Intervista agli organizzatori di STASERA NON VIENE NESSUNO

Cosa succede quando non si possono più fare spettacoli dal vivo ma si vuole fare uno spettacolo in diretta streaming che non sia «semplicemente “gruppo-che-suona-davanti-a-telecamera” (cit.)»?

 

Succede che i lavoratori del mondo dello spettacolo non si arrendono, si mettono al lavoro insieme, trasformano un teatro, contattano artisti, fino a creare qualcosa di completamente diverso: Stasera Non Viene Nessuno è questo e molto altro. E il pubblico? Il pubblico non è presente ma in qualche modo c’è, è coinvolto in modi alternativi e si fa sentire, diventando coprotagonista della diretta.

 

Ho fatto qualche domanda ai brillanti ideatori di SNVN, questa serie di originali spettacoli in diretta streaming trasmessi dal Teatro Toselli di Cuneo (potete recuperare tutte le puntate su staseranonvienenessuno.it o direttamente su YouTube). Dalle loro risposte, tra una battuta e l’altra, emerge forte la voglia di tornare a fare spettacoli dal vivo, ma anche la speranza che sia dato un nuovo e più giusto rilievo a questo settore. Ed è anche questo che ha fatto SNVN: non solo offrire ottima musica, recitazione, comicità ma anche raccontare il mondo dello spettacolo in modo diverso, mettendo in luce le limitazioni e difficoltà dei lavoratori (già diffusamente presenti prima della pandemia) per creare nuove prospettive, nuove vie.

 

Da amante di concerti e spettacoli di ogni genere e da componente del pubblico da casa di Stasera Non Viene Nessuno posso dirvi questo: sappiamo tutti che ciò che si crea quando artisti e pubblico si incontrano dal vivo è insostituibile ma la sera di Natale, un’altra serata in cui restare a casa, la diretta di SNVN mi ha fatto sentire per un attimo lì. Lì dove divertimento, birra, significati, empatia ed emozioni di vario tipo si mischiano, dove ti senti parte di qualcosa di più grande, dove un collegamento fatto di musica e parole ti unisce a tutti gli altri che sono parte del pubblico e a chi si sta esibendo e su quel palco sta dando il meglio di sé. O forse musica e parole ti uniscono anche a tutti gli altri esseri umani, ti aiutano a comprenderli, a metterti nei loro panni, ad aprire la mente ancora una volta, ancora un po’ di più.

Grazie SNVN: noi non siamo potuti venire da voi, ma voi a noi siete arrivati.

1) Come nasce e con quale intento l’idea di «Stasera Non Viene Nessuno»?

L’idea iniziale di SNVN è nata in quella dozzina di giorni tra lo stop agli spettacoli dal vivo e il primo lockdown di inizio marzo. Con i Lou Tapage volevamo fare uno spettacolo in diretta streaming che non fosse semplicemente “gruppo-che-suona-davanti-a-telecamera”. È chiaro che lo spettacolo dal vivo è insostituibile e non riproducibile a distanza, tanto vale divertirsi e fare qualcosa di completamente diverso: trasformare il palco di un teatro vuoto in un salotto, dove i lavoratori dello spettacolo si ritrovino a chiacchierare, magari anche a suonarne due ma soprattutto a raccontare quel mondo dietro le quinte solitamente nascosto al pubblico. A Claudio Allione (super fonico) e Simone Drocco (Varco – Campeggio Resistente) è piaciuta l’idea e abbiamo iniziato a lavorarci su. Al gruppo si sono poi uniti l’Orchestra della Centrale e una squadra  di tecnici e artisti che hanno creduto al progetto e hanno dato un contributo immenso nel realizzarlo.

2) Per molti lavoratori dello spettacolo il pubblico è parte integrante dell’esibizione artistica: ogni replica può risultare un po’ diversa ogni volta anche per questo scambio interattivo tra chi si esibisce e chi assiste. Quali sono stati i pro (se ce ne sono stati) e i contro di organizzare spettacoli senza il pubblico in carne ed ossa?

Il pubblico non era presente in sala, vero, ma c’era. Abbiamo cercato di rimediare alla distanza con il “balconcino social-ista”, con Guido Canepa e Stefano Bertaina a fare da ponte tra il pubblico da casa e il palco. Nel corso della diretta il pubblico aveva la possibilità di intervenire e interagire con lo spettacolo tramite la chat di YouTube e le pagine dei social. Non era la stessa cosa, chiaro, ma ha creato situazioni e interazioni che difficilmente sarebbero possibili dal vivo.

Il lato positivo è che a fine serata non devi fare il giro della sala per pulire e recuperare i bicchieri vuoti, il lato negativo è che non hai nessuno con cui bere.

3) Artisti e musicisti come hanno accolto il vostro invito a partecipare?

All’inizio è stato complicato spiegare cosa volevamo fare ma una volta arrivati in teatro tutti gli artisti si sono sentiti a casa, hanno fatto proprio il salotto di SNVN. E a fine serata ci siamo sempre salutati con gli occhi umidi. Forse era amore, forse era Covid.

4) Qual è stato il feedback del pubblico da casa?

In chat sono arrivati feedback di ogni tipo, dagli apprezzamenti agli insulti personali, passando per le compravendite di Fiat Panda usate. Tirare le somme è difficile, ma con il senno di poi sarebbe stato meglio comprare il modello 4×4.

5) Cosa vi ha lasciato questa esperienza?

Per quanto SNVN sia stato un laboratorio sperimentale stimolante, creativo, divertente, etc., etc., etc., ci ha comunque lasciato immutata la voglia di tornare a fare spettacoli dal vivo.

6) Cosa vi augurate per il futuro del mondo dello spettacolo?

