MONACO 1937. Una mostra d’arte “degenerata”

In questi giorni di inizio anno, quando spinti dalla volontà di ricordare quanto avvenne nei campi di sterminio nazisti ripensiamo agli scempi commessi meno di 100 anni fa nella nostra Europa, dobbiamo fermarci e riflettere su quali furono le cause, ma soprattutto i mezzi che portarono una nazione colta ed istruita come la Germania ad appoggiare e condividere una tale disumanità. Come i sociologi contemporanei bene spiegano, una delle macchine che permette il funzionamento di un tale regime è spesso la propaganda. Questo fu certamente quanto avvenne in Germania dove il Ministro per l’istruzione e la propaganda, Joseph Goebbels mise a punto un piano di esaltazione del regime che comprendeva la stessa arte.

L’arte, che noi tutti siamo abituati ad associare all’idea di libertà, di espressione dell’essere, fu spesso nel corso della storia ingabbiata e strumentalizzata divenendone un mezzo di propaganda. Proprio quella disciplina, ci verrebbe da dire priva di regole, fu sovente sfruttata per fini vili come appunto l’istigazione all’odio. Il regime nazista se ne adoperò per incitare attraverso le immagini il popolo alla celebrazione della razza, ma per fare ciò dovette tagliare le ali alla libertà d’espressione di questa disciplina millenaria e come lo fece? Eliminando tutte quelle opere considerate degenerate e allontanandone gli artisti. 

Ma vediamo gradualmente quali furono i passi che portarono a tutto ciò. Nel 1936 il pittore Adolf Ziegler, simpatizzante del regime, venne posto da Goebbels a capo della Reichskammer der Bildenden Künste ovvero la “Camera del Reich per le Arti Visive”, un’istituzione che aveva come fine la promozione dell’arte tedesca considerata conforme ai principi del Reich.  Ziegler non era l’unico ad appoggiare questa strumentalizzazione del linguaggio visivo, bensì era appoggiato da molti teorici e pittori, ad oggi di poco conto, come Wolfgang Willrich, autore del testo “Kunsttempels“ ovvero “Pulizia del tempio dell’arte”. Per Willrich questa disciplina sarebbe dovuta diventare un mezzo di espressione della pura razza tedesca. Instaurò quindi una profonda critica all’arte contemporanea, che venne gradualmente sottoposta alla censura. Ziegler impose un controllo che, esteso agli stessi musei, causò il sequestro delle opere non ritenute conformi ai principi del Reich. I direttori dei musei consegnarono le opere e i pochi che tentarono la strada dell’opposizione vennero successivamente privati della loro carica. Hitler ordinò che alcune delle opere confluissero in una grande mostra, la tristemente conosciuta “Mostra di Arte degenerata” che venne inaugurata a Monaco il 19 luglio 1937. L’ingresso fu gratuito per attirare una vasta fetta di pubblico a cui inculcare l’idea che quell’arte dei più grandi maestri contemporanei del ‘900, fossero opere degenerate, rifiuto della società nonché “corruzione dello spirito”. Monaco fu la prima tappa d’approdo per l’esposizione che successivamente arrivò in 11 città tedesche come Francoforte, Amburgo, ma anche austriache Vienna. I visitatori furono migliaia al punto che ancora oggi può essere ricordata tra le mostre storiche con maggior numero di visitatori di tutta Europa. 

Vi starete domandando dove finirono quadri e statue dopo l’esposizione; ebbene furono nascoste in un deposito di Berlino nel quale restarono fino al 20 marzo 1939, per poi essere bruciate. Possiamo contare oltre 1300 capolavori andati perduti di artisti del pari di Pablo Picasso, Piet Mondrian, Amedeo Modigliani, Otto Dix, Marc Chagalle, Paul Klee, Vasilij Kandiskij, Umberto Boccioni e Carlo Carrà e moltissimi altri.

Il regime nazista cercò non solo di annientare l’uomo internandolo nei campi di concentramento, limitando la sua libertà fisica, non lasciando spazio all’opposizione, alle idea non conformi alla regola dettata dal Reich ma tentò tanto nel mondo dei prigionieri che in quello dei liberi di annientare la facoltà intellettuale, la spiritualità dell’uomo facendo dell’arte e di tutti i suoi mezzi un rogo.

