L’arte della fotografia

Nella società odierna fare le foto è diventato alla portata di tutti. Che sia col cellulare o con una macchina fotografica professionale a molti piace catturare dei momenti di vita. Spesso scattiamo delle foto a quello che mangiamo o ai posti che visitiamo. Ma in questa marea di gente che fa foto per immortalare un ricordo, c’è anche chi della fotografia fa la propria professione.

Come fa Platon, fotografo nato in Grecia da una famiglia di artisti: la madre è infatti una storica dell’arte, mentre il padre è un architetto. Platon considera la macchina fotografica uno strumento di comunicazione attraverso il quale può raccontare delle storie. Ed è proprio quello che fa: tramite le foto comunica dei messaggi potentissimi. Per Platon infatti la cosa più importante è il sentimento, il messaggio che vuole fare arrivare alle persone. Attraverso le sue fotografie, anche mediante i ritratti, riesce a trasmettere l’anima dell’oggetto immortalato.
Platon ha iniziato la sua carriera fotografando non miti e celebrità, ma scattando in strada, fotografando la gente povera. Ma grazie alla sua maestria e alla sua capacità di arrivare al cuore dell’osservatore, Platon è diventato un fotografo di fama mondiale: così ha fotografato le persone più importanti e potenti degli ultimi vent’anni, da Bill Clinton a Gheddafi. Mantenendo sempre una grande semplicità, si caratterizza per uno stile audace che arriva dritto alle persone. Nella fotografia cerca risposte, analizza la condizione umana e costruisce un legame tra il soggetto della foto e l’osservatore. La dignità dei soggetti si evince dal loro sguardo, forte e provocatorio.

Platon può essere definito un provocatore culturale perché attraverso l’arte porta alla luce le situazioni difficili dell’umanità, come la violenza e la guerra; riesce a inserire nei suoi scatti una magia e un’intimità che creano un opera d’arte.
Nel proprio lavoro Platon cerca non il bello, ma il vero: coglie i dettagli più nascosti dell’uomo e li rende accessibili a tutti. Avverte una grande responsabilità nel raccontare le storie nel modo più adeguato per far arrivare il messaggio giusto. Lo fa con delicatezza e determinazione.
Per vedere con i vostri occhi l’arte di Platon potete visitare la sua pagina: http://www.platonphoto.com/

Alice Taricco

Fame

Essenza primaria dell’essere umano.

Spinta alla sopravvivenza e volontà di potere, di controllo, di affermazione. L’uomo è fame, l’uomo è appetito, sfrenato, che non viene mai saziato. Siamo in perenne ricerca di qualcosa da buttare giù, nella speranza che ciò che ci scenda nel ventre sia riconducibile ad una pozione magica che ci faccia diventare grandi, possenti. Un giorno, magari, potremmo arrivare ad essere grassi come la Terra e pensare di controllare tutto, per poi accorgerci che vorremmo solo perdere peso.

Ma la verità è un’altra, che non c’è così bisogno di ingurgitare costantemente qualcosa, di mandare giù bocconi che nemmeno troviamo invitanti, che mangiamo solo per il gusto di metterci qualcosa in bocca.

Bisogna sentirla, la fame. Bisogna fare in modo che ci pervada le ossa e le vene, che sì, ci faccia anche chiudere lo stomaco per i crampi e ci faccia capire quanto avere il piatto vuoto faccia male. Non ci possiamo cucinare tutto. Non possiamo avere tutto sotto il naso e cullarci nell’avere sempre una tavola imbandita a cui sedere per colmare tutti i nostri bisogni.

Bisogna essere soli, seduti ad un tavolo spoglio, con nessuno che brindi con noi. Bisogna saper accendere un fuoco e scaldare tutto in una pentola, non fare caso a quello che potremmo avere ma a quello che abbiamo ora e solo quando lo capiremo potremo cominciare a sentire lo stomaco pieno.

Avere fame. Sempre, comunque e in ogni tempo: non basta buttar giù senza pensare, bisogna riflettere su cosa si vuole mangiare e decidere ingredienti, spezie e sapori.

Ma bisogna sempre avere fame. In ogni dove, in ogni luogo.

Mai perdere la voglia di sedersi ad un tavolo e condividere le proprie aspirazioni e le proprie necessità. Non si arriva mai alla meta con la bocca piena. Festeggiate con una torta, un piatto di spaghetti, un tiramisù, ma non pensate che possiate mangiarne all’infinito. Non sarete mai abbastanza pieni, mai abbastanza grassi. Prendere tutto, con forza, con voglia, che solo con la fame si cresce.

È il bisogno primario di tutti. È il bisogno primario di chi la vita la vuole sentire fino alle ossa. Siamo animali, e non c’è nulla di più bello che saziare il proprio appetito di vita, o di dolce, qualunque esso sia.

a cura di Cecilia Capello 

Liliana Segre: la forza della vita

Il discorso tenuto da Liliana Segre, Senatrice a vita e sopravvissuta all’Olocausto, il 27 gennaio al Parlamento Europeo in occasione della Giornata della Memoria mi ha profondamente toccato e, pertanto, ci tengo molto a condividere il suo importante messaggio.