Non di tornare com’era prima. E ci riferiamo alle condizioni contrattuali dei lavoratori dello spettacolo. Ci auguriamo che questa triste tabula rasa possa se non altro essere un’occasione per ricostruire da capo il sistema, cambiandolo in meglio. Detto così sembra più un appello del papa, quindi concluderemo con una frase più sobria: «Date una carezza ai vostri figli e ditegli: questa è la carezza di Stasera Non Viene Nessuno».

Intervista a Valentina Strocco dell’associazione DialogArt

Conoscendo Valentina e chiacchierando con lei emerge subito la ricchezza del suo approccio alla cultura: competente, attento e appassionato. La sua è una formazione davvero completa poiché la passione per la sua professione e l’amore per il nostro territorio l’hanno spinta a sperimentarsi in diversi campi e ad aggiornarsi continuamente. L’ho intervistata per conoscere DialogArt, l’associazione di cui è presidente, che si occupa di progettare eventi culturali, in particolare nell’ambito storico-artistico museale. Nell’intervista Valentina ci aiuterà anche a cercare di capire cosa significa lavorare nel mondo della cultura al tempo del Covid: il settore culturale è stato duramente colpito dagli effetti della pandemia, ma fortunatamente c’è chi non si arrende e continua a progettare, immaginare, creare!

1)Raccontaci un po’ di te, come ti sei formata e com’è nata DialogArt?

Le storie, gli aneddoti, le leggende del nostro territorio mi hanno sempre appassionata, così come l’arte in generale e le sue mille declinazioni. Gli studi mi hanno portata lontano, in Oriente, ad approfondire la cultura e la lingua giapponese. Ma mentre facevo ancora l’università ho provato il test di ammissione per il corso da guida turistica offerto della Regione Piemonte: l’ho passato, ho preso il patentino di abilitazione alla professione e ho iniziato a lavorare, ormai dodici anni fa. 

Il lavoro da guida turistica ti porta ad aggiornarti continuamente, non smetti mai di studiare, ed è un aspetto che amo quello di ricevere sempre nuovi stimoli, in ambiti anche molto diversi tra loro.  Lavorando nei musei in ruoli di coordinamento ho poi sentito la necessità di specializzarmi, così ho seguito a il corso di perfezionamento per progettisti culturali a Torino, presso la Fondazione Fitzcarraldo, e poi un percorso di alta formazione in didattica museale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. 

Appassionandomi al tema dell’educazione, ho recentemente seguito un corso per la progettazione di visite teatralizzate per ragazzi e un corso come educatore interculturale.  

Sono tutte competenze che si completano, in situazioni e modi diversi: il punto cardine, ciò che accomuna tutto, credo sia la mia passione nel raccontare la mia terra, il forte senso di appartenenza ad essa che traspare in quello che faccio. 

DialogArt non nasce per mano mia, ho iniziato a operare all’interno dell’associazione e ne sono diventata presidente in un secondo momento. Diciamo che l’ho un po’ rivoluzionata: ho cambiato marcia e ho aperto nuove prospettive…in fondo aveva bisogno anche lei di un aggiornamento.

2) Quali sono gli obiettivi di DialogArt?

Come dice il nome stesso dialoghiamo, ascoltiamo, cerchiamo la connessione, lo scambio.  DialogArt si occupa di cultura, di educazione al patrimonio, di turismo e didattica a trecentosessanta gradi, dalla progettazione alla realizzazione. Ci trovate in giro tramite piccoli eventi, visite guidate, laboratori didattici, progettazione e sperimentazione culturale. Il nostro è un approccio alla cultura di qualità, inclusivo, giovane e fresco, accessibile a tutti e divertente. Gestiamo e curiamo beni storico museali avendone cura come se fossero nostri: uno dei nostri obiettivi è rendere vivi e fruibili gli spazi in cui lavoriamo. E non è uno slogan, lo facciamo sul serio.  Operiamo per esempio all’Abbazia di Staffarda e la sentiamo veramente come se fosse casa nostra, ce ne prendiamo cura anche nei piccoli dettagli.

3) A chi si rivolgono le vostre iniziative?

A tutti! Togliamoci dalla testa l’idea stantia che la cultura sia elitaria. La cultura è per tutti: basta sapere a chi si parla e, di conseguenza, saperla raccontare. Tutti, nessuno escluso!

4) Da associazione che opera nel mondo della cultura, come state vivendo questo difficile periodo? State riuscendo a continuare il vostro lavoro in modi alternativi? O state progettando per quando la situazione sarà migliore?

La stiamo vivendo male: sarò sincera, alquanto male! A seguito dell’ultimo DPCM il comparto culturale (cinema, teatri, musei) è ancora completamente bloccato e lo sarà ancora per un po’. I musei che hanno qualche risorsa stanno producendo contenuti online, in streaming o simili. Noi, presso l’Abbazia di Staffarda, risorse non ne abbiamo, quindi aspettiamo, ragioniamo e ci interroghiamo su come fare. A volte fermarsi aiuta a ripartire: spesso da un tempo lento, da un “vuoto fertile” si possono generare nuove prospettive. Per il nuovo anno sappiamo che ci aspettano molti nuovi progetti, siamo felici perché lavoreremo con altre bellissime realtà del territorio, davvero con bella gente.  Rimane l’incognita del come lavoreremo. Personalmente considero l’utilizzo del web uno strumento provvisorio, che può aiutare, ma che non può essere il solo e unico.  Voglio ancora credere che si tornerà all’umano: a sedersi attorno ad un tavolo a scambiarsi idee e punti di vista e a creare nuove azioni sul territorio, a ospitare scolaresche rumorose nei musei, a confrontarsi tra persone in modo diretto, che è il modo migliore per crescere e accrescere la propria esperienza. Stiamo parlando di divulgazione culturale, di educazione al patrimonio, alla bellezza: se è fatta dietro lo schermo di un PC, senza l’uomo in carne ed ossa, senza le sensazioni dirette trasmesse dal luogo o dall’opera d’arte, senza lo scambio attivo, come può definirsi tale? 

