La Ragione di Stato: di calcio e altre sciocchezze

Di calcio e altre sciocchezze. Una frase apparentemente buttata lì, se non fosse che proprio il calcio e le “sciocchezze” sono i due grandi temi trattati da una pagina seguitissima sui social network (più di 25mila follower solo su Facebook): La Ragione di Stato. Una pagina e basta, perché definirla sarebbe troppo difficile. Parla di sport? Sì, ma non solo. Racconta la propria contemporaneità con ironia? Anche, ma non solo. Raccoglie sotto un velo di semplicità profonde conoscenze di politica e attualità? Più di ogni altra cosa, probabilmente, ma non vogliamo esagerare.

Insomma, non riuscendo a riassumere un prodotto culturale di ottima qualità proposto ormai da tempo su Facebook e Instagram ma anche e soprattutto su Youtube (seguiteli ovunque!), per la Pillola Sportiva del mese di marzo abbiamo pensato di rivolgerci direttamente ai suoi fondatori, gli umbri Stefano Mondi, Matteo Santarelli e Andrea Adriani, provando a conoscerne meglio ragioni e obiettivi.

Piccolo spoiler: le risate sono state tante, ma probabilmente il vero senso de La Ragione di Stato è che… un senso non ce l’ha.

Partiamo dall’origine: come nasce La Ragione di Stato?

“Vorremmo poter dire che nasce per parlare in un modo nuovo del calcio, dello sport e dei loro annessi e connessi, con un taglio più ironico, ma, in fondo, la verità è che La Ragione di Stato è il sintomo di un nostro problema: il riflesso di anni di solitudine, fallimenti e incapacità a relazionarci con il mondo che ci circonda. È una storia di dolore, sopraffazione e malcelato disagio”.

La Ragione di Stato parla di calcio e di altre sciocchezze. Questa è la descrizione della vostra pagina. Il calcio lo conosciamo, ma quali sono queste sciocchezze?

“Sveliamo un segreto: sono in realtà le cose cruciali per un grande popolo come quello italiano. Gli intrighi di palazzo, i cambi di casacca, i resti della Prima Repubblica che diventano decisivi in una crisi di governo, il grande spettacolo, Sanremo e poi la grande arte contemporanea. Non vorremmo essere immodesti, ma crediamo, ad esempio, di aver dato un grande contributo alla critica artistica italiana e non, affermando per primi che Silvio Berlusconi è il più grande artista contemporaneo vivente. Una banalità direte, invece non era mai stata detta e oggi tutti la condividono”.

Insomma, le altre sciocchezze sono un po’ la Storia, quella con la “S” maiuscola. Ma che ruolo ricopre il calcio nella grande narrazione dell’umanità?

“Ogni epoca ha avuto il suo momento sportivamente rilevante. Pensiamo alle lotte tra i gladiatori e alla caccia alle streghe, solo per citare le più famose. Il calcio ricopre la loro stessa funzione: è un modo per capire e raccontare la realtà, e, proprio come i fenomeni sociali che lo hanno preceduto, va preso con l’adeguata non serietà. Noi ci stupiamo di come ci potesse essere un seguito verso attività come quelle di un tempo e vogliamo immaginare che la stessa cosa accadrà per la nostra epoca tra qualche secolo: i nostri pronipoti guarderanno con incredulità al nostro rapimento di fronte a ventidue persone che corrono dietro a un pallone per 90 minuti, ne siamo certi”.

Lasciamo per un attimo da parte la retorica. La vostra è una pagina di successo, tutt’altro che immaginata per caso. Avete già definito il vostro pubblico-tipo?

“Abbiamo fatto delle indagini di mercato, pagando dei grandi professionisti del settore, ma essendo ignoranti in materia non riusciamo a comprendere le analisi che ci hanno inviato. Quindi, se ci fosse qualcuno in grado di leggerle tra i nostri follower, ce lo dica, perché vorremmo essere più famosi e saremmo felici di essere aiutati. Al momento, restiamo di nicchia, proprio perché facciamo scelte spesso dettate dal caso, che portano a un pubblico a caso. Definirlo è difficile: è un popolo di amanti del calcio, che ogni tanto ama confrontarsi con i grandi temi. Ci rende orgogliosi ma temiamo che sia troppo eterogeneo per immaginare una cena tutti insieme: alla tredicesima grappa potrebbe volare qualche parola di troppo!”.

