BARBONE

“Ho finito anche le lacrime”

Queste parole Guido (nome inventato), un senzatetto che vive per la strada a Cuneo, le ha ripetute più volte, ieri sera. Le ha ripetute quando parlava di Michele (nome inventato), uno dei suoi migliori amici, morto pochi mesi prima, anche lui in strada. Le ha ripetute parlando di altri suoi amici, che la morte ha preso con sé, alcuni anche sotto i suoi occhi. 

È stata la prima volta che sono andata a fare Unità di strada. E non sapevo che aspettarmi, se no che avremmo incontrato quelli che chiamiamo comunemente “barboni”, e avremmo offerto loro un po’ di conforto. E così è stato, se non fosse che, quando senti con le tue orecchie parole così dure e vere, allora cambia tutto. Non è più solo un sapere che a Cuneo c’è gente che non ha casa, che vive per strada. È conoscere quella gente: è conoscere Guido, che attualmente alloggia in una delle piazze di Cuneo, un po’ riparato sotto un tetto. È vedere i suoi occhi, i suoi denti tutto fuorché sani. È sentire le sue battute, perché avrà perso tante cose, ma non l’ironia. E quindi si scherza, si ascoltano le sue storie, che spesso sono molto fantasiose perché a parlare è anche (e in gran parte) l’alcool. L’alcool che ti aiuta a sconfiggere il freddo e a non pensare. Forse le due difficoltà più grandi di chi vive così. L’alcool che non manca mai tra gli averi di Guido, ma che ieri sera non sembrava parlasse troppo. Infatti Guido ci ha raccontato della sua famiglia, mescolando francese e italiano, lingue che mastica entrambe molto bene. Abbiamo così scoperto che proviene da una famiglia di artisti, e che tra di loro si è sempre trovato bene. A girare con gli artisti. E quando poi gli abbiamo chiesto se avesse bisogno di qualcosa, ci ha chiesto biancheria intima e coperte, ma non solo per lui: erano per lo più per i suoi amici. Questa solidarietà mi ha toccata nel profondo, questo pensare agli altri prima che a noi. Cosa per loro più che normale, perché chi vive in strada ha anche bisogno di avere persone fidate, a cui rivolgersi in caso di bisogno. E così ci ha detto che oggi un ragazzo gli ha portato il pranzo della mensa. E che un altro gli ha offerto le sigarette, e quindici euro. Ci ha detto che fatica a mangiare, che in questi ultimi giorni non ha mangiato quasi niente. Il suo “apparato intestinale”, come ha giustamente detto lui, fatica. Durante la notte è sempre più preda di dolori forti che, assieme al freddo invernale, gli impediscono di dormire. 

Io avevo i piedi ghiacciati, nonostante le calze spesse e le scarpe da montagna. E sentire lui, che in quella condizione ci vive, tutto il giorno, tutti i giorni, magari con l’eccezione di un pasto caldo in mensa, o di due orette all’interno di un bar, mi ha fatto pensare. A quanto abbiamo tutto. A quanto ci lamentiamo appena sentiamo un po’ di freddo, appena abbiamo un po’ male allo stomaco. Appena abbiamo un po’ fame e non possiamo soddisfare questo bisogno nel giro di cinque minuti. A quando non possiamo lavarci per un giorno. A quando ci sentiamo soli, non ascoltati, dimenticati. Ecco, tutto questo è la vita di chi è senzatetto. La vita quotidiana, le emozioni di tutti i giorni. 

Non ho potuto fare altro se non ascoltare. Gli abbiamo offerto una tisana calda, un po’ di calze spesse, che avrebbe dato a un suo amico, insieme a delle scarpe numero quarantacinque. Per lui abbiamo portato una coperta spessa. Ci ha chiesto anche lui delle scarpe, perché quelle che ha gli fanno male, e vorrebbe cambiarle. 

