu la settimana più lunga della sua vita: dopo un giorno e mezzo terminò i risparmi, ma il suo orgoglio gli vietò di tornare strisciando dal padre. Era solo contro il mondo, che allo stesso tempo si stava però mobilitando per cercarlo. Suo padre si era pentito dal momento esatto in cui aveva messo piede fuori da casa e, per provare a trovarlo, denunciò la sua scomparsa.
Ma, come si dice, non tutte i mali vengono per nuocere: mentre Paolo cercava di rubare un pezzo di pane dentro un supermercato, fu scoperto da un giovane commesso dall’accento ispanico; avete presente il tanto desiderato amore a prima vista? Tra loro andò più o meno in questo modo, con l’eccezione che il primo appuntamento fu un inseguimento attraverso il parcheggio del supermercato. Come terminò? Ovviamente in modo romantico: il commesso placcò Paolo, che lo pregò di lasciarlo andare. E così fu, e il fuggitivo, essendo in debito, offrì un caffè al benefattore, pur essendo cosciente di non potersene permettere nemmeno una goccia. Il commesso, che per informazione si chiamava Miguel, non sembrò particolarmente stupito della storia di Paolo, cosa che disturbò in qualche maniera il ragazzo. Venne il turno di Miguel di raccontare la propria vita: ed ecco che, con una semplicità inaudita, tutti i pezzi del puzzle che componevano l’esistenza di Paolo iniziarono a combaciare. Si innamorò subito, e in quel momento capì davvero che cosa avrebbe voluto e dovuto essere. Erano entrambi timidi, ma avevano un disperato bisogno di contatto fisico. Spero non sappiate di cosa parlo, ma è quella sensazione che si scatena quando ci si sente persi e si ha bisogno di aggrapparsi fisicamente a qualcosa, di stringerlo abbastanza forte da impossessarsene. Quella sera stessa finirono a letto insieme, e, per quanto sembrasse affrettato, la sintonia tra di loro era evidente.
Fu un nuovo inizio. Il giorno seguente Paolo tornò a casa, e il padre lo abbracciò come non lo aveva mai fatto prima. Si scusò, ma era così felice da non riuscire a scacciare via il sorrisetto da ebete che gli si era scolpito sul volto. Ricordava molto bene quel momento, in cui, nonostante non avesse dormito per due notti di fila, si sentì forte; ma non una forza descrivibile, piuttosto qualcosa di così intenso e fugace che, una volta scomparso, ti lascia senza forze e con il fiato corto.
Nonostante il suo talento, Paolo pensava che non sarebbe mai diventato uno scrittore. Era discontinuo in tutto, e, seppur la sua passione fosse considerevole, la costanza era quella spinta in più che gli era e gli sarebbe sempre mancata. Tranne che in un aspetto: aiutare gli altri. Aiutare gli veniva così bene che sarebbe stato uno spreco non sfruttare questo suo talento in modo che gli permettesse di vivere in modo dignitoso. Aiutare ed essere aiutati. Si era sentito solo abbastanza e non gli era piaciuto.

La sintonia tra i due amanti non si scalfì con il passare del tempo. Ogni secondo che passava si rendevano conto di quanto fossero indispensabile l’uno per l’altro, e per loro non esisteva nulla di meglio. Paolo convinse Miguel a riprendere gli studi, e questi si diplomò dopo un anno circa.
Volevano costruirsi un futuro stabile, concedersi la sicurezza che a loro, per motivi diversi, non era spettata. Ma trovarono qualche intoppo, anzi, trovarono un muro di cemento armato ad aspettarli. La discriminazione a cui gli omosessuali sono sottoposti non è una novità; certo, nel 2019 nessuno si osava criticare ancora apertamente gli omosessuali, si sarebbe ritrovato contro uno tsunami di falsa indignazione. La verità è che la battaglia contro l’omofobia non era stata nemmeno iniziata checché se ne dicesse. La tolleranza era quasi nulla, figuratevi il rispetto. Non potevano sposarsi senza che in tutto il paese si scatenassero un’indignazione ed un distacco totali.
Si trovavano davanti ad un bivio, ma entrambe le strade erano pericolanti: nascondere il loro orientamento sessuale e nascondersi, provando a vivere come le persone “Normali”, come le definiva il padre di Paolo; oppure esporsi, senza rinnegare la loro indole, correndo di fatto il rischio che le poche porte che la vita gli avrebbe aperto si sarebbero rivelate basse e strette. Avevano venticinque anni ormai, e dovevano compiere quest’ingiusta scelta. Paolo, testardo com’era, non dubitò mai del fatto che si sarebbe esposto; Miguel, meno coraggioso, aveva paura. Paura di amare, ecco a cosa si era dovuto ridurre. E la paura gioca brutti scherzi, è risaputo. Passarono mesi, e il rapporto dei due si raffreddò sempre più. Litigavano sempre senza un vero motivo. Un giorno Paolo trovò un biglietto sul proprio comodino: “Non ti ho mai meritato. Sii tutto quello che vuoi e puoi essere”. Fu un colpo duro. Ma Paolo lo era di più.

