Violenza

Qual è il vero volto della violenza?

Quello del sangue vivido che macchia il volto di un bambino alla televisione? Quello mediatizzato che ci fa provare empatia per qualche secondo prima di tornare alle nostre occupazioni? Quello dei brutti ricordi d’infanzia?

Si tratta di un sentimento talmente normalizzato che non ci chiediamo mai quale sia la sua vera essenza.

Dominazione bestiale in assenza di leggi, comportamento umano, istinto spontaneo, كبت (repressione) in arabo. Le definizioni sono numerose ma tendono ad avere un punto in comune: la violenza è spesso e volentieri associata all’aspetto puramente fisico, che ci fa dimenticare la potenza della violenza simbolica, tanto impercettibile quanto possente.

La lotta dei gilets jaunes in Francia ha sollevato la questione dell’identificazione della violenza e della sua interpretazione. Che cos’è un cassonetto bruciato e qualche giorno di caos urbano rispetto ad un’intera fetta di popolazione che ha difficoltà ad arrivare a fine mese? Questa è la rivendicazione che ho letto sui volti dei manifestanti urlanti. Nel frattempo, alle mie orecchie arrivano i commenti di alcuni coetanei francesi: “Sono d’accordo con loro, ma stanno bloccando una città intera con una violenza inaudita”. E di tutte le banalità che riempivano i media del mondo intero, è stato proprio l’elemento inaudito ad aver preso per mano la mia attenzione per portarla in un campo di interrogativi. Quale violenza tocca indirettamente queste persone? E come è percepita?

«C’era l’emergere di un tipo di corpo che non vediamo mai e di parole che non sentiamo mai» ha commentato al New Yorker (https://www.newyorker.com/news/news-desk/to-exist-in-the-eyes-of-others-an-interview-with-the-novelist-edouard-louis-on-the-gilets-jaunes-movement) il giovane scrittore francese Edouard Louis a proposito delle manifestazioni nell’Esagono e dei loro protagonisti: una classe sociale improvvisamente in lotta contro il “presidente Rothschild”. Si tratta degli stessi corpi la cui sopravvivenza è sottovalutata dallo Stato per quanto riguarda le riforme popolari, ma la cui immagine non ha tardato a comparire sugli schermi televisivi di fianco alla parola violenza. Corpi che difficilmente attirano la nostra attenzione in modo positivo, perché le loro apparizioni mediatiche sono spesso affette da connotazioni negative.

D’altronde, come negare l’evidenza? Nel mio immaginario la violenza è indissolubilmente legata alla presenza dei cinque sensi: la vista del sangue, l’odore della paura, la sensazione dell’urto, il suono delle grida, la bocca asciutta. Come posso capire la violenza simbolica esercitata da una classe sociale a scapito di un’altra se non provo a mettermi nei loro panni? Come riconoscere la violenza di classe, basata sulla differenza di ricchezza?

Paradossalmente, ho dovuto ritrovarmi in Marocco per capirne la vera e propria portata. Mentre osservavo divertito un addetto ai parcheggi, riconoscibile dal suo gilet jaune, mi sono chiesto quale fosse l’impatto del colonialismo francese sulla società marocchina d’oggi. Una domanda è sorta spontanea: è possibile esercitare della violenza senza contatto fisico e a oltre sessant’anni di distanza?

La risposta (o piuttosto, altre domande) nel prossimo episodio.

Politica

« Che cos’è per te la politica? ».

Ecco la domanda che mi è stata posta qualche mese fa da una giornalista de La Guida, davanti ad un caffè infreddolito e geloso di una conversazione troppo interessante per i suoi gusti.

Il binomio giovani/politica potrebbe suonare quasi come un ossimoro, visto il vecchio panorama politico che compare ogni giorno negli schermi dei nostri televisori. Rottamazione! Rivoluzione! potrebbe ribadire qualche fan sfegatato del cambiamento, contento dell’evoluzione politica dell’ultimo periodo.

