14 Maggio 2024 | Vorrei, quindi scrivo
Premessa: l’articolo che segue è stato scritto dopo avere assistito a un “dibattito fotografico” con protagonista NICOLÓ FILIPPO ROSSO, un fotografo documentarista italiano che vive tra Sud, centro e Nord America. Dopo la laurea in Lettere presso l’università degli studi di Torino, si è trasferito in America Latina e ha vissuto principalmente in Colombia negli ultimi dieci anni. Dal 2018 documenta i movimenti migratori attraverso il continente per il suo progetto “EXODUS”.
Quante sensazioni e quante emozioni possiamo percepire? Paura, rabbia, dolore, gioia, amore, malinconia,… un elenco che sembra essere senza una fine. Ogni volta che facciamo qualcosa, ogni volta che ci relazioniamo con una persona, ogni volta che siamo, in qualche modo, in uno stato di movimento, proviamo una sensazione che si traduce in un’emozione, la quale, a sua volta, ci fa venire i brividi o ci fa sorridere, ci stringe un nodo in gola o ci costringe a scioglierlo. Quante volte abbiamo pensato che tutto ciò, che tutto questo bagaglio emozionale appartenesse solo a noi, che fosse quel qualcosa caratterizzante la nostra unicità? Da una parte forse è vero: non c’è nessun altro che abbia vissuto le stesse nostre emozioni, nello stesso identico momento e allo stesso modo, ma il punto è un altro: quelle emozioni, quelle sensazioni sono le stesse che provano, non solo tutti coloro che si trovano nella nostra stessa situazione, ma sono le medesime che provano tutti gli esseri umani. Ed è proprio questo il punto di partenza cognitivo, dal quale è necessario passare per poter apprezzare e interiorizzare le fotografie di Nicolò Filippo Rosso, perché osservando la smorfia di una donna riusciamo a coglierne il dolore, ma non un dolore qualsiasi, ma un dolore che conosciamo, in quanto quella smorfia assomiglia a quella che è apparsa sul nostro volto quando abbiamo saputo della morte di un nostro caro.
Ecco che, allora, proprio in quel momento, la fotografia ha centrato l’obiettivo, ha mosso quel qualcosa dentro di noi che ha fatto sì che ci ricordassimo di quel dolore, trapelato attraverso una “semplice” ombra su uno sfondo.
La domanda adesso è un’altra: come facciamo ad ignorare quel dolore? Come è possibile oltrepassarlo, camminarci sopra, pestarlo, dal momento che sappiamo per esperienza cosa si prova in quel momento? La risposta è scontata in realtà: semplicemente ci copriamo gli occhi con un mantello di individualismo e ci tappiamo le orecchie ascoltando le stronzate sulla diversità e sul razzismo e sul perché non sia “conveniente” cercare una soluzione al dolore di altri esseri umani.
Se ci fermiamo per un secondo, facciamo due passi indietro e ci osserviamo, noteremo che siamo tutti quanti parte di un gigantesco girotondo, che ruota attorno al dio del “proprio interesse”; ognuno lo venera come meglio crede: fingendo di non vedere il marcio del mondo, reprimendo dentro di sé il sentimento, tutto umano, di empatia verso i propri simili o, ancora, convincendo sé stesso di essere troppo piccolo per un problema così grande. Tutto questo perché? Perché “ci conviene”: ci conviene autoconvincerci di non poter fare nulla e quindi, in qualche modo, ci sentiamo autorizzati a “lavarcene le mani”.
Se per una volta riuscissimo a lasciare andare le mani di questo girotondo, forse, allora, avremmo le mani libere per afferrare quelle di chi non vive con i nostri stessi privilegi, saremmo capaci di strappare il mantello dell’individualismo che ci copre gli occhi, per spalancarli sulla vera realtà.