Prima di andarcene gli abbiamo detto di non mollare. Sembrava quasi una presa in giro, dopo tutte le sofferenze che ci ha raccontato. Ma cos’altro possiamo fare se non dargli la speranza? Speranza che, parole sue, sta esaurendo. Dice che non cambierà la situazione, che non lo ascoltano, che non lo aiutano. Che il SERT non lo prende in carico, che non gli rispondono, che lui non ha più voglia.  Più volte ha detto “Il mio fisico non ce la fa più, tra un po’ finisco pure io come gli altri”. E “come gli altri”, in sostanza, significa morto. Morto per strada, congelato, per infarto, o chissà per quali altri mille motivi. Come è possibile parlare così della morte? Me lo sono chiesta. E non lo so, so solo che le parole che ho sentito mi sono entrate dentro, e soprattutto la semplicità di come le diceva, come se fosse automatico. Senza paura, senza lasciare trasparire emozione, come fosse un’automatica causa-conseguenza. 

Sono grata di aver avuto la possibilità di trascorrere due ore fuori questo mercoledì sera. Se penso che da anni c’è gente che ogni mercoledì si trova a fare il “giro dei senzatetto”, o in termini più giusti, a fare “unità di strada”, allora ieri sera ho fatto pochissimo. Penso inevitabilmente a quanto sono fortunata. A quanto inutile sia ogni mia lamentela, ogni mia polemica, ogni mia difficoltà, se comparata alla loro. So che non serve fare paragoni e confronti. Sicuramente però conoscere aiuta ad essere più consapevoli. E aiutare, anche solo ascoltando e chiacchierando mezz’ora una sera con uno come Elia, è sempre meglio che non fare niente. Serve a ricordare loro il loro valore, perché ne hanno, nonostante siano considerati gli ultimi della società. Queste vite umane, sono vite come la nostra. 

Ringrazio Christian, e Ilaria, che fanno parte ormai da anni dell’Unità di strada, che ogni mercoledì sera esce a Cuneo e fa il giro. E ogni domenica mattina, dalle sette alle nove, offre colazione ai senzatetto. Senza il loro coraggio, la tenacia, la frequenza, la voglia, nessuno si disturberebbe di provare a conoscere e trovare soluzioni a questo problema, che a Cuneo affligge un numero contenuto di persone, ma che solo a Torino interessa ottocento persone. Ottocento persone che vivono per strada. 

“C’è bisogno di silenzio, c’è bisogno di ascoltare, c’è bisogno di un motore che sia in grado di volare”, diceva una canzone di Guccini e dei Gen Rosso, non a caso intitolata “Lavori in corso”. Possiamo essere noi i protagonisti, anche se in piccolissima parte, di questi lavori, perché i senzatetto non si sentano invisibili, ultimi, la feccia della società. 

Possiamo fare qualcosa, anche nel nostro piccolo, perché tutto è meglio dell’indifferenza.

 

Tra falò sulla spiaggia e isole caraibiche da sogno: come la serie Outer Banks alimenta il nostro desiderio di estate

Negli ultimi anni il famosissimo sito di streaming americano Netflix ci ha abituati a diverse serie cult, iniziando da Stranger Things, passando per La casa di carta e arrivando a Rick and Morty , eppure tutte queste non riescono a trasmettere la voglia di festeggiare sulla spiaggia e godersi la bella stagione come Outer Banks, serie ideata da Josh e Jonas Pate e da Shannon Burke, che tocca diversi temi quali: l’amore adolescenziale, le differenze sociali, la ricerca di un tesoro perduto e la vendetta.

