11 Novembre 2021 | Stappapensieri
Quanto facciamo affidamento alla fortuna e al destino anche nelle occasioni importanti?
Da qualche giorno spopolano le immagini che ritraggono i leader del G20 raccolti intorno alla Fontana di Trevi e intenti a lanciare la tradizionale monetina. Probabilmente si tratta di un gesto per lo più mediatico, di una photo opportunity ben sfruttata, ma inevitabilmente spinge a pensare: quanto affidiamo le nostre decisioni e la spiegazione degli eventi della nostra vita alla fortuna? Se anche i grandi della terra, nel contesto di un Summit molto importante nel regolare gli equilibri di un sistema internazionale in trasformazione, sembrano fare affidamento ad una “scaramanzia”, allora i desideri che tutti esprimiamo di fronte alle candeline nel giorno del nostro compleanno, i riti portafortuna prima di un esame o di un’occasione importante e le routine scaramantiche “scaccia sfortuna”, sembrerebbero in qualche modo meno improbabili.
Il fatto è che, la necessità di affidarsi a qualcosa di superiore, incontrollabile e indecifrabile, è non solo caratteristico dell’esistenza umana, ma fondamento di tutte quelle credenze e necessità di spiegazione che hanno dato vita alle religioni e ai culti. Il mondo è troppo grande, gli uomini sono troppo piccoli, e, anche laddove la scienza sembra ormai poter spiegare tutto, rimane insita nella mente di molti la necessità di fare affidamento a forze superiori che giustifichino gli accaduti, di per sé senza spiegarli.
Sotto l’aspetto filosofico la fortuna è una specificazione del caso, in quanto reca agli uomini qualche vantaggio o qualche danno: identificabile con la Tyche, la Provvidenza o il destino, a seconda delle epoche e del contesto essa assume diverse sfaccettature e significati e, per esempio, nella tragedia greca, l’eroe era tale per la sua capacità di sfidare la Tyche e rendersi libero. Ma è davvero qualcosa che regola le nostre vite, o siamo noi a scegliere di affidarci al destino?
Guidati dalla necessità di spiegare eventi sublimi, fenomeni naturali, disastri e situazioni incontrollabili, gli uomini sono sempre stati spinti a fare affidamento ad elementi trascendenti ed ineffabili, capaci di giustificare senza analizzare nel profondo, ma anche di rassicurare circa l’imprevedibilità e l’impotenza dell’essere umano. Giustificare questo tipo di eventi con il fato o la fortuna ha permesso all’uomo di rendersi indipendente e distaccato rispetto ad essi, con la possibilità di dedicarsi alle cose del mondo pur nella consapevolezza di non poterle controllare pienamente. Con lo sviluppo della scienza, poi, le spiegazioni hanno cominciato a moltiplicarsi e il “trascendente” a farsi meno accattivante nella sua vaghezza, portando ad un processo di secolarizzazione non solo politica, ma anche culturale. Tutto questo, però, non ha portato alla completa dissoluzione delle credenze: al di là degli aspetti religiosi e di culto, infatti, ancora oggi in molti, per abitudine, ricadiamo in scaramanzie o credenze trascendenti, forse più per usanza che per vera fede nei loro risultati, e penso che il lancio della monetina sia esplicativo di questo.
I grandi leader del mondo, in fondo, non sono che persone: si tende a dimenticarlo, perché quando parliamo di Angela Merkel, Boris Johnson e Mario Draghi siamo portati a pensare a delle cariche, più che a degli individui, ma questa non è la realtà delle cose. Dietro ogni titolo c’è sempre un essere umano, con i suoi pregi e i suoi difetti, la sua logica e la sua superstizione, e anche se il gesto di fronte alla Fontana di Trevi lungi dall’essere un atto di fiducia nell’esaudizione di un desiderio, è proprio in quanto tale che è stato in grado di rimanere fissato nelle nostre menti molto più di quanto non lo siano la “Global Minimum Tax” piuttosto che tutti gli altri accordi e promesse compiute in sede di Summit.
E allora mi chiedo: siamo davvero, nel XXI secolo, un popolo di scettici e realisti, o ci sono ancora cose in cui ci piace credere senza secondi fini, ma come rifugio sicuro in un mondo di certezze scientifiche?
