Intervista ad Alberto Bertone

“Non bisogna mai tradire il consumatore che io considero il vero proprietario dell’acqua Sant’Anna…”

Da Vinadio, cuore delle Alpi Marittime alle nostre tavole il passo è breve. In questa intervista, Alberto Bertone, imprenditore e fondatore di Sant’Anna ci racconta le origini e i successi di uno dei marchi di acque minerali più celebri che sicuramente tutti voi avete bevuto almeno una volta. Affrontando diversi temi e addentrandoci nella vita del signor Bertone, scopriamo i diversi volti di un imprenditore che ha creduto in sé e nel potere delle valli che circondano il Cuneese.

 

  • Com’è nata l’idea del marchio Sant’Anna? Ci racconti la storia della nascita in breve.

L’idea dell’acqua Sant’Anna è nata un po’ per caso: provengo da una famiglia di costruttori torinesi che voleva entrare nel business del food, in particolare delle acque minerali e casualmente siamo venuti a conoscenza di una sorgente di acqua ancora non sfruttata a Vinadio. Durante una passeggiata, abbiamo fatto visita a questa sorgente, abbiamo assaggiato l’acqua e da lì ci siamo innamorati e abbiamo deciso di portarla sulla tavola degli italiani. Inizialmente, non sapevamo molto delle acque minerali ma da veri imprenditori siamo entrati in questo mondo. Nonostante le difficoltà iniziali, siamo diventati leader non solo in Italia e siamo tra i principali produttori di acqua nel mondo.

 

  • Si immaginava un tal successo?

No, assolutamente non potevo immaginarmi un tale successo. Da buoni imprenditori, l’idea del successo c’era, però non potevamo immaginare di arrivare così in alto.

 

  • Perché un consumatore dovrebbe scegliere i prodotti Sant’Anna?

Sicuramente perché il nostro successo è dovuto ai consumatori: 13 milioni di famiglie credono alla bontà del prodotto ogni giorno da 25 anni. La qualità della nostra acqua è sicuramente il motivo principale. Inoltre, non mi sono mai accontentato di una sola sorgente, ma ho cercato fonti sempre più in alto così da avere 600 km di tubazione che collegano le sorgenti allo stabilimento e che ci assicurano quantità e qualità dell’acqua. Non bisogna mai tradire il consumatore che io considero il vero proprietario dell’acqua Sant’Anna: finché ci saranno i consumatori ci saranno i nostri prodotti.

L’acqua è essenziale per l’uomo e la sua qualità conta: la Sant’Anna prende un’acqua che sgorga dalla pancia della montagna così come nasce, batteriologicamente pura, senza cloro, a differenza dell’acqua dell’acquedotto che è addizionata, non pura. È inconfrontabile.

 

  • Quali novità avete ideato? Quali avete in programma?

Abbiamo ideato per primo il tè, poi l’acqua con il collagene, con l’acido ialuronico per la pelle, l’acqua al limone che piacciono molto. Ci sono nuovi prodotti in fase di analisi e non so ancora quali entreranno sul mercato.

 

  • Spostiamoci sul personale. Cosa significa per lei essere imprenditore? Come lo si diventa?

Penso che essere imprenditori voglia dire avere la consapevolezza di prendere le decisioni, credere nei prodotti, essere curiosi, non accontentarsi mai e accettare di essere soli. Quando bisogna prendere decisioni importanti, quando ci sono problemi, si è soli sempre e l’imprenditore non si demoralizza ma trova una strada. Posso dire che l’imprenditore si vede nel momento di difficoltà. Se posso dare un consiglio ai giovani, per essere imprenditori serve sapere ogni funzione della azienda e individuare persone capaci con cui lavorare.

 

  • Quale è la sua giornata tipo in azienda e a casa?

Sia a casa che in azienda sono una persona con mille interessi. Sono molto legato alla mia famiglia che considero fondamentale, mentre in azienda per me sono fondamentali i dipendenti.

 

  • È sposato? Ha figli? Se sì, cosa vorrebbe tramandare loro?

Purtroppo sono vedovo, mia moglie è morta quando mia figlia aveva sette mesi. Ho due figli: una di cinque anni e mezzo e uno di sedici anni. Vorrei tramandare loro la passione per il lavoro che credo sia molto importante: se si mette la passione nel lavoro e ci si diverte lavorando, tutto sarà più semplice.

 

  • Vorrei ora affrontare con lei il tema dell’ambiente: come ben sappiamo oggi la plastica è un prodotto indispensabile ma ciò comporta una serie di problemi molto seri, tra cui l’inquinamento. Le acque in bottiglia, purtroppo, sono una delle fonti maggiori di plastica. Come si potrebbe rimediare? Esiste un modo per sostituire questo materiale? Qual è la sua opinione a riguardo?

Io penso che la plastica sia un bene fondamentale nella vita di tutti i giorni e quindi non bisogna demonizzarla. Se la plastica ha avuto un tale successo è grazie al fatto che è un bellissimo materiale, rinnovabile, leggero, trasparente, infrangibile, può stare a contatto con l’alimento, è economico… Sono tutte caratteristiche che rendono unica la plastica. Il vetro è frangibile, pesante, costoso così come l’alluminio; il tetrapak è formato da cartone e plastica ma è un danno per l’ambiente… Dal punto di vista della riciclabilità, penso che la plastica sia la migliore e la più ecosostenibile. Le bottiglie vengono riciclate e hanno un grande valore, per cui perché demonizzarla? Il problema non è il materiale, bensì l’uomo che inquina, per cui bisognerebbe educare al rispetto dell’ambiente e al riciclaggio. Infine, credo che sia una questione di prezzo: se non vogliamo più la plastica, bisognerebbe tassarla, renderla preziosa. Posso affermare tranquillamente “I love plastica!”.

 

  • Sempre parlando di ambiente: la sua azienda s’impegna nel rispetto del pianeta? In che modo?

Innanzitutto, vent’anni fa abbiamo inventato la bottiglia bio fatta di sostanze vegetali ma presto ci siamo resi conto che non era quello il materiale perfetto, ma la plastica. Il problema principale è che questo materiale bio costa troppo ed è compostabile solo in siti di compostaggio industriale perciò inquina. L’importante è convincere le persone a non buttare per terra il rifiuto e valorizzare l’economia del riciclo.

 

  • L’incremento vertiginoso del trasporto su gomma dei vostri prodotti, è ancora sostenibile rispetto ad una tendenza globale verso una riduzione delle emissioni?

Penso di sì. Il trasporto su gomma potrebbe essere sostituito se ci fossero alternative e sarebbe inconcepibile l’idea di trasporto con aerei o treni. Soprattutto, pensando al futuro, credo che ci saranno i camion elettrici e ibridi a idrogeno che però utilizzerebbero pur sempre un motore e ci dovrebbero essere strade apposite che non ci sono ancora. Personalmente, ho la macchina elettrica perché penso sia una cosa importante, nonostante sia complicato. Ognuno di noi, oltre a parlare, deve agire e fare scelte.