La serie parla di un giovane, John B. Routledge, che insieme al suo gruppo di amici detti Pogues (termine che riprende il nome di un pesce, in inglese Pogie, che, come detto fin da subito proprio dal protagonista, è un tipo di animale che viene pescato molto facilmente ma che viene subito rilasciato in quanto inutile) cerca di trovare suo padre, scomparso da ormai otto mesi per cercare il tesoro presente sulla Royal Merchant, una nave affondata qualche secolo prima, per la quale ha dedicato gli studi di una vita. Nel suo cammino per riconciliarsi con Big John Routledge, John B. affronta innumerevoli peripezie, che lo portano anche a legarsi sentimentalmente con Sarah Cameron, figlia del ricco imprenditore Ward, e componente principale dell’altra classe sociale presente sull’isola, ovvero i Kooks. Essi compongono la parte ricca delle Outer Banks, e ciò porta loro a disprezzare il gruppo del protagonista, dato che i Pogues sono ragazzi scapestrati e anticonformisti, i quali vivono ai limiti della legalità. L’amore tra i due è però un sentimento che trascende i limiti imposti dalla società, motivo per cui i giovani si allontanano dalla loro casa per seguire il tesoro perduto fino alle Bahamas, contando solo su loro stessi.

Successivamente, la coppia riesce a riconciliarsi con i restanti ragazzi al fine di fronteggiare una minaccia incombente, vero motore della trama della serie. Durante le tre stagioni, divise ognuna in dieci episodi, i protagonisti viaggiano moltissimo, arrivando addirittura a isole deserte con paesaggi mozzafiato, accrescendo la nostra sete di scoprire tutte le meraviglie naturalistiche che il pianeta Terra può offrire, possibilmente in periodi in cui il clima è favorevole come in quelli estivi.

In particolare, se si vogliono visitare i paradisi terrestri dove è stata girata Outer Banks, c’è bisogno di prendere una crociera per le Barbados, cosicchè si abbia la possibilità sia di fare delle vacanze dall’altre parte del mondo e in luoghi fantastici, sia di potersi recare negli ambienti presenti nella serie, come la Cove Spring House. Oltre a ciò in diversi episodi i personaggi, soprattutto coloro che fanno parte della classe dei Krooks, organizzano vari party sulla spiaggia, durante i quali spesso ci si raduna intorno ad un falò, elemento immancabile durante un evento del genere.

Per queste motivazioni, personalmente credo che Outer Banks sia una serie adatta ad un pubblico prettamente giovane, che possa aver provato sulla propria pelle quelle esperienze di amicizia, amore e condivisione di momenti significativi onnipresenti nelle diverse puntate, che possa prendere spunto dalle avventure vissute da John B. and co. per passare un’estate all’insegna del divertimento, e chissà se anche a ritrovare qualche tesoro perduto da secoli…

 

Agathos paideuon

Via sacra di Roma, all’altezza del tempio sacro di Vesta

Quinzio: Ave, amico! Dove ti rechi così di fretta?

Apollodoro: Ave, Quinzio. Sto andando a trovare un mio caro amico che abita presso la villa di Cesare.

Quinzio: Vah! Anche io sto andando verso la villa di Cesare! Magari mentre camminiamo potresti raccontarmi com’è stata la cena ieri sera a casa del nostro imperatore…

Apollodoro: Dacché ne chiedi, penso tu abbia già ascoltato la storia, ma poiché la strada è lunga e, si sa, il parlare rende più dolce il camminare, ti dirò quel che è successo.

La sera precedente, villa del divo Cesare Marco Ulpio Nerva Traiano

Giovenale: Apollodoro? Che ci fa il direttore della Biblioteca imperiale qui?

 Apollodoro: Ave, Giovenale, sono stato invitato dal nostro Cesare. Pare voglia cambiare precettore per i figli. 

Giovenale: E avrebbe chiamato te? Se fossi io l’insegnante, Roma non avrebbe questo degrado e inoltre…

Traiano: sarebbe un deserto!

Giovenale e Apollodoro: Ave Cesare!

Traiano: Giovenale, perché non vai a discutere delle tue idee con le oche del Campidoglio? Io devo parlare in privato con il nostro amico.

Giovenale: Sì, Cesare. (Esce con aria abbattuta e umiliata)

Traiano: Apollodoro, benvenuto. Vorrei che parlassi con il precettore dei miei figli. Temo non offra loro un sistema educativo adeguato.