Scrisse, guidato dalla rabbia, pagine e pagine di critica contro un mondo razzista e oppresso dalla paura del “Diverso”, anche se di diverso non aveva un bel niente: aveva un naso, due occhi, due braccia e due gambe. E un cuore enorme. Ecco, quello era il suo difetto: avere un cuore troppo grande per una gabbia così piccola.
Avrebbe potuto rassegnarsi, ma non ne volle sentir ragione. Il suo essere così testardo lo salvò di nuovo. Scrisse per mesi senza praticamente fermarsi. Chiamò il suo libro “Tutti sbagliano”, in cui perdonò tutti coloro che avevano avuto pregiudizi nei suoi confronti, a condizione che si impegnassero nell’ampliare la loro elasticità mentale. Lo presentò ad un suo vecchio amico, che era diventato editore, e questi lo pubblicò senza indugiare. Fu la seconda più grande soddisfazione della sua vita, la prima ve la racconterò a momenti. Ebbe un discreto successo, e poté così formare un’associazione che rappresentava i diritti degli omosessuali, riuscendo, con il tempo, a sensibilizzare parzialmente la considerazione nei confronti dei gay. Ovviamente si fece dei nemici, ma era inevitabile. Li ignorò sempre, lasciando che gli insulti ricevuti si ritorcessero contro gli accusatori.
Aveva però tralasciato la sua vita sentimentale. Ma sentiva di non essere pronto ad impegnarsi prima di poter amare senza che ciò avesse ripercussioni negative sulla sua vita. Gli mancava, però, qualcuno in cui riporre il suo spropositato amore.
Ed è qui, amici, che possiamo ricongiungerci a ciò che vi ho narrato nelle prime righe. Vi ho detto che Paolo stava per provare una felicità che mai avrebbe pensato gli fosse stato concesso di provare. Ed è così: decise di adottare un bambino. Sebbene le normative sull’adozione non fossero molto definite, il suo gesto, essendo ormai una sorta di personaggio pubblico, sarebbe stato forte. Dovette lottare anche per quello, ma alla fine vinse. Il tragitto che dalla macchina lo portò ad incontrare il suo futuro figlio gli rimase scolpito nella mente: il vento, che trascinava pigramente le nuvole con sé, l’odore della pasticceria accanto al centro adozioni, e la macchia di caffè che si stagliava fiera sulla sua camicia a quadri.
Ed eccolo lì, giunto al momento che si sarebbe rivelato il più felice della sua vita. Nessuna sensazione raggiunse mai quel grado di intensità, mai quella forza spiazzante che rende un uomo invincibile e completo. Lo chiamò Miguel, per non scordarsi da dove tutto era iniziato.
Forse, se sono stato sufficientemente abile nel farvi apprezzare la sua storia, sarete curiosi di come questa possa essere terminata. Ma io non lo ritengo importante. Credo che, in qualsiasi modo questa vicenda possa essersi conclusa, Paolo sarebbe stato felice. Aveva combattuto per gran parte della sua vita e aveva vinto, tutto il resto si poneva in secondo piano. Ed è questo che deve aver insegnato a suo figlio, a non aver paura di mostrarsi per come si è, senza curarsi di essere accettati, perché è così che si trova la forza di apprezzarsi davvero.

