Peter Greenaway: quando il cinema é arte

Peter Greenaway, classe 1942, è uno dei più importanti cineasti contemporanei. I suoi film, conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo, brillano per ricchezza formale.

Ogni singolo elemento della sceneggiatura è studiato in modo minuzioso, attraverso un’attenta operazione di labor limae per il quale le scene sono date dalla sovrapposizione di più livelli di significato. In questo contesto le inquadrature possono essere lette come vere e proprie opere d’arte dove l’attenzione al dettaglio e alla composizione generale è altissima. Il legame con l’arte non è casuale: Greenaway, da sempre appassionato alla pittura e al disegno, studia al Walthamstow College of Art, contro il volere dei genitori. Sono proprio questi anni di formazione giovanile che influenzeranno poi fortemente la futura attività cinematografica del regista. Oltre ai numerosi riferimenti ad opere d’arte, le sue sceneggiature pongono una particolare attenzione all’uso del colore, protagonista indiscusso dell’intera produzione cinematografica.

In passato i registi consideravano l’introduzione del colore nelle pellicole un’azione interessante, avente come scopo l’arricchimento della narrazione di una componente drammatica più che un’accurata rappresentazione del reale. Nel cinema del XX secolo, con l’emergere delle avanguardie cubiste e futuriste, i colori iniziarono ad essere introdotti nel cinema con una finalità diversa, ovvero causare un forte impatto estetico e simbolico. Sono le teorie sui colori di artisti come Kandisky e Picasso ad influenzare il cinema di inizio secolo. Come è evidente in molte opere di Kandisky, il colore viene utilizzato per generare sensazioni nello spettatore quali disperazione, confusione, euforia e sogno.

Così come in pittura, anche nel cinema di Greenaway il colore elimina il realismo per lasciare ampio spazio al simbolismo che si avvale dei gradienti rendendoli mezzi espressivi. In molti dei suoi film il regista utilizza la psicologia dei colori per trasmettere in modo più diretto le emozioni ed i cambiamenti di luogo e di azione. In questo modo essi divengono la dimostrazione simbolica e palese di ciò che ci viene raccontato.

In un’ intervista di Ania Krenz al regista Greenway dice: «I was trained as a painter and colour is very important in painting. And colours hardly seem to interest filmmakers at all or very superficially. Almost like a sort of IKEA-habitat interior design quality. But not structurally because the colour coding is so significant. You know, emotionally and suggestively and associatively and historically. And I wanted to be able to use that language in a very rich way. But I needed to say: “Look, people! Look, look, look! This is about colour!” so deliberately I used these devices about people changing to fit their environment… as an attempt to get people to look. Because most people do not use their eyes. Most people are visually illiterate».

Prendendo in considerazione il film “I misteri del giardino di Compton House”, vediamo come per il cinema di Greenaway i colori abbiano un importantissimo significato. Ambientato nel ‘600 il film tratta la storia del paesaggista Mr. Neville incaricato dalla signora Herbert, moglie di Mr. Herbert, proprietario di Compton Anstey, di realizzare dodici disegni della casa e del giardino. I disegni sono realizzati per essere regalati dalla moglie al marito che nel frattempo ha lasciato la splendida abitazione per recarsi a Southampton. Attraverso questo regalo la moglie sembra voler ricomporre il rapporto matrimoniale in crisi, approfittando dell’assenza del padrone di casa. Inizialmente l’artista, ignaro del complotto di cui sarà vittima, accetta di buon grado il lavoro ed espone esose richieste alla donna, che accetta per contratto di concedere all’artista favori sessuali. Con il procedere della narrazione l’omicidio di Mr. Herbert farà assumere nuovi significati alle vedute ritratte dal disegnatore che scoprirà di essere stato strumento di una congiura.

Nel film i colori predominanti sono il bianco ed il nero dei disegni che si contrappongono al verde dei giardini. Inizialmente, il bianco ed il nero indicano la differenza sociale tra il disegnatore ed i suoi committenti ma, con l’evolversi delle scene, i colori assumono una connotazione diversa. Il bianco indica la vanità e l’ipocrisia delle classi dominanti verso cui il disegnatore aspira fin dall’inizio della vicenda. Mr. Neville indossa spesso il bianco con l’intento di somigliare ai nobili ma in questo modo causa la sua stessa caduta.