Apollodoro: molto volentieri Cesare.

Interno della villa di Cesare

Traiano: Apollodoro, ti presento Primo, il maestro dei miei figli.

Apollodoro: Ave!

Primo: Ave Apollodoro, è un piacere incontrare il direttore della Biblioteca imperiale.

Traiano: In verità Apollodoro è anche un grandissimo esperto di pedagogia. Mia moglie ne ha sentito parlare molto bene e mi ha convinto a invitarlo qui per discutere  dell’educazione.

Apollodoro: È per me un onore sapere che in città si parla così bene di me da avermi invitato in casa vostra, Cesare. Primo, posso chiedervi qualìè il metodo educativo che seguite?

Primo: Beh, il classico. Studio a memoria dei versi degli antichi poeti, traduzione mnemonica dall’etrusco e dal greco…

Apollodoro: Aspetta, vuoi dirmi che tutto il vostro metodo si incentra sulla memorizzazione? Ma qual è il senso di tale metodo? A cosa potrà mai servire sapere a memoria l’“Eneide” di Virgilio o l’ “Iliade” e l’ “Odissea” di Omero? Essi sono già stati scritti e copiati ad Alessandria e qui, a Roma…

Primo: Lo scopo è quello di stimolarne la creatività e la fantasia. Infatti il sapere l’ “Eneide” mostrerà loro per sempre l’abilità della poesia e li spingerà a comporre opere migliori, cosa non dubito saranno in grado di fare senza problemi, mio Cesare.

Apollodoro: Dite di voler stimolare la loro immaginazione e creatività, ma non vi rendete conto che così invece l’uccidete? Non vi rendete conto che li limitate dicendo loro di essere novelli Virgilio o Tibullo od Omero? Loro dovrebbero essere novelli sé stessi e il nostro compito dovrebbe essere quello di guidarli alla scoperta di sé stessi e del mondo che li circonda! Ditemi almeno, li fate comporre dei piccoli testi propri? E dove fate lezione?

Primo: Certo che li faccio scrivere! Tracopiano le grandi opere e poi chiedo loro un riassunto…

Apollodoro: Stai scherzando?!? E tu tracopiare testi e farne il riassunto lo chiami scrivere?!?

Primo: Beh, in realtà a volte chiedo anche di reinterpretare dei miti…

Apollodoro: No no  no, questo non è insegnare! Questo è tenere impegnati dei ragazzi e ucciderne la fantasia! Il vero metodo di insegnamento è una rivisitazione del giardino di Epicuro.

Primo: Non dire idiozie! Mi sarei aspettato di meglio dal direttore della Biblioteca imperiale! Mio imperatore, perché non scaccia questo perdigiorno e ci fai godere di una buona serata senza seccatori…

Traiano: Aspetta Primo, non così velocemente. Voglio prima sentire come funziona il metodo di Apollodoro.

Apollodoro: Grazie Cesare. In pratica il mio metodo funziona così: i ragazzi vengono accolti all’ingresso della Biblioteca e poi andiamo a fare una camminata per le vie dell’Urbe. Durante queste camminate osserviamo ciò che ci circonda e pongo alcune domande ai miei allievi. Una volta rientrati nella Biblioteca ascolto le loro riflessioni e li guido, in maniera il più imparziale possibile, alla soluzione. Talvolta li faccio anche scrivere, solitamente delle loro opinioni sul mondo e su argomenti che li toccano particolarmente e che abbiamo concordato insieme. Ecco cosa vuol dire docere, Primo. Guidare e indicare la strada, facendo in modo da valorizzare al massimo gli studenti.

Primo: Sciocchezze da perdigiorno queste, ecco cosa sono. Mio Cesare, allontanate questo pazzo prima che…

Traiano: In realtà il metodo di Apollodoro mi affascina…Primo, è un giorno eccellente per te, sei appena stato affrancato! Apollodoro, se fosse possibile ti chiederei di venire a stare a palazzo per essere il pedagogo personale dei miei figli.