7 Maggio 2024 | Vorrei, quindi scrivo
Recensione libro
Sentivo la certezza di una realtà che gocciolava via da me come calcio da un osso. Stavo depravando la mente con l’opacità. Provavo sempre meno sensazioni. Le parole arrivavano e le pronunciavo nella testa, poi mi accoccolavo sentendo il loro suono, mi perdevo nella musica.
(da Il mio anno di riposo e oblio, Ottessa Moshfegh)
Vi è mai capitato di desiderare di chiudere i ponti con il mondo per sempre? Di sentire il suono della sveglia e voler maledire il sole che si sta alzando in cielo? O di voler ricominciare da capo, una vita da zero? Ebbene, su queste tematiche si è interrogata Ottessa Moshfegh.
Il mio anno di riposo e oblio non ha una trama affatto complicata. Gira sulle stesse vicissitudini, andando sempre a variarle leggermente. Si concentra sugli stessi tre/quattro personaggi, mettendo in luce le loro ombre. L’impalcatura è semplice, ci si arrampica con estrema agilità. Ridicolizza l’assurdità dei rapporti umani, delle relazioni con il mondo e con la società. Fino a raggiungere l’ultimo capitolo, in cui si accumula di botto tutta la tensione che nel corso dei mesi della vita della protagonista era stata accantonata: l’esplosione di un finale crudele, che svela la profondità delle pagine che si hanno letto ridendo sotto ai baffi. Per tutto il corso della lettura mi sono più volte chiesta come sarebbe potuta andare a concludersi una vicenda così bizzarra, tanto per il contenuto quanto per la forma con cui è stata scritta, senza sfociare nel banale, nell’insensato o, ancor peggio, nel trascurato. E invece, mi ha lasciato davvero senza parole. E considerando la scrittura straordinariamente equilibrata della Moshfegh, in grado di bilanciare egregiamente l’ironia e la serietà, forse c’era da aspettarselo.
La vita è tentare, ci dice anche questo il romanzo della Moshfegh. L’attesa è sempre più lunga del momento in sé, in cui accade quanto vorremmo accadesse. Vivere è sinonimo di aspettare. Il libro tende già dal titolo ad arrivare a quel momento. Un momento che sfugge di continuo. Un momento che sembra al contempo ardere nel desiderio della protagonista e avvizzirsi nella sua paura. Sfugge da solo o viene rimandato? È veramente la concretizzazione di quel progetto l’obiettivo della protagonista?, ci si chiede. La risposta che mi sono data è che spesso ci costringiamo a convincerci a volere qualcosa, sebbene in cuor nostro non la vogliamo. Ignoriamo i segnali che ci allertano di questo masochismo, sebbene siano piuttosto evidenti. E così, finiamo per ferirci da soli, in un mondo in cui la sofferenza piove su di noi anche nelle giornate di sole. E per quanto si possa provare a scappare, l’incubo del nulla, del vuoto più totale, ci perseguita anche da svegli.
2 Maggio 2024 | Vorrei, quindi scrivo
Il problema dei tre corpi è una delle serie tv Netflix più recenti, creata dai due noti produttori de Il Trono di Spade, David Benioff e Daniel B. Weiss, e da Alexander Woo. Il nome dei produttori, il cast di qualità, i 200 milioni di dollari spesi per realizzarla… tutti fattori che avevano creato un forte hype già prima dell’uscita della serie tv. Ma le aspettative sono state soddisfatte o sono state frustrate?
Il problema dei tre corpi, ispirata all’omonima trilogia dello scrittore cinese Liu Cixin, tratta di un gruppo di fisici londinesi che si trova coinvolto in una serie di eventi sinistri: il suicidio di una collega, che si configura come l’ennesima morte di uno scienziato autorevole; dei fenomeni fisici inspiegabili che mandano in tilt gli scienziati di tutto il mondo; delle strane allucinazioni che sembrano causate da psicosi di massa…Tutte problematiche che in breve tempo trovano spiegazione con la possibilità di una presenza aliena. Ecco svelato il genere della serie, si tratta di un prodotto sci-fi sugli extraterrestri. È stata proprio questa scelta tematica a comportare le critiche di chi ritiene l’argomento ormai banale e poco impressionante.
