Stefania Belmondo aveva un sogno: cantare l’inno di Mameli alle Olimpiadi

Ci sono persone e nomi che si legano inscindibilmente ad una terra, la rendono nota nel mondo e anche quando il vento non è più in poppa come un tempo perché i successi sono lontani, da questa terra vengono cullati e celebrati ogni giorno.

Per la provincia di Cuneo, una di questi è Stefania Belmondo, la nostra ragazza venuta dai monti della Valle Stura e diventata una delle più grandi atlete della storia sportiva italiana, forse la più grande sciatrice in assoluto. Quella che ancora adesso fa battere i cuori. Quella della quale ti ricordi ancora ogni impresa, percependo le sensazioni di quel momento e avendo chiaro in mente il luogo in cui eri quando l’ultimo sci tagliò il traguardo.

Stefania ha provato a raccontarci che cosa sono stati quei quasi vent’anni di carriera e come li ha elaborati nei venti successivi, dall’anno del ritiro, il 2002, ad oggi.

Partiamo da qui, da oggi. Stefania, ti sono bastati diciassette anni per capire quello che hai fatto per la nostra provincia e per la città di Cuneo, che fino a poco tempo fa portava ancora i segni del tifo fatto per te, con scritte indelebili sui muri del paese?
“Devo ammettere che colgo di aver fatto qualcosa di importante perché ancora adesso vengo chiamata da tante scuole a parlare, cosa che mi riempie d’orgoglio. È l’indizio che si è lasciato un segno. Devo dire, però, che per me fu la normalità. Sono nata e cresciuta in una famiglia semplice ed umile, per cui anche dopo vittorie di alto livello non è che la mia vita sia cambiata tanto: vivevo per lo sport, ma è stato tutto quotidianità, allenamenti e vittorie”.

Eppure Cuneo, per molti l’emblema dello spirito “bugianen”, per te si è emozionata come non mai, sfiorando le lacrime…
“Forse proprio perché da noi ci sono stati meno sportivi di altissimo livello, sentire in televisione il mio nome e quello della provincia di Cuneo rappresentava un’occasione di vanto da celebrare. Devo ammettere che però ancora oggi mi commuovo quando alcune persone che mi incontrano mi ringraziano per quanto fatto e, nel farlo, hanno le lacrime agli occhi”.

La tua carriera in due medaglie d’oro olimpiche: quella di Albertville nel 1992 e quella di Salt Lake City nel 2002. Qual è la più bella?
“Impossibile scegliere. La prima è stata magnifica, perché la prima di un’italiana ad un’Olimpiade: fu qualcosa di pazzesco. C’erano due pullman dalla mia valle e ricordo ancora i momenti bellissimi vissuti con i miei compaesani. Nella seconda, invece, non dico che non credevo, ma fu qualcosa di surreale. A rendere il tutto più epico fu la rottura del bastoncino, che sembrava avermi tagliato fuori dai giochi. Addirittura, al mio paese i tifosi del fan club avevano spento la televisione e battevano i pugni sul tavolo, convinti che tutto fosse finito. Poi, quasi per caso, hanno riattaccato per assistere al mio ultimo trionfo. Sapete cosa mi lascia più soddisfazione? Larisa Lazutina, seconda classificata, che sconfissi nella volata finale, fu poi squalificata per doping, a testimonianza del fatto che a volte la voglia supera anche le scorrettezze”.

Ecco, appunto, l’uso di sostanze illecite. Quanto possono danneggiare un atleta che vive lo sport correttamente?
“Tantissimo. A livello sportivo, di immagine e anche e soprattutto da un punto di vista meramente economico. Ridevo qualche giorno fa con Elisa Rigaudo, che ha recentemente ottenuto la medaglia d’argento ai Mondiali di Daegu 2011 dopo la squalifica di una seconda atleta che l’aveva preceduta al tempo al traguardo: tantissime delle sciatrici che mi sconfissero in quegli anni, di fatto tutte russe, furono poi trovate positive ai controlli antidoping. Insomma, chissà quante medaglie ho lasciato per la strada per fattori che non potevo controllare!”.