Diversamente, l’utilizzo del verde nel film è estremamente complesso e vario. Esso indica il paesaggio del giardino nel quale vengono disseminate le prove dell’omicidio ma è anche indice del perpetuo cambiamento della natura. Una natura che è qui molto artificiale poiché trasformata in una serie di statue alberate da giardino. Un’artificialità che fa in qualche modo anche riferimento a quella classe dominante che tramite la sua apparenza ed ostentazione, rappresentata dall’eleganza del giardino e della tenuta, incanta e distrugge il disegnatore. All’inizio del film, la raffigurazione del verde è allettante ma quest’iniziale sensazione va a scemare mano a mano che lo spettatore intuisce gli indizi di quanto sta per accadere. Infine, il finale del film ha un’ambientazione notturna. Il disegnatore, sempre nel suo abito bianco, è seduto davanti alla statua equestre del giardino che sta disegnando quando improvvisamente si trova circondato dai nemici.  Il bianco del suo vestito qui arriva a contrastare l’oscurità della notte come ad indicare l’opposizione tra l’innocenza, l’ingenuità del disegnatore contro l’oscurità e la malvagità dei suoi aggressori.

In conclusione, Greenaway, data la propria educazione artistica, sfrutta la conoscenza e la familiarità dell’uso del colore in arte per farlo proprio ed applicarlo ai suoi film nei quali diventa un ulteriore strato simbolico alla già ricca rappresentazione.

L’uso dei colori è quindi fondamentale per accentuare la conoscenza.

CINQUE MOSTRE DA VISITARE IN PIEMONTE

 

 

Vista la recente riapertura dei musei e delle mostre, nella rubrica di oggi parleremo delle cinque esposizioni d’arte in Piemonte assolutamente da non perdere.

 

  • VIAGGIO CONTROCORRENTE. ARTE ITALIANA 1920-1945 (Torino-GAM)

 

La GAM di Torino ha inaugurato una mostra dedicata all’arte italiana tra la fine della Grande Guerra e il termine della Seconda Guerra Mondiale. Attraverso opere provenienti dalla collezione del museo, dalla Galleria Sabauda e dalla significativa collezione privata dell’Avvocato Giuseppe Iannaccone di Milano, l’esposizione ripercorre una parte della nostra storia nazionale e mette in evidenza il ruolo curativo dell’Arte, quale veicolo di guarigione attraverso la bellezza. Tra i vari artisti in mostra compaiono i grandi nomi di Renato Guttuso, Emilio Vedova e Lucio Fontana. 



  • LE CORBUSIER. VIAGGI, OGGETTI E COLLEZIONI (Torino – Pinacoteca Agnelli)

La Pinacoteca Agnelli ha inaugurato ad aprile la mostra “Le Corbusier. Viaggi, oggetti e collezioni” dedicata all’architetto padre del Movimento Moderno.
L’esposizione organizzata dalla Pinacoteca Agnelli in collaborazione con la Fondation le Corbusier di Parigi si sviluppa al terzo piano della Pinacoteca e ripercorre la vita di Le Corbusier attraverso oggetti derivanti dal restauro del suo appartamento parigino, disegni parte del suo prezioso archivio cartaceo e fotografie. 

Gli oggetti in mostra sono i famosi “objets à réaction poétique”, oggetti a reazione poetica, capaci di stimolare il processo creativo del celebre architetto.


  • ASTI, CITTÀ DEGLI ARAZZI (Asti – Palazzo Mazzetti)

 

Palazzo Mazzetti apre le sue porte al pubblico per una nuova mostra interamente dedicata all’astigiano e alla sua manifattura locale. A partire dalla sua storia, da alcuni grandi personaggi che l’hanno resa nota attraverso i prodotti d’eccellenza dell’arte del telaio, la città ripercorre con 21 arazzi il grande passato artigiano che la caratterizza.
La mostra rendere omaggio all’attività di Ugo Scassa e di Vittoria Montalbano, due delle più prestigiose manifatture astigiane della città a partire dagli anni Sessanta del Novecento.


  • PRIMA CHE IL GALLO CANTI (Guarene – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo)

 

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo celebra il suo 25 anniversario con l’esposizione “Prima che il gallo canti” curata da Tom Eccles, Liam Gillick e Mark Rappolt. Tramite una selezione di opere significative di artisti internazionali dalla collezione della Fondazione si ripercorre la storia collezionistica di questa istituzione.