Oggi più che mai è importante ricordare, come lo stesso Primo Levi ci insegna, che «questo è stato» e che nonostante il recente passato ci risulti lontano più che mai, ancora ad oggi ci sono esempi di regimi che limitano la libertà dell’uomo, fisica e d’espressione.

 

I furti nell’arte: non solo la Gioconda

Tutti avremo sentito parlare, almeno una volta, del celebre furto della “Gioconda“di Leonardo Da Vinci scomparsa dalle sale del Louvre nel 1911 ad opera dell’ex-impiegato del museo Vincenzo Peruggia, convinto che l’opera, sottratta da Napoleone, appartenesse a pieno diritto all’Italia. Fu questo fatto a fare dell’opera l’icona che essa rappresenta oggi. L’articolo di questo mese sarà quindi dedicato ad altri noti furti di opere d’arte che influenzarono le sorti della storia dell’arte.

Il “sequestro” della Monna Lisa fu il primo mai registrato nella storia dei musei e ne inaugurò una fitta serie di cui il più bizzarro è forse quello del “Ritratto di Jacob de Gheyn III” del pittore olandese Rembrandt. L’opera di piccole dimensioni, 29,9 per 24,9 centimetri, raffigurante il noto incisore Jacob de Gheyn fu rubato ben quattro volte a partire dal 1966 e proprio per questo motivo è anche conosciuto come “il Rembrandt d’asporto”. Nel 1981 il dipinto fu prelevato dalla Dulwich Picture Gallery di Londra e recuperato a bordo di un taxi da un funzionario di polizia inglese. In un’altra occasione, poco dopo il rientro in sede dell’opera, essa fu nuovamente rubata da un ladro che calandosi dal lucernario del museo la prelevò e fuggì prima del tempestivo arrivo della polizia. Ma quello che rende ancora più stravagante le vicende dell’opera è costituito dai ritrovamenti; sotto la panchina di un cimitero in un’occasione e su di una bici un’altra. Il tutto sempre in anonimato.

Il 22 agosto 2004 due uomini armati fecero irruzione in pieno giorno nel museo Munch di Oslo dove di fronte ai visitatori allibiti rubando due opere di Munch: “L’urlo, e “La madonna”, opera meno nota ma di uguale importanza nel repertorio dell’artista. Il valore della refurtiva, 92 milioni di euro, accelerò notevolmente le indagini che dopo due anni permisero di recuperare le opere. Riguardo al colpevole poco si seppe. Il principale sospettato nel corso delle indagini fu il rapinatore David Toska che condannato a 19 anni di carcere in seguito ad una rapina in banca, aveva promesso la restituzione delle opere a fronte di una diminuzione della pena. Da allora il museo norvegese ha aumentato sempre di più il suo sistema di sicurezza al punto da essere considerato un vero e proprio bunker, impossibile da espugnare.

Uno degli artisti più colpiti da questo tipo di avvenimenti è Van Gogh. Nel dicembre 2002 alcuni ladri entrarino nel Van Gogh Museum di Amsterdam riuscendo a rubare due quadri, il cui valore ammontava a circa 100 milioni di dollari: “La spiaggia di Scheveningen durante un temporale” e “L’uscita dalla chiesa protestante di Nuenen”. Per moltissimo tempo qualsiasi tentativo di ritrovare le opere risultò vano e solo molti anni dopo, il 25 settembre 2016, i dipinti furono rinvenuti. Si trovavano a Castellammare di Stabia in provincia di Napoli, dove la Guardia di Finanza li trovò appesi alle pareti di casa del boss narcotrafficante Raffaele Imperiale. Una sorte meno fortunata tocco ad un’altra opera dell’artista olandese, “I papaveri” che nel 2010 sparì dal museo Mohamed Mahmoud Khalil al Cairo, dal quale era già stata rubata un’altra volta nel 1977 e ritrovata molti anni dopo. Ancora ad oggi non è ancora stata recuperata.