 

  • Sempre in merito a questo problema: la mancanza di un’adeguata viabilità della Valle Stura, non rischia di compromettere la situazione già critica dei suoi piccoli centri?

Se non ci fossimo noi, non ci sarebbe il problema delle strade ma se ci siamo noi c’è. Ora, bisogna capire se vogliamo o meno il lavoro. In tutte queste vallate, abbiamo dato lavoro a tanta gente, rivitalizzandole. In pratica, se vogliamo un mondo verde, poi bisogna capire cosa mangiamo. C’è poi la questione delle infrastrutture mancanti che servirebbero per impedire di sfruttare il territorio: abbiamo i camion ma non abbiamo la viabilità stradale adeguata.

 

  • A proposito della Valle e del Cuneese in generale, viene spesso nella zona? Cosa ne pensa?

Io sono cuneese di origine: mio padre è di Mondovì, mia madre di Carrù, per cui ho vissuto tutta la mia infanzia nella zona. Mi sento Cuneese, sono torinese a Cuneo e Cuneese a Torino.

 

  • Se dovesse dare un consiglio ai giovani e meno giovani cuneesi, cosa direbbe loro?

Secondo me i Cuneesi sono delle persone laboriose e coraggiose, che non si perdono d’animo. Diamoci da fare e guardiamo al futuro. Potrei dire che non hanno bisogno del mio consiglio per essere grandi!

Intervista a Emanuele Caruso

«Scelgo sempre una connessione tra il reale e la finzione»

 Produrre un film necessita di creatività, ingegno e autenticità ed Emanuele Caruso rispecchia bene questi tre aspetti. Regista nato ad Alba, formatosi a Bologna e creatore di Obiettivo cinema, Emanuele sceglie di raccontare storie di vita nei suoi capolavori, così da rispecchiare l’animo umano e la ricerca spirituale di ognuno. Essendo un regista e produttore non convenzionale, realizza i suoi film a basso budget attraverso l’azionariato popolare o crowdfunding.

Tra i suoi maggiori successi ricordiamo: E fu sera e fu mattina, La terra buona e A riveder le stelle, tutti lungometraggi o documentari d’autore, in cui si può percepire l’ingrediente segreto di Emanuele: l’autenticità.

Entriamo nel mondo del cinema del regista cuneese, ne rimarrete affascinati.

  • Come sei entrato nel mondo del cinema?

In realtà non c’è una porta di ingresso o un test per entrare nel mondo del cinema e sinceramente non mi sento parte integrante. Nel mio caso volevo fare regia, dirigere film, ma nessuno mi dava la possibilità poiché costa molto e allora sono anche diventato produttore dei miei film aprendo una casa di produzione. Questo mi ha dato modo di far sì che ci fossero sale cinematografiche italiane e non solo che proiettassero i miei film, dandomi la possibilità di relazionarmi con un pubblico e una sostenibilità economica. Se non c’è pubblico, non c’è film: bisogna sempre trovare un pubblico che possa apprezzare o criticare anni di lavoro e tutti gli sforzi connessi alla produzione di un film. Quindi, non mi sento integrato nel mondo del cinema ma sono una persona che ha fatto e sta facendo un percorso. Non mi interessa granché entrarci, quanto il poter raccontare storie che vengano proiettate sullo schermo per qualcuno.

  • Regista di film e documentari a basso costo: una scelta o un caso?

Una scelta degli altri. Fosse stato per me, avrei voluto fare film più grossi ed importanti ma in Italia non ho trovato nessuno che credesse ed investisse su di me. Quindi, diventando produttore di me stesso, ho dovuto far fronte alla difficoltà di reperire dei budget. Produrre un film costa tanto, motivo per cui tenere un budget basso mi ha portato a realizzare dei film dal costo di duecento mila euro anziché un milione o più (è il caso del film La terra buona che sono riuscito a produrre lo stesso grazie a delle rinunce).

La capacità di girare film a basso costo mi ha permesso di fare questo mestiere che altrimenti non sarei riuscito a fare.

  •  Cosa significa produzione dal basso?

Con i primi due film, E fu sera e fu mattina e La terra buona, abbiamo adottato una sorta di azionariato popolare che in Italia non si faceva e non si fa tuttora. Significa comprare un pezzo di film: in cambio di quote da cinquanta euro su una piattaforma online, si può acquistare una percentuale sui futuri incassi dei film. Più quote vengono acquistate, più ci si assicurano introiti. Con il primo film abbiamo raggiunto i quarantamila euro e con il secondo ottantamila. In Italia ci sono solo i miei film in azionariato popolare o crowdfunding.

  • Parlaci di Obiettivo cinema e dei film realizzati.

Obiettivo cinema è la mia casa di produzione, una piccola realtà nata nel 2012 con cui porto avanti l’idea di produrre film a piccolo budget con la speranza di incassare al cinema. Obiettivo cinema si distingue sia per fare film a basso costo, sia perché non si occupa solo della produzione, ma anche della distribuzione (mentre le altre case di produzione si affidano ad altri distributori). Noi fondiamo insieme entrambe le capacità, grazie ad una rete di sale in tutta Italia che prendono e proiettano i nostri film. Oggi, Obiettivo cinema si sta ingrandendo: potremmo arrivare ad un budget di un milione.

  • Quale tra i suoi film senti maggiormente tuo e perché?

Non c’è un film che sento più mio, li sento tutti miei e sono film che rappresentano momenti della mia vita. Tuttavia, non li rifarei se tornassi indietro o li farei in maniera differente.

Entriamo nel personale:

  • Chi è Emanuele Caruso nella vita di tutti i giorni?

Domanda difficile. Sono un gran amante della terra, un po’ contadino, legato alla dimensione della montagna. Penso di essere una persona semplice, tranquilla che prova a raccontare le sue storie e cerca sempre qualcosa in più che credo sia nascosto fra le pieghe della terra.

  • Quali passioni hai oltre alla regia e al cinema?

Sicuramente la terra, la montagna, l’orto. Sono tutte passioni legate alla natura e alla terra.

  • Cosa ami di più della tua vita?

Il posto dove vivo e le persone che ho incontrato dove sono nato: le Langhe e il Roero, la mia famiglia e gli amici. Penso di essere stato molto fortunato.

  • Sei sposato? Hai figli?

Non sono sposato e non ho figli.

Parliamo del film E fu sera e fu mattina, la cui trama racconta di un apocalittico spegnimento del sole:

  • Com’è nata l’idea? Quale messaggio hai voluto trasmettere?