2 Novembre 2021 | Stappapensieri
Da un po’ di tempo si sta diffondendo l’uso di simboli per rendere il linguaggio scritto neutro rispetto al genere delle persone: così si scrive, ad esempio, tutt* oppure tuttə. Una scelta che mi ha sempre lasciato profondamente dubbiosa e molto critica, soprattutto perché, forse paradossalmente, io, donna, mi sento più inclusa dal termine tutti che dal termine tutt*, impronunciabile e quindi dal significato inimmaginabile.
Occorre un ripasso della biologia umana. A livello biologico e genetico, il sesso degli esseri umani può essere o maschile o femminile: l’identità sessuale può quindi essere solo di due tipi, e caratterizza il corpo e i comportamenti della persona, dato che i livelli ormonali sono diversi nel maschio e nella femmina. Dunque il sesso è normalmente un dato di fatto, oggettivo e incontrovertibile. Ora sento già le voci di protesta di chi dice che invece nascono bambini e bambine il cui sesso non è chiaro: sono gli ermafroditi, e rappresentano casi di anomalie genetiche. Non sono la normalità e in nessun modo mostrano che esista un terzo sesso: sarebbe come dire che normalmente gli esseri umani possono essere indifferentemente ciechi oppure vedenti, dato che capita che nascano persone cieche. Detto ciò, la persona non è determinata solo dal sesso, ma anche dalla propria identità di genere. Il genere è la percezione, culturalmente influenzata, che ogni persona ha di sé: tendenzialmente sesso e genere coincidono («sono femmina e mi sento donna»), ma talvolta si delinea uno scarto che può essere doloroso e che può portare a operazioni chirurgiche e ormonali per cambiare il proprio sesso («ero femmina, ma mi sentivo uomo; ho deciso di cambiare il mio sesso per diventare maschio»). Ma il genere non è solo binario: ad esempio le persone androgine non si sentono né uomini né donne, e altre persone cambiano percezione di sé nel corso della vita. Ancora un chiarimento: l’ermafroditismo fa riferimento a un problema genetico sessuale, l’androginismo è un elemento culturale e sociale di genere. Qui un articolo de Il Post per capire meglio queste distinzioni: https://www.ilpost.it/2017/07/05/identita-di-genere/.
Ecco quattro ragioni che mi fanno dubitare di questa abitudine linguistica:
- Se si vuole rendere il linguaggio inclusivo di maschi e femmine, è sufficiente rivolgersi a una platea mista con tutti e tutte, ad esempio. È quindi evidente che l’operazione che si vuole portare a termine è includere non il sesso, ma i diversi generi. In altre parole: dato che alcune persone non si sentono incluse neanche da tutti e tutte in quanto non si sentono né maschi né femmine, occorrerebbe lasciare spazio a molteplici possibilità e parlare di tutt*. Il punto è questo: l’identità di genere è determinata, come abbiamo detto, dalla percezione di sé, che è qualcosa di profondamente intimo e privato, talvolta doloroso e inaccettabile. Ma è pur sempre una percezione di sé. Come può il linguaggio adattarsi alle emozioni e alle percezioni che le persone hanno di sé? Facciamo un esperimento mentale. Immaginiamo che esista un gruppo di qualche milione di persone che porta all’estremo il darwinismo e ritiene che non si possa parlare di esseri umani, ma solo di animali: quelle persone percepiscono sé e gli altri come animali, alla stregua dei cani e dei gatti. Rivendicano quindi che il linguaggio abolisca dai dizionari i termini essere umano, umanità, uomo ecc., e che per riferirsi agli uomini si usi solo il termine animale. Qualcuno li ascolterebbe? Io non credo. E perché? Innanzitutto perché il linguaggio non può essere cambiato a tavolino, sulla base di proposte di singoli gruppi; e poi perché, molto onestamente, sarebbe troppo complicato (seppure il fatto che l’essere umano sia un animale sia una questione oggettiva e non solo legata alla percezione di sé). E qualcuno riterrebbe che non ascoltarli sia discriminatorio? Probabilmente no.