Molti sono i quadri e statue rubati non ancora rinvenuti come: “Il concerto” di Vermmer, “Il piccione con piselli” di Picasso, “La natività di San Francesco e San Lorenzo” di Caravaggio e molte altre per le quali sono state offerte anche ingenti somme di denaro come ricompensa. Come la “Gioconda“ ci insegna forse un giorno, se saremo abbastanza fortunati, potremmo vedere nuovamente alcune di queste opere dopo un breve periodo trascorso sulle pareti della casa di qualche patriota ex-dipendente museale o di un narcotrafficante.

Yves Saint Laurent: quando l’arte e la moda si incontrano

Nell’articolo di oggi parliamo delle continue contaminazioni tra moda ed arte, due discipline, mi sento di chiamarle così, che si sono spesso rivelate sorelle. Spesso negli anni è capitato di osservare come capi di abbigliamento prendessero ispirazione dall’arte e tentassero di riprodurne talvolta i colori, le fattezze e l’originalità.

Ebbene, il primo a compiere questo lavoro fu Yves Saint Laurant il famoso stilista la cui vita all’insegna dello scandalo e dell’anticonformismo lo vedono aderire a tutti gli effetti allo stereotipo dell’artista. Nato ne 1936 nell’Algeria francese sarà presto attirato dal fascino del vecchio continente nel quale giungerà alla giovane età di 18 anni. Giunto a Parigi sarà subito apprezzato per i suoi disegni di abiti tanto che iniziò una collaborazione con la grande casa d’alta moda di Christian Dior del quale diverrà direttore artistico in seguito alla morte di quest’ultimo nel 1957. Due anni dopo costretto ad arruolarsi nell’esercito francese a causa dello scoppio della guerra d’indipendenza algerina fu licenziato. Questo fatto sarà per Yves al tempo stesso fonte di doloro ma anche rinascita. Grazie ad una causa legale intrapresa nei confronti dell’azienda per non aver rispettato i termini contrattuali lo stilista riuscirà ad aprire la propria maison de haute mode.

Dopo questa breve biografia torniamo all’arte. Saint Laurant fu un collezionista ed insieme al compagno Pierre Bergé costruì una grandissima collezione d’arte poi venduta all’asta inseguito alla sua morte. L’interesse dello stilista per l’arte non si limita al semplice collezionismo ma sfocia nella produzione di abiti i cui soggetti diventano le opere. Con la sartoria Saint Laurent rende tridimensionali e plastiche le tele dei più grandi maestri del’900 e non solo.

Le principali collezioni a tema nascono negli anni ’60-’70 e l’artista che diede il via a questa prolifera sperimentazione interdisciplinare fu Piet Mondrian. In un periodo di poca ispirazione e conseguente frustrazione, in una tarda notte del 1965 lo stilista ritrovò sullo scaffale della propria libreria un volume donatogli dalla madre dedicato appunto alla produzione del pittore olandese. Fu la scintilla che innescò l’incendio e che portò Yves a presentare in passerella abiti-sculture il cui motivo erano le celebri griglie colorate di Mondrian. La bidimensionalità della tela è infranta e la sua espansione nello spazio consacrata. Con questa collezione di haute couture la staticità geometrica delle forme del pittore viene animata attraverso tessuti pregiati ponti per essere indossati.

Appena due anni dopo è il turno dell’arte africana. L’Africa sarà sempre per Saint Laurant un grande amore in quanto terra natale e continente in cui insieme al compagno Pierre giungerà alla ricerca di un luogo esotico di villeggiatura. Marrakech fu per i due amore a prima vista, acquisteranno quindi una casa nella medina che da allora diventerà luogo di fuga e ritiro dopo intensi periodi di lavoro. I soggiorni marocchini li influenzeranno: gli stessi Yves e Pierre indossavano caftani e babucce, come due marocchini veri. La città gli era entrata nel cuore. Ed è proprio qui che lo stilista si è convertito al colore, abbandonando il bianco e nero ostinato” dice Quito Fierro, amico storico dei fondatori di YSL, e segretario generale della Fondation Jardin Majorelle.

Contemporaneamente data la sua posizione di prestigio nel panorama contemporaneo si avvicina alle nuove tendenze dell’arte americana arrivando a conoscere l’’indiscutibile re della pop art: Andy Warhol, del quale diverrà amico. Warhol era affascinato dalla moda e Yves ne era una vera e propria icona di conseguenza dall’incontro dei due non poteva che nascere qualcosa di estremamente interessante.