Alla base de La Ragione di Stato ci sono, però, soprattutto degli spettacoli, in cui trasformate i vostri post in storie da raccontare. Quali sono le gesta che cercate di portare sul palco?

“Quei racconti sono il riassunto dell’esigenza che sta alla base della pagina: dopo anni di storytelling sportivo in televisione, tanto affascinante quanto retorico e pesante, abbiamo sentito il bisogno di narrare il calcio, cercando di riportare tutti sul pianeta Terra. Da qui, sono nati alcuni spettacoli, incentrati principalmente sul tema dei Mondiali, nei quali vogliamo essere maggiormente “filologici”, togliendo quella patina esageratamente forzata di retorica di cui sono pieni i racconti sul calcio. Citando “Boris”, vogliamo lasciare spazio all’emozione, ma senza mandare missili sulla luna, come direbbe Massimiliano Allegri”.

Spettacoli, momentaneamente stoppati dal Covid, che sono un condensato di tutto ciò che è La Ragione di Stato: follia, ironia, senso critico, competenza. “Nel momento in cui sarà possibile ripristinare questa nostra principale attività, saremo lieti di fare una lunga trasferta in Piemonte per aumentare il nostro bagaglio culturale assaggiando qualche buon vino!”. Un invito che non ci lasceremo scappare!

Mi chiamo Noemi e faccio la pallavolista

La passione per gli animali, un amico a quattro zampe di nome Macchia, le giornate in cortile a divertirsi da bambina con gli amici. Sembra la descrizione di una ragazza qualunque e invece è la storia di una delle pallavoliste italiane più forti in circolazione.

O meglio, quella di Noemi Signorile è anche la storia di una bambina come le altre, che aveva però un grande talento, partita da Torino per arrivare ai vertici del volley nazionale ed internazionale, fino all’approdo a Cuneo, dove è diventata capitano della Bosca S. Bernardo Cuneo, impegnata nella Serie A1 femminile per la terza stagione consecutiva.

Noemi, domanda per nulla scontata in questi tempi: come va?

Bene, nonostante tutto! Purtroppo, come squadra abbiamo dovuto affrontare il coronavirus nella seconda metà del 2020, ma ne siamo uscite più unite di prima. Le sfide, però, non sono finite qui, perché subito dopo sono arrivati alcuni infortuni di troppo, ma noi non molliamo!

Facciamo un gioco. Proviamo a “dividere” la Noemi Signorile in campo da quella fuori. Ci stai?

Va bene, vediamo che ne viene fuori!

Partiamo dal campo. Chi è Signorile?

Signorile è una palleggiatrice e oggi il capitano di Cuneo, con alle spalle diversi anni di pallavolo qua e là per l’Italia e l’Europa.

Sei sempre stata un’appassionata della pallavolo?

Sì, ma non solo. Già da piccola, ho sempre amato tante disciline: stavo poco in casa e perlopiù in cortile con il pallone. Ho fatto un po’ tutti gli sport, dal basket al nuoto, poi ho cominciato a giocare a volley, come aveva fatto mia mamma da bambina. Da lì, ho capito di avere talento e non ho più smesso.

Palleggiatrice sin da subito?

No, anzi, fino a 16-17 anni sono stata un’attaccante, poi, entrando nel Club Italia, mi hanno “trasformata” in una palleggiatrice.

Il tuo idolo?

Avendo iniziato in attacco, il mio riferimento era Elisa Togut, che all’epoca era l’opposto della nazionale. Poi, cambiato ruolo, ho iniziato ad avere come esempio Eleonora Lo Bianco, una delle migliori di sempre. Mai avrei creduto di essere un giorno sua compagna di squadra…

È stata “breve” la strada che ti ha portato al professionismo?

Diciamo che è venuta da sé, ma non c’è nulla di scontato. Per arrivarci, devi fare sacrifici e coltivare il tuo talento, sempre.

Qual è il sacrificio più grande?