La rivale più forte?
“Yelena Valbe, senza dubbio. Anche lei russa, ma di una forza spropositata senza “aiutini”. Quante volte abbiamo lottato per la Coppa del Mondo! Ancora adesso ci sentiamo e insieme dialoghiamo su tutti questi casi di doping che emergono nel suo Paese”.

Chiudiamo con la ricetta di Stefania: come si diventa campioni?
“Non servono medaglie per essere campioni, ma tutto sta nel sentirsi realizzati. Ai giovani dico: ricordatevi sempre che qualunque sia il vostro obiettivo dovete impegnarvi e dare il massimo. Io, poi, ho sempre aggiunto i sogni: per anni ho sognato di cantare l’inno italiano dopo una vittoria olimpica, poi ho iniziato a lavorare concretamente per raggiungere quel desiderio e solo dopo ce l’ho fatta. Sono i sogni il vero carburante delle nostre azioni”.

Volete avere i brividi? Guardatevi queste immagini.

 

Tokyo, il giornalismo e le biciclette: la vita “normale” di Elisa Balsamo

Fermi tutti, abbiamo una medaglia d’oro mondiale. Ci perdoneranno i lettori se per un mese non approfondiamo temi particolari, tornando alla nostra amata Cuneo: una ragazza come noi è arrivata davanti a tutti nel ciclismo!

Già, perché appena qualche giorno fa, lo scorso 25 gennaio, dall’altra parte dell’emisfero, in quel di Hong Kong, Elisa Balsamo, peveragnese classe 1998, ha vinto la medaglia d’oro nell’inseguimento a squadre di Coppa del Mondo, in uno dei quartetti italiani più forti di sempre nelle due ruote indoor, con Marta Cavalli, Martina Alzini e Letizia Paternoster.

Un’emozione grande, indescrivibile come tutte le prime volte, che lei stessa ci racconta: “Sicuramente è stato qualcosa di indimenticabile. È stata la mia prima vittoria in Coppa del Mondo, arricchita dal record italiano nell’inseguimento a squadre, che non è cosa da poco! Dopo la mia partecipazione a cinque prove di Coppa del Mondo di questa stagione, finalmente, dopo una medaglia d’argento e tre di bronzo è arrivata anche la più bella e scintillante di tutte. Non voglio dimenticare, però, anche il bronzo nella gara Madison, in coppia con Maria Giulia Confalonieri”.

Un trionfo dorato, quindi, ma Elisa non ha solo le due ruote per la testa, nonostante una passione “di famiglia”, portata avanti in primis da papà Sergio: “Sono iscritta all’Università alla Facoltà di Lettere. Devo ammettere che non è facilissimo riuscire a coniugare il tutto: proprio in questi giorni, ad esempio, ci sarebbero le sessioni d’esame ma essendo fisicamente spesso dall’altra parte del Mondo non riesco a sostenere gli esami. Lo studio, però, mi piace davvero tanto e voglio continuare a portare avanti entrambe le cose, anche per realizzare il mio sogno: diventare una giornalista”.

Lo studio come obiettivo, ma sono i pedali ad essere sempre sfruttati al massimo: “Gli allenamenti sono praticamente quotidiani, ma ci sono tante differenze nella fatica: dipende dalla fase della stagione e dal tipo di seduta, in bici, in palestra o in pista. Invece, per quanto riguarda essere in giro per il mondo, ultimamente lo sono stata davvero molto, ma sono contenta di questa vita in continuo spostamento, perché so che mi porta tante soddisfazioni”.

Soddisfazioni che nascono da ambizioni e sogni nel cassetto: “A breve termine spero di preparare al meglio il Mondiale, poi a metà febbraio ci saranno le preselezioni in vista dei Campionati del Mondo, che non voglio sbagliare. Il mio sogno nel cassetto? Partecipare ai Giochi Olimpici. Sto lavorando per quello e si sta creando un gruppo che mira ad un’unica destinazione: Tokyo 2020”.