Il titolo della mostra, “Prima che il gallo canti”, deriva dal titolo dall’omonima opera di Cesare Pavese che contiene due novelle di Cesare Pavese, Il Carcere e La Casa in Collina, raccolte insieme e pubblicate nel 1948. L’esposizione si riallaccia ad alcuni temi trattati nelle due novelle. Le opere esposte indagano il ruolo dell’arte nella contemporaneità con uno sguardo al presente e ai nuovi orizzonti del futuro.


  • WILLIAM KENTRIDGE. RESPIRARE (ALBA – CHIESA DI SAN DOMENICO)

 

Allestita presso la Chiesa di San Domenico ad Alba, la mostra è volta a promuovere nel territorio cuneese la conoscenza dei lavori artistici presentati dal Museo di arte contemporanea di Rivoli. Protagoniste dell’esposizione sono le opere come Breathe (Respira, 2008) e Shadow Procession (La processione delle ombre, 1999) di William Kentridge, noto artista internazionale. Per quanto datate queste opere sono più che mai attuali legandosi a molte vicende della contemporaneità.

Da che Arte stai? 10 lezioni sul contemporaneo

Lo scorso febbraio è uscito in libreria per Rizzoli il nuovo libro di Luca Beatrice “Da che arte stai”. Già autore di altre pubblicazioni nell’ambito dell’arte contemporanea Luca Beatrice è critico d’arte e docente all’Accademia Albertina di Torino.

Non si tratta di un manuale tradizionale di storia dell’arte ma di una serie di focus sui movimenti e personaggi cardine del mondo dell’arte del XIX secolo, un argomento spesso complicato e difficilmente comprensibile. Ma veniamo al dunque elencando qui di seguito alcuni degli elementi più interessanti di questo libro.

In primo luogo il testo risponde molto bene alla tanto temuta domanda “Ma quando comincia l’arte contemporanea?” Generalmente l’inizio del contemporaneo viene fatto coincidere nei manuali di scuola con la Rivoluzione Francese del 1789. Una data per noi troppo lontana e che poco ci sa di contemporaneità. Il vero inizio sarebbe quindi riconducibile all’invenzione della fotografia e alla sua prima applicazione al mondo dell’arte. La tecnica fotografica costituisce una vera e propria cesura con la storia dell’arte precedente. Essa introduce infatti la possibilità di catturare in modo perfetto la realtà sottraendo alla pittura la sua componente di ricerca scrupolosa della verosimiglianza per innestare una riflessione più attenta sui suoi linguaggi. Questo avviene per la prima volta con l’impressionismo che per primo esce dagli atelier per dipingere en plein air ragionando sulla luca e struttura del dipinto e non più sulla sua fedele aderenza alla realtà. Si tratta del principio dal quale scaturisce il grande motore dell’arte contemporanea giunto fino a noi.

Un altro focus sono le avanguardie storiche. Il termine avanguardia deriva dal gergo militare e viene comunemente utilizzato per definire i soldati combattenti delle prime file. In campo artistico si parla di avanguardie a partire dal ‘900, esse in meno di vent’anni diventano le protagoniste indiscusse del mondo artistico. Da manuale il primato spetta all’Espressionismo tedesco che fa la sua comparsa nella Germania del 1905, mentre come Beatrice mette molto bene in evidenza la prima avanguardia italiana è il futurismo che nasce il 20 febbraio 1909 con la pubblicazione del Manifesto futurista su Le Figaro.  I suoi protagonisti furono Boccioni, Balla, Depero e non solo.

Venendo alle lezioni dedicate alla scoperta degli artisti, alcuni dei ritratti più interessanti sono sicuramente quelli dedicati all’arte delle donne. Spesso quando si parla di donne nell’arte il primo nome che appare nella mente di tutti è Frida Kahlo, personaggio molto popolare al giorno d’oggi, culto della cultura pop, ma la cui prima mostra fuori dal Messico avvenne solo nei recenti anni ’80. Ma oltre a Frida c’è un altro grande mondo fatto di importanti nomi di donne la cui attività ha fortemente cambiato il sistema dell’arte. Parliamo di Marina Abramović e Barbara Kruger. La prima, famosissima per le sue performance, pone al centro delle sue riflessioni il proprio corpo di cui indaga la resistenza e i limiti. La Kuger invece studia con la sua opera le dinamiche comunicativa, in particolare i rapporti tra immagine e parola scritta e il mondo della comunicazione consumistica con il suo famoso “I shop therefore I am” derivante inglese dell’affermazione cartesiana “Cogito ergo sum”.

