Frequentemente lo studio, soprattutto manualistico, è un’attività noiosa, tanto noiosa che i suoi contenuti spesso di strabiliante bellezza diventano banali. Eppure, grazie al Cielo, talvolta accade di soffermare lo sguardo – che sta scorrendo le pagine, distratto – su una frase del libro che a prima vista era apparsa come assolutamente ovvia, ma che in un istante si veste di tutta la sua ricchezza: « Pòlemos pànton men patèr estì », che significa « Pòlemos (la guerra) è padre di tutte le cose ». Si tratta di un frammento di Eraclito, il famoso filosofo greco del “divenire” vissuto intorno al V secolo a.C. Queste poche parole rappresentano un’intuizione che, oltre a segnare un importante cambiamento di rotta all’interno del panorama filosofico antico, coglie un aspetto strutturale della realtà attraverso un elogio del conflitto.

Tutto nasce dal conflitto. È innegabile: c’è una lotta al momento del concepimento, quando tra milioni di spermatozoi soltanto uno riesce a essere parte attiva nella nuova creazione; c’è una potente tensione durante il parto, quando, con incredibile dolore, la vita stessa sboccia per una vita più piena. Addirittura nell’istante in cui la morte sopraggiunge, ogni essere vivente lotta strenuamente per la sopravvivenza: cifra saliente della realtà è infatti questo profondo conflitto in cui il alla vita s’impegna per prevalere sul no alla vita – è un meccanismo così naturale che il masochismo e il suicidio sono situazioni “innaturali” dal punto di vista biologico e per questo difficilmente compresi dalla mente umana –. L’esistenza anela a quel , continuamente e anche senza accorgersene: sceglie sempre ciò che è bene per lei, ciò che, in un modo o nell’altro, presto o tardi, può condurla alla pienezza.

Questa eterna contrapposizione tra due poli è tratto caratterizzante anche di una sfera tipicamente umana, vale a dire lo scambio di idee: si pensi alla fatica che ogni persona impiega per emergere in tutta la propria bellezza in mezzo agli altri, al sudore nell’esprimere le proprie convinzioni. Si combatte e, alla fine, si vince oppure si resta sconfitti: a questo punto sembrerebbe allora che si stia parlando di un aut-aut, di un percorso che non è affatto entusiasmante, perché conduce soltanto a un punto morto. Eraclito tuttavia soccorre queste nostre riflessioni confuse nel momento in cui afferma che il conflitto è padre. Ma padre è solo chi ha generato: dunque una tensione è buona solo laddove sappia essere terra fertile.

La vita potenzialmente racchiusa in questa lotta di opinioni può declinarsi in due modi diversi. La prima è quella che nella società attuale appare in qualche modo come la più importante: si tratta di una sintesi delle idee che si contrappongono. È un atto di generazione che prende le mosse dalla fusione degli aspetti migliori di due pensieri, e che richiede sangue freddo e umiltà. Il secondo tipo di vita è forse ancora più difficile da creare: è la vita che sboccia quando la discussione è fatta per il puro desiderio del confronto, quando ci si lascia reciprocamente la libertà di pensiero. È la vita che sorge quando si ammette: « Bene, la pensiamo in modo diverso, ed è bello così ». A questo si giunge con parecchia fatica, perché spesso si fa strada in noi la tentazione di plasmare l’altro a nostro piacimento e perché non di rado, in fondo, siamo tutti convinti di avere la verità in tasca. Questo secondo atteggiamento è proprio di chi indietreggia per tornare al proprio posto dopo essersi proteso verso il pensiero differente, e per questo rappresenta una zona ricca: chi accetta la diversità dà vita, perché si ritira; chi accetta la diversità realizza che è illegittima la pretesa di cambiare l’altro e fa un passo indietro per non soffocarlo.

La guerra, a livello esistenziale, è cosa naturale ed è elemento costitutivo del tessuto che caratterizza l’umano, ragione per cui non dev’essere evitata se ha il potere di portare bellezza. Occorre quindi ricordare che la fecondità di un conflitto emerge non solo “trovandosi a metà strada”, ma anche mostrandosi capaci di abbracciare la differenza e di comprenderla – dal latino cum e prehendere, prendere insieme –: perché questo è il primo passo per saper accogliere, per saper amare.

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