5) Cosa significa per te progettare cultura? 

Il termine «progettare» deriva dal latino e letteralmente significa «lanciare avanti».

Progettare cultura vuol dire possedere una visione di quello che sarà, costruirla essendo disponibili a modificarla e ridiscuterla continuamente, tra di noi e insieme al mondo che cambia. 



Danza e consapevolezza: intervista ad Elena Rizzo

Quando la nostra mente è stanca, confusa, irrequieta possiamo mettere da parte per un attimo la razionalità e affidarci al corpo, farlo danzare: ciò che scopriremo può davvero sorprenderci! Elena è un corpo che balla, dalle onde dei suoi lunghi capelli che si muovono in tutte le direzioni fino alla punta dei piedi, che si fanno muovere, scatenare, cullare da musiche sempre nuove. Ho avuto l’opportunità di ballare insieme a lei ed è stata un’esperienza che non dimenticherò mai. Il mio corpo si è affidato alla sua voce e alla musica: mi sono sentita incredibilmente libera e sono affiorate dentro di me risposte chiare, sicure, inequivocabili. Ma lasciamo che sia Elena a dirci qualcosa di più sul suo corso Danza e consapevolezza.

  • Raccontaci un po’ di te, come ti sei formata e com’è nata la tua passione per la danza?

Sono un’educatrice professionale: dopo essermi laureata, a ventiquattro anni sono partita finalmente per il grande viaggio che sognavo da tanto. Sono stata all’estero quattro anni: ho vissuto in Australia, Polonia e Nuova Zelanda. Ho sempre lavorato con i bambini e studiato metodi educativi all’avanguardia, finchè ho scoperto una pratica di meditazione in movimento di cui mi sono innamorata e la mia vita ha preso una svolta inaspettata. Ho sempre amato danzare ma mi sentivo limitata dal dover imparare una coreografia o vincolata dal giudizio di qualcuno che avrebbe deciso se il mio movimento era “bello” o “brutto”, “giusto” o “sbagliato”. Avevo proprio bisogno di liberare la mia danza dal giudizio e dal concetto di performance e così è successo: è stato liberatorio e meraviglioso.

  • Quali sono gli obiettivi del tuo corso Danza e consapevolezza?

Premetto che la danza libera e spontanea aiuta ad entrare in contatto con il nostro vero Sè. Il corpo ha una sua saggezza e non mente mai: se lo ascoltiamo e ci fidiamo, ci porterà esattamente dove dobbiamo andare. Danza e Consapevolezza è un modo semplice e potente per riconnetterci con noi stessi e con gli altri attraverso una pratica espressiva, emozionante e divertente che si basa su movimenti liberi e spontanei. Ciò avviene in uno spazio non competitivo, uno spazio di ascolto e crescita dove non c’è “giusto o sbagliato, bello o brutto”, ma solo il desiderio di lasciar parlare il corpo, riposare la mente e aprire il cuore. Il corso permette dunque di svuotare la mente, ossigenare il corpo e ritrovare in esso la libertà che spesso ci neghiamo, ridere, lasciarsi andare e ricaricarsi di una nuova energia!

  • Chi partecipa ai tuoi corsi?

Questa pratica è aperta a tutti, non ci sono limiti di età e non è necessaria nessuna esperienza.

  • Che cos’è per te la danza?

Per me la danza è meditazione, è uno spazio di pace per la mente, è il corpo che scrive poesie nell’aria a tempo di musica. La danza è uno spazio dove mi dissolvo e divento qualunque cosa. A volte ballo immaginando di essere un animale, un elemento, uno stato d’animo o qualunque cosa il mio corpo abbia voglia di sperimentare. Se una musica mi fa sentire una creatura del mare divento un animale degli abissi che si muove con grazia nel flusso infinito delle correnti d’acqua, cambiando continuamente forma, senza paura, senza resistenza. Allora divento fluidità, fiducia, presenza. Danzando integro le qualità delle creature che chiamo nel movimento e pratico affinchè queste qualità mi accompagnino nella quotidianità.

  • Dove e quando si tengono i tuoi corsi?

Il giovedì dalle 18.30 alle 20 presso Mirya, in Via Statuto 13 a Cuneo. Il lunedì dalle 10 alle 11.30, il martedì dalle 20 alle 21.30 e il mercoledì dalle 18 alle 19.30 presso Erboristeria Oasi del Benessere, a Confreria.

Chiunque fosse interessato ai corsi di Elena può contattarla al 329 0097032 e visitare la sua pagina Facebook: https://www.facebook.com/danzaeconsapevolezza

Laboratorio di teatro dell’oppresso a Cuneo: rivivere un’oppressione, cercare soluzioni condivise e…divertirsi insieme!

Il 12 e 13 settembre ho preso parte ad un’iniziativa molto particolare che si è svolta a Cuneo, presso il Parco della Gioventù, dove è stato allestito il circo contemporaneo Zoé in città e in collaborazione con delle associazioni del territorio, quali Micò Aps e Fondazione Nuto Revelli.  In particolare, si è voluto coinvolgere anche giovani membri dei progetti Start the change (https://www.startthechange.eu) e P.E.E.R (“Praticare Eguaglianze Esercitare Resistenze” realizzato da Micò Aps, Fondazione Nuto Revelli, Arcigay Cuneo GrandaQueer e Ora e Sempre all’interno del bando “Mondo Ideare” finanziato dalla Fondazione Crc).