L’idea è nata dal mio aiuto regia di allora: Beppe Masengo. Stavo cercando l’idea per un film, avevo bisogno di un’idea forte, così lui mi scrisse una mail proponendomi di raccontare la fine del mondo dal punto di vista di un piccolo paesino di Langa formato da gente comune e non più in stile americano o apocalittico. L’idea mi piacque molto perché andava ad indagare nell’animo e nel cuore delle persone. Inoltre, fu sempre Beppe a propormi il titolo. Da qui è nata la domanda principale del film: “Se sapessi di avere solo più sessanta giorni di vita, quindi un tempo limitato, continueresti a vivere come stai vivendo oppure cambieresti tutto?”. Dunque, l’idea era quella di non aspettare una fine certa per cambiare e fare quel che davvero conta della propria vita.

  • Spostando la nostra attenzione sul presente: pensi che il periodo in cui stiamo vivendo abbia somiglianze con l’apocalisse messa in scena nel film? Perché?

L’ho rivisto recentemente a La Morra che fu la città set del film nel 2012. Riguardandolo con tanto di mascherine e distanziamento, ho notato parecchie analogie: nel film c’è qualcosa del periodo in cui stiamo vivendo, nonostante adesso non ci sia un’imminente fine del mondo alla quale prepararci. Credo che il film riprenda alcune tematiche di oggi.

Un altro mio film in cui vengono riprese è A riveder le stelle che doveva uscire a marzo 2019 ma che proprio l’emergenza Covid ha fermato e che, se tutto andrà bene, dovrebbe uscire a marzo 2021, anche se non si possono fare previsioni.

  • Per realizzare il tuo film La terra buona a cosa e a chi ti sei ispirato? Cosa c’è di vero nella trama?

Racconta tre storie realmente accadute che però nella vita reale non si sono mai intrecciate, cosa che invece accade nel film. Tre storie di tre persone che ho conosciuto e con cui ho parlato, ognuna delle quali mi ha trasmesso qualcosa. Mi piaceva l’idea di fonderle insieme senza creare un film biografico, seguendo la linea spirituale che caratterizza i miei film. Dunque, il lavoro di sceneggiatura è stato quello di far incastrare queste storie, legandole alla ricerca spirituale a cui tenevo molto.

  • Come scegli il luogo in cui girare i tuoi film?

La scenografia è molto importante. Solitamente non mi piacciono i set finti, bensì i luoghi veri che lo spettatore può ritrovare nella vita reale. Molti film hanno il vizio di aggiungere troppa grafica al computer che si vede e sa di finto; a me piace l’idea che il pubblico possa gustarsi l’atmosfera reale. Ciò non vuol dire che non userò mai arrangiamenti ma credo che i set autentici abbiano un valore aggiunto. Io scelgo i miei set in base all’atmosfera che voglio comunicare: ad esempio, la Val Grande era il set perfetto per La terra buona dato che l’ambientazione era un luogo isolato e montano. Posso dire che scelgo sempre una connessione tra il reale e la finzione.

  • A proposito di luoghi, parliamo del cuneese. Ti piace la città di Cuneo? E Alba, dove sei nato? Cosa cambieresti della zona e perché?

Adoro il Cuneese e soprattutto le sue valli.

Mi capita qualche volta di andare a Cuneo e apprezzo il fatto che sia immersa tra le montagne e ben raggiungibile. Si respira aria buona.

Sono molto legato alle montagne, in particolare alla Val Maira che identifico come casa al pari delle Langhe e del Roero e dove ho sepolto il cuore.

Non so cosa cambierei… Mi piace molto di più la dimensione legata all’alta Langa, quella da scoprire, selvaggia, silenziosa, un po’ meno turistica. Forse mi piacerebbe di più un ritorno a quel tipo di Langa piuttosto che la dimensione legata al turismo enogastronomico.

  • Quanti e quali film hai ambientato nel Cuneese? Dove?

E fu sera e fu mattina è ambientato a La Morra, vicino ad Alba e La terra buona che ha una scena centrale girata nella biblioteca a La Marmora.

  • Com’è stata la tua vita al tempo del lockdown? E il tuo lavoro?

Il lockdown è stato pesante e inaspettato. Dal punto di vista lavorativo e culturale ha fermato tutte le attività e il campo culturale- artistico è stato e continua ad essere il più colpito, sicuramente il cinema rientra tra questi.  

È stato un periodo per pensare e lavorare: non mi sono fermato un attimo e ho dovuto spostare i miei obiettivi lavorativi di un anno. Ultimamente vivo nella speranza di poter ripartire, anche se inizio a pensare che potrà volerci ancora del tempo.

  • Se dovessi dare un messaggio ai giovani e meno giovani cuneesi, cosa diresti loro?

Tutti i miei messaggi, per giovani e non, sono nei miei film. Sono sempre loro a parlare per me.

Intervista a Alex Rapa dei Gai Saber

«La tradizione è la base su cui costruire il nuovo»

Noi Cuneesi facciamo parte della regione dell’Occitania, ma forse non tutti sanno di cosa si tratta e che tradizioni conserva. L’Occitania è la civiltà della lingua d’Oc, nata intorno all’anno 1000 d.C. ed è la prima civiltà importante sorta dopo la caduta dell’Impero Romano, mai costituitasi come regno unitario. Comprende tutto il centro-sud della Francia, la Val d’Aran in Spagna e sedici valli in Italia nelle province di Cuneo e Torino. Nonostante non sia riconosciuta come nazione, la sua lingua, la sua cultura, le sue tradizioni, restano intatti da secoli e nell’ultimo periodo si sta assistendo ad una ripresa, soprattutto nell’ambito artistico-musicale. Questo perché è fondamentale conservare le tradizioni, renderle proprie e tramandarle alle generazioni future per poter vivere nel presente consapevolmente e progettare il futuro. 

La musica e i balli occitani, che appartengono alla tradizione popolare, sono stati riscoperti da un gruppo celebre in provincia Granda: i Gai Saber che sanno mantenere viva la tradizione del territorio attraverso la loro incredibile musica e i loro spettacoli. Ascoltandoli, rimarrete affascinati dalla bellezza delle nostre origini e vi catapulterete in un mondo a sé, la cui atmosfera rimanda al passato. Scopriamo insieme, attraverso l’intervista a Alessandro Rapa, membro e caposaldo del gruppo, la cultura e la tradizione musicale del nostro territorio.

  • Com’è nato il gruppo musicale? Quando?

Il gruppo nasce nel 1992, in un’epoca in cui la sensibilità per la cultura delle tradizioni fiorisce un po’ in tutto il Piemonte ed il nord Italia. È un momento in cui anche al di fuori dell’area occitana la sensibilità per la lingua madre e per le origini è molto forte, si pensi a gruppi musicali come i Mau Mau a Torino.

  • Chi erano i membri iniziali?

Alessandro Rapa alle tastiere e chitarra e programmazioni digitali; Maurizio Giraudo ai flauti, cornamusa e ghironda; Paolo Brizio all’organetto; Chiara Bosonetto alla voce; Elena Giordanengo al galoubet, arpa e tambourin; Giulia Ferrero al timballo e galoubet; Teresa Ferrero al galoubet e Djembè; Maurizia Giordanengo all’organetto. Iniziammo senza batteria, poi ci furono un po’ di cambiamenti, e suonammo per anni con Josè Dutto alla batteria.