Sicuramente vivere lontano da casa. Oggi, a trent’anni, ci ho fatto le ossa, ma quando ho iniziato il mio percorso da adolescente, non è stato per nulla facile!

E l’aspetto più bello?

Sicuramente il viaggiare e conoscere tante persone. Io ho avuto la fortuna di essere accolta in piazze e città importanti, lasciando sempre ottimi amici. Anche in Romania, dove abbiamo vinto campionato e coppa nazionale, mi sono divertita. E poi ho affinato il mio inglese…

Cambiamo soggetto: chi è, invece, Noemi?

Noemi è una ragazza solare, che ama stare con le persone e scherzare. Anche sui social network, e chi mi segue lo sa, mi piace ridere e divertirmi.

Proprio attraverso i tuoi canali molti hanno imparato a conoscere il tuo compagno di stanza…

Il mio cane Macchia! Ormai ha dieci anni ed è diventato anche una sorta di mascotte: mi ha accompagnato nelle principali esperienze della mia carriera, restando al mio fianco nei momenti migliori e in quello meno positivi, in Italia, Francia e Romania. Con lui è tutto più bello.

È lui una delle tue “passioni”?

Gli animali in generale. Anzi, credo che se non avessi fatto la pallavolista, il lavoro della mia vita sarebbe stato sicuramente legato al mondo degli animali.

Dove vedi Noemi dopo la pallavolo?

Sempre nella pallavolo, magari con un ruolo diverso. Sto terminando i miei studi in Scienze della Comunicazione, quindi spero di rimanere in ambito sportivo, magari come giornalista sportiva. Continuare a vivere il mondo del volley sarebbe fantastico.

E il tuo sogno extra-sportivo?

Sicuramente avere una famiglia, ma ora andiamoci piano. Per quello c’è tempo (ride, ndr)!

 

L’IDENTIKIT – Chi è Noemi Signorile

È nata a Torino il 15 febbraio 1990 ed è una pallavolista professionista dal 2005/06, quando ha esordito in Serie A1 con la maglia del Chieri Volley. Attaccante a inizio carriera, oggi è palleggiatrice e capitano della Bosca S. Bernardo Cuneo. Ha giocato per alcune delle squadre più prestigiose in Italia, come Cremona, Bergamo, Pesaro, Novara e Busto Arsizio, vincendo un campionato italiano, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Ha anche giocato in Romania, a Bucarest, e in Francia, con Cannes, vincendo due campionati nazionali e una Coppa di Romania. La sua medaglia più luccicante, però, è sicuramente l’oro vinto con la Nazionale Italiana alla Coppa del Mondo 2011, disputata in Giappone.

Fossano Senza Barriere: un pallone per integrare

Giocare a calcio e fare sport senza barriere, con un preciso obiettivo: divertirsi per includere. Con questa grande ambizione, tre anni fa è nata a Fossano l’Associazione Sport Senza Barriere Onlus, che, sviluppatasi da una costola dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, dal 2017 ha messo in piedi una squadra composta da ragazzi provenienti da ogni parte del mondo, in particolar modo dall’Africa, con il preciso scopo di fare gruppo, giocare insieme e inserirsi un passo alla volta nella nostra società.

“Tutto è partito qualche anno fa in seno alla Comunità Papa Giovanni XXIII, quando abbiamo iniziato ad organizzare il torneo “Don Oreste Benzi”, a cui prendevano parte ragazzi disabili, richiedenti asilo ed amici vari, divertendosi per alcune ore insieme” – spiega il presidente dell’Associazione Claudio Marro. “Da lì è nato un vero e proprio movimento: i ragazzi erano tanti ed avevano voglia di giocare insieme, per cui abbiamo scelto di fare il grande passo e di metterci in moto”.

Dalla stagione sportiva 2017/18, quindi, il Fossano Senza Barriere è una squadra che milita nel campionato di Eccellenza CSI. A guidarla, Stefano Cassine, un uomo che ha dedicato molto tempo della sua vita a questa causa, e Souleyman Hajro, un ragazzo albanese con importanti trascorsi nel mondo del calcio del proprio Paese d’origine e una voglia matta di mettersi in gioco.