Il titolo dell’attività già mi ispirava molto: Laboratorio di teatro dell’oppresso e forum, ma è stata la mia partecipazione in prima persona a confermare l’interesse. In realtà, non sapevo assolutamente di cosa si trattasse, come molti dei partecipanti, ma mi sono buttata e devo dire che ne sono rimasta molto soddisfatta. Conducevano il laboratorio due esperti provenienti da Torino: Monica Prato, psicoterapeuta e attrice e Paolo Pollarolo, antropologo africanista ed economista.

Vi starete chiedendo: “Cos’è il Teatro dell’oppresso?”.

Il TdO è un metodo teatrale molto potente e coinvolgente che utilizza varie tecniche, giochi ed esercizi con lo scopo educativo di portare allo scoperto i conflitti presenti nella società o nel mondo interiore dei singoli e cercare soluzioni collettive. È un dispositivo recente: è nato negli anni ’60 in Brasile, durante la dittatura, per opera di Augusto Boal che unì il suo impegno politico alla formazione teatrale. Il risultato è un teatro corale che può essere considerato un sistema educativo nonché strumento di cambiamento poiché induce i partecipanti a portare in scena dei problemi e dei conflitti, affrontarli attraverso i gesti e le parole, ma soprattutto, cercarne la soluzione insieme e capire le varie alternative proposte. Anche il pubblico diventa attivo grazie al suo coinvolgimento in scena: da spettatore diventa spett-attore. In pratica, il Teatro dell’oppresso ci ricorda che la parola sta alla base della nostra società e che sono il confronto e l’ascolto a permettere il cambiamento, che sia personale o globale.

Le due giornate si sono svolte all’insegna del divertimento e devo ammettere che mi sono portata a casa un bagaglio di conoscenze del tutto nuove. All’inizio, attraverso vari lavori di gruppo, come ad esempio, giochi basati sui nomi dei partecipanti, sulle aspettative riguardo al laboratorio, sulla fiducia, esercizi di preparazione per sciogliere rigidità corporee ed emotive, momenti di improvvisazione e di risate, abbiamo cercato l’unione nel gruppo, formato da persone diverse: giovani e meno giovani, uomini e donne, attivisti, studenti, lavoratori… Non è stato semplice, ma alla fine si è creata un’atmosfera alquanto piacevole ed è stato come se ognuno di noi si conoscesse da mesi! Era proprio uno degli obiettivi principali quello di creare un gruppo unitario, basato sulla fiducia reciproca e sulla bellezza della diversità come punto di forza.

Tra un gioco e l’altro, le ore sono volate ma avrei voluto fermare il tempo per assaporare quei momenti di allegria e spensieratezza tipici dell’infanzia. D’altronde, eravamo un po’ come dei bambini alle prese con dei giochi di gruppo, ma sotto all’apparenza ludica delle attività, si nascondevano valori profondi ed insegnamenti utili per il laboratorio. Infatti, i giochi servivano come preparazione per l’attività principale, cioè la realizzazione di due scene rappresentanti due situazioni considerate conflittuali e oppressive. Ogni partecipante è stato invitato a pensare ad un evento in cui emergesse un’oppressione, sia collettiva che personale, per poi metterla in scena grazie all’aiuto del gruppo e di Monica e Paolo. Sono stati i singoli membri a scegliere i vari attori e a rappresentare, senza l’ausilio della parola, le scene, “plasmandole” a proprio piacimento. Sono emerse situazioni differenti ma molto significative. Dopodiché, insieme, abbiamo scelto le due scene più adatte alla rappresentazione, trasformandole in atti teatrali con tanto di battute. Abbiamo provato molte volte, abbiamo riso e pianto, abbiamo anche finto e spesso la realtà e la finzione sembravano un tutt’uno, mentre l’oppressione emergeva sempre di più, fino a diventare intollerabile, proprio come nella vita reale.

La prima scena rappresentava un conflitto personale: un atto di bullismo avvenuto a scuola. In particolare, trattava i temi della discriminazione e dell’incomprensione nei confronti di una ragazza omosessuale; mentre la seconda scena si basava su un fatto di cronaca cuneese: l’ordinanza n. 488 anti-accattonaggio, finalizzata al contrasto del degrado urbano, causato dall’abusiva occupazione di suolo pubblico ed al bivacco, ed alla tutela della convivenza civile, igiene, bellezza e rispetto dei beni, degli spazi e dei luoghi pubblici. Due tematiche molto rilevanti e profonde che meritano di essere approfondite e capite, affinché se ne possa comprendere l’assurdità.

Infine, con nomi di fantasia, ci siamo esibiti al pubblico domenica 13 alle ore 17 nel grande tendone allestito dal circo Zoé in città. L’emozione era tanta, soprattutto per chi, come me, era alla prima esperienza di teatro. Trattandosi di uno spettacolo forum, il pubblico è stato da subito coinvolto nella ricerca di possibili soluzioni da mettere in pratica nelle situazioni di conflitto rappresentate. In parecchi sono intervenuti: chi ha voluto sostituire un personaggio, chi ne ha aggiunto uno, chi ha cercato di trovare un compromesso, chi ha denunciato pesantemente il fatto… Il risultato ottenuto è stato sorprendente, un vero e proprio coinvolgimento attivo da parte degli attori e del pubblico che hanno interagito insieme in cerca di una o più soluzioni ai problemi. Il cambiamento sulla scena è stato inevitabile poiché erano situazioni dinamiche, come vuole il teatro dell’oppresso in cui i vari punti di vista si intrecciano e modificano sempre la scena di partenza. È stato molto curioso notare come gli spettatori si siano trasformati in attori e viceversa senza un minimo di copione, provando in prima persona l’ebrezza dell’improvvisazione e facendo ricorso soltanto ai propri valori e alle proprie emozioni.