- Come comportarsi con tutti quei termini che di per sé indicano un maschio o una femmina in modo esclusivo? Pensate alle parole fratello, sorella, suora, prete: se la sorella di qualcuno si sente androgina, dovrei inventare ex novo una parola apposta, secondo questo ideale di linguaggio inclusivo. Ma perché, facendo riferimento sia al sesso femminile sia all’identità di genere, sarei politicamente scorretta se parlassi della «sorella androgina»? Pensate anche agli articoli determinativi, il, lo, la, i, gli, le: dovrei forse scrivere *l* oppure, per il plurale che sarebbe un misto impossibile tra i e le, direttamente *? E come pronunciare queste parole a cui non potrei semplicemente togliere la desinenza?
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C’è ancora una ragione per cui questo esperimento linguistico mi sembra ridicolo. La difficoltà, se non l’impossibilità, di riuscire in questo tentativo anche solo quotidianamente e in prima persona emerge da alcuni testi scritti sui social, che il più delle volte iniziano con un ciao a tutt* e proseguono con termini come qualcuno, giovani, adulti. Questo dimostra che è impossibile cambiare la struttura di una lingua già costituita. Impossibile. Per farlo si dovrebbe creare dal nulla una nuova lingua che ammetta il maschile, il femminile e il neutro, com’era in latino. Nel passaggio dal latino ai volgari italiani il neutro si è perso per volontà di semplificazione, in un modo graduale e molto spontaneo: nessuno ha imposto di eliminare il neutro. Così oggi non si può imporre una nuova regola che andrebbe a creare un terzo genere e che influenzerebbe tutta la lingua (si pensi appunto agli articoli determinativi e ad altre parole, come quelle analizzate prima). Diverso è il discorso sui nomi delle figure professionali: lì il mutamento sta accadendo perché è molto più semplice e non strutturale e perché nomi di figure professionali declinati al femminile e non solo al maschile ci sono sempre stati (maestra, professoressa, sarta). In quel caso si tratta quindi di rendere più diffusa un’abitudine linguistica già presente qui e là.
- Sembra che molte persone abbiano iniziato a usare l’asterisco più per moda entusiastica che per una ragione seriamente giustificata e ponderata. L’asterisco pare ormai un lasciapassare, un segno distintivo dell’inclusività, un segno di riconoscimento: «anche tu usi l’asterisco, allora sei inclusivo come me!». Forse è una difficoltà personale, ma la realtà mi ha sempre portato a diffidare delle mode nate sui social, soprattutto di quelle che portano a divisioni della massa in due fazioni, pro e contro.
Insomma, siamo di fronte a un’operazione folle e impossibile. Un’operazione che non tiene conto dei limiti cognitivi dell’essere umano, che non può avere successo in questa impresa titanica. Nel Novecento Ludwig Wittgenstein, grande filosofo del linguaggio, ragionò su quanto a fondo possiamo andare nelle ricerche delle cause che regolano il linguaggio e concluse che possiamo capire quali regole reggono il nostro gioco linguistico, ma non possiamo scendere fino alla causa prima per cui quelle regole sono state inventate. E così ha prodotto uno dei passi più belli e disarmanti dell’intera storia della filosofia:
Quando ho esaurito le giustificazioni arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si piega. Allora sono disposto a dire: «Ecco, agisco proprio così». (Ricordati che qualche volta chiediamo spiegazioni più per la forma della spiegazione che per il suo contenuto. La nostra è una richiesta architettonica: la spiegazione è un finto cornicione, che non regge nulla).
La mia vanga, a un certo punto, si piega. Effettivamente mi sentirei senza forze se dovessi produrre anche solo una frase con strani simboli, il che mi dispiacerebbe, perché baderei più alla forma che al contenuto. La forma è importante, si sa, ma in materia di discriminazione credo sia più importante il contenuto: se oggi il vocabolario ammettesse il termine ministre senza che le donne potessero esserlo o senza che avessero il diritto di voto, l’umanità avrebbe fallito; che le donne abbiano da quasi settant’anni il diritto di voto anche se si continua a dire ciao a tutti mi pare un successo. Se tra cinquant’anni gli androgini e i transessuali non saranno discriminati sul posto di lavoro o a scuola e avranno adeguati sostegni psicologici nei casi di sofferenza e di rifiuto della propria condizione, anche se si dirà ciao a tutti e tutte, penso che l’umanità avrà raggiunto un importante traguardo.