Il tranello del nuovo governo è dietro l’angolo, non aspetta altro che un misero giovane come me ci metta il piede dentro per intrappolarlo in qualche considerazione o critica banale. Eppure no, signore e signori, non intendo parlare di ciò. Troppo facile, troppo scontato, troppo politically incorrect. Chissenefrega.

Torniamo alla politica, quella vera. La politica del suo senso originario di “vita della polis”. Ovvero? Occuparsi degli interessi della città, della comunità.

Torniamo a Cuneo, dunque. E al solenne e celeberrimo slogan della città: Tutti vecchi, nulla da fare!. Torniamo ai giovani, non come oggetto di studi e commenti sociologici, ma come protagonisti della città.

D’altronde, oggigiorno quanti dati, quante statistiche, quanti esperti possono dimostrarci senza difficoltà che i giovani sono sempre meno interessati alla politica, al mondo dell’associazionismo, ai movimenti studenteschi e ai cortei di massa. Eppure, nelle molteplici spiegazioni del Perché? manca spesso un elemento fondamentale: la voce dei giovani stessi.

Come formiche al bordo di un marciapiede, ci sentiamo troppo spesso osservati da una distanza troppo grande per favorire un dialogo costruttivo e partecipativo. Da questa distanza nasce l’esigenza crescente del XXI secolo di sottolineare l’identità di “giovane” in contrasto con gli altri gruppi sociali.

Ma cosa contraddistingue davvero un giovane da un adulto? La mancanza di raziocinio e l’istinto trasgressivo forse? Forse. Direi piuttosto: il tempo e la voglia di fare.

Da questi due elementi nasce un’idea dell’amministrazione comunale: il Cantiere Giovani. Un titolo che non è lasciato al caso, alludendo ad una precisa connotazione: la costruzione, sicuramente grezza ed immatura agli inizi (come si addice ad un vero e proprio cantiere), che punta alla realizzazione di un progetto concreto.

Quale sarà dunque l’obiettivo di questo Cantiere? In occasione della presentazione di venerdì 8 giugno, davanti ad una folla gremita di studenti e non solo, il giovane consigliere Simone Priola ne ha indicato uno in particolare: la partecipazione diretta e da protagonista dei giovani.

L’aiuto di professionisti della progettazione e l’opportunità dell’alternanza scuola-lavoro non saranno altro che lo sfondo di un’occasione per riunire giovani da contesti e scuole differenti. Partire dalle diversità per aprire al dialogo e al confronto sui bisogni della città. Non è forse da questo che dovrebbe nascere ogni forma di politica?

Chi lo sa, magari sarà proprio la voglia e il tempo di questi giovani a risvegliare la creatività fondamentale per la riqualifica di qualche luogo abbandonato, ma dal grande potenziale, che si nasconde nei meandri di Cuneo.

(Ex-centro sociale Kerosene, questo occhiolino è per te!)

Slow journalism: maneggiare con cautela

Tecnologia, internet, data, social networks… In una parola: era digitale. Senza troppe domande, spesso senza consapevolezza, la stiamo vivendo tutti. Ma rischia di sfuggirci l’elemento che rende tutto ciò così maledettamente affascinante e pratico: la velocità.

Come un granello di sabbia che scappa veloce tra le nostre mani, la possibilità di connetterci con il mondo intero è una carezza sfuggevole che ci incanta e ci incatena per ore e ora davanti ad uno schermo. Con un semplice click abbandoniamo il mondo reale e ci facciamo travolgere da un’ondata di informazioni e possibilità, che danno forma e forza a quei miliardi di granelli di sabbia. Vi ricordate quando da bambini aggiungevate un po’ d’acqua per compattare il castello fatto con le vostre mani? Ecco, la sorprendente capacità del web è quella di dare una forma ai granelli di idee, trovare una sicurezza universale tra gli enigmi di notti insonni o anche solo una compagnia virtuale, per non sentirci soli. Eppure, con disarmante facilità, un semplice secchiello d’acqua può trasformarsi in un’onda gigantesca. E tutto diventa possibile… e pericoloso al tempo stesso.