Questa esperienza mi ha lasciato tanto. In primis, un bel rapporto con il gruppo con cui spero di condividere nuove esperienze in futuro. Non eravamo solo attori, eravamo compagni di avventura e condividevamo molte passioni e molti valori che abbiamo cercato di far emergere in scena. Ho provato in prima persona quanto sia arricchente la diversità e ne sono rimasta affascinata. Inoltre, grazie a questo laboratorio, ho potuto lasciarmi andare e dar voce ad alcuni conflitti che mi tenevo dentro, forse per paura di espormi o per timore del giudizio altrui. Ho anche scoperto quanto sia difficile sfidarsi e sfidare le proprie emozioni. Tutto questo grazie alla tecnica del teatro dell’oppresso e in particolare, grazie a Monica e Paolo che hanno reso possibile la realizzazione dello spettacolo, aiutandoci, facendoci divertire, spronandoci e supportandoci.

Ringrazio gli organizzatori dell’evento: Micò Aps, Fondazione Nuto Revelli, Circo Zoè in città, progetto Start the change e P.E.E.R, Monica e Paolo e tutti coloro che ne hanno preso parte. È stata un’esperienza incredibile!

Waiting for ROSBettola: intervista a Edith e Leo Gastinelli, gestori del nuovo locale che aprirà a Rosbella

Dopo questo periodo particolare la voglia di bersi una birra, magari all’aperto, è più forte che mai…e a Rosbella, frazione di Boves immersa nella natura, sta prendendo forma un locale che sembra fatto apposta per rispondere a questa esigenza, e a molte altre! Ho intervistato i due giovani futuri gestori di questa nuova realtà, i fratelli Edith e Leo Gastinelli. Due ragazzi ambiziosi, creativi, che stanno lavorando duro per questo progetto che unirà tradizione e innovazione, cultura e prodotti locali di qualità, in un’ottica 100% green!

1) Raccontatemi di voi…come vi siete formati e com’è nata l’idea della ROSBettola?

EDITH: Io ho studiato al liceo artistico, che non rispecchia molto quello che ho fatto dopo, a parte l’aspetto creativo. Nei miei primi anni di liceo ho conosciuto Andrea Bertola, mastro birraio di fama internazionale: aveva passato un’estate a Rosbella e una sera con lui, già 10 anni fa, era saltata fuori l’idea della ROSBirra, per gioco. Grazie ad Andrea mi sono avvicinata al mondo della birra artigianale, che per me a quell’età era sconosciuto: in Italia è una realtà degli ultimi 10-15 anni, non è una tradizione radicata come quella del vino, ad esempio. Durante il liceo ho iniziato a seguire Andrea per birrifici locali, a frugare nel suo mondo. Mi piaceva pensare di poter ambire a diventare il suo aiuto. Finita scuola ero indecisa se continuare con gli studi di grafica e fotografia o se immergermi nel mondo della birra. Ho scelto la seconda opzione e ho seguito Andrea nell’unico birrificio artigianale di Gozo, piccola isola vicino a Malta, dove lui faceva da consulente. A Malta arrivò, l’anno successivo, anche un altro consulente: dal suo rigore tecnico e dal genio creativo di Andrea ho potuto imparare moltissimo. Dopo questa prima esperienza full immersion nel mondo della birra, ho trascorso un periodo in Cile, per poi tornare in Italia. Tornata qui è partita l’avventura al birrificio Troll: sapevo che cercavano personale e a me mancava lavorare in birrificio, il suo profumo, la sua atmosfera, e quella sensazione che ti dà fare il lavoro che ti piace, avendo tra l’altro avuto la fortuna di trovarlo subito. Durante le mie esperienze nei birrifici ho potuto apprendere e sperimentare tutte le fasi di produzione e confezionamento della birra: se vuoi produrre in modo autonomo devi saper gestire ogni fase, ed è anche il bello di questo lavoro per me. Se imposti il lavoro con una settimana di produzione al mese sai che ogni settimana è diversa, una settimana produci, una rifermenti, una imbottigli, una etichetti. E poi c’è la soddisfazione di riuscire in un lavoro duro, considerato “da uomini” perché fisicamente pesante in alcuni aspetti: alzare sacchi da 25 kg per macinare i malti, ad esempio. Ma se pensiamo alla storia del prodotto, nella tradizione dell’antico Egitto e della Mesopotamia erano le donne a fare la birra. Oltre all’esperienza al Troll, un altro passo importante per la nascita della ROSBettola è stata la mia partecipazione a ReStartAlp, un campus per l’imprenditoria giovanile sulle Alpi, un incubatore d’impresa per la rivitalizzazione della montagna. Io non avevo una base di studi di economia o imprenditoria e in quei tre mesi intensivi al campus ho imparato molto: analisi dei costi e dei mercati, fare un business plan… rendermi conto se un progetto è realizzabile concretamente a livello di costi e allestimenti. Non ho vinto il campus, il che è stata una fortuna perché mi sarebbero arrivati subito i finanziamenti e avrei dovuto partire quattro anni fa, mentre così abbiamo avuto ancora qualche anno per macinare l’idea. Alla fine dell’anno scorso abbiamo partecipato a un bando del GAL, entrando in graduatoria: ci ha assicurato fondi europei che hanno coperto una parte dell’investimento che abbiamo fatto per la ROSBettola. Dovevamo aprire a maggio ma con la quarantena siamo rimasti bloccati, e a maggio sono iniziati i lavori. Anche con la pandemia siamo rimasti fiduciosi e nonostante questa sfortuna alla fine è stato un periodo utile perché le persone stanno rivalutando tantissimo la montagna. Hanno voglia di un posto all’aperto dove bere birra buona e mangiare cose sane.