“In questa stagione abbiamo un gruppo di trenta ragazzi – sottolinea mister Stefano – La cosa bella è che rappresentiamo praticamente tutto il territorio africano: ci sono ragazzi provenienti da Marocco, Senegal, Gambia, Costa d’Avorio, Nigeria, Gabon, Congo, Guinea, Somalia, Mali. Nel gruppo abbiamo richiedenti asilo, immigrati di seconda generazione ed altri che hanno già avviato da un po’ il loro percorso di integrazione. Da quest’anno, poi, e sono felicissimo di poterlo dire, ci sono anche quattro amici italiani, che hanno scelto di scendere in campo con noi”.

Una storia bellissima, nella quale però non sono mancate le difficoltà: “I ragazzi hanno entusiasmo, ma spesso gli oneri economici e burocratici non sono semplicissimi da sostenere – precisa Cassine – Purtroppo negli anni abbiamo anche dovuto affrontare un pizzico di diffidenza da parte delle istituzioni e di molte realtà parrocchiali, che, per usare un eufemismo, hanno faticato a darci una mano. Fortunatamente, però, l’aiuto della Caritas e di altre associazioni non è mai mancato”.

Oggi il Fossano Senza Barriere gioca nel campo della Michelin, in frazione Ronchi a Cuneo: “Ci siamo ritrovati di colpo senza campo, ma gli amici della Michelin sono stati eccezionali, venendoci incontro e capendo i nostri reali bisogni. Non solo, spesso anche altre squadre contro cui giochiamo ci danno una mano, magari consegnandoci delle scarpe da gioco o altro materiale. Questa è la vera integrazione” – ricorda Cassine.

In campo, invece, non manca l’agonismo: “Non sempre vinciamo, ma non siamo neanche una brutta squadra. I ragazzi a volte si lamentano perché faccio giocare tutti, ma la mia linea è sempre stata quella. Le nostre vere vittorie sono arrivate fuori dal campo”.

Già, perché nei tre anni di vita sportiva, il Fossano Senza Barriere qualche “coppa” l’ha ottenuta: “In 3 anni abbiamo trovato tre case in affitto nelle quali oggi vivono undici ragazzi in totale autonomia. Abbiamo trovato un lavoro ad alcuni di loro, rinnovato permessi di soggiorno ad altri sottolineando il percorso d’integrazione che stavano svolgendo proprio attraverso lo sport, consentito ad alcuni di uscire dalla clandestinità attraverso l’aiuto di un avvocato, che ci sta sempre vicino. Quattro o cinque di loro sono anche riusciti a conseguire la patente di guida, grazie al nostro aiuto. E poi, la ciliegina sulla torta: un ragazzo è stato accolto da una famiglia fossanese e presto, probabilmente, anche un altro sarà ospitato. Questi sono i veri trofei!” – concludono con orgoglio Marro e Cassine.

Il pallone come strumento per fare integrazione, costruendo una squadra in campo e nella vita. Un progetto ambizioso ma già ricco di soddisfazioni. Per saperne di più e, perché no, dare una mano: https://www.facebook.com/SportSenzaBarriereASD

Arianna Barale: la ragazzina cuneese che sogna il motomondiale

Dove ve la immaginate, voi, una ragazzina di tredici anni nel tempo libero, quando non è impegnata con le lezioni scolastiche? Proviamo a indovinare: di certo, non in sella a una moto che sfreccia a più di 200 km/h sulle piste più importanti d’Italia.

Eppure a Borgo San Dalmazzo c’è una ragazzina che proprio in sella alla sua moto ha fatto molto parlare di sè negli ultimi tempi, prima che un grave infortunio ne stoppasse momentaneamente la crescita lo scorso giugno. O meglio, Arianna Barale, classe 2007, è una centaura da quando aveva cinque anni e mezzo. Non proprio roba dell’altro ieri.

Ciao Arianna! Intanto, permettici di chiedertelo: come stai?