 

Simone Arciuolo

Body Liberation Front

“Il bello è ciò che cogliamo mentre sta passando. È l’effimera configurazione delle cose nel momento in cui ne vedi insieme la bellezza e la morte.”

(Muriel Barbery)

 

Car*, fa abbastanza caldo lì da voi? Perché ora comincia il nostro # Bodyliberationfront. Quando ti dicono che tu non dovresti/potresti indossare short, costumi da bagno, magliette scollate e vestitini corti e aderenti perché non hai le forme “giuste” (giuste per chi?) puoi serenamente rispondere con un bel vai a quel paese. Siamo qui, come ogni primavera/estate (e non solo) a svolgere il nostro bel corteo di corpi liberati. Comunque tu voglia vestire, qualunque peso e misura tu abbia, vogliamo vedere le tue cicatrici, le tue smagliature, la tua panza e la cellulite. Vogliamo vedere le tue ferite autoinferte e la tua voglia di far respirare la pelle troppo oppressa da canoni estetici insopportabili. Vogliamo invitarti a uscire, prendere il sole e a non nasconderti perché siamo insieme, tutte quante, ciascuna con il proprio corpo da liberare. Inviaci la foto che ritrae la parte di te che vuoi mostrare e raccontaci la tua storia. Scrivi a abbattoimuri@gmail.com e noi pubblicheremo tutto :*.

 ps: ovviamente tuteleremo il tuo anonimato e la tua privacy. a meno che tu non voglia mostrare il tuo viso.”

 

 

E’ questa la call lanciata dalla pagina Facebook “Abbatto i muri”. Più che una call, forse un vero e proprio arruolamento spontaneo nell’Esercito per la Liberazione dei corpi.

La campagna, che sta colorando la pagina in questo inizio di bella stagione con colori, storie e vite diverse, si svolge nel massimo rispetto della sensibilità di tutti (e sarebbe così bello poter interagire con la stessa educazione, lo stesso rispetto e la stessa stima per la storia degli altri su tutto l’internet). Spesso sono giovani donne con un passato difficile, ma anche ragazze perfettamente a loro agio con il corpo, con quel meraviglioso mezzo che permette loro di esprimersi con i loro i simili.

Sono le storie di chi quel corpo l’ha odiato, torturato, perdonato, accettato e, forse, anche imparato ad amare.

Le Breton scrive che “Senza il corpo a donargli un volto, l’individuo non esisterebbe. Vivere significa ridurre costantemente il mondo al proprio corpo, attraverso il simbolico che esso incarna. L’esistenza dell’individuo è corporea. Passa attraverso il corpo. E l’analisi sociale e culturale di cui è oggetto, le immagini che ne rivelano le profondità nascoste, i valori che lo distinguono, ci forniscono informazioni anche sulla persona e sui cambiamenti sperimentati dalla sua definizione e dai suoi modi di esistere, da una struttura sociale a un’altra”. E dunque perché, date le mille variabili che entrano in campo se parliamo di società, individui e valori, dovremmo essere felici di ridurre la nostra espressione estetica (che è  un’esperienza del tutto personale) a una retorica del bello tacitamente imposta dai media?

L’estetica è, appunto,  “sempre un’esperienza privata. Ogni nuova realtà estetica rende ancora più privata l’esperienza individuale; e questo tipo di privatezza, che assume a volte la forma del gusto (letterario o di altro genere) può già di per sé costituire, se non una garanzia, almeno un mezzo di difesa contro l’asservimento.”

La mia idea di bellezza non sarà mai legata a una fotografia, a un corpo vuoto, né, platonicamente, alle idee di una persona… La bellezza la troverete nel modo di toccarsi i capelli di una persona, nella sua voce o nel profumo della sua pelle.

 

Carlotta Firinu

 

Un sorriso per Ilula

“Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia”. É così che Ernest Hemingway racconta del Paese che tanto l’ha ammaliato. Una Terra selvaggia, antica e viva. Io non ho mai visto l’Africa. Tutto ciò che so è tramite i libri e i documentari, ma si è risvegliato un desiderio in me, di conoscere, vedere con i miei occhi e provare a capire.