17 Ottobre 2021 | Stappapensieri
Bla bla bla. Così Greta Thunberg si rivolge ai politici di tutto il mondo: di fronte alle questioni ambientali, spesso, si parla molto e si agisce poco. Forse perché il problema ambientale sembra più lontano di quanto non sia realmente, o forse perché non si considerano i danni all’ambiente come danni ad un vero e proprio soggetto morale. Si tratta di capire, quindi, in che modo uno statuto morale possa essere applicato all’ambiente e come, di conseguenza, questo impatti sui doveri umani.
La definizione che Treccani dà di «ambiente» è:
«Con significato più concreto, la natura, come luogo più o meno circoscritto in cui si svolge la vita dell’uomo, degli animali, delle piante, con i suoi aspetti di paesaggio, le sue risorse, i suoi equilibri, considerata sia in sé stessa sia nelle trasformazioni operate dall’uomo e nei nuovi equilibri che ne sono risultati, e come patrimonio da conservare proteggendolo dalla distruzione, dalla degradazione, dall’inquinamento».
In questa sua definizione l’ambiente implica, oltre a dei fatti, anche degli atti, processi storici che lo hanno modificato in maniera concreta, e comportamenti necessari alla sua conservazione.
Molto dipende, però, da come consideriamo l’uomo nei confronti della natura: ne siamo padroni o custodi? Applicando il pensiero morale kantiano, l’ambiebte andrebbe trattato come mero mezzo per soddisfare i bisogni degli uomini o anche come fine?
L’evoluzionismo biologico darwiniano ha spazzato via le ipotesi circa la posizione gerarchica dell’uomo nella natura: egli non è più visto, nei confronti di quest’ultima, come un custode o come un padrone, ma semplicemente come una possibilità tra le tante dell’evoluzione. L’uomo si trova inserito in un ambiente e in una rete di relazioni che ne permettono la sopravvivenza. Esattamente come qualunque altro essere vivente, egli non è altro che una variante dell’evoluzione, e in quanto tale parte integrante della natura che lo circonda. Di conseguenza, proteggere l’ambiente dalla degradazione coinciderebbe con il proteggere se stessi e la propria sopravvivenza.
Nell’etica applicata all’ambiente possono distinguersi due tipi di riflessione: un’ecologia della superficie, fondata sulla supposizione antropocentrica che l’uomo sia esterno rispetto all’ambiente e di conseguenza debba comportarsi nei suoi riguardi come un padrone o un custode, e un’ecologia del profondo, che si sviluppa dall’ambiente stesso e ha come soggetto la natura e non più l’uomo, che da categoria a sé stante diventa parte integrante dell’ambiente stesso.
L’antropocentrismo, dunque, non è sempre da condannare: esso varia da un tipo di pensiero fondato sull’idea che l’uomo sia padrone dell’ambiente e di conseguenza possa agire su di esso in maniera completamente arbitraria, ad una visione antropocentrica dell’uomo come custode della natura e dunque responsabile per essa.
Posto il fatto che, da ogni punto di vista, agire per proteggere il nostro pianeta ad oggi è l’unica scelta possibile, quale approccio, tra quello antropocentrico e quello ecocentrico, tra ecologia della superficie ed ecologia del profondo, è più corretto?
Partendo dal presupposto che ormai, forse, è troppo tardi per discutere di categorie ontologiche, considerare l’uomo come parte integrante del sistema ambientale o come categoria superiore in grado di custodirlo o danneggiarlo è ormai indifferente. Abbiamo visto le conseguenze di un’umanità che si atteggia da padrona della natura e la sfrutta fino quasi all’osso per i propri fini e per i propri comodi, ma, arrivati al limite del tempo massimo per invertire una rotta che si prospetta catastrofica, poco conta che l’uomo si atteggi da custode o da componente dell’ambiente che deve salvare: in ogni caso l’umanità sarebbe danneggiata dalla crisi climatica, e in ogni caso, prima o dopo, le conseguenze di quest’ultima ci spingerebbero a reagire, almeno per limitare i danni.