Un’ambizione a cinque cerchi e tanta voglia di emergere ancora, senza dimenticare il desiderio di poter diventare una giornalista. Una vita a tutto tondo e intanto… la valigia è già pronta per la Sicilia dove si preparerà il Mondiale sull’Etna in questi giorni!

In foto: Elisa Balsamo (destra) con Marta Cavalli (sinistra) – Fonte: Facebook, pagina Valcar Cylance Cycling (squadra di Elisa)

Cosa non va (veramente) bene di una finale di Supercoppa Italiana in Arabia Saudita

Lo sport fa spesso storia, non ci si è mai stancati di dirlo all’interno di questa rubrica. Talvolta impiega anni a costruirla, talaltra la genera con un atto, in un istante, e ci si rende subito conto di esserne al cospetto.

Contribuì a farla, ad esempio, lo scorso giugno, quando alle donne iraniane fu permesso per la prima volta di entrare all’interno di uno stadio per assistere al match dei Mondiali in Russia contro la Spagna. Ne fu parte integrante anche nel 2012, quando alle Olimpiadi di Londra due donne saudite parteciparono, seppur da comparse, alle gare di alcune discipline a cinque cerchi.

Ora proprio l’Arabia Saudita e le donne sono al centro del dibattito, nazionale e non, che vede coinvolte Juventus, Milan e la decisione da parte della Lega Serie A di far disputare la finale di Supercoppa Italiana il prossimo 16 gennaio a Jeddah, proprio nel Paese principe del mondo saudita, dove le donne potranno accedere allo stadio solo in un settore a loro dedicato e chiamato, quasi per celarne il vero contenuto umano, families. Mentre scrivo queste righe, secondo il tool analitico hashtag.org, su Twitter si viaggia al ritmo di 1.500 tweet all’ora sul tema (#SupercoppaItaliana).

Si è detto, si è scritto. Ma la verità qual è? La verità non c’è, come sempre, ma si può ragionare sugli elementi in discussione per poter prendere una posizione sensata.

C’è in primis un Paese di cui molto si pensa di sapere ma non tutto verosimilmente si sa. L’Arabia Saudita è per definizione un regime islamico fondamentalista. Il re è Salman bin Abd al-Aziz, ma il nome forte è quello di suo figlio e principe ereditario Mohammed bin Salman. Per rendere l’idea del suo peso nella nazione, basti sapere che ad inizio 2019 la corazzata Netflix ha sospeso un episodio in cui lo showman Minhaj lo derideva, per non urtarlo.

Ci sono poi sentenze e ricerche. L’Arabia Saudita è collocata al 138esimo posto su 144 nell’indice stilato nel 2017 sulle pari opportunità. Per Amnesty International, invece, “in Arabia Saudita sono state effettuate diverse esecuzioni di attivisti sciiti e molti altri sono stati condannati a morte al termine di processi gravemente iniqui”.

C’è, o meglio c’era, un giornalista di nome Jamal Khashoggi, assassinato lo scorso 2 ottobre mentre si trovava ad Istanbul, in un attentato di cui sarebbe “personalmente responsabile” (parole del Senato americano) lo stesso principe ereditario.

C’è poi una religione, l’islam, che nella sua accezione wahhabita porta con sé concetti portanti come quello del wali, il guardiano di famiglia nonché uomo, e di khalwa, l’illecita promiscuità tra uomo e donna. Concetti limati e levigati proprio negli ultimi anni, concedendo aperture al mondo femminile, che per un comune occidentale suonerebbero semmai come chiusure, ma che sono pur sempre dei passi in avanti (accesso al cinema e negli stadi se accompagnate, possibilità di praticare sport e di guidare un’automobile).

Ci sono, poi, cambiando emisfero, due squadre chiamate a scendere in campo, piene zeppe di giocatori professionisti appartenenti ad etnie, culture e tradizioni diverse. Una di queste, per assurdo, viene anche chiamata “Vecchia Signora”, per celebrarne l’eleganza e lo stile, che, così vuole la tradizione, in Italia sono da sempre accostate proprio alle donne.

