«Ciò che dobbiamo fare è includere gli animali non umani nella sfera della nostra considerazione morale e cessare di vedere le loro vite come spendibili per qualunque futile scopo ci capiti di avere.»
(Peter Singer, Liberazione Animale)

Negli ultimi anni il numero di persone vegane e vegetariane è aumentato in maniera significativa, e anche la dieta a base vegetale, spesso fondata su una scelta etica o ambientale, trova una sua base teorica in filosofia. 

L’etica animale nasce nel mondo anglosassone tra gli anni ’60 e ’70 a partire da un gruppo di studenti di Oxford. Problema fondamentale di tale etica applicata è l’estensione dello status morale agli animali non umani, il quale definisce quali siano gli individui verso cui è necessario fare considerazioni morali dirette e a cui riconoscere dei diritti morali. 

È possibile immaginare il campo della morale come un circolo in espansione in cui, nel corso del tempo, entrano ed escono entità che vengono considerate degne di attenzione morale o meno. In passato, all’interno di questo circolo non rientravano donne, bambini e individui appartenenti ad etnie differenti da quella occidentale, ma nel corso del tempo, con il progressivo allargamento dei diritti morali a tutta l’umanità, ha cominciato a farsi spazio un problema di maggiore ampiezza: questo cerchio della moralità dovrebbe espandersi anche oltre i confini di specie, arrivando ad includere gli animali non umani? 

Il problema risiede nel tracciare una linea netta che definisca il criterio secondo cui applicare uno status morale a determinate entità e non ad altre. Si sono sviluppate principalmente due diverse teorie al riguardo: una che sostiene che dovremmo essere portatori di una serie di doveri diretti nei confronti degli animali e un’altra per la quale, invece, avremmo semplicemente una serie di doveri minimi nei loro confronti. 

Immanuel Kant, per esempio, considerando gli animali come esseri privi di una coscienza di sé, ritiene che non abbiamo, in quanto animali umani, doveri diretti nei loro confronti, ma solamente indiretti. Doveri che, quindi, non riguardano gli animali ma l’umanità, e la cattiva reputazione che il singolo guadagnerebbe dal maltrattamento gratuito degli animali agli occhi degli altri uomini. 

Jeremy Bentham sostiene, invece, che il criterio per l’applicazione dello status morale debba essere la “senzienza”, ovvero la capacità di provare piacere e dolore, allargando moltissimo la sfera di esseri a cui dovrebbero essere concessi dei diritti morali. 

Da Bentham in poi la teoria evoluzionistica ha avuto grande rilievo nell’etica animale, sottolineando come alcune capacità e caratteristiche umane siano presenti in diversi gradi di evoluzione anche in altre specie animali, rendendole di conseguenza portatrici di diritti morali diretti. A tal proposito Richard Ryder conia il termine “specismo” per indicare come gli uomini applichino una discriminazione arbitraria nei confronti degli animali, assimilabile a quella sessuale o razziale: sulla base di quale distinzione, che a livello biologico di fatto non esiste, consideriamo il cane intoccabile e il maiale carne da macello?

Non poche sono le obiezioni di coloro che scelgono una dieta onnivora a chi difende i diritti degli animali. Una di queste è basata sul cosiddetto “argomento della dispensa”: partendo dal presupposto che un gran numero di animali sarebbe morto se essi non fossero stati selezionati e allevati dall’uomo, il semplice fatto che esistano rappresenterebbe un valore morale positivo. Di conseguenza, fintanto che essi avranno una vita, il vero amante degli animali sarà chi li usa (e dunque li mangia), poiché consente loro di esistere per il suo fine, quando altrimenti non sarebbero esistiti affatto. Ma è forse l’esistenza un bene in grado di compensare il fine per il quale essa stessa viene generata (ovvero la morte per macello)? 

Henry Salt critica fortemente questo argomento, non nelle sue premesse logiche, ma nella sua applicazione pratica: credere che mangiare e usare gli animali per i propri fini umani sia in realtà un atto di benevolenza nei loro confronti, come molti almeno suppongono per trovare una giustificazione ai propri atti, è assurdo: non ha senso pensare che il semplice dare la vita a qualcuno che altrimenti non l’avrebbe sia un atto di benevolenza nei suoi confronti. L’argomento considera un soggetto ipotetico, presupponendo che il dono della vita possa essere considerato un beneficio per l’individuo che non esiste ancora. A tal fine, però, è necessario che l’essere non ancora esistente abbia un interesse ad essere portato in vita, ma la vita non può essere considerata un bene o un male in sé a priori. 

Nella prospettiva di un futuro che, secondo molti, ci vedrà trasformati, per la maggior parte, in vegani o in mangiatori di insetti, è bene soffermarsi sui motivi profondi di un’alimentazione forse meno egoista e sicuramente più sostenibile.  

Articolo di Denise Arneodo

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