Un esempio? Il 59% dei link condivisi sui social media non sono in realtà mai stati aperti da coloro che li hanno condivisi. In altre parole: la maggior parte delle persone non leggono le notizie che gettano nell’arena dei social networks. E non si tratta di un’inchiesta di un articolo di cui probabilmente leggereste solo il titolo, ma di una ricerca della Columbia University, in collaborazione con l’Istituto Nazionale Francese. «Siamo più interessati a condividere un articolo piuttosto che a leggerlo», spiega il co-autore dello studio Arnaud Legout. Come mai? «È un tipico riflesso della consumazione moderna di informazioni. Le gente forma la propria opinione su un riassunto, o un riassunto di un riassunto, senza fare lo sforzo di andare nel merito».

In questo contesto nasce l’idea dello Slow Journalism, letteralmente “giornalismo lento”. Fin dal nome, è chiara la netta opposizione alla velocità di informazione che scorre nelle nostre vene e sui nostri dispositivi portatili, sulla scia dei primi movimenti slow, come il celeberrimo Slow Food, che promuove la cucina locale di qualità rispetto ai fast food, o l’innovativo Cittaslow, impegnato a rallentare il ritmo di vita dei cittadini.

Ecco i 14 punti che un sito tedesco ha elaborato nel 2010 come “manifesto” degli slow media:

  1. Contribuiscono alla perennità
  2. Promuovono il “monotasking”
  3. Puntano al perfezionamento
  4. Rendono la qualità palpabile
  5. Incoraggiano i “prosommatori” (consumatori che si avvicinano ai produttori)
  6. Alimentano la discussione
  7. Sono dei social media
  8. Rispettano i loro utilizzatori
  9. Si diffondono per raccomandazione
  10. Sono intemporali
  11. Hanno un’aura
  12. Sono progressisti e non reazionari
  13. Si affidano alla qualità
  14. Cercano la fiducia del lettore.

Perché dedicare attenzione ad un tema del genere? Perché lo slow journalism è stata da sempre, e involontariamente, l’essenza stessa del magazine di 1000miglia. La nostra passione per le storie e un’irrefrenabile curiosità per la realtà e l’umano ci hanno sempre portati ad indagare a fondo e a non fermarci alle notizie convenzionali. Un magazine strettamente slegato dalle frenetiche notizie di attualità, ma pronto ad essere riletto tra cinque anni con lo stesso piacere di oggi.

Nel numero 9 abbiamo affrontato in questa rubrica l’emergenza della mediacrazia, che ha posto il contesto generale per affrontare nelle pagine a venire le sfumature dello slow journalism. Quale miglior modo per iniziare se non una breve storia del giornalismo in Italia? Dopo aver posto queste basi, avrete il piacere di tuffarvi di testa nell’anima dello slow journalism. Una tappa necessaria per capire l’importanza di un’informazione corretta nell’analisi del mondo attuale, come confermano i collaboratori dell’associazione Apice, pronti a darvi un assaggio dell’importanza dei media nel contesto europeo. Che aspettate?  Leggete, ma con calma.

**Questo articolo è stato tratto dal decimo numero del magazine di 1000miglia, scaricabile al link https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/1000MIGLIA-MAGAZINE-NOVEMBRE-2017.pdf

 

 

 

Giovinezza

70 anni. Può essere l’inizio della vecchiaia?

Per la maggior parte delle persone le due cose coincidono. E per un pezzo di carta?

Suvvia, direbbero i più pignoli, ridurla ad un pezzo di carta sarebbe un insulto ad una così veneranda età.

Signore e signori, oltre a quello del nipotino o del cugino di secondo grado o della vicina di casa, preparatevi a dimenticare un altro compleanno in questo 2018: quello della Costituzione della Repubblica Italiana.

Come posso esserne certo? Perché il giorno ufficiale dell’entrata in vigore era il 1 gennaio, data coronata da una scarsa attenzione mediatica preceduta per importanza dai divieti sui botti di capodanno.