Negli anni ’80 lo stilista va alla ricerca di artisti del calibro di Braque, Picasso, Matisse e molti altri: i “Due uccelli su sfondo blu” di Braque, opera del 1961, diventano una mantella e lo stesso accade per “Mandolino e chitarradi Pablo Picasso; per poi rituffarsi a capofitto nel passato dove ritrova Matisse. Le caratteristiche tipiche del fauvisme:  toni accesi, per lo più stridenti diventano i colori che donano profondità e stile a lunghe gonne nere dal taglio ampio. Lo stesso accade con i grandi maestri Monet e Van Gogh le cui fantasie diventano capi di ogni genere. Iris, paesaggi e girasoli escono dai musei per sfilare in passerella.

Insomma Saint Laurant puntò molto sull’arte sia in termini stilistici che inerenti al collezionismo. La collezione sua e del compagno Pierre Bergè presentava al suo interno opere di Goya, del francese Géricault, busti della tradizione classica uniti a scultura dei più moderni Brancusi e Duchamps, mobili e porcellane pregiate.

Dopo l’improvvisa scomparsa dello stilista nel 2009, il terribile dolore che il compagno, Pierre Bergé, provava nel  vivere in una casa in cui le opere erano un ricordo del grande amore, lo portano alla vendita all’asta dell’intera collezione che si dice contasse oltre 600 pezzi.

Ma in seno alla maison la passione per l’arte permane tuttora e la Fondazione Pierre Bergé – Yves Saint Laurent di Parigi ospita spesso importanti mostre dedicate all’arte di tutti i tempi.

Pollock e Rothko: il Gesto e il Respiro

L’articolo di questo mese è dedicato alla recensione del libro di Gregorio Botta Il gesto e il respiro. Pollock e Rothko, edito Einaudi e da poco uscito nelle librerie.

Gregorio Botta, classe 1953, è un artista visivo le cui opere sono esposte in importanti musei nazionali quali la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, il Macro, il Museo Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e la Banca Nazionale del lavoro nonché al Mart di Rovereto. Tra i suoi numerosi incarichi compare anche la vicedirezione de “La Repubblica”.

Nel volume Il gesto e il respiro. Pollock e Rothko, l’artista-scrittore analizza le figure dei due gradi collossi della pittura del XX secolo, i quali, simili su alcuni fronti ma al contempo estremamente opposti, gettarono le basi di nuove forme d’espressione del linguaggio artistico.

Botta considera i due artisti come l’espressione dello yin e dello yang che da sempre caratterizza la pittura occidentale dal Rinascimento fino ad oggi. Due tendenze opposte che hanno nel tempo dato avvio a due diverse scuole; stiamo parlando della pittura tonale e della pittura timbrica.

 

Rothko, pittore tonale, dall’indole artistica lenta e riflessiva è autore di opere in cui la luce è un elemento fondamentale. Nativo di Daugavpils, nell’attuale Lettonia, nasce in una famiglia ebrea costretta ad emigrare per seguire il padre Jacob in America. Jacob Rothkowitz, sarà un uomo molto assente a causa dapprima della sua emigrazione che avverrà con alcuni anni di anticipo rispetto all’intera famiglia e in secondo luogo poiché morirà molto giovane lasciando soli moglie e figli. L’assenza del padre, che peraltro caratterizza entrambi gli artisti, causerà un vuoto profondo nell’animo di Rothko e sarà proprio quell’assenza che troverà espressione nella sua arte. Un’arte lenta, ragionata in cui le pennellate avvengono per stratificazione. “I suoi color fields sono un inno alla contemplazione, al silenzio, al vuoto” scrive Botta.

Diversamente da Rothko, Pollock è un pittore timbrico. La sua arte è forte, impulsiva e pone particolare attenzione al gesto, a quell’ “atto artistico” che diviene l’essenza stessa dell’arte.

Pollock è un fin da bambino un uomo molto introverso, soffre di una grande solitudine che lo renderà spesso infelice. Nonostante questo aspetto del suo carattere sarà sempre animato da una sorta di schizofrenia; accanto alla pacatezza si sviluppa in lui una pulsione vitale a volte violenta che aumentata dall’alcool esplode rendendolo spesso violento. Si sottoporrà spesso a terapie per cercare di placare questo disequilibrio, non ci riuscirà mai. Ma questa violenza e forza troverà espressione sulla tela e darà avvio all’action painting, al dripping. Un’arte in cui l’impulso è il protagonista della scena.