  • Che genere musicale suonate? Come è nata l’idea?

L’idea è sempre stata quella di coniugare tradizione ed innovazione, attraverso il suono. I suoni sintetici elettronici, impiegati anche dal vivo insieme a quelli degli strumenti acustici, permisero di rendere attuale l’atmosfera della musica tradizionale.

  • Perché vi chiamate Gai Saber?

Perché soprattutto all’inizio guardavamo alla cultura dei trovatori di lingua d’Oc del XI – XII secolo. Il concistoro del Gai Saber fu, nel 1300, un’associazione di letterati che guardava al ripristino della grandezza della lirica trovadorica, in un’epoca in cui questa era già in decadenza. L’affinità con la nostra filosofia culturale e musicale era evidente, da qui la scelta. 

  • Ci parli dei vostri principali concerti.

Strictly Mundial a Marsiglia nel 2003, Fiest’a Sete nel 2004, Ariano Irpino Folk festival nello stesso anno, Olimpiadi Invernali di Torino nel 2006, Estivada di Rodez in tre occasioni, e poi Folkest…ma ce ne sono tanti di un buon livello.  Era un’epoca meno pilotata dalle produzioni musicali, in cui se avevi qualcosa da dire potevi essere chiamato a suonare. Una cosa tipica dell’ambito world music e folk, ma che si inseriva nel filone della musica indie degli anni ‘90, dove indie stava per indipendente, ovvero suonare senza essere inserito in un sistema di rooster, produzioni musicali, che oggi in Italia decidono chi suona e dove. 

  • Siete conosciuti anche all’estero? Dove?

I nostri principali concerti, ancor più che Italia, sono stati in Danimarca, Francia, Olanda, Spagna, Germania ed Estonia.

  • La vostra musica è apprezzata anche dalle nuove generazioni?

Per le nuove generazioni ci sono i nostri successori, i Saber Système, stessa filosofia di indipendenza, ma musica che guarda alla commistione con i nuovi generi musicali. Ad ognuno il suo.

Entriamo nella sua vita:

  • Chi è Alex Rapa? 

Faccio il medico del lavoro. Mi piace. In pochi sanno cosa fa questa figura professionale, che si occupa di prevenzione. Con il Covid 19 ci siamo occupati della tutela dei dipendenti in prima linea, un’esperienza totalizzante, faticosa ma anche gratificante, che comunque spero di non dover ripetere.  Il lavoro del medico è innanzitutto un dovere, tutto qui.  Per cui non parlo quasi mai del mio lavoro sui social, non amo farne una celebrazione.

  • Com’è nata la sua passione per la musica?

Ascoltando gli arrangiamenti della musica progressive della fine anni ‘60 – inizio anni ‘70. Penso di avere una predisposizione per l’arrangiamento, quello che oggi fa il producer. Penso che la mia passione per l’elettronica, già negli anni ‘90 e 2000, abbia condizionato il nostro guardare sempre al futuro. E oggi posso fare il producer per i Saber Système.

  • Che strumenti musicali suona?

Come detto, produco le basi elettroniche e suono la chitarra e le tastiere. Credo che oggi questa attività (la produzione elettronica) andrebbe insegnata come si insegna uno strumento musicale. Una cosa che accade solo in conservatorio, ma che non esiste nell’immaginario collettivo popolare. Un ragazzo prende lezioni di batteria, non di produzione di loop ritmici.  In questo abbiamo una mentalità vecchia.

  • Parla occitano?

 Segur, parlar e escriure a nosto modo es estaa facil, perquè i avia dins l’aurelhas les paraule de mon paire e ma maire… Io non sono un madre lingua, ma imparare la lingua d’Oc è stato facile perché avevo nelle orecchie il peveragnese delle frazioni, quello vicino alla Besimauda, il dialetto di montagna che parlavano i miei.  Il passo è stato breve.

  • È sposato? 

Si, con la cantante dei Gai Saber, Chiara Bosonetto, nonché anima culturale del gruppo.

  • Ha figli? Se sì, cosa vorrebbe tramandare loro? 

Sì, sono 3: Eugenia Costanza e Antonio. Vivono, lavorano o studiano tutti in Francia. Credo che abbiamo tramandato loro i valori di tolleranza, convivenza, merito e pari opportunità che costituiscono il fondamento della lirica trobadorica occitana. Antonio è una delle voci nonché percussionista dei Saber Système, inoltre. Non dico missione compiuta, ma sono contento.

  • Dove vive? Cosa ama della sua città?

Vivo a Peveragno. Mi piacciono la natura e la lingua, la gente anziana, il modo di esprimersi di noi vecchi, che quando gli chiedi come va rispondono “souma si”. E se ritengono che qualcuno sia uno scansafatiche, dicono che “tribula a doubiase”.  Le metafore del piemontese ed occitano alpino sono insostituibili, e rispecchiano lo spirito di questa gente modesta ma arguta. Niente a che vedere con le sbruffonate televisive e dei social network di oggi, tipica degli uomini che occupano poltrone, figli della cultura dell’apparenza. 

  • Cos’è e di cosa tratta lo spettacolo “Angels Pastres Miracles”?

Tratta dai Novés Occitani, canti natalizi tradizionali che venivano eseguiti e rappresentati soprattutto in Provenza nel periodo natalizio, ma dei quali abbiamo importanti testimonianze anche nel territorio occitano d’Italia. Fanno rivivere il mistero della nascita e dell’infanzia di Gesù attraverso i racconti affascinanti e magici dei Vangeli apocrifi. In queste canzoni popolari, drammatizzate fin dal Medioevo nelle veglie di Natale, si ritrova la semplicità del mondo dei poveri, spesso i veri protagonisti dei racconti; una profonda fede nella Provvidenza divina, che protegge e consola i piccoli; un messaggio di fiducia, aiuto e simpatia per gli umili e gli oppressi, messaggio di cui la società attuale, travagliata da crisi e conflitti, sembra avere sempre più bisogno. L’interpretazione musicale dei Gai Saber dei Novés occitani fa riferimento alle molteplici influenze della musica del popolo di ieri e di oggi, da sempre in evoluzione in rapporto al mescolarsi delle genti e delle loro culture.

Parliamo del legame tra la vostra musica e la lingua occitana:

  • Cosa significa “tradizione” per i Gai Saber?

Tradizione non può essere disgiunto da innovazione. La tradizione è la base su cui costruire il nuovo.

  • Come mai la scelta di usare questa lingua nelle vostre canzoni? 

Per la questione dell’identità della persona. La persona che sa quello che è non sarà mai troppo manipolabile, pensa con la sua testa, è orgogliosa delle proprie origini. Non ha paura di confrontarsi con altri perché ha stima di se stesso.