Ebbene sì, la “Costituzione più bella del mondo” (quasi approvato a slogan ufficiale del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016) tocca la rispettabile età di 70 anni. E con essa, anche i principi e i valori di pace e giustizia del dopoguerra, frutti di un compromesso tra partiti durato più di nove mesi.

« A thing of beauty is a joy forever » commenterebbe John Keats, fosse ancora in vita. E la nostra cara Costituzione, è ancora in vita? Dopo l’improvvisa attenzione dell’opinione pubblica causata dalla campagna referendaria, tutti si sono soffermati almeno un momento per esprimere un giudizio sul testo fondatore della nostra Repubblica, per poi tornare alle imprecazioni su Facebook e agli insulti ai politici.

Ahimé, come un utensile datato perde il proprio fascino nell’era della modernità, la Costituzione viene immediatamente bollata come una lettura del tutto improbabile per i giovani d’oggi. Eppure, scavando anche “solo” nei 12 Principi Fondamentali, si potrebbero scoprire interessanti dettagli lessicali, che forniscono un’ulteriore chiave di lettura per capire l’identità di un paese intero.

Marino Sinibaldi si è dilettato, in un articolo sul sito web dell’Internazionale (https://www.internazionale.it/opinione/marino-sinibaldi/2018/01/05/costituzione-anniversario-70-anni) a mettere in evidenza due verbi che risaltano in questi primi 12 Principi: rimuovere e promuovere. Entrambi con la volontà di movimento, di rinnovamento, di guardare avanti dopo oltre vent’anni di regime fascista, per esaltare i caratteri comuni della cultura italiana.

Rimuovere:  È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese – Articolo 3.

Promuovere: La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica – Articolo 9.

Tuttavia, c’è un verbo dall’apparenza così banale che mi piacerebbe personalmente aggiungere alla lista: riconoscere.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalita`, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale – Articolo 2.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto – Articolo 4.

Perché questo verbo? Perché oltre alle accezioni stilistiche e formali in linea con la rigidità e l’eleganza di questo scritto, quali “identificare, individuare” o “distinguere con precisione, conoscere nella sua vera essenza”, compare anche il significato di “accettare come legittimo”.

Accettare, ammettere, riconoscere come valido. Sono tutti verbi che rimandano implicitamente ad un passato scuro di discordie che si è concluso con una pace dolorosa, ma necessaria. Ma allo stesso tempo evidenziano la volontà di ri-conoscere, “conoscere di nuovo”, l’essenza stessa della Repubblica, tra le mille diversità e divisioni culturali e territoriali.

Questo dovrebbe essere il dovere di ognuno in quest’anno che segna un traguardo importante per la Costituzione: rileggerla in chiave attuale, partendo dai principi che possano rinfrescarci la memoria collettiva antifascista. Senza limitarsi a bollarla come “la più bella del mondo”, ma riconoscendo  semplicemente che sia “la più bella per gli italiani”, con la dovuta saggezza ma anche i dovuti limiti di questa vecchiaia…

Identità

Cuneese, italiano, europeo.

Belgo-libanese con residenza negli Emirati Arabi Uniti.

Egiziano di madre tedesca, studente negli Stati Uniti.

Ecuadoregna ma metà italiana, una vita tra sette nazioni.

Le identità affascinano e si nascondono. Come un piccolo gatto di Schroedinger escono dalla loro stanza nei momenti più inaspettati e rivelano aspetti inaspettati (vivo, morto o ?). Come un istinto froidiano approdano nel nostro inconscio e ridisegnano la prospettive.

Al-Ghajar è un paese al confine tra Siria, Libano e Israele.

Siriano, libanese o israeliano? Questa è la domanda che ha forgiato la coscienza dei duemila abitanti nel cuore del Medio Oriente.

1932: gli abitanti di al-Ghajar possono scegliere se diventare libanesi o siriani, scegliendo quest’ultima opzione.

