Riforme, debito, deficit, reddito di cittadinanza, 780 euro. Sono parole e cifre ormai entrati stabilmente nelle nostre case negli ultimi giorni, perché al centro del dibattito mediatico che ruota attorno alla nuova manovra “giallo-verde” che Movimento Cinque Stelle e Lega, le due forze politiche al governo, hanno presentato per il futuro prossimo dell’Italia.

Proprio di reddito di cittadinanza si è a lungo discusso un po’ ovunque, dai salotti televisivi alle colonne dei quotidiani, fino ai più o meno preparati (e pacati) campi di confronto sui social network: sarà una buona cosa? Darà quell’effettivo impulso all’economia, contribuendo veramente a ridurre la disoccupazione? Ma soprattutto, non rischierà di produrre dei “quasi poveri” che campano alle spalle dello Stato?

Tanti quesiti, che portano in dote un’altra domanda: con quanto sopravvive un italiano oggi?

Dubbio facilmente risolvibile con alcune ricerche economico-sociologiche, al quale abbiamo voluto aggiungere però qui una postilla, che più ci compete: quanto è ampio il divario tra il reddito base di un cittadino comune, il cosiddetto “uomo qualunque”, e chi invece percepisce lo stipendio che tutti sognerebbero, ovvero i calciatori? Quanto si sono allontanati negli anni?

All’origine fu l’Inghilterra. Là è nato il calcio e là ovviamente sono nati i primi “rimborsi spese”, ancora oggi dominanti nel nostro calcio dilettantistico: i calciatori giocavano ed ottenevano rimborsi per i loro spostamenti, spesso “gonfiati” per farne uscire uno stipendio. Il calcio all’origine, però, non consentiva una retribuzione. Il primo freno fu posto nel 1891, quando fu stabilito che un giocatore non avrebbe potuto guadagnare più di 10 sterline al mese cambiando maglia. Un dato interessante, perché, spulciando negli archivi dell’età vittoriana, si constata che un operaio medio avrebbe superato di poco le 4.5 sterline. Insomma, già il doppio.

In Italia, invece, il boom fu più lento ma arrivò, portato in dote dalla famiglia Agnelli, divenuta proprietaria della Juventus ad inizio anni ’20 ed intenzionata a fare del calcio un’altra Fiat. Raimundo Orsi, storica ala sinistra argentina naturalizzata, negli otto anni in bianconero, tra il 1927 ed il 1935, arrivò a guadagnare 8000 lire al mese, più una Fiat 509, non poca roba in un’epoca in cui le auto erano ancora un lusso. Un operaio dell’epoca? Non superava le 300 lire al mese, ovvero 3600 lire annue, equivalenti insomma al 3.75% dello stipendio dell’attaccante della Juventus.

Il boom, però, dopo il 1960. Alla fine degli anni Settanta, Gianni Rivera, il primo pallone d’oro italiano, incassava 70 milioni di lire annui, mentre lo stipendio medio di un operaio era di 352 mila lire mensili, ovvero 4mln 224mila lire ogni dodici mesi (10.56%). Un divario calante, ma quei settanta milioni, amplificati dal fattore pubblicità, erano destinati a crescere a dismisura.

Da lì, con l’avvento delle sponsorizzazioni massive, il dato non è stato quasi più equiparabile. In Italia, nel 1983, lo stipendio medio lordo annuo di un calciatore di Serie A era di 130 milioni di lire (7.2 milioni per un operaio generico), di 782 nel 1994 (15.6 per un operaio) e di 2150 nel 2001 (16.8).

Un divario in crescita esponenziale, che ha trovato oggi il vero boom con i top player: Cristiano Ronaldo incassa 30 milioni annui solo di stipendio, un operaio circa 14mila euro. Non è tutto oro ciò che luccica, però: solo il 9% dei calciatori professionisti supera i 700mila euro anni di retribuzione, e lo fa per poco più di dieci-quindici anni nella migliore delle ipotesi.

Il meno pagato? Titas Kaprikas, della Sampdoria, che si accontenta di 20mila euro annui: non male, ma, certo, non potrà permettersi una Ferrari.

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