C’è, infine, un movimento, come quello calcistico italiano, che, seguendo una linea ormai in voga nello sport mondiale, risponde al concetto di business for business, ovvero degli interessi che guidano l’attività finanziaria di un club. Si spiega con i 22,5 milioni di euro promessi proprio da quel principe ereditario e da suo padre alla Federazione la scelta di quest’ultima di far disputare tre delle prossime cinque finali di Supercoppa Italiana proprio là, in Arabia Saudita.

Ecco, questo è già un sufficiente quadro esaustivo. Una storia di distanze religiose, incontri culturali e soldi, tanti soldi.

Ah, no. C’è ancora un elemento.

C’è uno Stato, quello italiano, che, in buona compagnia con gran parte del mondo occidentale (il presidente Usa, ad esempio, smentì le parole del “suo” Senato sopracitate per il caso Khashoggi, in un modo del tutto anomalo), vede in quell’Arabia Saudita un pozzo di soldi. Ancora, maledettamente loro. 3 miliardi di esportazioni all’anno dallo Stivale al Paese del principe ereditario, 1,5 miliardi in armi negli ultimi sette anni. Cifre rispetto alle quali anche quei 22,5 milioni sembrano briciole.

Un tempo si giocò un Mondiale per placare le ire di un popolo (quello delle madri di Plaza de Mayo, in Argentina, nel 1978) e molte Olimpiadi presero piede in Stati nevralgici per gli equilibri diplomatici mondiali per celare interessi di ogni genere. Oggi l’equilibrio tra economia e politica sembra pendere maggiormente dalla parte della prima, ma tutto dipende ancora da quei due fattori. O almeno, questo sembrano suggerirci gli elementi presi in esame.

Cosa non dimenticheremo del 2018 sportivo

Dicembre, mese di festività, sogni sull’anno venturo e bilanci. Così è per la vita, così è per lo sport, che ad essa si lega spesso in modo inscindibile.

Così, arrivati agli ultimi trenta giorni dell’anno non si può non pensare a quelli che sono stati i trecentotrenta precedenti e a che cosa questi ci lascino in eredità. Anzi, qualcosa in più: che cosa di questi giorni non potremo proprio dimenticare.

L’ennesimo elenco, direte. Ma non c’è modo migliore per fare chiarezza e renderci conto di come gira il mondo e di quale ritratto esso concede di sé attraverso lo sport. «Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita», diceva Marx. E di questo “processo”, lo sport, nel Ventunesimo secolo, è diventato uno degli elementi cardine.

 

L’argentina (sportiva) alla ricerca di se stessa e George presidente

Boca Juniors-River Plate era la partita delle partite. Il cosiddetto Superclasico: una delle gare più sentite del calcio mondiale, che andava a coincidere con la finalissima della Copa Libertadores (la Champions League del Sudamerica), cioè il trofeo che coinvolge di fatto gran parte del Nuovo Continente. Insomma, un evento unico, pubblicizzato ovunque, ed una grande possibilità di presentarsi al mondo per la nazione che ha dato i natali a Diego Armando Maradona. Il doppio incontro, però, ha raccontato altro, con i fattacci della gara-non gara di ritorno, preceduta dall’assalto di centinaia di tifosi del River Plate al pullman dei “cugini” del Boca in una Buenos Aires sotto assedio, con feriti, furti e quant’altro. Un’immagine oscena, che racconta di un Paese che ancora molto ha da cambiare. Sulle pagine di «Internazionale», il giornalista Martin Caparròs ha riassunto il tutto in modo laconico: «Il mondo ha visto com’è messa davvero l’Argentina. Speriamo che serva a qualcosa».

Ma fuori dal nostro continente, si è assistito ad un altro fatto rilevante che coinvolge lo sport: l’elezione a presidente della Liberia di George Weah, primo Pallone d’oro africano, chiamato a rialzare una nazione ferita da anni di sofferenza. Ad oggi, pare questo il dribbling più difficile della sua vita.