1967: prima dell’occupazione israeliana in seguito alla Guerra dei Sei Giorni, al-Ghajar è un territorio siriano al limite della valle Hasbany.

1978, al-Ghajar si espande verso Nord, in Libano.

17 aprile 2000: il primo ministro israeliano Ehud Barak, seguendo la sua promessa, annuncia il ritiro delle truppe israeliane dal Sud del Libano. 25 maggio: Tzahal (le forze di difesa israeliane) lasciano il Sud de Libano dopo 22 anni di occupazione, in conformità con la Risoluzione 425 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Sotto l’occupazione israeliana questo piccolo villaggio diviso tra il Libano del Sud e le Alture del Golan era governato dalle stesse autorità, ma non dalle stesse leggi.

Ma, sì c’è un ma in questa storia e non è quello che state pensando (discutere della legittimità dell’occupazione israeliana sarebbe troppo scontato), più di un semplice conflitto diplomatico e legale, al-Ghajar è il teatro di scontri tra identità radicalmente diverse.

Siriano, libanese o israeliano? Siriano, libanese e israeliano allo stesso tempo, questa è la risposta che potrebbe calmare gli animi.

Ciò che rende la loro vicenda così curiosa non è lo scenario di guerra e diplomazia internazionale, ma il fatto che essi siano alawiti in una zona circondata da villaggi per la maggior parte sunniti, drusi e cristiani.

E sono proprio loro stessi a chiedere di essere annessi ai territori occupati piuttosto che al Libano dopo le tensioni del 1967, affinchè potessero difendere la loro identità siriana come gli altri territori del Golan sotto il controllo israeliano.

A questo punto, una domanda sorge spontanea: cos’è un’identità? Se guardiamo da vicino questo termine, scopriamo che è una nozione polisemica che racchiude i temi della similitudine, dell’unità, dell’identità personale, dell’identità culturale e della tendenza all’identificazione.

«I confini sulle carte incoraggiano questi sentimenti d’identità» afferma a proposito John Agnew. Ma, cosa si nasconde dell’inconscio degli abitanti di al-Ghajar? Come possono interpretare un’identità che non ha nome, né patria?

«È proprio questo che caratterizza l’identità di ognuno: complessa, unica, insostituibile, non si confonde con nessun’altra» afferma Amin Maalouf nel suo capolavoro del 1998 Identità Omicide (dal titolo originale Les identités meutrières). «Spesso è il nostro sguardo a imprigionare gli altri nelle loro strette origini, ed è sempre il nostro sguardo a poterli liberare» continua l’autore libanese.

Il XXI mette in scena il ritorno (o la definitiva non-scomparsa?) dei sentimenti nazionalisti, intenti a difendere la loro identità dalla paura dello straniero. Dove poseremo allora il nostro sguardo? Sulle cartine politiche di secoli passati o sui fenomeni di integrazione che abbattono le frontiere culturali?

Potremmo accorgerci che il ruolo dell’identità è più complesso di un semplice discorso populista e che i nostri sentimenti di appartenenza coincidono con un territorio a cui siamo legati. E come coniugare le nostre identità con i diritti e i doveri del territorio a cui apparteniamo per un momento? Le migrazioni non si fermeranno con un muro o un accordo illegale con un paese come la Libia. L’integrazione sarà un processo inevitabile per evitare altri conflitti.

Per questo l’Italia ha deciso di fare un primo passo verso una comprensione civile e politica delle identità dei cittadini che popolano il suo suolo, riconoscendo ai propri cittadini i loro diritti con lo Ius soli…

Ah già.

