9 Febbraio 2022 | Stappapensieri
«Ma ti rendi conto di quanto è bello? Che non porti il peso del mondo sulle spalle, che sei soltanto un filo d’erba in un prato. Non ti senti più leggero? […] C’era qualcosa di incredibilmente rasserenante nell’essere solo un filo d’erba, che non faceva la differenza per nessuno, che non aveva la responsabilità di tutti i mali del mondo». (Strappare lungo i bordi, Zerocalcare)
Parole che toccano il cuore e arrivano a colpire la sensibilità di ciascuno di noi, che viviamo in una società dove l’apparenza è diventata la nuova divinità a cui consacrare tutto, anche il proprio sentire, anche i propri limiti costitutivi. L’ansia da prestazione coinvolge tutti, come se la possibilità di una vita tranquilla fosse irrimediabilmente perduta. Eppure il modello occidentale e capitalista non è l’unico possibile; se la pensiamo così, siamo sbandieratori di TINA (There is no alternative). Liberi di esserlo, ma, per le persone che su questo pianeta devono rimanerci (si spera) ancora una cinquantina di anni almeno, pensare che non ci sia possibilità di cambiamento diventa decisamente opprimente.
Non mi riferisco a un cambiamento mondiale, che, per quanto auspicabile, non dipende totalmente dalle scelte di fili d’erba, quali noi siamo. Parlo di un cambiamento personale, con cui imparare a staccarsi un po’ dal mondo che ci circonda e ci obbliga a vivere in modi che a volte non ci fanno stare bene. La carriera è importante, soprattutto per il successo personale ed economico che ne deriva. Ma non tutti sono fatti per arrivare al successo: ci sono persone che non ce la fanno a sostenere certi ritmi di vita; che arriverebbero al successo, in un mondo più lento, ma non in questo. Certo, imparare a superare i propri limiti è occasione di crescita e di scoperta di sé. Ma forse lo è anche imparare a conviverci, con quei limiti. Imparare a guardarli con amore, anziché con aria di sfida; ad accettarli, anziché nasconderli. Perché ciò che davvero riempie la vita non è la dimostrazione data agli altri, ma la pace con se stessi, che deriva dalla constatazione che dopotutto siamo solo un filo d’erba in un prato, che deve fare bene la sua parte, ma da cui non dipende totalmente la bellezza dell’intera radura.
Qualcuno dice che quando moriremo Dio ci farà solo due domande: la prima, «sei stato felice nella tua vita?». La seconda, «hai reso felice qualcuno?». Non ci sarà chiesto se abbiamo reso felici due, cinque o venti persone, no. Una persona: è sufficiente una. La prima domanda di Dio è se siamo stati felici noi, non importa con quali mezzi, se con il lavoro, l’amore o lo studio; ciò che conta è il risultato: sei felice? Questa è La Domanda dell’esistenza, è il punto interrogativo per cui siamo vivi. E sarebbe bellissimo se alla fine del nostro percorso sulle strade del mondo potessimo rispondere di sì, che siamo stati felici. Anche se non siamo stati una quercia maestosa e solitaria nel bel mezzo della foresta, anche se per tutta la vita ci siamo accontentati. Anche se siamo stati un filo d’erba.
3 Febbraio 2022 | Stappapensieri
Stare al passo è diventato difficile, quasi impossibile. Ma stare al passo di che cosa?
L’offerta di prodotti culturali considerati imperdibili continua a crescere, e, allo stesso tempo, non sembra mai abbastanza. Il continuo aggiornamento di blog, piattaforme streaming e canali Youtube genera, soprattutto nella popolazione giovane, un fenomeno nuovo quanto diffuso. Se prima la FOMO (acronimo dell’inglese Fear Of Missing Out, paura di essere tagliati fuori) caratterizzava per lo più l’ansia di perdersi eventi fisici e prime esperienze, adesso, in un mondo in cui le informazioni viaggiano alla velocità della luce e la proposta culturale si arricchisce continuamente, sovrapponendosi ai grandi classici del passato, il tempo libero si trasforma anch’esso in una corsa per non restare indietro.