Diciamo che sto lentamente tornando quella di un tempo. Lo scorso 3 luglio al Mugello nella prima prova del Campionato Italiano Velocità 2020, al mio esordio assoluto nella classe PreMoto3, ho subìto un brutto ed anomalo incidente a tutta velocità, schiantandomi contro le barriere, forse per via di un guasto tecnico. Purtroppo, sono stata per quasi 30 giorni a lottare tra la vita e la morte, visti i gravissimi danni che ho patito a fegato, polmoni, reni e bacino, che si era rotto in tre punti. Quel che conta, però, è che ora sono qui, più carica che mai, anche se ancora un po’ malconcia.

Questo è l’aspetto più importante! Ora facciamo un passo indietro di qualche anno: come nasce la passione per le moto?

Il colpevole numero uno è mio papà Alberto, che mi segue sempre e che è fondamentale per me. Gareggiava a livello amatoriale e io l’ho sempre seguito, innamorandomi da subito del motociclismo: mia sorella, quando sentiva un motore scappava spaventata, io invece volevo salirci sopra. A cinque anni e mezzo mi è stata regalata una minimoto, l’ho provata e da lì non sono più scesa. Sono passata dal cortile di casa, alla piazza di paese fino alle piste.

Immaginiamo che il tuo idolo sia Valentino Rossi…

Di certo, lui è uno dei più amati, e piace anche a me. Il mio vero idolo, però, è ormai da tempo Ana Carrasco, prima donna a battere gli uomini nella categoria 300 Supersport, oltre ad aver preso parte a gare del Motomondiale. Proprio lei, che mi aveva fatto gli auguri dopo l’infortunio, ne ha subito uno altrettanto grave nelle scorse settimane. Spero davvero che possa rimettersi al più presto e tornare a sfrecciare sulle piste!

I tuoi programmi a breve termine dopo la riabilitazione?

Verosimilmente cambierò team quando potrò tornare in pista, ma stiamo ancora facendo valutazioni. Il mio obiettivo è quello di rimettermi in sella già a dicembre, anche perchè i medici mi hanno detto che è possibile. Da lì dovrò allenarmi duramente per tornare in forma e poi sceglierò. Ho ricevuto tante offerte, anche per prendere parte al Campionato Europeo Femminile Supersport 300. Sarebbe bellissimo potervi partecipare!

Qual è, invece, il tuo sogno nel cassetto?

Semplicemente, continuare a divertirmi sulle due ruote. L’utopia è quella di arrivare a partecipare ad un Campionato del Mondo. La strada è lunghissima, incide anche il fattore economico, ma io non voglio smettere di crederci. Di certo, sarà fondamentale l’apporto degli sponsor che credono in me e di altri che si aggiungeranno. Anzi, ne approfitto: ho bisogno di voi!

Lascia che ti facciamo questa domanda. Calcio e motori sono per antonomasia gli sport degli uomini. Ti sei mai sentita un’estranea?

Diciamo di no. Sicuramente a primo impatto c’è un po’ di diffidenza, quasi si volesse sminuire le capacità di una ragazzina. Poi però si entra in pista e conta solo la velocità. Insomma, non ci sono stati problemi. Sicuramente per un maschio è più facile, però credo di aver un carattere forte e non ho mai avuto difficoltà.

Non hai paura dopo il brutto incidente dello scorso luglio?

La verità? La distanza dalla moto mi ha dato ancora più voglia di salirci sopra. Andare in pista e vedere gli altri che corrono e si divertono mi ha fatto venire ancora più fame!

 

 

Un giornalista sportivo ai tempi del Coronavirus: quattro chiacchiere con Riccardo Mancini

FOTO: Riccardo Mancini con Francesco Guidolin allo stadio di Wembley prima della finale di Carabao Cup 2017/18

Il Coronavirus, oltre che essere un dramma collettivo ed umano, ha generato per noi appassionati sportivi anche (e più banalmente) una conseguenza ben precisa: la totale assenza delle partite di calcio!

Ecco perché poter ripartire ha scatenato la “fame” dei tifosi, incollati ormai quotidianamente alla tv per assistere alle tante partite in programma. Proprio per questa ragione, molti di noi avranno ormai più familiari le voci di alcuni telecronisti che non quelle dei nostri genitori, fratelli e amici. Sono uomini e donne “appollaiati” negli stadi vuoti ad accompagnarci con le loro parole, ad “immergerci” (come direbbe Fabio Caressa) nell’atmosfera di sfide giocate sino all’ultimo respiro.