 

Sara, Emiliano e Davide: campioni ed umani

Il 2018 è anche stato l’anno degli addii. Dolorosi, forti, indimenticabili. A Davide Astori, il capitano della Fiorentina, il classico campione in apparenza immune a tutto. Portato via da un malore improvviso, nel sonno, come il più umano degli esseri umani. Resta il ricordo di una nazione unita, indipendentemente dai colori e dalle passioni, per omaggiare chi rappresentava un patrimonio di tutti. E chissenefrega di cori e scritte sui muri apparsi qua e là, che non rispettano nemmeno la morte: dimentichiamoli, questi.

Ad Emiliano Mondonico, che ci ha insegnato l’umiltà e la voglia di non sottostare ai soprusi. Di lui non dimenticheremo mai un gesto del 1992: quella sedia alzata al cielo per mostrare il proprio dissenso nei confronti di una decisione arbitrale. Voglia di dire no, ma nei ranghi della compostezza.

A Sara Anzanello, la ragazza magica. Campionessa nel volley dei grandi, nella rosa delle vincenti ad inizio anni Duemila. Di lei, basta un video, con la sua ultima lettera.

Il/la Var

C’è ancora chi discute sull’articolo, ma quel che conta è l’apocalisse generata da questa introduzione. La tecnologia che aiuta l’uomo e che limita proteste ed accuse, arrivando là dove l’uomo stesso, ahinoi, non era in grado di arrivare. Sospinta dal calcio italiano, è divenuta solida realtà al Mondiale, con ben nove rigori assegnati già nella prima giornata. Le innovazioni, se ben utilizzate, servono e non ci privano dello spettacolo. E sono pure italiane…

Due rinvii e l’abbraccio di Genova

Resteranno indelebili nelle nostre menti, infine, i fatti di Genova, nel più brutto Ferragosto degli ultimi decenni per l’intero stivale. Il crollo del ponte Morandi, un popolo ferito, diviso in due e chiamato ad uscirne ancora una volta, dopo aver già lottato contro le intemperie del maltempo per anni. Non si giocarono Sampdoria-Fiorentina e Milan-Genoa, e non poteva essere altrimenti. L’abbraccio tra tifosi rossoblù e tifosi blucerchiati in una vignetta fortissima è l’esatto antidoto al dolore e la risposta ai fatti argentini con cui abbiamo aperto: lo sport deve unire.

Fake news e pallone nel 2018: e voi, ci siete cascati?

Fake news. “Feicnius” ovunque. Questo nuovo doppio vocabolo anglosassone, nel novembre 2018, è ormai diventato un must nel bagaglio conoscitivo di chiunque voglia avvicinarsi al mondo dell’informazione per conoscere i fatti nazionali ed internazionali, di politica e non. Non esiste competenza linguistica che tenga: sapere che nel mondo, complice l’avvento della comunicazione 3.0 e 4.0, sia ormai ampiamente diffuso il fenomeno di notizie false, o comunque volutamente travisate, è diventato d’obbligo per chiunque.

Ce lo dice la tv, ce lo conferma la constatazione che tutti i principali fatti dell’ultimo lustro politico sono stati più o meno colpiti da questa piaga: i finanziamenti russi per l’elezione di Trump, l’apparente influenza di una stratosfera riconducibile a Putin anche per le presidenziali francesi e le ultime politiche italiane, fino all’ultimo caso dei messaggi fittizi su Whatsapp finanziati dagli imprenditori vicini a Bolsonaro in Brasile, per screditare gli avversari politici del candidato della destra.

È quello della politica il mondo nel quale la “notizia falsa” significa denaro, spostamento di interessi e di influenza. Insomma, qualcosa di forte. Ma tutto il mondo dell’informazione ha dimostrato di non esserne immune, calcio compreso.