Sul piano scientifico la FOMO risulta essere composta da due elementi: l’ansia relativa alla possibilità che gli altri possano avere esperienze piacevoli e gratificanti a noi precluse, e il desiderio persistente di essere “sul pezzo”. È proprio attraverso i social, infatti, che le informazioni, le novità e gli “eventi imperdibili” si diffondono, generando negli utenti un’ansia da prestazione tale da raggiungere livelli di stress che mai avevano oltrepassato i confini del tempio inviolabile dell’otium, dello svago. Ma la corsa alla conoscenza, all’aggiornamento e all’ultima novità è una corsa che una volta iniziata non si ferma, e che soprattutto si diffonde a tutti gli strati della società e a tutti i livelli di complessità.
Un esempio concreto: un tempo la mia ansia più grande era legata al fatto che nel corso della vita non sarei mai riuscita a leggere abbastanza libri. Ogni volta che ne iniziavo uno, puntualmente ne usciva uno nuovo, e la mia corsa nel tentativo di completare la lettura di una serie di classici, dell’intera letteratura di un autore o, banalmente, del maggior numero di manuali utili alla mia formazione e al mio ambito di interesse, assumeva sempre più l’aspetto di una maratona infinita.
Con l’età la mia FOMO è cresciuta proporzionalmente ai miei interessi, e allo stesso tempo l’avvento di piattaforme di streaming, pagine social di informazione, podcast e divulgatori, ha creato davvero un oceano di possibilità, in cui, però, spesso, sento di non saper nuotare.
Non mi stupisce, quindi, che i giovani di oggi siano sempre più stressati: se un tempo l’unico modo di rimanere informati era comprare il giornale o guardare quei tre telegiornali trasmessi al giorno, oggi le newsletter offrono informazione quotidiana continua, così come i podcast e le pagine web. Se fino a qualche anno fa le serie tv uscivano con una puntata alla settimana, oggi vengono caricate online tutte insieme, creando una corsa infinita a chi le finisce per primo, terrorizzato dagli spoiler o dal rimanere escluso dalle congetture sull’ultima puntata di Squid Game.
È una corsa all’oro, in cui si rischia di rimanere indietro anche correndo veloci come Bolt, e l’unico modo per poter rimanere umani in una rincorsa all’ultima news, all’ultimo evento e all’ultimo album di Kanye West è abbassare le aspettative: la scelta aumenterà sempre, le serie tv e i film si moltiplicheranno, i podcast “da non perdere” diventeranno sempre più numerosi e scegliere un libro tra i mille best seller sarà sempre più difficile. Ma è anche vero che mentre le attività di intrattenimento e di informazione aumenteranno, e la nostra paura di rimanere tagliati fuori diventerà ordinaria amministrazione, noi continueremo ad essere umani e in quanto tali continueremo ad essere razionali, sì, ma anche passionali, e dunque tutti diversi.
L’aumento di domanda e offerta di intrattenimento, quindi, non deve spaventarci, ma al massimo stupirci: il fatto che oggi chiunque, indipendentemente da età, livello di formazione, interessi e priorità possa trovare qualcosa che faccia per lui su una qualsiasi piattaforma online, o semplicemente aprendo una pagina di Google, deve e può generare molto più che semplice disorientamento: viviamo nel secolo delle infinite possibilità, e solo se sapremo coglierle senza farci sopraffare potremo davvero continuare a crescere.
Dunque, accettare di non essere superuomini, ma semplicemente uomini e donne, è fondamentale per vivere serenamente il secolo della FOMO, accettandone i limiti ma soprattutto l’illimitatezza, perché forse è proprio per questo tendere verso l’infinito senza mai raggiungerlo che siamo stati creati (o almeno, così direbbe Fichte).