Tra questi, c’è sicuramente Riccardo Mancini. Giovane sì, ma anche esperto telecronista di DAZN, che per gli appassionati rappresenta il canale ideale per poter seguire da vicino non solo il calcio italiano ma anche e soprattutto il calcio estero. Proprio Riccardo ci ha concesso qualche minuto tra i mille impegni che in questo periodo affliggono anche lui, per raccontarsi e raccontarci il calcio che conta visto un po’ più da vicino. Buona lettura!

Ciao! Partiamo dalle basi: chi è Riccardo Mancini?

È un ragazzo a cui piacciono le cose semplici, che sa adattarsi più o meno a tutte le situazioni che gli si presentano di fronte, che ama il calcio sin da quando era piccolo, che non può restare troppo tempo senza il mare perché è cresciuto lì, che si sente a proprio agio quando intorno ha il calore delle persone che ama e che lo amano.

Chi è, invece, Riccardo Mancini il giornalista?

È un ragazzo che ha fatto tanti sacrifici per provare ad arrivare ad alto livello. Che è andato via da casa a 23 anni, senza punti di riferimento, che ha tentato la fortuna in una città in espansione ma totalmente sconosciuta come Milano. Che cerca di svolgere il proprio lavoro in modo professionale, che a volte è un po’ troppo pignolo con se stesso ma che non si pone limiti nelle ambizioni.

Chi non è “del settore” spesso immagina il giornalista come un silenzioso osservatore, un po’ “intellettualotto”, sempre con il taccuino in mano. È “solo” questo? Che cosa significa oggi esserlo, tra sacrifici, trasferte e tutto ciò che comporta?

Assolutamente no! Il giornalista è un silenzioso osservatore ma anche un pensatore e uno che cerca di farsi spazio in questo mondo con le sue idee. Poi chiaramente ognuno è fatto a modo proprio e interpreta la professione a seconda del background e degli insegnamenti che ha avuto, ma un giornalista di base è una persona curiosa, che vuole sapere, che ha fame di conoscenza e di cultura. E poi è anche una persona che conosce il valore del termine sacrificio: non è così facile arrivare a svolgere questo mestiere con continuità, per farlo devi essere bravo ma anche molto caparbio e fortunato.

Raccontaci la tua giornata-tipo a ridosso di una partita da commentare.

Durante la settimana precedente, preparo schede di ogni singolo giocatore, oltre a quelle di attualità sulle squadre coinvolte. Capita di commentare 2/3 partite a settimana (in questo periodo anche di più!) e il tempo è relativamente poco, ma, per come sono abituato io, non bisogna mai lasciare nulla al caso o dare qualcosa per scontato. Una ripassata al nuovo regolamento, per esempio, ogni tanto ci sta. È giusto non farsi trovare mai impreparati.

Da giornalista sportivo sei anche stato testimone diretto del calcio post-lockdown. Che effetto ti ha fatto tornare a commentare? Com’è il calcio senza tifosi?

È un calcio diverso, sarei un bugiardo a dire il contrario. Il calcio è dei tifosi e della loro passione, sono loro che portano avanti questa giostra coi loro sacrifici e i loro investimenti. Chiaro che è sempre bello veder rotolare un pallone su un prato, ascoltare i dialoghi in campo, ma il calore della gente è qualcosa che non può e non deve mai mancare. Speriamo torni presto.

Chi, forse, aveva più di tutti voglia di tornare in campo era il Liverpool, alla ricerca di quel titolo mancato per moltissimi anni e che rischiava di sfumare per la pandemia. Tu, da grande appassionato ed esperto di calcio inglese, come hai vissuto trionfo della banda di Klopp?

Il Liverpool e i suoi tifosi meritavano questa gioia. È stato un campionato straordinario, una stagione, seppur interrotta, portata a casa in modo totalmente meritato, per la forza tecnica, fisica, emotiva che il gruppo di Klopp ha dimostrato di avere, oltre che naturalmente per la qualità dei singoli. A memoria ricordo poche squadre forti come questa nell’era della Premier League. Credo che grazie a Klopp e ai suoi ragazzi, ad Anfield, possano pensare di aver aperto un ciclo vincente che durerà per diversi anni.