Che individualmente ci si voglia porre come custodi o come padroni, non cambia dunque il fatto che sempre, e in ogni caso, saremo anche parte di una trasformazione climatica che cambierà i connotati della natura e dell’ambiente all’interno dei quali solo possiamo esistere.
E se le parole non bastano, cosa siamo disposti a fare noi, nell’attesa (e nella speranza) che i politici di tutto il mondo trovino una strada comune con cui uscire da questa crisi? Dopotutto, in quanto «cittadini del mondo», anzi della natura, l’atteggiamento di ciascuno di noi è fondamentale per cambiare le abitudini e la rotta di un mondo che si è dimenticato di essere ambiente.
5 Ottobre 2021 | Stappapensieri
Da oltre un anno i social e le piazze sono attraversati da grida che assimilano le norme di contenimento della pandemia al passaporto biologico sotto il nazismo e alle discriminazioni razziste e politiche del primo Novecento. Questo dato di fatto è solo il punto di partenza per una riflessione più ampia, vale a dire: quale dev’essere il ruolo della storia?
Com’è noto, nella seconda delle Considerazioni inattuali, intitolata Sull’utilità e il danno della storia per la vita (1874), Nietzsche distinse tre tipi di conoscenza storica: la storia antiquaria, quella fatta dai nostalgici che mummificano la storia e non riescono a procedere verso il futuro; la storia monumentale, di chi seleziona i fatti cadendo nella trappola della mitizzazione; la storia critica, di chi vuole liberarsi dal peso del passato recidendo le proprie radici. Senza toccare qui la posizione di Nietzsche a riguardo, ciò che è interessante è come il peso valoriale e storico del Nazifascismo continui a incidere sul modo europeo di vedere il presente, sebbene sia trascorso quasi un secolo. E questo, seppur comprensibile, non è totalmente un bene, per due motivi.
Innanzitutto così si rischia di cadere vittime dell’ossessione del passato, che ci impedisce di procedere svelti, di guardare alla novità, a ciò che non è mai esistito e che non si può confrontare col sentiero tracciato dai nostri avi. Qualsiasi ossessione fa sì che si veda solo ciò che si vuole vedere e che, probabilmente, si sia ciechi verso cose anche ben più salienti e incisive. Un esempio pratico: le norme pandemiche sono additate come discriminatorie in un senso politico e per questo alcuni cittadini scendono nelle piazze talvolta con modi violenti. Ma chi scende nelle piazze per protestare contro una sanità carente e mal funzionante che ha in parte causato le molti morti nel mondo? Chi scende nelle piazze per rivendicare che i Paesi dimenticati del globo abbiano accesso al vaccino e a investimenti sanitari? Attenzione, queste domande provocatorie non vogliono invitare all’inutile benaltrismo (quello di chi obietta a un’osservazione asserendo che in realtà «c’è ben altro di cui preoccuparsi»), ma solo a fare riflettere che è facile nascondersi tra le supponenti onde retoriche dei radical chic, mentre è molto faticoso intraprendere riflessioni molto più profonde e quindi molto impopolari.
Il secondo problema è che questo atteggiamento è il sintomo di un’incapacità: quella di prestare attenzione al dettaglio per trovare le differenze (proprio come nei giochi della Settimana enigmistica!). Lo studio della storia dovrebbe insegnare a cogliere le differenze tra un’epoca storica e un’altra – ed è un lavoro per cui non a caso serve una laurea. Con questo presupposto, non si può paragonare questo anno e mezzo al totalitarismo nazifascista. Certo, alcuni filosofi e giuristi concordano sul fatto che la democrazia è tanto fragile quanto bella e che poco basta per schiacciarla, ma il loro è un monito doveroso in qualsiasi epoca di crisi, addirittura economica.