10 Gennaio 2022 | Stappapensieri
- Amare le persone che ci sono accanto, soprattutto la famiglia. Da qualche decennio la famiglia è passata in secondo piano rispetto al lavoro, a un individualistico tempo libero, alle proprie passioni solitarie. Ma la famiglia è la prima sorgente della felicità: se la felicità non è lì, non si può essere pienamente sereni. Fare cose con i propri figli, con i propri compagni di vita, perché solo così si può amare e sentirsi amati e perché l’amore è la cura per tutte le angosce e per tutte le paure. Lasciare andare le barriere; imparare a disarmarsi; imparare a fidarsi. Per amare senza tensioni. E per non inverare le parole cantate da Lucio Dalla il 31 dicembre: «c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra».
- Essere consapevoli di essere nati nella parte giusta del mondo. Il pensiero di un’ingiustizia inspiegabile lascia sgomenti. È il problema filosofico della teodicea (cioè della giustizia divina), il problema teologico dell’imperscrutabilità del volere di Dio, il problema umanistico del caso, del fato. È un problema che non verrà mai risolto, anche perché nessuna risposta è in nessun modo soddisfacente. Resta il fatto che vi sono popoli in cui le donne non possono studiare. In cui i bambini hanno dei sogni ma vedono solo scheletri di palazzi bombardati. In cui le madri lanciano i bambini ai soldati oltre il filo spinato. In cui uomini e donne prendono d’assalto gli aerei per scappare dalla dittatura e poi volano giù durante il decollo. In cui le persone non hanno il vaccino per salvarsi dalla pandemia perché in questo capitalismo cancerogeno i soldi valgono più della vita. Essere consapevoli di questo è un dovere umano. È vero, il nostro sgomento davanti a questo pensiero non conosce cura, ma l’unico modo per renderlo utile è essere grati. Ringraziare per quello che si ha e difenderlo con tutte le proprie forze: parlo della salute individuale; del denaro che ci permette di non essere per strada; della democrazia che ci permette di votare; delle leggi che permettono alle donne di studiare; di questa parte di mondo dove, nonostante tutti i problemi, la guerra non c’è.
- Imparare a non essere né ottimisti né pessimisti sul futuro, ma realisti. Il mondo non sta andando né verso il peggio né verso il meglio. Ci sono alcune predizioni che spaventano e altre che rincuorano. Per tanti versi stiamo molto meglio dei nostri nonni, per altri il loro mondo era migliore di questo. Bisognerebbe assumere uno sguardo chirurgico, molto fine e attento al dettaglio: lì siamo migliorati, là siamo peggiorati. Cogliere le differenze. Essere grati per i grandi progressi degli ultimi decenni, ed essere critici e attivi contro i regressi o contro ciò che, semplicemente, non è peggiorato ma non è ancora migliorato.
- Aiutare (anche economicamente) chi è in difficoltà. È sempre stato così: chi sta bene vuole stare meglio. Ci sono famiglie e persone che non hanno soldi per fare la spesa, persone che a quarant’anni si ritrovano ancora precari e che per costruire una famiglia gettano il cuore oltre l’ostacolo pieni di timori e speranze. Regalare un buono per la spesa o comprare un po’ di cibo da portare al banco alimentare sono gesti che ai benestanti costano poco e che per i bisognosi significano tanto.
Non auguro un anno migliore, indimenticabile e tante altre cose retoriche dette ogni 31 dicembre. Auguro un anno buono, in cui riuscire a migliorarsi un po’, perché se non migliorano le persone nel loro gruppo familiare e amicale, il mondo, da solo, non può cambiare in bene.
Buon anno!
5 Gennaio 2022 | Stappapensieri
Come reagiremmo se, in un programma tv qualunque di un giorno qualunque, una dottoranda in astronomia e il suo professore ci annunciassero che un asteroide della dimensione del monte Everest si schianterà sulla Terra nel giro di pochi mesi?