Tuttavia, questa serie tv è davvero così banale come appare ad alcuni? Ebbene, io ritengo che solo un approccio superficiale possa far pensare che il fulcro della serie sia semplicemente quello di presentare l’ennesimo mondo parallelo e distopico: il pretesto della presenza aliena è utilizzato per una ben più ampia e significativa riflessione su che cosa sia il progresso umano e dove questo ci stia conducendo. Il problema del progresso, infatti, è che presenta due facce opposte e complementari: da un lato sembra essere assolutamente necessario per la razza umana, dall’altro è esso stesso a essere la prima causa della distruzione e della sofferenza di uomini ed ecosistemi. Così, in questo dimenarsi tra necessità e nocività dell’evoluzione scientifica, i personaggi della serie tv intavolano i seguenti grandi interrogativi: il progresso è un dovere? Gli scienziati sono sempre nel giusto ed esenti da responsabilità morali? Quanto delle nostre disgrazie è dovuto alle invenzioni scientifiche? Non solo: la serie è anche capace di sviluppare dinamiche ben più vicine a noi, di problemi della vita quotidiana: relazioni amorose, lavoro, famiglia, malattie; tutte tematiche che – seppur sviscerate fin dalla notte dei tempi – sono trattate con una profondità che non cessa di comunicare qualcosa di nuovo allo spettatore.
In altre parole, i personaggi sono sia persone immerse nelle problematiche della vita, sia impersonificazioni di problemi morali e di riflessioni filosofiche. Il tutto senza sottrarre spazio a un succedersi di eventi estremamente avvincente, che rende la serie fruibile anche a chi fosse poco interessato alla speculazione metafisica. A mio avviso, quindi, Il problema dei tre corpi riscopre una profondità spesso dimenticata dall’industria della serie tv ed è per questo motivo che ha riscosso già molto successo (in Italia, ad esempio, è una della serie tv più viste dell’anno) e – a buon diritto – ne sta riscuotendo sempre di più.
23 Aprile 2024 | Vorrei, quindi scrivo
Nei giorni scorsi ho ascoltato il podcast “Voci nascoste”, scritto da Valerio Millefoglie e raccontato da Mario Calabresi. Insieme a tre fotografi, i due hanno attraversato l’Italia alla ricerca delle minoranze linguistiche con una storia antica e un presente ancora vivo. Hanno spaziato dalla Val d’Aosta al Salento, sulle tracce del patois e del griko, fino all’arbëreshë della Piana degli Albanesi in Sicilia.
Ancora oggi numerose persone tengono insieme tradizioni e secolarità semplicemente parlando. Non si tratta solo di anziani che hanno assorbito queste lingue antiche sin da bambini, ma anche di giovani che scelgono di impararle per riscoprire le proprie radici.
Sicuramente, le tre puntate mi hanno spinta a riflettere molto su quanta ricchezza dimenticata, o perlomeno trascurata, abiti le nostre valli e i nostri paesi, e su quale sia il modo più efficace di custodirla.
“Il campanile di Giotto, la Gioconda di Leonardo, per me che non ho opere monumentali da presentare ai turisti, sono la mia lingua. Lingua inquinata, spezzettata, inacidita con gli escrementi di volatili come monumento trascurato, annerita dallo smog, in pericolo costante di distruzione, ma pur sempre la mia opera architettonica più bella, il capolavoro d’arte della mia civiltà”
Ecco le parole di una poesia scritta da un membro della minoranza arbëreshë per celebrare la sua lingua, “l’albanese degli italiani”, derivata dagli albanesi che nel ‘400 giunsero sulle coste italiane per sfuggire alla dominazione turca.