Ecco qualche caso degli ultimi mesi in questo senso, rigorosamente legato a fatti e personaggi di una certa rilevanza nel dibattito calcistico nazionale ed internazionale. Ammettetelo, qualche volta ci siete cascati anche voi…

  1. La patriottica Croazia. Estate 2018. I Mondiali russi sono un’agonia per il nostro calcio, che non li può vivere direttamente per via della mancata qualificazione della nostra nazionale. Ecco perché l’opinione pubblica tende ad affezionarsi alle favole ed a chi è in grado di toccare qualche corda particolare nella nostra indole. Tocca, questa volta, alla Croazia del Ct Zlatko Dalic, capace di arrivare fino all’atto finale della Coppa più amata, prima di soccombere di fronte alla Francia. Ed è qui che la retorica anti-europeista fa ancora una volta capolino: da un lato i transalpini, fortissimi, simbolo dell’Unione che domina e schiaccia; dall’altro i croati, figli dell’Europa di periferia, spesso dimenticata, che, guarda caso, annunciano in una lettera di voler cedere tutti i premi dei Mondiali ai loro connazionali. Ma la lettera non è casuale: ci sono gli attacchi diretti all’Europa (“un’organizzazione criminale”) ed ai politici croati (“qui non siete i benvenuti”), oltre alla narrazione del mondo che si vorrebbe (“ora, tutti i bambini croati avranno l’opportunità di trascorrere almeno sette giorni al mare”). Peccato che la lettera fosse solo la trovata di un simpatizzante anti-europeista, tale Prezumic, che giustificherà dicendo di aver voluto rappresentare un mondo parallelo dentro una lettera. I croati, giusto anche così, i soldi se li terranno eccome. La beffa? Sarà proprio il massimo rappresentate della Francia campione, il giovane Mbappé a dare in beneficienza gli incassi del trionfo. I casi della vita…
  2. Il mea culpa dell’arbitro dei fruttini. È stato uno dei temi più dibattuti della primavera pallonara, soprattutto per via dell’infuocato dopo gara: il rigore siglato da Cristiano Ronaldo nei minuti finali di Real Madrid-Juventus, che ha eliminato gli ospiti scatenando l’ira di Buffon, fino all’ormai proverbiale “un arbitro della sua età dovrebbe sedersi in tribuna con i fruttini invece di scendere in campo”. Parole e note rivolte al direttore di gara di quel match, l’inglese Oliver, suo malgrado finito poi vittima di una virale fake news, con tanto di fonte autorevole a validarla (marca.es), secondo cui egli avrebbe parlato (cosa rarissima per un arbitro) con un laconico: “Ho rivisto le immagini, ho sbagliato”. Nulla di più falso e poco credibile: un fischietto difficilmente parla e tantomeno dopo un’azione da scandalo nazionale. Con buona pace dei molti: “Ecco vedi, te l’avevo detto”.
  3. Il crociato di Piatek. La più bella, perché ultima in ordine di tempo e perché “non ha fatto male a nessuno”. L’uomo dei primi mesi della nuova stagione calcistica è sicuramente l’attaccante Krysztof Piatek, (impossibile da scrivere il nome, enigmatico il cognome da pronunciare): 13 gol fatti nelle prime dieci uscite stagionali ed un grande campo d’azione sulla mente degli appassionati rappresentato dal fantacalcio, uno dei fenomeni più diffusi di vita collettiva nello sport. Proprio lui nei giorni scorsi è stato al centro di una mega-fake news, con qualche buontempone che ha invaso i social (soprattutto whatsapp) con immagini che sembravano essere screen delle principali testate nazionali (Gazzetta dello Sport, Sport Mediaset, Televideo) ed un titolo a caratteri cubitali: “Piatek fa crack: rottura del crociato e stagione finita”. Panico tra i fanta-allenatori, i vocaboli “Piatek” e “crociato” che schizzano nelle ricerche Google in pochi minuti, fino alla smentita: non è vero, l’attaccante è sano e vegeto e giocherà regolarmente. Tante risate, ma quanti ci sono cascati?

Reddito di cittadinanza e pallone: quanto è cambiato nel tempo lo stipendio di un calciatore?