Sembra uno scenario impossibile, degno di un film fantascientifico o apocalittico, ma, se ci concentriamo non tanto sul contenuto di quell’annuncio quanto sulle reazioni e sulle conseguenze che esso scatena, allora non pare più così distante dalla realtà.
In “Don’t look up”, film dal cast stellare uscito nel dicembre 2021, il regista Adam McKay, con la sua vena ironica e irriverente, attraverso un evento di per sé “impossibile” tratta in maniera lucida e tagliente circostanze realmente plausibili. La necessità dell’uomo del 21° secolo di trasformare tutto in audience, minimizzando e deviando l’attenzione dalle cose realmente importanti per concentrarsi su quelle “monetizzabili”, è un ritratto amareggiante quanto realistico della nostra società: di fronte a decenni di prove scientifiche sul cambiamento climatico e la necessità di agire per bloccare un meccanismo distruttivo che – esattamente come la cometa del film, ma in un arco di tempo più ampio – potrebbe rendere impossibile la vita umana sul pianeta, non solo aleggia un’indifferenza pericolosa e insofferente, ma nascono anche oppositori, che non riconoscono verità scientifiche evidenti, sulla base di un timore del complotto antico come l’esistenza umana.
La stessa pandemia e il virus COVID19 sono stati oggetto di ferree opposizioni: da chi nega che il virus in sé esista, a chi non si fida di vaccini e cure al fine di controllarlo. Di fronte ad una situazione di crisi epidemiologica alcune persone sono state spinte a mettere in dubbio fatti evidenti e scientificamente comprovati, generando scetticismo nei confronti della stessa scienza. Nel film il professor Randall Mindy, interpretato da DiCaprio, dice: «Ne abbiamo fatto una fotografia, di quale altra prova abbiamo bisogno? E se non riusciamo nemmeno ad essere d’accordo sul fatto che una cometa gigante, della misura del monte Everest, che si dirige verso il pianeta Terra non sia una cosa buona, allora cosa diavolo ci è accaduto? Come possiamo continuare a rivolgerci la parola l’un l’altro?».
Negare l’evidenza e preoccuparsi solo dell’imminenza, procrastinare la soluzione di problemi esistenziali e la divulgazione di fatti scientifici per lasciare spazio a frivolezza e leggerezza: sono atteggiamenti strettamente umani, così come il panico di fronte alla realtà dei fatti nel momento in cui questa diventa innegabile, prendendo il posto di una speranza che si fa sempre meno sostenibile.
Parlando di un asteroide che si dirige verso la Terra, così come di cambiamento climatico e di riscaldamento globale, spesso si fa riferimento all’espressione “fine del mondo”, ma questa racchiude in sé tutto l’egocentrismo che la natura umana ha incarnato in maniera sempre più profonda nel tempo: questi eventi, infatti, non potrebbero alla “fine del mondo”, ma alla fine dell’uomo, nel mondo. Il pianeta Terra, infatti, continuerebbe ad esistere e si rigenererebbe anche senza di noi, che siamo semplicemente una specie che lo abita, non il mondo stesso.
Il libero pensiero e la tolleranza delle posizioni altrui è spesso la bandiera innalzata da coloro che si oppongono, in maniera anche violenta, alle evidenze scientifiche: ognuno è libero di pensare ciò che vuole e di sostenere le proprie posizioni con tutte le forze, perché è suo diritto. Ma in realtà, questa infinita tolleranza, si scontra con il paradosso evidenziato da Popper, filosofo della metà del 900: «La tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza. Se estendiamo l’illimitata tolleranza anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro gli attacchi degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi» (Popper, La società aperta e i suoi nemici, 1945).
Tollerare è bene, ma agire nell’evidenza della scienza e difendere le posizioni reali contro quelle complottiste è meglio, ed è esso stesso tolleranza, perché ne tutela l’esistenza e la coerenza.