Così ho deciso di entrare a far parte della grande famiglia di IOP, con volontari da tutto il mondo e di mettermi in gioco per contribuire, nel mio piccolo, a dare una mano al prossimo. Non so se sia stato un sogno rivelatore o semplicemente un pensiero uscito all’improvviso dal cassetto, ma l’idea di partire per un viaggio lontano era così bella in quel momento, che ho deciso di assecondarla.

IOP è una ong che opera nel villaggio di Ilula, nel cuore della Tanzania. ​É una Terra sorprendente, che rispecchia i colori della sua bandiera, verde come le foreste tropicali, giallo come la savana, blu come le isole e nero come l’Africa Nera.
IOP sta per Ilula Orphan Program Italia, il villaggio si trova a circa 400 km da Dar Es Salaam, il Centro è un orfanotrofio dove sono ospitate una trentina di bambine e ragazze con alle spalle un passato e delle storie difficili, ma che stanno ricominciando da zero, crescendo in una piccola isola felice.

Per raggiungere il Centro è necessario prendere un bus da Dar (sono circa 8-10 ore di viaggio). L’orfanotrofio è gestito sia da volontari sia da gente locale. Mette a disposizione delle stanze semplici, ma confortevoli, con energia elettrica e acqua corrente. La giornata del volontario è intensa, dal lavoro nell’orto al ​testing dell’HIV, dalle attività nella scuola materna IOP alle visite alle Foster Family, dall’​andare a trovare i ragazzi sostenuti a distanza per raccogliere foto e notizie aggiornate al ​dare una mano alla casa dei polli, tinteggiare alla High School, aiutare in cucina o insegnare l’inglese alle ragazze dell’orfanotrofio.

Insieme a me partono moltissime altre persone. “Ti innamorerai e non vorrai più andartene” è quello che mi ha confessato Giulia Mellano, sostenitrice IOP e innamorata dell’Africa. Tutti i volontari hanno un forte spirito di iniziativa e di partecipazione, prima di partire vengono organizzate molte attività per raccogliere i fondi e si da il via a dei progetti per poter portare avanti ciò che accade a Ilula.

Alcuni esempi sono lo ​Sponsor Program​, ​programma di sostegno a distanza per i bambini, per lo più orfani, le cui famiglie non potrebbero permettersi di mandarli a scuola, e il ​Fondo Sanitario, che permette di raccogliere fondi per garantire ai bambini l’accesso a tutte le strutture sanitarie e alle cure di cui hanno bisogno.

I volontari si mettono in gioco, organizzano incontri per far conoscere l’associazione, il programma e ciò che si cerca di fare e portare avanti a Ilula ogni giorno.
Quest’anno, tra le tante attività, si sta organizzando una serata dedicata allo yoga della risata.

Domenica 26 maggio dalle 17 alle 19 nella palestra “CH4 sporting club” a Torino, ci sarà una lezione di yoga tenuta da Stefano Passarella, a cui tutti possono partecipare. L’obiettivo è quello di portare “​un sorriso per Ilula​” e condividere insieme una serata dedicata alle bambine dell’orfanotrofio. In seguito alla lezione ci sarà un piccolo rinfresco e un banchetto da cui sarà possibile acquistare i prodotti IOP. I soldi raccolti fanno parte di un fondo per l’orfanotrofio. Inoltre i volontari potranno intervenire, parlare delle loro esperienze e far conoscere l’associazione e Ilula.

È una bella iniziativa, per una buona causa. Il volontariato è una prestazione gratuita della propria opera, e dei mezzi di cui si dispone, a favore di persone che hanno importanti necessità e bisogno di aiuto e di assistenza.

Per poter diventare volontario bisogna abbandonare i propri schemi, essere consapevoli di andare incontro a realtà delicate e diverse dalle nostre, essere consapevoli del fatto che a volte sarà difficile capire perché tante cose funzionano in una certa maniera piuttosto che in un’altra. Bisogna essere flessibili, pronti ad adattarsi ad ogni situazione, non lamentarsi e cercare di essere energici al 100% tutti i giorni. Essere volontario vuole anche dire mettersi in gioco e dare il meglio di sé, scoprire mondi nuovi, capire quale importanza dare alle cose e anche le priorità che ciascuno di noi vuole avere.