La lingua è un “monumento vivente” in grado di stabilire un contatto con le civiltà del passato al pari delle testimonianze archeologiche. Anzi, essa dà la possibilità di immergersi ancora più autenticamente nel vissuto delle generazioni che ci hanno preceduti, soprattutto quando rappresenta l’unica eco del passaggio di popoli lontani. C’è una parola arbëreshë, kùjtimi, che indica il “ricordo attivo”, lo sforzo compiuto per mantenere vivo il legame con il passato e con l’identità dei propri antenati. Allo stesso modo, il griko è un ponte tra il tacco d’Italia e i greci all’altra sponda dell’Adriatico, il segno di un’unione cominciata in epoca bizantina o addirittura con la colonizzazione della Magna Grecia.
Trattandosi di lingue della “povera gente”, esse non solo rispecchiano il modo di vivere e di pensare di un popolo, ma sono anche intrise di atti e sofferenze quotidiane. Il patois, per esempio, la lingua delle pattes, che in francese significa “zampe”, è la lingua della terra, legata ai campi e agli animali. È il riflesso di un mondo contadino legato alla concretezza, in cui i concetti astratti non esistono e devono perciò essere espressi attraverso perifrasi.
Una delle sfide dei protagonisti del podcast è proprio quella di adeguare le lingue alle esigenze della contemporaneità. È il caso del giovane cantastorie e rapper valdostano Fabian Lucianax, che, insieme alla sua compagnia teatrale, crea contenuti per tenere vivo il franco-provenzale, anche attraverso l’introduzione di neologismi.
Ciò che emerge dai tre episodi, dunque, è che la contaminazione con la realtà “dominante” è inevitabile, e una chiusura alla realtà circostante risulta controproducente. Tuttavia, come osservano gli autori del saggio “Stiamo scomparendo. Viaggio nell’Italia in minoranza”, a cui il podcast è ispirato, “la lingua (…) può essere un elemento di differenza. E di conservazione delle differenze. Un antidoto a quel tipo di potere che – consciamente o inconsciamente – uniforma e appiattisce”.
Insomma, sebbene non sia possibile riportare le minoranze linguistiche al fasto di cui godevano nel passato, conoscerle ed interessarsi ad esse è prezioso. Si tratta di un’integrazione che può colmare le lacune dovute all’inconsapevolezza del nostro passato e fungere da legante per inserirci nel futuro con un’identità più complessa e sfaccettata.
9 Aprile 2024 | Vorrei, quindi scrivo
Recensione film
“Quando le buste saranno state consegnate ai loro destinatari, vi sarà data una lettera, il silenzio verrà rotto, una promessa mantenuta, e sulla mia tomba potrà posarsi una lapide, e su di essa il mio nome, alla luce del sole.”
(da La donna che canta, di Denis Villeneuve)
In molti hanno sicuramente visto al cinema Dune – Parte 2, diretto da Denis Villeneuve, o perlomeno ne avranno sentito parlare. In troppi pochi conoscono però uno dei film più belli diretti dal regista, La donna che canta (titolo originale Incendies). Tratto dall’omonima opera teatrale di Wajdi Mouawad, ha ricevuto la nomination come miglior film straniero agli Oscar del 2011.