Di fronte a minacce sempre più globali e sempre meno delimitate, è importante che gli uomini imparino ad agire insieme, in particolare i decisori: nessun singolo uomo può fermare la realtà oggettiva, né con il complotto né con la tolleranza, ma è necessario agire insieme per trovare soluzioni attuabili in tempi utili per i problemi che riguardano il mondo e la specie umana che lo abita, con tutti i suoi difetti e limiti.
23 Dicembre 2021 | Stappapensieri
A 6 anni devi saper leggere, a 13 devi avere già un’idea di cosa vuoi fare da grande perché devi scegliere la scuola più adatta a te per prossimi cinque anni, a 18 devi prendere la patente e il diploma e quindi scegliere cosa fare della tua vita, a 22 tocca alla prima laurea e magari a un fidanzato/a, a 30 dovresti avere un buon lavoro e iniziare a pensare alla famiglia e così via per il resto delle nostre vite.
Fin da piccoli impariamo che per ottenere l’approvazione degli altri ed essere felici è necessario soddisfare alcuni standard entro determinati archi di tempo. Ci deve essere un obiettivo per ogni ambito della nostra vita: dall’essere i migliori a scuola ad andare all’università per poi avere un lavoro come si deve. Ci viene insegnato che c’è un’età adatta per tutto. Traguardi da raggiungere necessariamente entro un preciso periodo di tempo. Tutto questo forse perché è più facile categorizzare tutto per non pensarci. Sapere esattamente cosa sia giusto fare in ogni momento della vita. Seguire delle istruzioni sociali per non essere giudicati. Nessuno ti potrà giudicare se a 19 anni fai l’università ma se sei fuori corso a 25 anni o se torni a studiare a 40 anni allora lì sì che è un problema. Ma c’è davvero un’età giusta per tutto? Tanti hanno paura di essere indietro rispetto alle tappe della vita che la società considera consone per loro. Un fenomeno che tra i giovani si è addirittura acutizzato in questo periodo perché ci si sente di “aver perso tempo”. Negli ultimi due anni i dati su ansia, depressione e tasso di suicidi tra gli adolescenti ci dimostrano come questa pressione, in molti casi, sia diventata insostenibile. Anche se in parte è normale che certi eventi ci accadono in determinati periodi della nostra vita,certe volte la pressione sociale intorno al raggiungimento di alcune tappe è esasperata e non tiene conto della storia personale di ognuno di noi. Questo porta le persone a sentirsi inadeguate se non raggiungono gli stessi obiettivi dei loro coetanei in una tempistica adeguata. Essere fuori dagli standard viene vissuto come una vergogna. Il bello è che siamo tutti intrappolati in questi meccanismi, chi più chi meno, ne siamo inevitabilmente condizionati. Ma se fossimo dei Late Bloomers? Forse non siamo tarati per rispettare alla lettera gli standard imposti dalla società. Forse siamo delle persone che “sbocciano tardi” cioè sviluppano talenti e capacità anni dopo i propri coetanei, a volte superandoli. Sono spesso persone considerate indietro rispetto alle tappe della vita ma che hanno solo bisogno di aspettare il momento giusto per sbocciare. La vita non è una legge fisica universale: J.K.Rowling era una madre trentenne e disoccupata quando riuscì a pubblicare il libro Harry Potter diventando così famosa in tutto il mondo. Julia Child ha scoperto una passione sfrenata per la cucina francese a 50 anni, diventandone uno dei massimi esperti mondiali.
Pensare di essere troppo vecchi per cambiare, arrendersi e seguire la corrente è la strada più semplice che ci viene in mente. Bisogna trovare il coraggio di ascoltare il proprio bisogno di lentezza, il proprio tempo interno. Presto o tardi l’importante è trovare la propria strada per fiorire. Meglio essere Late Bloomers che sentirsi sbagliati per tutta la vita senza riuscire a cambiare.