Intervista a LUIGI DE MAGISTRIS – Disobbedienza che diventa obbedienza, ribellione che diventa esempio

Napoli è una “Città ribelle”, ovvero il titolo del libro di Luigi De Magistris in collaborazione con la giornalista Sarah Ricca. Ribelle perché contro il sistema che prima l’addomesticava come una malattia. Ribelle perché teatro di una Rivoluzione, come la chiamano De Magistris & Co. Ma soprattutto ribelle perché ha saputo capovolgere le prospettive e il suo futuro. In un paese in cui la devianza sembre essere diventata la norma, come sostiene Domenico Starnone, Napoli è una città ribelle perché ha fatto dell’eccezione un esempio di politica ammirato in tutto il Mediterraneo e non solo. E così la disobbedienza ai poteri forti è diventata obbedienza, ma a cosa? « Alla Constituzione, ai doveri, alla partecipazione attiva e civile, alla speranza nel futuro ». Il suo simbolo? Luigi De Magistris, sindaco dei Napoli eletto in liste autonome nel 2011 e riconfermato nel 2016 con oltre il 70% al secondo turno. Nel contesto di Scrittorincittà 2017, ha risposto alle nostre domande in esclusiva per 1000miglia.

 

Nel contributo iniziale, Maurizio De Giovanni afferma « Perché De Magistris nasce da un vuoto e diventa un pieno ». Può questo pieno strabordare e coinvolgere altre realtà? Oltre alle città europee che si sono interessate alle politiche della sua città, come Atene, Barcellona, Madrid, fino a dove può arrivare nel panorama italiano?

In realtà si tratta di un’esperienza senza confini e senza frontiere. Ogni luogo, ogni città, ogni comunitàà ha le sue caratteristiche; per cui non si tratta di un modello “esportabile”. Però quello che è accaduto nella nostra città può accadere anche altrove ed è sicuramente un’anomalia nel panorama politico generale. In questi anni stiamo provando a connetterci con territori, esperienze, associazioni e movimenti proprio per cercare di costruire, anche oltre alla nostra città; qualcosa che sia capace di coniugare da un lato la rottura del sistema, da noi chiamata “rivoluzione”, e dall’altro anche l’affidabilità nel governare.

Sempre secondo De Giovannni, l’esperienza di Napoli nel 2011 nasce dalla « necessità di un riferimento per un elettorato orfano e deluso ». Lei ha provato a dare una risposta a questo elettorato, attraverso un ritorno alla politica dal basso, alla politca nel senso letterale di “vita della polis”. Dunque, si può rifare la politica dal basso? Partendo dai comuni per poi arrivare a livello nazionale?

Assolutamente sì. La nostra esperienza nasce dall’ “aver dato potere a chi potere non ne aveva, voce a chi voce non veniva data”. Quindi è un’esperienza di democrazia partecipata vera, non retorica o di puro ascolto. Nel nostro comune prendiamo decisioni insieme alla cittadinanza, anche oltre alla rappresentazione politica. Anche per il fatto che io non ho partiti e vengo da un’esperienza di movimento, autonomia, per cui la connessione con la gente è stata fortissima e ha provocato la rottura con il sistema politico tradizionale ma allo stesso tempo il favorire di un protagonismo popolare che prima era inesistente.

Nel suo libro teorizza una sorta di sistema di confederazione, che prospetta la divisione in tre zone: Nord, Centro, Sud e Isole; dando più potere ai territori e a chi li conosce bene. Tuttavia, non c’è il rischio di aumentare i sentimenti di autonomia di alcune regioni italiane (soprattutto a fronte dei recenti referendum in Lombardia e Veneto) e di perdere anche gli ultimi baluardi di speranza di qualcuno nei confronti dello stato centrale?

Io non parlo di autonomia. Secondo me l’operazione del Veneto è un’operazione molto politica ma poco sostanziale. Se vuoi dare veramente autonomia, la devi dare ai territori, alle città. Penso che l’Italia dovrebbe ripartire dai comuni uniti nelle loro diversità. Invece, dando molto potere alle regioni non si sono mai sviluppate forme di democrazia partecipata. Anzi, molto spesso le regioni sono state teatro di sprechi e di mancato utilizzato del denaro pubblico. Quando parlo di autonomia dei territori penso soprattutto alle città e all’idea, tipo i collegi europei, di dividere l’Italia. Dividere nel senso di aggregare alcune funzioni alle macroregioni. Lo Stato deve avere delle funzioni fondamentali previste dalla Constituzione, le città dovrebbero avere più autonomia e le regioni una limitata funzione di programmazione.