 

Riassumendo la pittura di Pollock, attiva e carica di espressività, si contrappone nettamente a quella di Rothko certamente più riflessiva e lenta. Ciò nonostante i due artisti avranno sempre alcuni elementi in comune come l’assenza della figura paterna che causerà in essi due diverse reazioni, il rifugio che arte e alcool rappresentano per entrambi, Rothko bevitore lento e costante capace di non perdere il controllo e Pollock incapace di contenersi, ed infine entrambi non ebbero, come lo definisce lo scrittore stesso, “una mano felice” il che sarà sempre una dannazione, una sorta di balbuzie da cui è impossibile guarire.

 

Il gesto e il respiro. Pollock e Rothko è un saggio molto interessante in cui sono ben evidenziate somiglianze e differenze di questi due grandi artisti.  L’autore presenterà il suo libro  in diretta streaming dalla pagina web del Circolo dei Lettori di Torino e dalla sua pagina Facebook, alle ore 18.30, in dialogo con Vincenzo Trione.

L’arte che trasforma: Il muro de “I dormienti” di Guarene

Negli ultimi anni l’arte pubblica sta acquisendo un più ampio impegno nel campo della mitigazione di elementi urbani, quali palazzi e muri di cemento armato, considerati disturbanti. Sono molti gli interventi di valorizzazione che i comuni italiani promuovono con il fine di far scomparire queste brutture trasformandole in spazi dedicati all’arte per il pubblico. In un articolo precedente abbiamo preso in considerazione Ozmo e la sua street art volta alla riqualificazione urbana di importanti spazi nelle principali città italiane, qui ci spostiamo in un piccolo paese del Roero: Guarene.

Ideato dall’artista Hilario Isola e prodotto da Barbara De Micheli, l’operazione d’arte pubblica I dormienti è stata progettata con il fine di ripensare e reinterpretare un muro di cemento armato posizionato nel centro storico del Paese per un estensione di 60 metri. Si trattava di un elemento architettonico importante, ma al tempo stesso anonimo. Insomma uno spazio con molte potenzialità ma dimenticato dalla cittadinanza.

In un contesto storico che caratterizza le Langhe e il Roero, patria di una forte resistenza contro il nazifascismo, quello della lotta partigiana diventa il tema centrale su cui impostare il recupero.

Il lavoro site-specific ha previsto dunque il rivestimento del muro con mattoni antichi, in pieno stile con l’architettura cittadina, punteggiati da sei sculture in pietra. Queste ultime rappresentano i volti di Emilio Cavallero, Libero Porcari, Icilio Rochi della Rocca, Malvina “Sonia” Garrone, Leonardo Cocito e Gemma Pasquale Brocca Ferrero, protagonisti della resistenza in territorio roerino.

La particolarità dell’opera sta nella decisione di frammentare questi visi e distribuirli nella superficie del muro come tasselli di un grande puzzle. Un’operazione piuttosto singolare  che sembra quasi voler indicare la pluralità di queste figure di uomini e donne che si pongono qui come rappresentanti di un movimento assai più grande, complesso e ricco di giovani, come le brigate partigiane. Tutti questi frammenti testimoniano l’esistenza di persone che nei difficili anni della guerra rischiarono tutto per la libertà. Si parla di “dormienti” in una concezione del passato non conclusa, ma operante. Sono figure che  nonostante il tempo e la morte rimangono “dormienti”, ma vive nel compito di testimoniare grandi valori. Specchi nei quali riflettersi, che continuamente brillano di luce propria nel grande ventre della storia.

Quello lanciato è un messaggio doppiamente positivo, che racconta di come sia possibile ovviare ai grandi danni architettonici degli anni ’60-’70 del ‘900 ripensando allo stesso tempo a questi spazi come propulsori d’arte e portatori di memoria; moniti visibili, ma sopratutto luoghi che – come in questo caso – permettono di specchiarsi in un passato non troppo distante ma che già si corre il rischio di dimenticato.

[La foto che correda l’articolo è stata realizzata dalla guarenese Silvia Rivata]

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