Riforme, debito, deficit, reddito di cittadinanza, 780 euro. Sono parole e cifre ormai entrati stabilmente nelle nostre case negli ultimi giorni, perché al centro del dibattito mediatico che ruota attorno alla nuova manovra “giallo-verde” che Movimento Cinque Stelle e Lega, le due forze politiche al governo, hanno presentato per il futuro prossimo dell’Italia.

Proprio di reddito di cittadinanza si è a lungo discusso un po’ ovunque, dai salotti televisivi alle colonne dei quotidiani, fino ai più o meno preparati (e pacati) campi di confronto sui social network: sarà una buona cosa? Darà quell’effettivo impulso all’economia, contribuendo veramente a ridurre la disoccupazione? Ma soprattutto, non rischierà di produrre dei “quasi poveri” che campano alle spalle dello Stato?

Tanti quesiti, che portano in dote un’altra domanda: con quanto sopravvive un italiano oggi?

Dubbio facilmente risolvibile con alcune ricerche economico-sociologiche, al quale abbiamo voluto aggiungere però qui una postilla, che più ci compete: quanto è ampio il divario tra il reddito base di un cittadino comune, il cosiddetto “uomo qualunque”, e chi invece percepisce lo stipendio che tutti sognerebbero, ovvero i calciatori? Quanto si sono allontanati negli anni?

All’origine fu l’Inghilterra. Là è nato il calcio e là ovviamente sono nati i primi “rimborsi spese”, ancora oggi dominanti nel nostro calcio dilettantistico: i calciatori giocavano ed ottenevano rimborsi per i loro spostamenti, spesso “gonfiati” per farne uscire uno stipendio. Il calcio all’origine, però, non consentiva una retribuzione. Il primo freno fu posto nel 1891, quando fu stabilito che un giocatore non avrebbe potuto guadagnare più di 10 sterline al mese cambiando maglia. Un dato interessante, perché, spulciando negli archivi dell’età vittoriana, si constata che un operaio medio avrebbe superato di poco le 4.5 sterline. Insomma, già il doppio.

In Italia, invece, il boom fu più lento ma arrivò, portato in dote dalla famiglia Agnelli, divenuta proprietaria della Juventus ad inizio anni ’20 ed intenzionata a fare del calcio un’altra Fiat. Raimundo Orsi, storica ala sinistra argentina naturalizzata, negli otto anni in bianconero, tra il 1927 ed il 1935, arrivò a guadagnare 8000 lire al mese, più una Fiat 509, non poca roba in un’epoca in cui le auto erano ancora un lusso. Un operaio dell’epoca? Non superava le 300 lire al mese, ovvero 3600 lire annue, equivalenti insomma al 3.75% dello stipendio dell’attaccante della Juventus.

Il boom, però, dopo il 1960. Alla fine degli anni Settanta, Gianni Rivera, il primo pallone d’oro italiano, incassava 70 milioni di lire annui, mentre lo stipendio medio di un operaio era di 352 mila lire mensili, ovvero 4mln 224mila lire ogni dodici mesi (10.56%). Un divario calante, ma quei settanta milioni, amplificati dal fattore pubblicità, erano destinati a crescere a dismisura.

Da lì, con l’avvento delle sponsorizzazioni massive, il dato non è stato quasi più equiparabile. In Italia, nel 1983, lo stipendio medio lordo annuo di un calciatore di Serie A era di 130 milioni di lire (7.2 milioni per un operaio generico), di 782 nel 1994 (15.6 per un operaio) e di 2150 nel 2001 (16.8).

Un divario in crescita esponenziale, che ha trovato oggi il vero boom con i top player: Cristiano Ronaldo incassa 30 milioni annui solo di stipendio, un operaio circa 14mila euro. Non è tutto oro ciò che luccica, però: solo il 9% dei calciatori professionisti supera i 700mila euro anni di retribuzione, e lo fa per poco più di dieci-quindici anni nella migliore delle ipotesi.

Il meno pagato? Titas Kaprikas, della Sampdoria, che si accontenta di 20mila euro annui: non male, ma, certo, non potrà permettersi una Ferrari.

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