L’ossessione fa vivere male se stessi e gli altri, e di conseguenza è oggetto di studio della psicologia. La disabilità di cogliere i dettagli e di operare dei distinguo è correggibile considerando di volta in volta il contesto storico. Che la storia si ripeta è una frase più retorica che sensata: può essere che esista questa sorta di eterno ritorno dell’uguale, perché l’essere umano in fondo è solcato da alcune tendenze abbastanza immutabili. Che però queste tendenze conducano a un pezzo di storia esattamente identico a un altro è impossibile (d’altronde il principio degli indiscernibili di Leibniz è sempre valido: mai si potranno trovare due foglie identiche tra loro). E una capacità critica solida e affascinante può svilupparsi solo con un allenamento molto preciso: l’allenamento a trovare le differenze.
28 Settembre 2021 | Stappapensieri
A fine ‘800 Giovanni Verga descriveva il progresso come “una fiumana inarrestabile che procede verso una dura lotta di selezione degli uomini”. Insomma ci stava dicendo che il mondo va avanti senza preoccuparsi di chi rimane indietro. Va bene tutto pur di progredire e innovare sempre di più. Bisogna stare al passo con i tempi, indietro non si torna, quello che ieri era nuovo oggi è già vecchio. Quello che oggi è nuovo sarà vecchio domani.
In economia si parla di crescita pari a zero o crescita negativa ma mai decrescita o diminuzione. Dobbiamo crescere ed arricchirci. Non ci accontentiamo mai, anche se stiamo bene, c’è sempre qualcosa di più bello che dobbiamo assolutamente avere. Perfino nell’educazione si parla di avere abbastanza crediti e non avere debiti per poter andare avanti. Siamo addirittura arrivati a misurare il sapere in debiti e crediti. Fin da subito ci fanno capire che quello che conta nella vita si compra e si vende. Ma in un mondo finito, con risorse finite e con capacità di carico limitate, una crescita infinita è impossibile. Potremmo forse imparare a dare qualità alle cose, a vivere meglio consumando meno.
Nel libro La decrescita felice: la qualità della vita non dipende dal PIL , Maurizio Pallante spiega come i segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita, su cui si fondano le società industriali, che continuano a moltiplicarsi: si sta avvicinando l’esaurimento delle fonti fossili e l’arrivo di guerre per averne il controllo. I mutamenti climatici e l’aumento dei rifiuti minacciano il nostro futuro. Eppure gli economisti e i politici, con l’aiuto dei mass media, continuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stesso dell’attività produttiva. La decrescita felice è uno slogan per indicare la necessità di un “cambio di paradigma culturale”, di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita basato sulla produzione esorbitante di merci e sul loro rapido consumo.
Per decrescita si intende, infatti, la riduzione selettiva degli sprechi, delle cose che oggettivamente non servono a niente. L’obiettivo è quello di spargere la consapevolezza della necessità e della bellezza di rallentare, proteggere la natura, gli animali e l’ambiente. Cercare un modo diverso di impostare i rapporti umani privilegiando la convivialità e collaborazione piuttosto che la competizione. In questo cambiamento la tecnologia ci serve. Non è la tecnologia che deve decidere per noi ma dobbiamo essere noi ad indirizzarla: se usciamo da un sistema dominato dall’economia che impone di produrre e consumare sempre di più con la concorrenza, se cominciamo a contemplare più la cooperazione e l’altruismo, allora troveremo le tecnologie adatte al progetto. Inoltre, per decrescita non si intende recessione. Non significa diminuire in modo generale e incontrollato tutta la produzione di merci, sia quelle utili sia quelle inutili perché, così facendo, si causerebbe una forte disoccupazione. Al contrario, decrescita felice vuole creare occupazione in attività utili volte a eliminare gli sprechi.
Purtroppo, chi segue le mode imposte dalla pubblicità nell’alimentazione, nell’abbigliamento o nelle vacanze, consuma molto di più di chi non le segue e fa crescere il prodotto interno lordo. Anche se è difficile disintossicarsi dalla dipendenza da consumo bisogna arrivare ad acquistare le merci in funzione dei bisogni reali e non indotti. La pandemia ci ha insegnato che è possibile vivere meglio con meno, anche se le circostanze erano quelle di un’imposizione e non di una scelta. La lezione, per alcuni, è stata capire la necessità di uscire dalla società della crescita, per molti altri, invece, c’è l’aspirazione a tornare alla vita come prima, soprattutto da parte di molti governi che non hanno approfittato di questa esperienza, ma hanno iniziato subito la corsa a tornare all’economia tradizionale.