  • A suo parere è importante preservare questa antica lingua? Perché? 

Certo, perché contribuisce a costruire la nostra identità, ci dice da dove veniamo e cosa siamo, quali sono i valori che formano la nostra mentalità; identità è lingua, musica, arte pittorica ed architettonica del territorio, ambiente in cui si vive, cibo, tempo libero e sport locale. Un occitano, un piemontese è colui che si identifica in tutte od alcune di queste cose. Traduco: usa espressioni linguistiche locali, conosce almeno un po’ la musica e i balli occitani, ha visto ed è rimasto incantato dagli affreschi di Manta e San Fiorenzo di Bastia, passeggia per borgate montane e si ferma ad osservare le case spesso cadenti dei suoi avi, senza avversione, ma con un po’ di nostalgia. Fa escursioni, scia, arrampica. Ama il cibo italiano in generale, ma sotto sotto preferisce i tajarin o le raviole. L’identità è ciò che dopo anni di lavoro altrove, ti fa venir voglia di tornare dove sei cresciuto.

Spostiamo la nostra attenzione su Cuneo e il cuneese:

  • Le piace la città? 

Sì, ci abbiamo fatto uno spettacolo multimediale importante nel 2019, “Cuneo storia e leggenda della città triangolare”. Cuneo fa parte della mia identità e di quella dei Gai saber.

  • Cosa cambierebbe e perché?

Oggi Cuneo ha una vocazione turistica. Incrementerei le iniziative in quel senso. Bisogna vedere se però questo è ciò che vuole la maggioranza dei cuneesi. L’età media della città non aiuta, sono i giovani quelli che spingono per il procedere oltre, gli anziani frenano sempre. 

  • Pensa che sia una città aperta?

Da 20 anni a questa parte sì. Prima era una città dormiente. Poi i locali, le iniziative culturali, gli spettacoli, sono fioriti. Non è detto però che queste cose continuino il rischio di regressione è forte, nel clima politico e culturale attuale.

  • Se i Gai Saber dovessero scegliere una colonna sonora per la città, quale canzone/musica sceglierebbero del loro repertorio?

Preferisco “La libertat” dei nostri successori Saber Système come inno. Una canzone sulla libertà adattissima per la città della resistenza e dell’indipendenza delle idee, testo misto in francese, occitano e spagnolo.

  • Se dovesse dare un messaggio ai giovani e meno giovani cuneesi, cosa direbbe loro? 

Il mio messaggio è resistere, sempre. All’omologazione. Mai come oggi 1984 di Orwell è attuale. Occitania è anche, e soprattutto, resistenza e differenza. Se vi va, guardate questo videomessaggio sulla nostra pagina Facebook, è tutto lì dentro: https://www.facebook.com/www.gaisaber.it/videos/268890107836912

Laboratorio di teatro dell’oppresso a Cuneo: rivivere un’oppressione, cercare soluzioni condivise e…divertirsi insieme!

Il 12 e 13 settembre ho preso parte ad un’iniziativa molto particolare che si è svolta a Cuneo, presso il Parco della Gioventù, dove è stato allestito il circo contemporaneo Zoé in città e in collaborazione con delle associazioni del territorio, quali Micò Aps e Fondazione Nuto Revelli.  In particolare, si è voluto coinvolgere anche giovani membri dei progetti Start the change (https://www.startthechange.eu) e P.E.E.R (“Praticare Eguaglianze Esercitare Resistenze” realizzato da Micò Aps, Fondazione Nuto Revelli, Arcigay Cuneo GrandaQueer e Ora e Sempre all’interno del bando “Mondo Ideare” finanziato dalla Fondazione Crc).

Il titolo dell’attività già mi ispirava molto: Laboratorio di teatro dell’oppresso e forum, ma è stata la mia partecipazione in prima persona a confermare l’interesse. In realtà, non sapevo assolutamente di cosa si trattasse, come molti dei partecipanti, ma mi sono buttata e devo dire che ne sono rimasta molto soddisfatta. Conducevano il laboratorio due esperti provenienti da Torino: Monica Prato, psicoterapeuta e attrice e Paolo Pollarolo, antropologo africanista ed economista.

Vi starete chiedendo: “Cos’è il Teatro dell’oppresso?”.

Il TdO è un metodo teatrale molto potente e coinvolgente che utilizza varie tecniche, giochi ed esercizi con lo scopo educativo di portare allo scoperto i conflitti presenti nella società o nel mondo interiore dei singoli e cercare soluzioni collettive. È un dispositivo recente: è nato negli anni ’60 in Brasile, durante la dittatura, per opera di Augusto Boal che unì il suo impegno politico alla formazione teatrale. Il risultato è un teatro corale che può essere considerato un sistema educativo nonché strumento di cambiamento poiché induce i partecipanti a portare in scena dei problemi e dei conflitti, affrontarli attraverso i gesti e le parole, ma soprattutto, cercarne la soluzione insieme e capire le varie alternative proposte. Anche il pubblico diventa attivo grazie al suo coinvolgimento in scena: da spettatore diventa spett-attore. In pratica, il Teatro dell’oppresso ci ricorda che la parola sta alla base della nostra società e che sono il confronto e l’ascolto a permettere il cambiamento, che sia personale o globale.

Le due giornate si sono svolte all’insegna del divertimento e devo ammettere che mi sono portata a casa un bagaglio di conoscenze del tutto nuove. All’inizio, attraverso vari lavori di gruppo, come ad esempio, giochi basati sui nomi dei partecipanti, sulle aspettative riguardo al laboratorio, sulla fiducia, esercizi di preparazione per sciogliere rigidità corporee ed emotive, momenti di improvvisazione e di risate, abbiamo cercato l’unione nel gruppo, formato da persone diverse: giovani e meno giovani, uomini e donne, attivisti, studenti, lavoratori… Non è stato semplice, ma alla fine si è creata un’atmosfera alquanto piacevole ed è stato come se ognuno di noi si conoscesse da mesi! Era proprio uno degli obiettivi principali quello di creare un gruppo unitario, basato sulla fiducia reciproca e sulla bellezza della diversità come punto di forza.

Tra un gioco e l’altro, le ore sono volate ma avrei voluto fermare il tempo per assaporare quei momenti di allegria e spensieratezza tipici dell’infanzia. D’altronde, eravamo un po’ come dei bambini alle prese con dei giochi di gruppo, ma sotto all’apparenza ludica delle attività, si nascondevano valori profondi ed insegnamenti utili per il laboratorio. Infatti, i giochi servivano come preparazione per l’attività principale, cioè la realizzazione di due scene rappresentanti due situazioni considerate conflittuali e oppressive. Ogni partecipante è stato invitato a pensare ad un evento in cui emergesse un’oppressione, sia collettiva che personale, per poi metterla in scena grazie all’aiuto del gruppo e di Monica e Paolo. Sono stati i singoli membri a scegliere i vari attori e a rappresentare, senza l’ausilio della parola, le scene, “plasmandole” a proprio piacimento. Sono emerse situazioni differenti ma molto significative. Dopodiché, insieme, abbiamo scelto le due scene più adatte alla rappresentazione, trasformandole in atti teatrali con tanto di battute. Abbiamo provato molte volte, abbiamo riso e pianto, abbiamo anche finto e spesso la realtà e la finzione sembravano un tutt’uno, mentre l’oppressione emergeva sempre di più, fino a diventare intollerabile, proprio come nella vita reale.