La trama si sviluppa nel corso della guerra civile libanese e narra l’indagine di due fratelli sulla vera storia della madre, Nawal Marwal, appena defunta. Il film inizia in medias res, senza spiegoni o premesse. Un paesaggio arido, palme, grilli in sottofondo. Poi, una canzone lenta, dolce. La macchina da presa retrocede dietro a una finestra, la canzone sempre più forte. Bambini affollati, sporchi, feriti, le espressioni stravolte. Uomini in divisa rasano loro i capelli, che cadono a ciuffetti per terra, neri e irti. Un particolare sul tallone di uno dei bambini: un tatuaggio di tre puntini in colonna. E poi, quello sguardo. La macchina da presa avanza lentamente, si lascia penetrare da quegli occhi tanto giovani quanto scuri, devastati dalle tenebre. Gli occhi di un bambino senza nome, ma che ci guardano accusatori? Imploranti? Provocatori? Ricchi di odio? Difficile dirlo, sono solo i primi due minuti e venti secondi del film. Non vi è alcuna comprensione. Eppure Villeneuve, con quello sguardo, ci ha già catturati. Siamo complici inconsapevoli di quanto sta accadendo a quel bambino, e lui ci guarda, lo sa che ci siamo. Ma noi siamo solo spettatori, e nulla abbiamo in potere se non conoscere quella terribile storia che già inizia ad addensarsi come una nebbia. Un indizio da tenere bene a mente: quel tatuaggio, Villeneuve lo fissa e lo rende ben evidente.
1+1 può fare 1? È con questa criptica domanda che il mistero si dirada. La catena dell’odio da rompere: gli anelli sono sia l’amore sia l’orrore. Una grande promessa da mantenere.
Dove comincia la vostra storia?, chiede Nawal ai figli. Dove comincia la vostra storia?, chiede Villeneuve a noi. La chiamavamo la “donna che canta” perché cantava, sempre.
2 Aprile 2024 | Vorrei, quindi scrivo
Francesco Stasi (aka Kid Yugi) è un rapper emergente classe 2001, originario di Massafra, un centro di circa trentamila abitanti della provincia di Taranto. Il suo nome è comparso sulle bocche degli appassionati del genere dopo l’uscita del disco d’esordio, The Globe, avvenuta il 4 novembre 2022 per Universal. L’album aveva colpito positivamente il pubblico per il suo estro lirico fin dal titolo, che già denotava una forte tendenza alla citazione. Yugi, come dichiarato in un’intervista a Billboard, voleva richiamare infatti il teatro a cielo aperto messo in piedi dalla compagnia di William Shakespeare nel 1599, con l’intento di porlo a confronto con la cosiddetta “vita di strada”, topos lirico costante nei testi di genere rap. “Queste strade sembrano teatri / ‘sto sipario non vuole abbassarsi” sono i versi che chiudono “Hybris” (sì, la stessa hybris dell’Iliade), la prima traccia di The Globe. E i riferimenti al teatro non si fermano alla prima traccia: “Grammelot”, “King Lear” e “Il ferro di Čechov” sono i titoli di alcuni pezzi del primo album che testimoniano l’affiatamento del rapper con alcuni elementi o testi fondamentali del teatro moderno (rispettivamente: la tecnica teatrale onomatopeica messa in atto, tra gli altri, da Dario Fo; la nota tragedia di Shakespeare e la pistola (o fucile) di Anton Čechov, il principio narrativo ideato dall’autore russo per cui un’arma, presente in una messa in scena, prima o poi deve aprire il fuoco).
Il primo marzo di quest’anno Kid Yugi ha rilasciato la sua seconda fatica, I Nomi del Diavolo, declinando in ciascuna traccia dell’album i diversi nomi e volti che può assumere il male. Per farlo Kid Yugi attinge a letteratura (la copertina, il pezzo “Il Signore delle Mosche”), musica (“Paganini”), mitologia (“Lilith”, “Lucifero”), ma anche alla realtà (“Denaro”, “Ilva”), mostrando il ventaglio di identità che nel suo immaginario il diavolo può incarnare. Ciò non deve però far pensare a un album “satanista”, anzi: come dichiarato nell’intervista a teatro rilasciata per Esse Magazine, il diavolo da lui immaginato non assume una forma totalmente maligna, ma lascia aperto lo spiraglio per una tensione verso il bene.
