Cosa può spingere un gruppo di intellettuali da tutto il mondo ad affermare che nel panorama attuale «un approccio ragionevole al dibattito politico avrebbe prevalso su un discorso populista»? Ma soprattutto come giustificare il fatto che la vittoria di Trump e la Brexit siano definiti, senza se e senza ma, come una conseguenza indiscussa del populismo? Con la superbia degli intellettuali, facile. Ma non è tutto. (Purtroppo) c’è dell’altro.
E quell’altro lo ritroviamo ogni volta che accendiamo la tv per un telegiornale, ogni volta che una testata editoriale sceglie gli articoli da mandare in stampa, ogni dannata volta che condividiamo un articolo su un social con i nostri presunti amici.

Perché in fondo siamo noi, le piccole gocce delle onde populiste che possono travolgere qualsiasi istituzione politica. È sufficiente essere nella corrente giusta. O sbagliata? Gli intellettuali del Movimento 9 maggio sostengono il secondo aggettivo, e non esitano a contrapporre i «demoni populisti» allo «slancio politico». Eppure i cosiddetti “populisti” vanno a votare, vengono rappresentati da numerosi candidati (ci sarebbero troppi esempi da proporre qua) e governano paesi più o meno influenti nel mondo. Ovvero, tutto ciò che li rende “politicamente accettabili” e molto più umani della cruenta immagine che abbiamo dei demoni. I populisti hanno una famiglia, sono spesso (forse troppo) cattolici e provano dei sentimenti. Incredibile eh? Bisognerebbe ricordarlo, a quella banda di intellettuali da strapazzo, che si preoccupano così tanto per gente del genere! Eppure, loro lo sanno bene. E conoscono soprattutto un sentimento populista che emerge a gran voce dalla folla: la rabbia.

Una rabbia profonda, sincera, coinvolgente, bruciante. Una rabbia che prende fuoco dalla delusione dei cittadini, dagli elettori convinti che la partita sia truccata. Convinti che le regole del gioco siano sbagliate. Quale gioco? L’establishment, ovvero la rappresentazione del sistema che ormai troppe persone sentono come una prigione. Ed è qua che entra in gioco un candidato come Trump, idealizzato da molti elettori come un complice amico che ha le chiavi per evadere. Anche a costo di ricoprire la fuga di bugie ed atti osceni apertamente condannati dall’opinione pubblica. Ma in questi dettagli nasce la sua forza: Donald Trump è il prototipo ideale del candidato che non ha paura di dire la verità, perché non si fa condizionare dai vincoli della vecchia politica. Agli occhi dell’elettore populista, lui è l’unico in grado di mettere in discussione le regole del gioco.

Ma questa rabbia non è presente solo negli Stati Uniti, ribolle in molti paesi del mondo, accomunati dall’insoddisfazione per lo status-quo. Per le sue forme più estreme, essa sembra nascondere qualcosa di più oscuro: una rivolta contro le norme, contro quei confini accettati da tutti che rendono possibile la democrazia. Democrazia: un termine messo in bocca a tutti i cittadini, masticato, digerito ed ora pronto a “essere smaltito” per una buona fetta della popolazione. Lo conferma il World values survey in un progetto di ricerca del 2011, in cui emerge che il 34 per cento degli statunitensi era favorevole a “un leader forte che non debba preoccuparsi del congresso o delle elezioni”. Ovvero, tradotto in un concetto basilare: un elettore statunitense su tre preferisce la dittatura alla democrazia. Non si tratta dunque di ripudiare un semplice governo o un partito politico, ma di rifiutare l’idea stessa di democrazia. Perché questo dato sembra così allarmante? Dopotutto potremmo facilmente far parte anche noi di quella fetta di popolazione convinta che la democrazia non abbia rispettato i patti con i cittadini e che il sistema non sia più democratico. E troveremmo un candidato ideale in personaggi che l’opinione pubblica ci presenta quotidianamente come “mostri” della politica e governanti senza scrupoli: Viktor Orbán e Vladimir Putin in pole position.

Fareed Zakaria definisce con il termine “democrazia illiberale” un sistema politico in cui i capi di governo sono eletti tramite elezioni democratiche ma che in seguito tendono a non rispettare i limiti costituzionali. Un termine che non dispiace affatto alla visione politica del Primo Ministro ungherese, per esempio, ma non solo. Anche i cittadini sembrano improvvisamente attratti da una svolta populista di natura democratica a livello elettorale, che spesso degenera in pratiche tutt’altro che democratiche nel contesto governativo. Il Partito del popolo danese, il Front National (Francia), Alternative für Deutschland, i Democratici svedesi, il Partito dei Finlandesi, l’Unione democratica di Centro (Svizzera), l’UKIP (Regno Unito) e, politicamente permettendo, la Lega Nord e il Movimento 5 Stelle sono partiti cha cavalcano l’insoddisfazione generale e si affacciano sempre più nei giochi di potere istituzionali. Le singole personalità e i contesti variano, ma questo gruppo eterogeneo di partiti e candidati si nutre dello stesso malcontento.

Di solito gli elettori che si rivolgono ai populisti sono quelli che si sentono delusi dalla politica convenzionale e pensano di essere stati dimenticati, sul piano economico e culturale. Sono quelli che hanno visto diminuire i loro redditi o hanno perso il posto di lavoro perché la loro azienda ha spostato l’attività all’estero, o che semplicemente hanno visto i loro quartieri cambiare per effetto dell’immigrazione. Insomma, non sono elettori di serie B, ma cittadini prima di tutto.

Tuttavia, perché tendiamo ad etichettare il populismo come una risposta negativa ad i cambiamenti all’attualità? Dopotutto, questa diffidenza verso l’autorità è antica quanto la stessa repubblica che, non va mai dimenticato, è stata creata in un atto di ribellione contro un governo considerato troppo potente. Perché gli elettori sono naturalmente populisti, mentre i candidati scelgono espressamente di esserlo e, con rare eccezioni, cavalcano la paura per promettere qualcosa di irrealizzabile ma di idilliaco: proteggere dal cambiamento, fermare il mondo per tutti quelli che vogliono scendere. Senza nemmeno bisogno di vincere le elezioni, i populisti rimettono in discussione un sistema centenario radicalizzando l’opinione pubblica, rendendoci cinici di fronte alla possibilità della verità.

E così la fiducia nella democrazia vacilla. Qualcuno pensava, ragionevolmente, che la crisi avrebbe incanalato la rabbia contro il capitalismo invece che contro la democrazia. Molti elettori, però, si sono ormai convinti che il sistema economico non possa essere cambiato, che non esista un’alternativa credibile al capitalismo. E così, sul giradischi dell’opinione pubblica, non girano sentimenti di rivolta socialista o anticapitalista, ma sentimenti di odio e diffidenza che si diffondono come musica sensuale nelle menti di tutti gli elettori che hanno un vuoto di insoddisfazione da riempire.

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