In conclusione si tratta di una lettura interessante che scardina e semplifica molti interrogativi del contemporaneo. Lettura leggera adatta ad ogni tipo di pubblico, anche coloro che vogliono approcciarsi per la prima volta a questo interessante mondo.

 

L’IMPRESSIONISTA: BERTHE MORISOT

Nell’articolo di oggi parleremo di Berthe Morisot, pittrice troppo spesso relegata alla semplice definizione di “donna dell’impressionismo”. Un’accezione, quest’ultima, che pone in primo piano il suo essere donna e poi  successivamente esponente di uno dei momenti salienti dell’arte del XVIII secolo nel quale ebbe un ruolo di estrema rilevanza.

Berthe nasce nel 1841 in una ricca famiglia della borghesia francese. Fin da bambina i genitori ne riconoscono la vocazione artistica e ne supportano la carriera. Berthe e la sorella Edma, anch’essa pittrice già in giovane età, si formeranno entrambe presso lo studio di Jean-Baptiste-Camille Corot e in seguito il padre affitterà loro un piccolo studio in cui portare avanti la passione per la pittura. 

La Morisot apparteneva ad una società in cui il ruolo della donna era ancora fortemente relegato alla dimensione domestica e, pur condividendone alcuni ideali, si pone controtendenza ad essa. Ricerca la sua indipendenza attraverso la pittura e non rispetta nel suo lavoro i canoni imposti dai colleghi che come lei appartengono all’impressionismo. Le sue pennellate non sono quelle di Monet, di Pissarro o di Degas. Il suo tratto è molto più frammentario, interrotto e indefinito rispetto a questi ultimi. Come è ben visibile nell’opera Giovane donna in grigio sdraiata il corpo dipinto sembra svanire, mescolarsi con l’arredo e con altri elementi della scena in una nuance omogenea che ne offusca i lineamenti.

I suoi soggetti prediletti sono le donne, protagoniste della tela non per la loro sensualità o  per i loro corpi ammalianti, ma per il loro semplice essere donne. Quelle della Morisot sono femmes comuni, madri e mogli, ma il suo modo di rappresentarle pone l’osservatore, o forse dovremmo dire l’osservatrice, in diretta relazione con esse innescando una sorta di immedesimazione. È come se guardando l’opera lo spettatore diventasse doppiamente protagonista, colui che osserva e colui che viene osservato. Si tratta di pitture intime, ricche di profondità dove la donna non esiste nella sua dimensione di oggetto dello sguardo maschile, ma come animo.

Uno dei soggetti preferiti della pittrice fu la sorella Edma. Quest’ultima si sposò nel 1869 abbandonando definitivamente la carriera artistica. Edma sarà sempre un punto di riferimento per Berthe, il  suo metro di paragone e modello. Nella società ottocentesca avere una sorella era un’occasione di socializzazione, di creazione di un forte legame di amicizia e la separazione era spesso fonte di dolore. È proprio questo ciò che accade a Berthe quando, lontana dalla sorella, inizia a dipingerla sempre più spesso, in ogni occasione d’incontro possibile. La raffigura come donna elegante, raffinata, come madre, moglie. Tutte qualità a cui aspirare. Sappiamo che Berthe si sposerà solo nel 1874. Con il passare degli anni, Edma diventerà sempre più una figura evanescente, un qualcosa di perso. Con il matrimonio e la successiva nascita della figlia Julie Berthe abbandonerà questa sua parentesi pittorica.

Fu apprezzata dai suoi stessi colleghi, in particolar modo da Manet, suo cognato, che ne conserverà in camera da letto tre opere; fin da subito sarà fonte di ispirazione per molte altre pittrici come Joan Mitchell che ne seguì le orme divenendo esponente della seconda generazione dell’espressionismo astratto. Troppo spesso dimenticata, Berthe Morisot è una figura che ancora oggi ha molto ancora da raccontare.