Dal Liverpool al Benevento. Spesso a Dazn ti è capitato di commentare la Serie B, dove le Streghe hanno vissuto una stagione da schiacciasassi proprio come i Reds. Potranno fare bene in A? Inzaghi saprà finalmente consacrarsi nel calcio dei grandi come tecnico?

A entrambe le cose ti rispondo sì! Perché il presidente Vigorito, oltre che un padre per tutto l’ambiente Benevento, è anche uno che è pronto a investire per allestire una squadra che sia paragonabile al Verona di quest’anno. Che non faccia quindi solo da comparsa ma che sappia anche recitare un ruolo da protagonista. Chiaramente per il Benevento il prossimo anno l’importante sarà mantenere la categoria ed evitare figuracce come quella di qualche anno fa. E poi credo che Inzaghi sia garanzia di continuità. Ogni suo giocatore ne parla benissimo, il suo essere “martello” è la sua vera forza. Credo proprio che Benevento sia l’ambiente ideale per lui: passionale al punto giusto e rappresentato da un gruppo di ragazzi eccezionale. Vedo un Inzaghi in rampa perché questa stagione può davvero rappresentare per lui l’ascensore per i prossimi anni.

La Serie A 2019/20, invece, ti è piaciuta? Chi ti ha colpito?

Forse scontato dire Atalanta ma devo fare i complimenti, oltre che ai giocatori e a Gasperini, anche ai preparatori dei nerazzurri. È una squadra che gioca un calcio intenso da diversi anni, non da qualche mese. Sembra quasi una squadra inglese. A livello di singoli mi ha colpito molto Kulusevski. Commentai una delle sue prime partite in A, quella contro il Cagliari, in cui il Parma perse 1-3, era settembre. Lui, nonostante la sconfitta, brillò. Credo sia destinato ad arrivare lontano.

Atalanta, Napoli e Juventus: quante possibilità dai loro in Champions?

Il compito più difficile spetta al Napoli. Al Barcellona sono ancora arrabbiati per aver perso in quel modo la Liga e non faranno sconti. L’Atalanta deve fare attenzione a non sottovalutare il PSG. È vero che da mesi non gioca una partita ufficiale, ma è comunque una delle squadre più forti del pianeta. La Juve è quella che vedo un po’ più avanti a livello di pronostico ma la squadra di Sarri dovrà essere brava a riconquistare una condizione fisica migliore rispetto a quella attuale.

In ultimo, domanda banale ma mai troppo: in un’intervista in passato hai svelato che il tuo sogno “professionale” sarebbe quello di commentare una finale dei Mondiali. Confermi? Magari, Italia-Inghilterra?

Sarebbe un sogno! Ma anche commentare una partita decisiva per il titolo, stile City-QPR di qualche anno fa, non sarebbe male.

6 buone ragioni per guardare The Last Dance (articolo per non appassionati)

È la serie del momento, noi appassionati l’abbiamo già divorata ma, ve lo assicuriamo, vale la pena guardarla indipendentemente dal proprio tifo sportivo o dalla propria vicinanza al basket.

Chi scrive, personalmente, l’ha terminata solo da qualche ora ed ha ancora il cuore e gli occhi pieni di emozioni e giocate uniche. Ma quel che conta sta fuori dal campo. Perché The last dance, il prodotto televisivo di cui tutti parlano, già da tutti riconosciuta come la serie tv sportiva migliore di sempre, è molto più del racconto di un’epopea cestistica.

È tanto altro. Che cosa nello specifico? Abbiamo provato a sintetizzarlo così, con i 6 buoni motivi per cui chiunque dovrebbe guardarla. Sei, come i titoli vinti dai Chicago Bulls e raccontati nel corso della serie.