Il Comitato di IOP scrive sulla sua pagina online:

“Ti sentirai inutile, l’utilità di questo viaggio la capirai al ritorno, e forse ci sarà bisogno di tornare, e poi tornare, e ogni volta capirai di non aver ancora capito nulla. Stai per fare un’esperienza bellissima da tutti i punti di vista, che ti darà tantissimo e al tuo ritorno riderai della malaria, dei vaccini, delle banane in umido di cui non ne potrai più, dell’acqua scarsa e di tutto il resto. Ti rimarrà invece la grandezza di quello che hai vissuto.”

Archivi resistenti

Mercoledì 24 aprile, il Centro della Memoria – Archivio Storico di Savigliano racconta la Resistenza attraverso una selezione di manifesti (tra cui un celebre manifesto di propaganda nazifascista realizzato da Gino Boccasile), documenti, fotografie, manufatti e videointerviste.

Quando la Storia si studia a scuola, tutto sembra intrappolato tra le pagine dei libri. Quelle fotografie in bianco e nero sono un fermo immagine, lontano nel tempo e nello spazio. Ma la Storia non è Trattati né date da ricordare: è scritta dalle persone, ed è nostra, di tutti noi. L’Archivio non è soltanto un luogo fisico, ma un mondo parallelo in cui i personaggi del passato tornano in vita, i loro volti nelle fotografie diventano più nitidi, più simili ai nostri. Questa è la sensazione che si ha nell’osservare la documentazione del Biennio ‘43-‘45, che l’archivio storico di Savigliano esporrà mercoledì 24 Aprile, durante una consultazione guidata, in occasione della Festa della Liberazione.

L’8 Settembre 1943, Badoglio annunciò via radio l’Armistizio e le truppe italiane attive su tutto il territorio iniziarono a disperdersi, mentre da Sud avanzavano gli alleati e il Nord era in mano ai tedeschi: pochi giorni dopo Mussolini, liberato dai tedeschi, costituì la Repubblica di Salò, coadiuvato dal segretario del partito, Pavolini.

Le fonti sono i ricordi di chi la Resistenza l’ha vissuta, di quei ragazzi nati dal 1921 al 1926, che T. Isaia, nel suo lavoro “Sappisti – La Resistenza nel Saviglianese, Savigliano, 2000, definisce “giovani”, nonostante gli anni trascorsi.

Uomini, ma anche donne, spesso poco più che bambini, che si avvicinarono ai primi gruppi partigiani, talvolta senza la minima preparazione tecnica e l’adeguato equipaggiamento che consentisse loro di affrontare le offensive nazifasciste e gli inverni gelidi. Le loro memorie fanno parte di 14 videointerviste realizzate dal Centro della Memoria in collaborazione con la sezione saviglianese dell’ANPI nel 2010, indicizzate e consultabili sul portale www.tiraccontolastoria.san.beniculturali.it. Il lavoro di raccolta della memoria continua e, sempre nell’ambito delle manifestazioni per la Festa della Liberazione, martedì 23 aprile  sarà allestito direttamente in Archivio un set per intervistare nuovi testimoni della storia saviglianese (che potranno prenotarsi telefonicamente al numero 0172711240).

Sarà possibile immergersi totalmente nel periodo che Primo Levi chiamò “il tempo remoto delle certezze” ascoltando i canti della Resistenza, riarrangiati dai grandi cantautori della musica italiana e fare un viaggio in un’Italia lontana, attraverso gli occhi dei “Ribelli”, che hanno amato, sofferto, e, per citare uno di loro, Mario Montani (nome di battaglia Oreio), non hanno fatto niente di eroico. Però di ragionato e passionale tanto. Gli eroi non nascono, lo diventano nelle varie occasioni.

In un periodo storico in cui la Memoria e la conoscenza sono sottovalutate, colgo l’occasione per ringraziare l’Archivio Storico di Savigliano nella persona della direttrice Silvia Olivero, e soprattutto chi ha combattuto, non solo con le armi, ma anche con una macchina da scrivere, un libro, una cinepresa… Affinché oggi potessimo ricordarci di come siamo diventati liberi.

 

 

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