La prima scena rappresentava un conflitto personale: un atto di bullismo avvenuto a scuola. In particolare, trattava i temi della discriminazione e dell’incomprensione nei confronti di una ragazza omosessuale; mentre la seconda scena si basava su un fatto di cronaca cuneese: l’ordinanza n. 488 anti-accattonaggio, finalizzata al contrasto del degrado urbano, causato dall’abusiva occupazione di suolo pubblico ed al bivacco, ed alla tutela della convivenza civile, igiene, bellezza e rispetto dei beni, degli spazi e dei luoghi pubblici. Due tematiche molto rilevanti e profonde che meritano di essere approfondite e capite, affinché se ne possa comprendere l’assurdità.

Infine, con nomi di fantasia, ci siamo esibiti al pubblico domenica 13 alle ore 17 nel grande tendone allestito dal circo Zoé in città. L’emozione era tanta, soprattutto per chi, come me, era alla prima esperienza di teatro. Trattandosi di uno spettacolo forum, il pubblico è stato da subito coinvolto nella ricerca di possibili soluzioni da mettere in pratica nelle situazioni di conflitto rappresentate. In parecchi sono intervenuti: chi ha voluto sostituire un personaggio, chi ne ha aggiunto uno, chi ha cercato di trovare un compromesso, chi ha denunciato pesantemente il fatto… Il risultato ottenuto è stato sorprendente, un vero e proprio coinvolgimento attivo da parte degli attori e del pubblico che hanno interagito insieme in cerca di una o più soluzioni ai problemi. Il cambiamento sulla scena è stato inevitabile poiché erano situazioni dinamiche, come vuole il teatro dell’oppresso in cui i vari punti di vista si intrecciano e modificano sempre la scena di partenza. È stato molto curioso notare come gli spettatori si siano trasformati in attori e viceversa senza un minimo di copione, provando in prima persona l’ebrezza dell’improvvisazione e facendo ricorso soltanto ai propri valori e alle proprie emozioni.

Questa esperienza mi ha lasciato tanto. In primis, un bel rapporto con il gruppo con cui spero di condividere nuove esperienze in futuro. Non eravamo solo attori, eravamo compagni di avventura e condividevamo molte passioni e molti valori che abbiamo cercato di far emergere in scena. Ho provato in prima persona quanto sia arricchente la diversità e ne sono rimasta affascinata. Inoltre, grazie a questo laboratorio, ho potuto lasciarmi andare e dar voce ad alcuni conflitti che mi tenevo dentro, forse per paura di espormi o per timore del giudizio altrui. Ho anche scoperto quanto sia difficile sfidarsi e sfidare le proprie emozioni. Tutto questo grazie alla tecnica del teatro dell’oppresso e in particolare, grazie a Monica e Paolo che hanno reso possibile la realizzazione dello spettacolo, aiutandoci, facendoci divertire, spronandoci e supportandoci.

Ringrazio gli organizzatori dell’evento: Micò Aps, Fondazione Nuto Revelli, Circo Zoè in città, progetto Start the change e P.E.E.R, Monica e Paolo e tutti coloro che ne hanno preso parte. È stata un’esperienza incredibile!

Intervista a Nicole Arione (nipote di Andrea Arione)

«Si viene davvero catapultati in un’altra epoca quando si entra nel locale e penso sia proprio questa la cosa più affascinante: sembra di entrare in un bar parigino nel periodo della Belle Epoque».

Credo che tutti voi conosciate i Cuneesi al rhum, i famosi cioccolatini ripieni al liquore dall’inconfondibile carta rossa che li avvolge. Magari, però, pochi sapranno la storia che c’è dietro, fatta di tradizione ed innovazione che ha permesso al marchio Arione e alla caffetteria che ne prende il nome di diventare celebri non solo a Cuneo. Grazie a Nicole Arione, nipote di secondo grado di Andrea Arione (ideatore dei Cuneesi), ci addentriamo in questa storia curiosa, per conoscere più da vicino quest’eccellenza gastronomica e non solo. Pronti per un viaggio all’insegna della golosità?

  1. Qual è la storia della famosa caffetteria cuneese Arione?
    Nel 1923 Andrea Arione si sposò con Rosa Ricca, giovane donna originaria del pinerolese e in quello stesso anno i coniugi aprirono il loro primo negozio di pasticceria in proprio. Il locale era situato in un palazzo a fianco della chiesa del Sacro Cuore, in corso Nizza 33. Andrea Arione si iscrisse il 17 marzo 1923 alla locale Camera di Commercio e diede inizio all’attività «per la produzione ed il commercio di dolciumi, confetteria e pasticceria».
    Nel 1928 Andrea e Rosa diventarono genitori per la prima volta, al primogenito venne dato il nome di Secondo e ben presto imparò l’arte artigianale del padre. È nel laboratorio annesso al negozio di corso Nizza che Andrea Arione pensò di creare un nuovo prodotto a base di cioccolato e rhum: i Cuneesi al Rhum. Andrea festeggiò i suoi trent’anni trasferendosi in una nuova sede, più centrale rispetto alla precedente, nell’attuale piazza Galimberti (al tempo piazza Vittorio Emanuele II). Con una serie di ampliamenti successivi, il locale acquisì la dimensione attuale e si creò la sala da thè dell’estensione odierna. I mobili in stile neobarocco, secondo un gusto eclettico di fine Ottocento, ancora attuale nella prima metà del Novecento, si abbinavano alla “modernità” del packaging delle scatole per torte in legno, per permettere le spedizioni, o in cartone per la consegna a clienti più vicini. Il successo riscosso dai Cuneesi al Rhum indusse i fondatori a tutelare il nome come marchio di fabbrica presso il Ministero dell’Industria e del Commercio e si giunse a brevettare il prodotto. Purtroppo, la mattina di Natale del 1962, Andrea Arione morì improvvisamente.
    L’attività della ormai celebre pasticceria continuò e ad Andrea subentrò suo figlio Secondo, coadiuvato dalla moglie Graziella Arrigoni. La seconda generazione alla guida ampliò ulteriormente l’attività e i Cuneesi al Rhum oltrepassarono i confini dell’Italia e vennero conosciuti a livello europeo e intercontinentale. Ancora giovane, Secondo morì nel 1974, il 28 dicembre.
    La produzione dei Cuneesi proseguì con il nipote del fondatore, che ne portava il nome, Andrea.
    Andrea Arione, per oltre quarant’anni alla guida della storica pasticceria, consolidò la fama del locale che diventò meta di ospiti illustri del mondo della politica e dello spettacolo. Nel 2012 Andrea Arione fu insignito di un titolo prestigioso a riconoscimento dell’attività svolta nella provincia cuneese e non solo; la Camera di Commercio proclamò Andrea Arione «Cuneese nel Mondo». Tre anni fa Andrea Arione, che non fu mai un pasticciere come il nonno, ma un vero e proprio imprenditore, ha prematuramente e improvvisamente lasciato la famiglia una sera di agosto. La storia continua, questa volta con una conduzione tutta al femminile, con la moglie, la sorella e le figlie di Andrea. Spettano alla quarta generazione della famiglia l’onore e la responsabilità di continuare l’attività di pasticceria sorta quasi cent’anni fa dall’estro e dal genio di Andrea Arione.