Primo: Mio Cesare non potete farmi questo, sono sempre stato un servo fedele…

Traiano: Posso e l’ho appena fatto. Ora, perché non vai a goderti la libertà appena conquistata?

Primo: Ma…Sí, mio Cesare (esce guardando Apollodoro in cagnesco)

Traiano: Dunque Apollodoro, sarebbe possibile averti come pedagogo?

Apollodoro: Ma certo Cesare, sarebbe un onore immenso per me.

Traiano: Ottimo, ti aspetto per domattina alle sette. Nel pomeriggio alcuni dei miei schiavi provvederanno a prelevare i tuoi beni dalla Biblioteca per portarli qui.

Apollodoro: Grazie immensamente Cesare, spero di essere all’altezza del compito.

Escono tutti

Ritorno al presente, Via Sacra di Roma, poco distante dal palazzo di Traiano

Quinzio: Addirittura pedagogo imperiale! Ecco cosa stai andando a fare al palazzo di Cesare, altro che visitare un amico! Ciò spiega anche perché stamani ho visto Primo in una taverna, era più ubriaco di un satiro.

Apollodoro: Già, poveraccio, non deve essere stato un colpo facile da sopportare, d’altronde però non era in grado di adempiere al suo incarico…

Quinzio: Se ciò che mi hai raccontato è vero, meglio in una taverna che con i futuri Principi di Roma. Ora tuttavia devo salutarti. Vale amico mio et bona fortuna!

Apollodoro: Grazie, e poi si sa: audentes Fortuna iuvat! Vale amico mio!

 

UN GELATO DA SOLA – Una battaglia vinta

Il seguente testo è molto personale, e il tema è quello dei disturbi alimentari. Spero che non provochi malumori, malesseri, e che possa arrivare alle persone nel modo semplice e naturale come è scaturito da me, quando l’ho scritto. 

 

Oggi ho preso un gelato.

Una banalità. Un fatto non degno di nota.

Non è che ho fatto qualcosa di assurdo.  Avessi detto “Oggi ho prenotato un aereo di sola andata per l’Australia”, sarebbe stato qualcosa di scioccante, più d’impatto. Invece per me è notevole anche questo, perché per lungo tempo mi sono preclusa un sacco di piaceri legati al cibo. Tranne quando non li ritenevo strettamente necessari. Come il gelato. Lo prendevo solo quando ero con altri, e quando anche gli altri lo prendevano; quando ero in giro, quando avevo fatto un qualche tipo di movimento per cui ritenevo di “meritarmi” la gioia del gelato. Oppure ad una festa, dove giustificavo il mio “trasgredire” al regime alimentare che mi ero creata col fatto che tutti lo prendevano, e che non potevo essere l’unica stupida che non lo mangiava. Quante cose ti fa perdere un disturbo alimentare? Quante cazzate ti ficca nella testa? Di quante cose ti priva? Quanti pensieri assurdi, assurdi, assurdi. Quanta privazione di gioia vera, la gioia del gelato per esempio: il sentire il fresco e il cremoso sulla lingua, dopo una giornata calda, dopo ore di lezione, sostituita invece da una “gioia bugiarda”. Una gioia che deriva dall’aver rispettato i rigidi limiti di quantità, di tipo di cibo, che la tua mente ti ha impostato. Come è possibile che si arrivi a preferire questa ultima alla prima, non ne ho idea. Però è una cosa terribile, terribile e assurda. E riconoscere quanto fosse assurda, una volta che ci si è liberati da questi pensieri assurdi, è la felicità più grande. 

Ecco perché mi sentivo di celebrare questo piccolo fatto, apparentemente del tutto degno di ignoranza. Un piccolo successo, che si somma a quei tanto piccoli quanto grandi passi verso la felicità. 