Al di là di scelte o limiti artistici che possono caratterizzare più o meno piacevolmente il lavoro del rapper pugliese, ciò che è nuovamente interessante per le orecchie degli ascoltatori è il numero di pregnanti citazioni a cui Yugi riesce a dar vita. Come fa notare una pagina IG di divulgazione sulla musica hip-hop, TastieraCapitale (https://www.instagram.com/tastieracapitale?utm_source=ig_web_button_share_sheet&igsh=ZDNlZDc0MzIxNw==), la dote particolare di Yugi è quella di accostare elementi di campi d’interesse culturale apparentemente opposti nel giro di poche rime, senza che questo risulti forzato o poco credibile per i suoi fini. Un esempio lo troviamo in una serie di versi autocelebrativi tratti da “Yung 3p 4”, la nona canzone de I Nomi del Diavolo.
La mia merda è culto, il mio zoccolo duro sono i papaboys
Non è trap, è voglia di far sesso come Sigmund Freud
Dieci K al mese, spingo come un Boeing
(Kid Yugi – “Yung 3p 4”)
Tralasciando qualsiasi giudizio morale, fuorviante nell’analisi di certi testi musicali (questo discorso è lungo, complesso, più di quanto si possa pensare, e non è questa la sede per discuterne), possiamo notare ciò che è stato segnalato sopra: il cliché per cui i trapper hanno meno problemi “a rimorchiare” non è espresso dal rapper in maniera diretta, ma passando attraverso Sigmund Freud, il più noto studioso di psicanalisi del ‘900, che riservava a desideri inconsci di tipo sessuale le cause di certe inclinazioni individuali(es. complesso di Edipo). Nel frattempo troviamo attacchi ironici alla religione («il mio zoccolo duro sono i papaboys») o ostentazione di una ormai agiata condizione economica («Dieci K [= diecimila euro] al mese, spingo come un Boeing»). Il suo immaginario è questo, e a trascinarlo avanti sulle basi musicali è la sua voce possente, forse talvolta poco orecchiabile, ma di certo veemente, sia per i contenuti d’impatto comunicati, sia per il timbro grave che la caratterizza.
L’analisi di TastieraCapitale è acuta nell’evidenziare tale pregio della penna di Kid Yugi, e la sua riflessione porta me a farne una riguardo alla definizione stessa di citazione. Essa assume infatti valore quando ciò che viene ripreso dal modello precedente non è semplicemente un richiamo letterale, ma ottiene un nuovo significato, più ricco, dato dall’autore della citazione tramite le connessioni testuali sorte nel suo pensiero, tra il momento di lettura del modello precedente e il momento di scrittura. Kid Yugi si dimostra un maestro nel far fruttare l’intertestualità, un concetto affine alla memoria letteraria su cui i filologi del XX secolo hanno riflettuto a lungo. Se l’intertestualità, secondo il critico letterario francese Roland Barthes (1915-1980), prevede che ogni testo (letterario e non) possa essere interpretato in molteplici modi da ogni singolo lettore capace di tessere con esso nuove relazioni testuali, anche allontanandosi dalle iniziali volontà dell’autore, allora possiamo capire come il rapper di Massafra sia un lettore particolarmente fertile, in grado di esemplificare, tramite i suoi testi, la teoria letteraria dello studioso francese (per info in più a riguardo: https://www.eroicafenice.com/salotto-culturale/il-dialogo-intertestuale-dalle-origini-ad-oggi/ ). Ma non solo testi, perché Kid Yugi guarda, ascolta, respira; film, musica, ma anche la vita stessa, sono elementi, frutto della sua esperienza individuale, che vanno ad impilarsi nel suo vasto bagaglio di conoscenze. Quando scrive, poi, riversa questo bagaglio sulla pagina, forgiando il suo stile impregnato di citazioni.