  2. Cosa può raccontarci del fondatore, Andrea Arione?
    Non ho mai personalmente conosciuto mio bisnonno, ma dalle amorevoli parole che hanno sempre tutti riservato per lui posso dire che era una persona molto dolce e legata alla propria famiglia. Amava Cuneo, questi territori e tutto ciò che la nostra provincia può e poteva offrire già all’epoca. Era una persona dotata di un grande estro, una spiccata creatività e una particolare attitudine all’imprenditorialità che gli ha permesso di fondare un’impresa con solide basi e all’avanguardia.
    Andrea Arione nacque a Cuneo nel 1899, e, come tutti quelli della sua generazione, i cosiddetti «ragazzi del ‘99», nel 1917 venne arruolato nelle file dell’esercito italiano e fu mandato a combattere al fronte nei giorni successivi alla battaglia di Caporetto. Finita la Grande Guerra si trasferì a Torino dove iniziò a lavorare come apprendista pasticciere. Il capoluogo piemontese vantava sin dalla metà del Settecento una nobile tradizione nella produzione del cioccolato e nei primi decenni del Novecento vi operavano grandi maestri cioccolatieri come Cafferel, Prochet, Cailler-Stratta. In questo ambiente già famoso per l’attenzione rivolta al mondo del cioccolato decise di aprire una pasticceria e poi, appunto, di inventare i Cuneesi al Rhum.

  3. Oggi da chi è gestito?
    Oggi gestiamo l’azienda io, mia sorella Rossana, mia mamma (Vanna Martini) e mia zia (è la sorella di mio papà. Laura Arione). La ditta è dunque diventata un’impresa al 100% femminile.

  4. A cosa è dovuto tale successo, secondo lei?
    Il successo è probabilmente dovuto all’attenzione e cura che mettiamo nei nostri prodotti. Utilizziamo solo materie prime di alta qualità, abbiamo prodotti e semilavorati creati appositamente per noi e per le nostre esigenze. Cerchiamo di soddisfare una vasta clientela con i gusti più disparati con l’amore che ci contraddistingue da sempre. L’azienda conta circa ventisette o ventotto dipendenti, eppure qui è come una grande famiglia; i nostri dipendenti sono sempre molto disponibili e mettono tutta la loro passione nelle mansioni che svolgono. La dedizione e la cura per i dettagli sono la ricetta migliore per il successo.

  5. Parliamo di lei un po’ più da vicino.

    Di cosa si occupa nell’azienda di famiglia?
    Mi sono laureata nel 2018 in Economia Aziendale a Cuneo (triennale) e ora sto concludendo l’ultimo anno di magistrale a Torino. Essendo occupata a tempo pieno in azienda non sto frequentando le lezioni universitarie, vado in università solo per sostenere gli esami. In azienda mi occupo principalmente delle strategie di business, della gestione del personale e della contabilità. Una parte importante del mio lavoro riguarda la relazione con fornitori, clienti e istituti di credito.

    Cosa ama di più del suo lavoro?
    Del mio lavoro amo il fatto che sia molto vario: ogni giorno mi occupo di cose differenti. Mi piace gestire la parte di pubblicità sui social e il sito di vendite online grazie al quale spediamo i nostri prodotti in tutta Italia ed Europa. Amo il mio lavoro perché è molto gratificante saper di poter rendere felici le persone (ritengo che mangiare dolci, e soprattutto cioccolato, sia una delle gioie della vita) e una delle cose più belle in assoluto è vedere i bambini estasiati quando entrano nel locale e vedono tutti i pasticcini, le torte e i cioccolatini.

    Come ci si sente ad essere la nipote del famoso Arione e a portare un cognome così celebre?
    Per me è un grande onore essere sua nipote, siamo una famiglia molto semplice, amiamo le cose vere e quotidiane della vita. Non sento il peso di un cognome comunque abbastanza conosciuto in Cuneo, sono orgogliosa di fare parte di questa azienda, di poter dare il mio contributo.

    Quali ricordi ha della sua infanzia in pasticceria e nel locale?
    Ricordo che la domenica mattina mamma portava me e mia sorella qui in negozio e facevamo colazione sedute ad un tavolino in sala (sempre lo stesso), era un momento bellissimo, solo nostro. Ho tantissimi ricordi legati al locale, sono praticamente cresciuta qui dentro. Un ricordo bellissimo è legato al fatto che in quarta elementare con la mia classe eravamo venuti qui nel laboratorio di produzione e mio papà ci aveva spiegato alcuni procedimenti legati alla lavorazione del cioccolato. A fine mattinata avevamo rotto un grande uovo di cioccolato e lo avevamo mangiato tutti insieme.

  6. Addentriamoci maggiormente nella storia e nel prestigio del locale e del marchio Arione.

    Qual è, a suo parere, il legame tra la tradizione e l’innovazione in un marchio come il vostro?
    Il legame tra tradizione e innovazione è di certo indissolubile. Rimaniamo legati alle nostre tradizioni, ai nostri procedimenti e alle nostre lavorazioni rigorosamente effettuate a mano, però abbiamo sempre uno sguardo rivolto al futuro. È importantissimo saper innovare sia a livello di prodotti (quindi nuovi prodotti per nuove esigenze) sia a livello di macchinari (tecnologicamente più efficienti e più precisi).

    È risaputo che ospite di Arione fu anche il celebre scrittore Ernest Hemingway. Cosa ci può raccontare a tal proposito?
    Hemingway era in viaggio verso Nizza e su consiglio del suo editore Arnoldo Mondadori decise di fermarsi qui per acquistare due chili di Cuneesi per sua moglie. Sicuramente è per noi grande vanto aver potuto ospitare un personaggio del calibro di Hemingway nel 1954. A tal proposito qualche anno fa lessi un articolo molto interessante su La Repubblica che sosteneva che probabilmente quella fu l’ultima volta che Hemingway venne in Italia, ed era risaputo quanto lui amasse il nostro Paese. Esponiamo ancora oggi nelle nostre vetrine la fotografia di Hemingway scattata l’8 maggio 1954 davanti all’ingresso del nostro locale.