Che per me è prendere un gelato senza pensare. Prendere un gelato a Torino, in una nuova gelateria che ha aperto da poco vicino a Palazzo Nuovo, mentre mi avvio alla stazione per prendere il treno e tornare a Cuneo. Sono in anticipo, quindi ce la faccio. Entro, ci sono due bambini che stanno ordinando due coni belli grandi. Il bimbo ha già fatto la su richiesta, la bimba sta aspettando la gelataia, che infila un biscotto tra le due palline nel cono appena riempito. Inizio a guardare i gusti, per scegliere quale ordinare, e noto con piacere che il prezzo è contenuto, rispetto alla media delle gelaterie torinesi. La bimba ordina due gusti, poi, d’un tratto, esclama di punto in bianco: “No! Non nocciola, volevo il torroncino!”. Siccome ha praticamente urlato, io e la gelataia, una ragazza giovane e allegra, ci siamo spaventate, e ci mettiamo a ridere. Per fortuna il la ragazza aveva appena afferrato il cono, che era ancora da riempire. La bimba prende il gelato con un sorriso sulle labbra, e esce con quello che credo sia il fratellino più piccolo. Tocca a me! Gelato allo yogurt, piccolo, grazie. Cono croccante o wafer? Quello più croccante, per forza! Pago ed esco, felicissima come la bimba uscita pochi istanti fa. 

Tutto questo è così semplice e così naturale, che mi viene da pensare a quanto sono cresciuta e cambiata rispetto ad una volta. Una volta non sarebbe stato così. Una volta, prima di effettivamente scegliere o meno di prendere il gelato, nella mia testa si sarebbero affollate varie domande e varie pensieri e paure: Che ora è? Ha senso mangiare ora? Cosa ho mangiato a pranzo? Ho già mangiato un dolce oggi? Ma ho fatto dell’attività fisica? Cosa mangerò poi a cena? E se poi mamma ha fatto una torta, come faccio? Ma è il caso di prendere un gelato? Che senso ha? Non c’è nemmeno nessuno che lo prende con me, perché dovrei prenderlo da sola? Magari ne prendo uno al gusto di un frutto, almeno è più sano. Poi domani al massimo non mangio dolci. Ma da sola, non ha senso prendere un gelato. Non posso nemmeno poi farlo vedere a mia mamma, per dimostrarle che sono capace di prendere un gelato. Che non ho paura. Ma io paura ce l’avevo. Paura di essere me stessa, paura di permettermi di godere delle gioie che la vita mi offriva. Paura dei miei pensieri e di metterli a tacere. 

È per questo che ora celebro tutta questa naturalezza nella mia testa, la spensieratezza che ho raggiunto dopo tempo. Ed è per questo anche, che mi sento di parlare di questo, che è un problema che è così orrendamente attuale ed in crescita. Nei giovani, nelle ragazze, in noi giovani donne in particolare, è diffusissimo il disturbo alimentare, DCA. E ne parlo perché non ha senso tenere nascoste le proprie paure e le proprie debolezze. Ne consegue solo che esse si rafforzano e sopraffanno la persona. Invece è giusto parlarne, non nascondere, ma esternare, gridare al mondo quanto si sta male, consapevoli che nessuno è mai solo, ma soprattutto che è possibile una via d’uscita.

È possibile guarire.

È possibile tornare a magiare un gelato senza chiedersi il perché.

Seguendo semplicemente la propria voglia, il proprio essere, sé stessi.

 

ESSERE O NON ESSERE?

Scopri chi sei e non temere di esserlo.” (Gandhi)

 

In un mondo che corre veloce, non si sa bene dietro a che cosa.

In un mondo in cui contano più i followers su Instagram degli amici in carne ed ossa.

In un mondo in cui è l’apparenza ad essere padrona; di noi, delle nostre scelte.

In un mondo in cui sei costretto a stare al passo, perché se rimani indietro vieni immediatamente dimenticato, scartato.

In un mondo in cui ci si sforza costantemente di mostrare agli altri la parte migliore di noi, fatta di vacanze esotiche, cibo sano e locali alla moda.