17 Dicembre 2021 | Stappapensieri
I nati alla fine degli anni ’90 hanno la fortuna di dare per scontato qualcosa che non lo è mai stato: la libertà di muoversi entro i confini europei. La Convenzione di Schengen ha permesso, infatti, per la prima volta nella storia degli stati moderni, la possibilità di attraversare confini, un tempo vigilati, senza quasi rendersene conto, ma, soprattutto, senza doverne rendere conto a nessuno.
Cosa sono dopotutto i confini? Limiti di spazio, tra un dentro e un fuori, tra noi e l’altro, ma chi definisce questo limite? A volte i confini sono naturali, segnati da un fiume, da una catena montuosa o da un mare, altre volte sono stati costruiti e tracciati dall’uomo, con la volontà di definire il proprio spazio di appartenenza.
Ma oggi, nel 2021, in un mondo globalizzato e collegato in maniera immediata attraverso gli strumenti tecnologici e il web, ha davvero ancora senso parlare di confini? Arthur Schopenhauer scrisse: «Ogni uomo confonde i limiti del suo campo visivo con i confini del mondo», e proprio da qui dovremmo ripartire oggi.
Dallo scoppio della pandemia molti confini sono stati chiusi o maggiormente vigilati, ma già molto tempo prima, in tutto il mondo, gli uomini hanno cominciato a costruire muri per evitare il passaggio di “barbari”, di stranieri provenienti da altri paesi, che invece di un virus avrebbero potuto portare una minaccia terroristica o “rubare il lavoro” agli abitanti di quelle terre. Barriere, distese di filo spinato, eserciti schierati: l’immagine che abbiamo del confine oggi è diversa da quella di pochi decenni fa, ma allo stesso tempo riproduce un pattern ricorrente, la necessità di sentirsi protetti in quanto circondati, almeno in caso di minaccia. Ma davvero il fatto che sia delimitato rende un territorio più sicuro? O semplicemente rende più complesso qualcosa che l’uomo ha sempre fatto e continuerà a fare, cioè spostarsi?
Con l’11 settembre e la paura del terrorismo, e infine con il 2020 e la COVID19, la necessità di avere dei confini sicuri si è fatta sempre più fondamentale, mettendo allo stesso tempo alla luce la forte interconnessione che caratterizza gli esseri umani oggi: da una lontana città cinese, il virus ha fatto il giro del mondo in pochi giorni, anche quando gli stati hanno deciso di chiudere le frontiere. Ed è forse proprio questo fatto la dimostrazione che spesso, ancora oggi, siamo portati a confondere i nostri limiti mentali con i confini del mondo: non basta chiudere le frontiere, non serve a nulla isolarsi. Ormai, che ci piaccia o no, non siamo più solo italiani, cinesi o americani, ma siamo cittadini del mondo, di un mondo più che mai connesso, nonostante le crisi che tentano di dividerlo. Agire da soli non ha più senso, respingere famiglie e bambini al confine di uno stato non fermerà il movimento delle persone, ed erigere nuovi muri non risolverà la crisi migratoria. I confini, infatti, non sono solo quelli riportati sulle mappe, non sono solo linee, ma possono essere anche ponti, e collegare, invece di dividere.
È necessario capire quale sia il vero confine, quello fondamentale, il confine della nostra umanità: fino a che punto si possa spingere la nostra mente non solo nel creare limiti, ma anche nell’abbatterli, un passo alla volta, nella direzione di un mondo più aperto, ma non per questo meno sicuro. Per fare questo è necessario lavorare insieme, in primis sulla percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri: con chi ci identifichiamo? Con l’appartenenza ad uno stato o con la nostra natura di esseri umani? Inizia tutto da qui, dallo spazio che lasciamo ai limiti: non necessariamente i confini vanno abbattuti, sono funzionali all’organizzazione del sistema e delle nostre vite, ma è necessario che siano trasformati da confini di guerra a confini di pace, con (veri) fini di pace.