    Quali altri personaggi famosi visitarono il vostro locale?
    Il locale ha fatto da sfondo ad alcune scene del film I compagni di Mario Monicelli, con Marcello Mastroianni e Annie Girardot, film del 1963 candidato all’Oscar per il soggetto e la sceneggiatura. Altri personaggi famosi che frequentano il locale sono scrittori (soprattutto nel periodo di Scrittori in Città), politici e alcune volte personaggi del mondo televisivo.

    All’interno del bar-pasticceria si rimane affascinati dalla calda atmosfera e dallo stile che pare retrò, quasi inalterato nel tempo: come descriverebbe l’ambiente, l’arredamento, la scelta dello stile del locale?
    L’ambiente è originario degli anni ’30, con le poltroncine in pelle rossa e le specchiere in legno, il soffitto a cassettoni. Ancora oggi esponiamo i cartelloni pubblicitari dell’epoca. Direi che l’ambiente è accogliente, caldo; si viene davvero catapultati in un’altra epoca quando si entra nel locale e penso sia proprio questa la cosa più affascinante: sembra di entrare in un bar parigino nel periodo della Belle Epoque. Cerchiamo ancora oggi di preservare questa peculiarità del nostro locale.

  7. Parliamo di Cuneo e del suo rapporto con Arione.

    Cosa ne pensa della città?
    Penso che sia una città a misura d’uomo, ma che allo stesso tempo abbia davvero tanto da offrire. La città è bella, curata nei dettagli e in una posizione strategica: a pochi passi dalla montagna, dalle spiagge liguri e francesi e dalle Langhe, che sono patrimonio UNESCO. Mi piace vivere qui, penso ci siano importanti realtà imprenditoriali che devono essere salvaguardate ed inoltre ritengo ci siano nella nostra provincia molti giovani che hanno voglia di fare e lavorare bene.

    Cosa ne pensava Andrea Arione?
    Non posso rispondere precisamente perché non ho avuto modo di conoscere il suo pensiero, ma credo che anche lui riconoscesse le grandi potenzialità di questo territorio. D’altronde nel momento in cui ha deciso di fondare il suo locale in questa città sicuramente credeva fortemente nella città e nei suoi cittadini.

    Perché Arione decise di aprire la sua caffetteria proprio a Cuneo? E perché in quell’edificio?
    Decise di aprire qui perché lui era originario di queste zone, la scelta dell’edificio direi che fu dettata dall’andamento dell’economia di quel periodo. Decisero di aprire in corso Nizza alta per poi trasferirsi in piazza Galimberti quando la banca che aveva la sua sede nel palazzo Ex Cassin fallì a seguito della crisi del ’29.

    Ci può parlare dello stretto legame che unisce la vostra attività al territorio di Cuneo?
    Siamo veramente orgogliosi di poter lavorare a Cuneo perché crediamo e conosciamo le potenzialità del territorio. Siamo contenti di poter portare con i nostri Cuneesi al Rhum un po’ di Cuneo in tutto il mondo, molti definiscono i Cuneesi al Rhum proprio come degli ambasciatori di Cuneo nel mondo. Un riconoscimento a tal proposito è avvenuto nel 2012 quando la Camera di Commercio di Cuneo insignì mio papà di un prestigioso premio denominato «Cuneese nel Mondo». Questo riconoscimento viene assegnato una volta all’anno ad una persona della provincia Granda che ha saputo, con il suo lavoro di eccellenza, portare Cuneo nel mondo e rendere conosciuta la nostra terra.

    Avete altri punti vendita? C’è l’idea di un ampliamento o di una filiale in zona?
    Per il momento è top secret, io e mia sorella siamo molto giovani quindi abbiamo tante idee e progetti in testa, compreso l’aprire nuovi punti vendita in zone strategiche del nostro Paese. Speriamo in futuro di poter realizzare qualche progetto importante.

  8. Indubbiamente, il vero simbolo della vostra attività è il Cuneese al Rhum. Ci parli di questo famoso cioccolatino.

    Quando è nato? Come?
    Il Cuneese nasce nel ’23 da un’idea di Andrea Arione che era pasticciere e amava sperimentare nel suo laboratorio.

    Che tradizione porta con sé?
    La tradizione è il punto forte del nostro prodotto. I visitatori di Cuneo ne portano sempre via qualche pacchetto da far assaggiare a casa, chi invece è di Cuneo e vuole fare degli omaggi molte volte si affida ai nostri prodotti.

    Come si è evoluto nel tempo? Cosa è cambiato e cosa rimane inalterato?
    Del Cuneese al Rhum non è cambiato nulla, viene fatto da novantasette anni nello stesso modo seguendo la ricetta tradizionale. Il processo manuale è rimasto il medesimo, anche la tradizionale carta in cui vengono incartati non è mutata. Quello che è cambiato è l’assortimento dei nostri Cuneesi, oggi infatti ne esistono diverse varianti: alla nocciola, al cremino, al caffè, al marrone e al Grand Marnier.

    Qual è la ricetta?
    Il Cuneese al Rhum è composto da una crema pasticcera a cioccolato e rhum racchiusa tra due cialde di meringa, il tutto è ricoperto da uno strato sottile di cioccolato extra fondente.

    Quanto contano le materie prime?
    Le materie prime contano davvero molto, penso siano uno dei nostri punti forti. Per realizzare un prodotto di eccellenza è necessario partire da materie di elevata qualità. Abbiamo ancora oggi un’azienda che produce il Rhum in modo particolare soltanto per noi.

  9. Per quali altri prodotti siete conosciuti?
    L’altro nostro prodotto principale sono le meringhe alla panna, davvero apprezzate da grandi e piccini. A Cuneo siamo anche conosciuti per la nostra caffetteria e per le nostre colazioni golose.

  10. Fermarsi da Arione, con l’idea di prendersi qualcosa di caldo o di goloso, magari in una giornata di pioggia, è diventato un rito per tutti i cuneesi, ma non solo: vero che siete una meta affermata anche per i turisti? Cosa ordinano solitamente?
    I turisti che visitano Cuneo sono sempre di più e noi ce ne stiamo davvero accorgendo negli ultimi anni, segno che la nostra è una città meravigliosa da valorizzare il più possibile. Solitamente i turisti vengono da noi per la colazione o gli aperitivi e non dimenticano mai di portare a casa qualche pacchetto di Cuneesi o dei nostri pasticcini.

  11. Se dovesse dare un messaggio ai giovani e meno giovani cuneesi, cosa direbbe loro?
    Ai giovani e meno giovani cuneesi direi di viaggiare il più possibile per scoprire nuove realtà e punti di vista, ma portare sempre nel cuore la nostra meravigliosa città e ovviamente i Cuneesi al Rhum per far conoscere i nostri sapori e tradizioni in tutto il mondo.

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