La trama. Già, perché c’è una trama, esattamente come in una serie tv che si rispetti. C’è un intreccio complesso, per il quale occorrerebbe scomodare i principali studi sulla narrazione classica. C’è un protagonista assoluto, che non a caso compare costantemente e attorno al quale ruota l’intera narrazione. Ci sono i suoi aiutanti, ci sono gli antagonisti e quelli che Greimas avrebbe definito come “opponenti” verso la conquista dell’oggetto di valore, rappresentato dalla seconda “three-peat”, ovvero la vittoria per tre anni consecutivi del titolo di campioni NBA dei Chicago Bulls. E vi sveliamo una cosa: non è finzione, è pura realtà!

MJ. Ovviamente c’è lui, Michael Jordan. Sarebbe riduttivo, forse, definirlo come il più grande cestista della storia e uno dei più grandi atleti mai visti nel corso del ventesimo secolo. Michael Jordan ha rappresentato un’icona per il suo modo di stare nel rettangolo di gioco, di comportarsi al di fuori di esso, di dialogare e discutere con compagni e media. Davvero, se volete capire come nasce un mito, The Last Dance ve lo dirà, attraverso immagini uniche e inedite che raccontano tutto, dalla vita privata al rapporto con le forze dell’ordine, fino ai punti di forza (l’allenamento, la passione, la voglia di primeggiare) e i punti deboli (la morte del padre, il gioco d’azzardo, il carattere talvolta discutibile).

Lo star system (americano). Michael Jackson, Madonna, Elvis Presley, Lady Gaga. C’è un po’ di tutti loro in un serie tv che attraverso la scalata di Michael Jordan e dei Bulls ci racconta passo dopo passo che cosa significa essere un divo. È lo star system inteso all’americana nel suo pieno svolgimento. Il ragazzo di periferia (e di colore) che diventa il più forte di tutti. Basteranno i numeri a certificarlo, come nel caso delle snickers vendute con il nome di Jordan nel primo anno di collaborazione con la Nike (che deve di fatto la sua fama solo ed esclusivamente a lui). Un sistema senza via d’uscita, con i suoi elementi negativi, talmente accentuati da spingere un campione a preferire il silenzio e il ritiro dall’attività (temporanei) alla celebrità quotidiana.

La seconda metà del Novecento in 10 puntate. C’è uno sportivo che ha fatto storia in The Last Dance, ma c’è soprattutto la storia che passa attraverso le gesta di uno sportivo. Già, perché in dieci puntate vi accorgerete di come gran parte delle vicende narrate sono strettamente connesse ai grandi fatti della storia (americana e non) dal Secondo Dopoguerra ad oggi. Dalle proteste studentesche del 1968 alla guerra in Libano, passando per le discriminazioni razziali e l’avvento del consumo di massa. Il quadro di una generazione.

Dennis Rodman. Se non vi entusiasma MJ, esaltato come meritava e forse anche più del dovuto; se non vi affascina più di tanto la storia di una squadra che giocò più di vent’anni fa, beh, fatelo per Dennis Rodman. Di gran lunga il principale candidato ad un’immaginaria palma per il miglior attore non protagonista, Dennis in meno di dieci ore di video è tutto: il folle, il cattivo, l’uomo vinto dalla sua stessa fama, il ragazzo che non riesce a liberarsi dal suo passato ma anche e soprattutto l’atleta capace di azioni al limite del sovrannaturale. Dennis è la storia di uno come noi (oddio, forse un po’ più matto) che arriva in alto con la forza ma che non si allontana dal suo modo di essere.

Barack Obama. Chiudiamo così, con il nome del primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti d’America. In politica, quando un personaggio famoso “scende in campo” per esprimere il proprio consenso ad un politico, si parla di endorsement. Qui, è accaduto il contrario: Obama ci ha messo la faccia, comparendo in alcune puntate, per confermare che quando si parla di Michael Jordan e dei “suoi” Chicago Bulls si sta sfogliando una delle pagine più gloriose della storia USA del Novecento. E se lo dice lui…

Nota a margine. Vi diamo una settima ragione, ahinoi drammaticamente “fresca”. Guardare The Last Dance significa comprendere che cosa rappresenta il basket per gli USA, anche da un punto di vista sociale. Capirete così perché conta davvero tanto una maglietta indossata da Lebron James con su scritto “I can’t breathe”.

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