LEO: Io ho fatto l’alberghiero, che calza a pennello con quello che andrò a fare adesso e con le prospettive di sviluppo della ROSBettola. Da quando sono piccolo sono appassionato di cucina, quando andavo a trovare mia nonna cucinavamo sempre insieme. Ho appena finito scuola ma durante il percorso scolastico ho potuto fare esperienza. Ho seguito il consiglio di un cuoco di Cuneo, amico di famiglia, scegliendo di fare stage in panetteria e in macelleria: luoghi dove non si fa ristorazione in senso stretto, ma che ti permettono di conoscere nel dettaglio il prodotto che vai a finalizzare. Alla ROSBettola proporremo il ROSBread, un pane speciale che avrà nell’impasto le trebbie della ROSbirra. Dopo esperienze al panificio A Fuoco Vivo a Peveragno e alla macelleria Martini a Boves, ho avuto la possibilità di sperimentarmi in cucina, ma all’estero. Sono andato in un ristorante a Barcellona, una prima esperienza in cucina bellissima e particolare, perché ho dovuto confrontarmi con la lingua straniera. Poi ho continuato in un hotel a Cervinia, in una brigata enorme dove mi sono trovato bene e, nella stagione estiva, a Punta Ala, in Toscana. Ho capito però che non è nelle cucine così grandi che mi esprimo al meglio. Sono tornato a Boves e ho aiutato per un periodo mio zio in pasticceria. Qui alla ROSBettola avrò la possibilità di fare piccola ristorazione, posso iniziare a tirare fuori tutta la mia passione, potrò fare cose nuove, creare proposte interessanti.

2) Che cosa offrirà la ROSBettola a chi verrà a conoscerla?

EDITH: Alla ROSBettola ci sarà la ROSBirra: la produco nel birrificio del Troll ma è una ricetta inedita che ho studiato io. Nella ROSBirra ci sarà un ingrediente speciale che la rende unica, un ingrediente veramente a chilometro zero, raccolto a 5 metri dalla ROSBettola. Avremo un grande prato e offriremo modalità alternative di piccola ristorazione: non per forza seduti al tavolo, dentro o fuori, ma chi vorrà potrà avere il suo cestino da picnic e il suo plaid per mangiare e bere nel prato. All’inizio sarà più un pub-birreria con taglieri di salumi e formaggi d’alpeggio, hamburger, panini gourmet, il tutto con la massima ricerca nella qualità degli ingredienti, selezionati a livello locale. Poi speriamo di avere la possibilità e le motivazioni per ingrandirci un po’ e ristrutturare la nostra tavernetta, creando lì la cucina vera e propria, magari preparando anche prodotti in barattolo: le ROSBontà. Non vogliamo collaborare con multinazionali, al posto delle classiche Coca e Fanta vorremmo offrire nuovi prodotti, succhi con le materie prime della zona, Kombucha (bevanda ricavata dal tè fermentato, molto dissetante). Vogliamo davvero fare scelte green, crediamo che sia l’unico modo che abbiamo noi giovani per invertire la tendenza che sta portando alla distruzione del pianeta. Sappiamo che l’abbiamo sporcato troppo, sprecando moltissimo, e adesso ci tocca fare quel passo indietro, ritornare alla terra, alle scelte locali. E la ROSBettola è un’occasione d’oro per concretizzare il cambiamento e trasmetterlo. Un concetto che abbiamo a cuore è quello della globalizzazione al contrario. È l’idea delle osterie di una volta: ognuna aveva il proprio vino, di propria produzione, che trovavi solo in quella specifica osteria. Non troverete i nostri prodotti nei locali di Cuneo, Boves, Peveragno: i prodotti della ROSBEttola rimarranno qui a Rosbella e dovrete vivervi l’esperienza della montagna per poter godere anche dei suoi frutti. Spesso, quando si inizia a produrre qualcosa, lo si pensa subito in scala industriale, invece qui l’idea è opposta, far salire la gente, rivalutare il territorio. La ROSBettola sarà anche un centro di cultura e socialità, un centro nevralgico di incontro. Stiamo già collaborando con professionisti di diversi ambiti (come Valeria Pretato, insegnante di yoga). Da una parte offriremo esperienze aggiuntive a chi verrà qui a bere e mangiare, dall’altra daremo uno spazio a chi fa attività, anche nuove e di nicchia.

LEO: Il nostro intento è proprio quello di riavvicinare le persone alla montagna, staccarle un po’ dalla città. Per me la grossa soddisfazione sarebbe vedere i miei amici, i ragazzi giovani, che ritornano ad apprezzare la natura. Speriamo di aprire ad agosto: io sto dando una mano a tutti, non vedo l’ora di aprire. Saremo anche negozio di prossimità. Per me è tutto perfetto: sono felice, carico e motivato!

3) Voi siete nati da queste parti ma avete viaggiato un bel po’. Perché la scelta di tornare e creare qualcosa di vostro proprio a Rosbella? 

