Il discorso tenuto da Liliana Segre, Senatrice a vita e sopravvissuta all’Olocausto, il 27 gennaio al Parlamento Europeo in occasione della Giornata della Memoria mi ha profondamente toccato e, pertanto, ci tengo molto a condividere il suo importante messaggio.

La Senatrice, nata a Milano nel 1930 da una famiglia ebraica e deportata ad Auschwitz assieme al padre, inizia a parlare dicendo che il 27 gennaio è solo una data, una giornata a cui è stata data un’importanza che in fondo non c’è. In realtà Auschwitz non è stata liberata quel giorno, quel giorno l’Armata Rossa vi è entrata ma i nazisti erano già scappati tanti giorni prima. Quando arrivarono i soldati russi si trovarono di fronte a uno spettacolo surreale ai loro occhi, che purtroppo ancora oggi qualcuno non vuole vedere. «Lo stupore per il male altrui, che nessuno che è stato prigioniero ha mai potuto dimenticare»:  così è così descritta questa scena da Primo Levi nella Tregua.

Il 27 gennaio Liliana aveva tredici anni ed era operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union, dove si producevano bossoli per mitragliatrici. Quella ragazzina scheletrica e disperata non fu liberata il 27 gennaio dall’Armata Rossa ma, come altri prigionieri ancora in vita, era stata obbligata a cominciare la cosiddetta “Marcia della morte”, che durò mesi e mesi: le persone deportate attraversarono la Polonia, la Germania, passarono per altri lager fino ad arrivare allo Jugendlager di Ravensbruck. In quella marcia non ci si poteva aggrappare a nessuno, bisognava camminare, una gamba dietro l’altra. Non bisognava cadere o c’era la morte. Nessuno voleva morire, anzi tutti erano pazzamente attaccati alla vita, tanto da mangiare tutto quello che trovavano. Bisognava andare avanti, camminare e camminare. Ma come si fa a sopravvivere in queste condizioni? «Perché la forza della vita è straordinaria, è questo che dobbiamo trasmettere ai giovani di oggi», dice la Senatrice. Oggi abbiamo tante paure, tante insicurezze, ma forse anche troppi vizi. Dobbiamo saper guardare avanti e combattere con tutte le forze che ci rimangono. 

Poi, procede nel suo discorso dicendo che a sbagliare non fu solo il popolo tedesco, bensì tutta l’Europa occupata dai nazisti, nella quale i vicini di casa erano percepiti come dei nemici. Dove la paura faceva sì che la scelta fosse di pochissimi. 

Il razzismo e l’antisemitismo ci sono sempre stati, sono insiti nell’animo dei poveri di spirito. Arrivano dei momenti in cui ci si volta dall’altra parte, in cui è più facile guardare il proprio cortile e chi vuole approfittare di questa situazione trova il terreno adatto per farsi avanti. La parola razza la sentiamo ancora oggi: ecco allora che dobbiamo combattere questo razzismo strutturale che resta.

La Segre ricorda inoltre come dopo la guerra fosse una ragazza ferita e selvaggia che non sapeva più come mangiare con la forchetta. Liliana non tralascia il dolore e il tormento portato da questi ricordi difficili, che però sente il dovere di condividere, soprattutto con le nuove generazioni, per ricordare il male altrui. 

Conclude il suo commovente discorso evocando l’immagine di una bambina di Terezin che disegnò con le matite colorate una farfalla gialla che volava sopra i fili spinati. Così la senatrice lascia un semplice ma potente messaggio da nonna ai suoi “futuri nipoti ideali”: «Che siano in grado di fare la scelta [della non indifferenza] e, con la loro responsabilità e la loro  coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.»

 

Alice Taricco

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