In un mondo così, come si fa a trovare il coraggio di essere sé stessi? Come si fa a non sentirsi schiacciati dal peso delle aspettative esterne? Come si fa a togliersi la corazza che ci si è costruiti per difendersi dai giudizi? Come si fa ad ammettere di essere semplicemente umani?

Troppo spesso gli irraggiungibili standard imposti da chissà chi ci convincono a sacrificare la nostra autenticità sull’altare della conformità sociale, a dimenticare ciò che siamo, a mettere a tacere il nostro io in favore di ciò che gli altri si aspettano da noi.

Ma perché ci sforziamo così tanto di rendere le nostre vite più Instagrammabili, più accettabili in qualche modo? Perché sprechiamo così tante energie nell’assurdo tentativo di dimostrare qualcosa a un esercito di perfetti sconosciuti?

A persone che mostrano di apprezzarci con un “mi piace” alla nostra immagine di copertina, ma che non si sforzerebbero di leggere nemmeno le prime pagine del libro della nostra storia.

Forse perché ci sentiamo inadeguati. Sentiamo di dover soddisfare aspettative troppo alte. Il mondo dei social è severo, non perdona. Ed ecco allora che ci prodighiamo per omologarci, per trasmettere al mondo un’immagine che rispecchi il più possibile l’idea di perfezione che aspiriamo a raggiungere.

Ogni volta che sblocchiamo lo schermo dello smartphone e apriamo un social network a caso ci imbattiamo in un tripudio di persone realizzate, con una carriera brillante, una vita sentimentale invidiabile e gli amici migliori del mondo. Gente che si ritrova un corpo perfetto senza bisogno di mettere piede in palestra, che ogni weekend prende l’aereo e parte per un viaggio alla scoperta delle capitali europee; che ride, che si diverte; che frequenta ristoranti esclusivi e sorride raggiante all’obbiettivo con un bicchiere di champagne in mano.

E poi ci sono io. Io, che mi alzo al mattino con un’energia e un amore per la vita inversamente proporzionale alla lunghezza delle mie occhiaie. Io, che mi preparo agli esami universitari per mesi e alla fine prendo solo 18. Io, che uso la tessera della palestra come segnalibro. Io, che non so ancora cosa voglio fare nella mia vita, perché ho tanti sogni ma poche idee su come realizzarli. Io, che mi vergogno ad indossare la gonna perché le mie gambe sono troppo grosse.

Ha senso tutto questo? Non dovrebbero essere proprio le nostre insicurezze, i nostri piccoli difetti, a renderci unici? A renderci speciali?

Io credo che la perfezione sia estremamente sopravvalutata. È proprio l’essere “normali” che ci rende straordinari. È quel chilo di troppo, quella pelle un po’ pallida. È preferire la lettura di un buon libro ad una serata in discoteca. È avere pochi amici, ma sapere di poter contare su di loro nel momento del bisogno. È scegliere di essere, senza preoccuparsi dell’apparire. È mostrare al mondo ciò che siamo e non avere paura del suo giudizio.

Essere se stessi richiede una grande dose di autoconsapevolezza: significa guardare dentro di sé e riconoscere i nostri punti di forza e di debolezza, accettandoli senza giudizio. Significa essere disposti a crescere ed adattarsi alle sfide della vita senza perdere la propria autenticità.

Ma forse, la parte più importante dell’essere se stessi è il senso di pace e appagamento che si prova quando si vive in armonia con la propria verità interiore. Quando ci permettiamo di essere autentici, ci liberiamo dal peso delle aspettative esterne e ci diamo la possibilità di essere veramente felici.

Perché alla fine, è solo quando ci permettiamo di essere noi stessi che possiamo veramente vivere una vita piena e significativa.

Ogni mattina, davanti allo specchio, dovremmo provare a chiederci: <<Cosa farei se non avessi paura di mostrare al mondo chi sono davvero?>> e seguire la risposta a questa domanda senza timore, riponendo fiducia nel nostro io interiore ed essendo consapevoli del valore che abbiamo.

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