EDITH: Credo che la scelta dei miei genitori di lasciarci sempre liberi di andare sia stata vincente. Perché quando obblighi qualcuno a stare in un posto emergono i lati negativi, invece se tu parti, poi apprezzi anche quello che hai lasciato. Mi è rimasta impresso un concetto che lessi tempo fa in Lalla Romano: non si torna se non nel luogo dal quale non si è mai partiti. Io non sono mai andata via di qui per scappare, perché qualcosa qua non mi piaceva, sono partita per imparare, ma ho sempre avuto l’idea di riportare qua le esperienze e le conoscenze maturate in giro. Non sapevo che sarebbe stato adesso, forse avrei voluto viaggiare ancora molto prima di dare vita alla ROSBettola, però l’occasione è arrivata ora e sarebbe stato un peccato non coglierla. Entrambi teniamo molto a Rosbella, e la nostra famiglia è stata nel 2000 la prima a ripopolare stabilmente la borgata, che oggi conta già quindici residenti. I miei hanno spostato il loro studio di produzione video da Boves a Rosbella nel 2009 e hanno lavorato tutta la vita sul rivalutare la montagna e dimostrare che di montagna si può vivere. La nostra missione è provare che anche se siamo giovani non dobbiamo per forza andare a lavorare nelle città e che si può vivere e lavorare in montagna, reinventarsi nella montagna, rivalutandola. Il presidio è importantissimo per non far morire una zona montana. Ci sono anche tanti altri esempi di borgate che sono rinate grazie al turismo e purtroppo anche tanti altri di borgate che sono morte perché non c’è più stato presidio. Noi speriamo di riuscire ad arrivare alla fine della missione dimostrando che a Rosbella dal niente che c’era possiamo arrivare ad avere bed & breakfast, osteria, birrificio: vita vera.

LEO: Ho girato molto anch’io, grazie anche al permesso e all’incoraggiamento dei nostri genitori. Non è semplice: devi uscire dalla tua zona di confort, superare magari la paura di sbagliare o fare figuracce e buttarti. Io ad esempio con le lingue straniere sono una frana, però ce l’ho sempre fatta. Ma se devo essere sincero per me non ci sono posti migliori di Rosbella. Questo posto fa parte di me, siamo una cosa unica: ha sempre cullato i miei limiti e tirato fuori le mie migliori risorse, il meglio di me.

Pensieri sull’attore: mito, sognatore, lavoratore

Vedi l’attore (*) sul palco, e ti chiedi che strano mestiere sia il suo: tu hai sempre visto solo persone che fanno lavori con orari fissi, di giorno o di notte, ma mai che prevedono impegni saltuari e solo in alcuni periodi. Hai iniziato a vedere (o meglio il verbo “partecipare al”?) teatro qualche mese fa e ti è venuto questo pensiero. Continui a “partecipare al teatro”, cresce la tua stima per coloro che dal palco ti regalano emozioni: attori, registi, scrittori. E ad un certo punto inizi a vederli come eroi, esseri illuminati, tendenti al divino. Stop, facciamo un passo indietro.

Da quando è iniziata la mia passione per il teatro, è cresciuta in me la curiosità per l’attore: non tanto quello sul palco, ma quello che poggia la testa sul cuscino, dopo una doccia in una notte di estate per lavarsi il sudore della serata a recitare; insomma la mia curiosità per quello spazio che viene prima del palco. Spazio umano, di lavoro e vita, che nello stesso modo dello spazio del palco, è stato, con un processo di mitizzazione della mia mente, elevato a livelli divini. La mia mitizzazione dell’attore non è un approccio utile a considerarlo un lavoratore come gli altri, e infatti io lo considero un lavoratore diverso, ma, e questo ma è fondamentale: non diverso per i diritti e le garanzie che deve avere.

Secondo l’interpretazione di Marx del lavoro, l’attore è il lavoratore per eccellenza: nel suo lavoro esprime, oggettivizza se stesso, nel modo più autentico. E infatti nel mondo del lavoro di oggi sempre più artificiale e spersonalizzato a livelli diversi, l’attore sembra essere un lavoratore “strano”, ma è eccome un lavoratore. A questo punto, qualcosa non torna: allora perché io lo mitizzo? Probabilmente ho molta stima di una persona che ha ancora il coraggio di lavorare in questo modo, ho invidia della sua passione. E mitizzandolo lo pongo come modello distante da me, non reale, qualcosa a cui non posso davvero giungere: così mi precludo in partenza il percorso che potrebbe portare anche me a lottare per un mestiere che mi permetta di esprimere me stessa. E’ la realtà intorno che preme, coi suoi ritmi e le sue richieste, che sembrano così più a portata di mano.

Ancora in cerca di una prospettiva, ho fatto qualche domanda a due attori, partendo dalle mie curiosità.

Partiamo da un momento peculiare della vita di un attore: gli applausi del pubblico. E’ una coincidenza che entrambi gli attori che ho intervistato abbiano citato questo momento spontaneamente? Erika dice che il momento più difficile per me è alla fine dello spettacolo, quando devo prendere gli applausi, in quel momento l’attore toglie la maschera e non ha più il personaggio a proteggerlo, e allora lì viene fuori Erika con tutta la sua fragilità e timidezza, ancora ho difficoltà a ricevere i complimenti. E Federico invece: durante il periodo di repliche il momento più bello è quello degli applausi. L’incontro con il pubblico.

Erika ha parlato di difficoltà a ricevere i complimenti e di maschere, ed ecco che ritornano a galla per me una serie di domande: il teatro aiuta a diventare più estroversi? Aiuta a superare timidezza e impaccio?  E’ una domanda comune, ma anche mal posta, e mi hanno aiutato a rifletterci in questo senso le parole di Federico: Il teatro fa bene, ti trasforma. È una buona medicina per la vita e sicuramente può rivelarsi utile anche per chi è introverso.[ ] La pratica del teatro riesce a toccare qualcosa di estremamente profondo. [ ]E la stessa utilità, ovviamente, vale anche per chi possiede un carattere più estroverso. La sua “apertura” verso il prossimo può sicuramente rivelarsi un’arma vincente dal punto di vista teatrale. È un’apertura verso i compagni in scena così come verso il pubblico.[ ] E quell’apertura che il teatro ti permette di esplorare, quell’ ascolto verso il prossimo, quella sensibilità che per forza deve essere il tuo terreno di gioco, riesci a portartela dietro nella vita di tutti i giorni.