Nel 2021 l’Earth Overshoot Day è stato il 29 luglio, ciò vuol dire che, a partire dal 29 luglio fino al 31 dicembre, l’umanità consumerà risorse non prodotte dal pianeta Terra. Forse è arrivato il momento di smontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attività economiche e produttive, di elaborare un altro sapere e un altro saper fare, di sperimentare modi diversi di rapportarsi con gli altri e con noi stessi.
13 Luglio 2021 | Stappapensieri
Alla fine dello scorso mese, il Fatto Quotidiano ha pubblicato un report dal titolo allarmante: in Italia solo il 29% dei giovani tra i venticinque e i trentaquattro anni è laureato. Probabilmente, però, questa affermazione così gravida di inquietudine dice poco o nulla. E per un motivo molto semplice, a cui si può arrivare richiamando alla mente lo status di istruzione di alcuni celebri personaggi.
Giusto per essere attuali, Raffaella Carrà non era laureata. Aveva studiato, e anche molto duramente e precocemente: già a otto anni era andata a Roma per iniziare a studiare danza e poi recitazione. Fabrizio de André aveva una pessima pagella scolastica, ma con le sue canzoni seppe comunicare un mondo. Questi personaggi di spessore non erano semplicemente talentuosi o geniali: avevano capacità potenziali che furono portate all’atto dallo studio e da buoni maestri. È chiaro, quindi, che una laurea di per sé non vuole dire nulla. I nostri nonni avevano studiato, quando avevano le possibilità, giusto tre o cinque anni, ma del buon senso, nella maggior parte dei casi, non sono mai stati privi. Occorre ritornare a nobilitare le arti meccaniche, come venivano chiamate nel Medioevo, perché il sapere artigiano è un sapere che non ha assolutamente nulla da invidiare alla conoscenza scientifica, letteraria o medica. Tra il Quattrocento e il Cinquecento fu proprio la filosofia a rivalutare profondamente il sapere tecnico artigiano: l’idea era che l’essenza della natura e di Dio fosse comprensibile tramite una sinergia di teoria e manualità, di speculazione e osservazione empirica. In questa temperie culturale Niccolò Cusano, filosofo tedesco di primo piano, nel 1450 pubblicò il De idiota, opera dal titolo affatto denigrante, in quanto l’idiota è semplicemente una persona formata non su un sapere libresco, ma su quello artigiano. E l’idiota cusaniano sa intagliare cucchiai che, con uno specchio posto sulla superficie, riflettono la realtà, e quindi lasciano intravedere l’essenza delle cose.
Se si vuole cambiare il mondo in meglio, è essenziale insegnare ai bambini il valore dei mestieri artigiani, e sarebbe incredibilmente utile per la società che ritornasse la possibilità di studiare nella bottega fin dalla tenera età: Michelangelo, Leonardo, Botticelli diventarono grandi artisti (e non geni) perché fin dall’infanzia studiarono nelle botteghe del Verrocchio o di altri personaggi di simile caratura. Forse sarebbe urgente rivalutare la funzione della scuola; forse bisognerebbe decidere se si desidera formare tutti laureati oppure persone che, tramite l’attuazione delle proprie potenzialità, riescano a soddisfare anche le esigenze di una civiltà. Una civiltà che necessita tanto dell’avvocato quanto del cuoco, tanto del professore quanto del bidello, tanto del medico quanto dello spazzino. L’intagliatore di cucchiai non vale né più né meno del filosofo: fa qualcosa di diverso, maneggia la realtà con le dita anziché con i concetti logici. Ma la filosofia e l’artigianato, direbbe Cusano, non sono che «congetture»: prospettive diverse su una medesima realtà, tentativi di approssimazione asintotica a una verità divina che non può mai essere colta integralmente, ma avvicinata nel migliore dei modi se i punti di vista in dialogo sono molteplici e differenti.