Per qualche altro esempio, basti guardare la copertina de I Nomi del Diavolo, dove il rapper si trova su un «un trono demoniaco circondato da fanatici che si dimenano per toccarlo e quasi soppiantarlo dallo status raggiunto, omaggio alla celebre opera di Michail Bulgakov (Il maestro e Margherita, ndr) che rimanda alla scena del ballo di Satana», come indicato sapientemente in questo articolo di rapteratura.it (“I Nomi Del Diavolo”: l’Apocalisse di Kid Yugi è in terra – Rapteratura). Oppure si ascolti “Lilith”, brano in cui Yugi, attraverso il riferimento alla religione mesopotamica, descrive la propria amante come il demone femminile associato alla tempesta, portatrice di sciagure e morte. O, ancora,“Paganini”, che già dal titolo rivela un richiamo al celebre violinista di epoca romantica Niccolò Paganini, noto anche per la leggenda di un misterioso patto con il diavolo allo scopo di ottenere, in cambio dell’anima, il talento musicale. In questo brano, prende forma la visione violenta e contemporaneamente erudita tipica della scrittura del rapper di Massafra, che si avvale persino, a fini autocelebrativi, di riconoscere la complessità dei propri testi («Il mio slang indecifrabile, sembra latinorum»).
Sei dolore senza limiti, zoodiaci di lividi
La stanza degli spiriti, la danza delle Silfidi
L’affetto di Misery, le fiamme degli inferi
Il canto delle sirene nei tuoi occhi limpidi
(Kid Yugi – “Lilith”)
Dieci mitra in sincro, sembreranno il chorus
In un live al Forum, Yugi ultimo shōgun
Questa merda è il mio tesoro, lo difendo come Gollum
Pressione addosso, salvo la mia terra come Goku
Voglio comprarmi un Panzer, non voglio una Lotus
Terzo occhio è quello di Horus, Fat Man sull’Atomium
Questa non è trap, puoi definirla un Horcrux
Non ho mai preso il Valium, San Cosimo era opium
Il mio slang indecifrabile, sembra latinorum
Torno a casa su un nastro di Möbius, rap magnum opus
(Kid Yugi – “Paganini”)
Menzione speciale va fatta anche a “Ilva” (perlopiù, anche remix di un brano originale del cantautore tarantino Fido Guido), in cui il rapper mette mano a una denuncia sociale nei confronti dell’omonimo stabilimento delle acciaierie di Taranto, noto per i problemi di inquinamento – e non solo – provocati alla città pugliese e ai dintorni.
Si vede da lontano una nuvola tossica
Una terra rossa e la mia gente che soffoca
Quaggiù la vita quanto costa? Voglio una risposta
Se tutto quello che ci uccide lo chiami risorsa
(Kid Yugi – “Ilva (Fume Scure rmx)” feat. Fido Guido)
Se dovessimo vedere l’insieme del sapere umano come il suolo di un qualsiasi ambiente naturale, potremmo considerare Kid Yugi come un individuo che getta semi sul terreno, facendo crescere in profondità delle radici tanto solide da tenere insieme ogni strato sedimentato sotto la superficie, e dando contemporaneamente luce a una nuova forma di vita. Sono gli alberi ben radicati, infatti, che impediscono a un versante in pendenza di non franare: così il rapper di Massafra lega gli strati di conoscenza accumulati nel suo patrimonio culturale, dando loro nuova linfa vitale nella forma musicale.
Per questo, forse mi viene da pensare che Kid Yugi non sia solo un grande scrittore, ma più che altro un formidabile raccoglitore – lettore o osservatore, poco cambia – in grado di conservare le lezioni dei propri modelli ed evolverle, attuando anche un’opera di divulgazione verso i propri ascoltatori. Lo ha fatto con il teatro a cielo aperto di The Globe e si è ripetuto magistralmente con I Nomi del Diavolo, un progetto che ha il sapore di una vera e propria monografia sulle sfaccettature del male quotidiano. Perché va tenuto bene in mente che Kid Yugi non ha usato i propri riferimenti per sfuggire alla realtà di tutti i giorni, ma li ha piuttosto sfruttati per raccontarla con ancora più consapevolezza.