Scendiamo ora dal palco e indaghiamo dietro le quinte: com’è la routine per un attore? Ha una routine? Mentre Federico mi risponde che più che altro ha una routine di lavoro – Lo studio continuo del testo, la memoria, le prove… – Erika pone l’attenzione su un aspetto del lavoro a volte sottovalutato: Ogni mattina faccio i 5 Tibetani, esercizi presi dallo yoga che lavorano sull’ equilibrio dei chakra. Sono per me un rituale che rafforza il corpo e lo spirito. Ritengo che l’attore debba fare un gran lavoro su di sé, prendendosi cura della sua anima e del tempio che la  custodisce: il corpo. L’attore è un’atleta.

Rimanendo sempre dietro le quinte: quando non si va in scena, i periodi di creazione e di prove come sono? Federico dice che il momento più significativo è proprio la ricerca, il momento delle prove. Lo stare in contatto con i colleghi e trovare insieme la meraviglia che riuscirà a far decollare il lavoro. E invece Erika testimonia una certa difficoltà – La cosa più faticosa sono i periodi di inattività teatrale – ma che si rivela alla fine fruttuosa:  la criticità del momento rende quei periodi in assoluto i più proficui e creativi. Io stessa in periodi del genere ho scritto pensieri che poi hanno portato alla nascita di uno spettacolo.

Usciamo ora dalla sala prove e parliamo dell’inizio di una carriera teatrale: come nasce un attore? Che difficoltà incontra? E qui di nuovo le risposte vanno d’accordo: Federico dice che i suoi genitori lo hanno sempre appoggiato, ma aggiunge: Devo dire, però, che da quando è diventato un mestiere è anche motivo di scontro. Mi hanno sempre implorato di trovare un piano B, perché capiscono che, ahimè, non è un lavoro che assicura una certa continuità. E Erika parla di appoggio totale dei suoi genitori, di sua madre che è la mia Fan numero uno e non vede l’ora di vedermi su Rai 1 a fare una “fiscion” come le chiama lei; ma ricorda anche come al primo anno di scuola di teatro suo padre le abbia detto: Con il teatro non si campa!. E aggiunge: A distanza di anni devo dargli ragione, io purtroppo non faccio solo l’attrice, e negli anni ho svolto così tanti lavori da dovermi creare un doppio Curriculum, quello artistico e quello civile!.

Quest’ultima amara affermazione non significa che Erika non consideri il teatro un mestiere, anzi alle mie domande, risponde che è la professione più bella e insieme più difficile e che per l’attore far teatro è insieme passione e lavoro.  E Federico aggiunge che deve essere considerato come tale, non solo da noi artisti ma da chiunque e che come per tutte le cose, anche in teatro serve un valido percorso d’istruzione, e poi chiaramente la pratica. Nonostante questo anche lui, come Erika, dice che la cosa più faticosa è vivere di questo mestiere.

Entrambi aprono il delicato discorso del lavoro teatrale in Italia: Erika dice che è molto complicato fare l’attore, almeno in Italia, non ci sono tutele adeguate ed è un continuo stare sulla fune; Federico, parlando dei lavoratori teatrali e della situazione critica del lavoro oggi, dice: la nostra categoria sembra risentirne più delle altre. È giunto il momento di dare maggiore dignità alla figura dell’attore, ma mi sento di dire dell’artista in generale. Fare teatro, sì, è un mestiere. E come tale deve essere regolarmente retribuito. E deve avere garanzie. E deve avere tutele.

Per finire, mi hanno molto colpito, a proposito della difficoltà di questo mestiere, alcune affermazioni: quelle di Erika sulla difficoltà di accettare che era questo il suo “Sogno”: sin da piccola mi sono sempre vista donna in carriera, impegnata. Ho fatto diversi cambi all’università prima di comprendere che la mia strada era il palcoscenico. Sono passata da Scienze Biologiche a Giurisprudenza! Ma non fare quello che desideravo mi faceva stare male. E, tornando alla situazione di oggi, Federico parla di una passione che ci brucia dentro che impedisce di rassegnarsi, del bisogno di far sentire la propria voce, trovare insieme una soluzione, e non dimentica il pubblico: “Mai come ora il pubblico ha bisogno di noi, e figuriamoci: mai come ora noi abbiamo bisogno di pubblico. Perché altrimenti il nostro mestiere puf, svanisce in un attimo. Se non c’è pubblico non c’è teatro.

Probabilmente non definitiva, ma ecco la prospettiva a cui sono giunta: l’approccio migliore per chi ama il teatro (ma direi l’arte in generale) è considerare l’artista (*) un esempio di “lavoratore alla Marx”, uno dei pochi rimasti, stimarlo, ma non perciò, tramite la mitizzazione, negargli le sue sembianze di un lavoratore con dei bisogni, come tutti gli altri. Questo aggraverebbe una crisi del teatro (e dell’arte), che oggi è stata messa ancor più in risalto dalla pandemia, dall’assenza di misure per tutelare la classe dei lavoratori artisti. E’ una crisi di considerazione del teatro (e dell’arte), che si riflette oggi nel “ma non è un’attività fondamentale”; non credo che sarebbe azzardato dire che questa crisi, iniziata ormai da anni, ha uno dei suoi motivi principali nell’idea che l’arte, ”lavoro alla Marx”, non produce niente di concretamente visibile, di misurabile in termini di quantità; ma è un lavoro che dà vita – vita! Non oggetti inanimati –  a spazi di condivisione e libertà.

 

(*) si sono usati i termini “artista” e “attore” come equivalenti della totalità di tutti gli artisti e attori indipendentemente del loro genere

Ringrazio molto Erika La Ragione e Federico Palumeri per aver risposto alla mie domande, ampiamente e con piacere.

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