MONACO 1937. Una mostra d’arte “degenerata”

In questi giorni di inizio anno, quando spinti dalla volontà di ricordare quanto avvenne nei campi di sterminio nazisti ripensiamo agli scempi commessi meno di 100 anni fa nella nostra Europa, dobbiamo fermarci e riflettere su quali furono le cause, ma soprattutto i mezzi che portarono una nazione colta ed istruita come la Germania ad appoggiare e condividere una tale disumanità. Come i sociologi contemporanei bene spiegano, una delle macchine che permette il funzionamento di un tale regime è spesso la propaganda. Questo fu certamente quanto avvenne in Germania dove il Ministro per l’istruzione e la propaganda, Joseph Goebbels mise a punto un piano di esaltazione del regime che comprendeva la stessa arte.

L’arte, che noi tutti siamo abituati ad associare all’idea di libertà, di espressione dell’essere, fu spesso nel corso della storia ingabbiata e strumentalizzata divenendone un mezzo di propaganda. Proprio quella disciplina, ci verrebbe da dire priva di regole, fu sovente sfruttata per fini vili come appunto l’istigazione all’odio. Il regime nazista se ne adoperò per incitare attraverso le immagini il popolo alla celebrazione della razza, ma per fare ciò dovette tagliare le ali alla libertà d’espressione di questa disciplina millenaria e come lo fece? Eliminando tutte quelle opere considerate degenerate e allontanandone gli artisti. 

Ma vediamo gradualmente quali furono i passi che portarono a tutto ciò. Nel 1936 il pittore Adolf Ziegler, simpatizzante del regime, venne posto da Goebbels a capo della Reichskammer der Bildenden Künste ovvero la “Camera del Reich per le Arti Visive”, un’istituzione che aveva come fine la promozione dell’arte tedesca considerata conforme ai principi del Reich.  Ziegler non era l’unico ad appoggiare questa strumentalizzazione del linguaggio visivo, bensì era appoggiato da molti teorici e pittori, ad oggi di poco conto, come Wolfgang Willrich, autore del testo “Kunsttempels“ ovvero “Pulizia del tempio dell’arte”. Per Willrich questa disciplina sarebbe dovuta diventare un mezzo di espressione della pura razza tedesca. Instaurò quindi una profonda critica all’arte contemporanea, che venne gradualmente sottoposta alla censura. Ziegler impose un controllo che, esteso agli stessi musei, causò il sequestro delle opere non ritenute conformi ai principi del Reich. I direttori dei musei consegnarono le opere e i pochi che tentarono la strada dell’opposizione vennero successivamente privati della loro carica. Hitler ordinò che alcune delle opere confluissero in una grande mostra, la tristemente conosciuta “Mostra di Arte degenerata” che venne inaugurata a Monaco il 19 luglio 1937. L’ingresso fu gratuito per attirare una vasta fetta di pubblico a cui inculcare l’idea che quell’arte dei più grandi maestri contemporanei del ‘900, fossero opere degenerate, rifiuto della società nonché “corruzione dello spirito”. Monaco fu la prima tappa d’approdo per l’esposizione che successivamente arrivò in 11 città tedesche come Francoforte, Amburgo, ma anche austriache Vienna. I visitatori furono migliaia al punto che ancora oggi può essere ricordata tra le mostre storiche con maggior numero di visitatori di tutta Europa. 

Vi starete domandando dove finirono quadri e statue dopo l’esposizione; ebbene furono nascoste in un deposito di Berlino nel quale restarono fino al 20 marzo 1939, per poi essere bruciate. Possiamo contare oltre 1300 capolavori andati perduti di artisti del pari di Pablo Picasso, Piet Mondrian, Amedeo Modigliani, Otto Dix, Marc Chagalle, Paul Klee, Vasilij Kandiskij, Umberto Boccioni e Carlo Carrà e moltissimi altri.

Il regime nazista cercò non solo di annientare l’uomo internandolo nei campi di concentramento, limitando la sua libertà fisica, non lasciando spazio all’opposizione, alle idea non conformi alla regola dettata dal Reich ma tentò tanto nel mondo dei prigionieri che in quello dei liberi di annientare la facoltà intellettuale, la spiritualità dell’uomo facendo dell’arte e di tutti i suoi mezzi un rogo.

Oggi più che mai è importante ricordare, come lo stesso Primo Levi ci insegna, che «questo è stato» e che nonostante il recente passato ci risulti lontano più che mai, ancora ad oggi ci sono esempi di regimi che limitano la libertà dell’uomo, fisica e d’espressione.

 

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