Parlando appunto della sua città in particolare, Napoli è « una città che ha guardato a De Magistris per una folle speranza e mancanza di alternative » (De Giovanni). Senza eccessi di lode, cosa succede alle città in difficoltà che non trovano un De Magistris? O piuttosto, qual è il vero segreto che si nasconde dietro la figura di Luigi De Magistris, ormai mitizzata, amata ed odiata al tempo stesso?

Innanzitutto ci tengo a fare una distinzione tra i due mandati. Il primo è stato la novità, il secondo la conferma. Dopo aver governato, rappresenti un punto di riferimento. Se devo essere sincero, se no si rischia di essere falsamente modesti, da un lato senza il popolo e la gente non avrei fatto tutto quello che ho fatto; dall’altro molto è dipeso dalle scelte che ho preso io personalmente, dalla mia capacità di mettermi contro il sistema. Da soli non si va nessuna parte, ma l’unico che ci ha creduto all’inizio sono stato io. Napoli è la dimostrazione che, quando ci sono uomini e donne con volontà, coraggio, forza e passione le cose possono cambiare. Nonostante sia stato particolarmente arduo e difficile vista la situazione iniziale, Napoli è una città totalmente diversa rispetto a sei anni e mezzo fa.

Il suo peso in quanto personaggio politico è stato comunque determinante e lei rivela che « Il mio sogno è contribuire alla nascita di un movimento politico completamente nuovo ». Quale sarà il suo personale contributo a questo movimento? E quale eredità lascerà nella sua città dopo la fine del suo incarico nel 2021?

Fino al 2021 farò il sindaco a tempo pieno. Nel frattempo abbiamo già costruito un movimento politico “Democrazia e autonomia” che sta cominciando a radicarsi. Appena smetterò di fare il sindaco penso di contribuire, anche candidandomi, a rafforzare questo movimento a livello nazionale e provare a dimostrare che quello che si è fatto a Napoli si può fare anche a livello nazionale.

Prima di arrivare a livello nazionale sarebbe interessante poter coinvolgere altre città sul modello di Napol. Alex Zanotelli afferma che « Oggi Napoli è un’avanguardia civica sul tema dei beni comuni ». A Cuneo c’è un movimento, rappresentato in consiglio comunale dopo le ultime elezioni amministrative, per i Beni Comuni. Qual è dunque il suo consiglio per far appassionare la cittadinanza ad un tema del genere e riuscire a coinvolgerla di nuovo nella vita politica della città?

Sicuramente la lotta e la difesa dei beni comuni è un tema che appassiona, a cominciare dall’Acqua bene comune. Noi abbiamo molto lavorato sul coinvolgimento dei giovani, che sono stati e sono tutt’ora determinanti nel panorama napoletano. Per infiammare devi anche avere dei punti di riferimento. A Napoli tanti hanno visto in me un punto di riferimento. Una città che quando sono diventato sindaco era smarrita, depressa, sommersa di rifiuti, con livelli di collusione tra politica e affari molto forte. Ho suscitato entusiasmo e contribuito a liberare energie, e la prova è che oggi in città ci sono numerose associazioni, movimenti e comitati. E la battaglia per i beni comuni è uno dei punti centrali del laboratorio Napoli.

Quale sarebbe il suo messaggio ai giovani, oggi?

Non rimanete a guardare, non siate indifferenti e non pensiate che nulla possa cambiare. Non vi limitate al voto, di per sé già un esercizio democratico importante, ma lottate in prima persona per cambiare questo paese. Io penso che ci siano grandi spazi per un impegno politico, sociale e civico dei giovani. In difesa dei beni comuni, per un’Italia con una giustizia sociale più forte, con minori disuguaglianze ma soprattutto nella lotta alla corruzione e alle mafie, la battaglia che ha contraddistinto la mia vita, che è un tema di cui non si parla abbastanza al giorno d’oggi.

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