La Senatrice, nata a Milano nel 1930 da una famiglia ebraica e deportata ad Auschwitz assieme al padre, inizia a parlare dicendo che il 27 gennaio è solo una data, una giornata a cui è stata data un’importanza che in fondo non c’è. In realtà Auschwitz non è stata liberata quel giorno, quel giorno l’Armata Rossa vi è entrata ma i nazisti erano già scappati tanti giorni prima. Quando arrivarono i soldati russi si trovarono di fronte a uno spettacolo surreale ai loro occhi, che purtroppo ancora oggi qualcuno non vuole vedere. «Lo stupore per il male altrui, che nessuno che è stato prigioniero ha mai potuto dimenticare»:  così è così descritta questa scena da Primo Levi nella Tregua.

Il 27 gennaio Liliana aveva tredici anni ed era operaia schiava nella fabbrica di munizioni Union, dove si producevano bossoli per mitragliatrici. Quella ragazzina scheletrica e disperata non fu liberata il 27 gennaio dall’Armata Rossa ma, come altri prigionieri ancora in vita, era stata obbligata a cominciare la cosiddetta “Marcia della morte”, che durò mesi e mesi: le persone deportate attraversarono la Polonia, la Germania, passarono per altri lager fino ad arrivare allo Jugendlager di Ravensbruck. In quella marcia non ci si poteva aggrappare a nessuno, bisognava camminare, una gamba dietro l’altra. Non bisognava cadere o c’era la morte. Nessuno voleva morire, anzi tutti erano pazzamente attaccati alla vita, tanto da mangiare tutto quello che trovavano. Bisognava andare avanti, camminare e camminare. Ma come si fa a sopravvivere in queste condizioni? «Perché la forza della vita è straordinaria, è questo che dobbiamo trasmettere ai giovani di oggi», dice la Senatrice. Oggi abbiamo tante paure, tante insicurezze, ma forse anche troppi vizi. Dobbiamo saper guardare avanti e combattere con tutte le forze che ci rimangono. 

Poi, procede nel suo discorso dicendo che a sbagliare non fu solo il popolo tedesco, bensì tutta l’Europa occupata dai nazisti, nella quale i vicini di casa erano percepiti come dei nemici. Dove la paura faceva sì che la scelta fosse di pochissimi. 

Il razzismo e l’antisemitismo ci sono sempre stati, sono insiti nell’animo dei poveri di spirito. Arrivano dei momenti in cui ci si volta dall’altra parte, in cui è più facile guardare il proprio cortile e chi vuole approfittare di questa situazione trova il terreno adatto per farsi avanti. La parola razza la sentiamo ancora oggi: ecco allora che dobbiamo combattere questo razzismo strutturale che resta.

La Segre ricorda inoltre come dopo la guerra fosse una ragazza ferita e selvaggia che non sapeva più come mangiare con la forchetta. Liliana non tralascia il dolore e il tormento portato da questi ricordi difficili, che però sente il dovere di condividere, soprattutto con le nuove generazioni, per ricordare il male altrui. 

Conclude il suo commovente discorso evocando l’immagine di una bambina di Terezin che disegnò con le matite colorate una farfalla gialla che volava sopra i fili spinati. Così la senatrice lascia un semplice ma potente messaggio da nonna ai suoi “futuri nipoti ideali”: «Che siano in grado di fare la scelta [della non indifferenza] e, con la loro responsabilità e la loro  coscienza, essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.»

 

Alice Taricco

La caratterizzazione negativa del femminile

Da sempre la donna è soggetta a discriminazioni dal punto di vista sociale a causa della caratterizzazione negativa del femminile, una corrente di pensiero piuttosto comune non solo nel linguaggio ordinario, ma, purtroppo, anche nella storia della filosofia: in passato la mancanza di un punto di vista femminile in ambito filosofico poteva essere, in parte, giustificata dalla mentalità retrograda del tempo, che non permetteva alle donne di esercitare molti diritti fondamentali; purtroppo, però, ancora oggi il pensiero femminile è poco presente nei manuali. Da un certo punto di vista, la filosofia può essere considerata complice, se non colpevole, di tale caratterizzazione, avendo propagato la convinzione che la razionalità, intesa come capacità di produrre inferenze logiche valide, sarebbe una prerogativa esclusivamente maschile, ed escludendo in tal modo le donne dalle pratiche scientifiche e dalla sfera conoscitiva. 

Aristotele, nella Politica, afferma: «il maschio è per natura migliore, la donna peggiore, l’uno atto al comando, l’altra ad obbedire». Queste parole risultano ancora più discutibili alla luce della definizione aristotelica di essere umano come animale razionale: se a distinguere l’uomo dagli altri animali è essenzialmente l’uso ragione, allora la donna sarebbe da considerarsi alla stregua delle bestie. Anche secoli dopo, nell’ambito della filosofia medievale, vediamo pensatori come Tommaso d’Aquino esordire con: «la donna è un uomo mancato, un essere occasionale», o Agostino sostenere che «la donna è una bestia né salda né costante». Secondo queste definizioni, le donne non sarebbero portate per le discipline prettamente razionali, come la filosofia e le scienze matematiche, ma fortemente legate alla dimensione delle emozioni e, dunque, all’ambito privato della casa e della famiglia. 

Secondo Simone de Beauvoir il genere, a differenza del sesso biologico, sarebbe una costruzione sociale, strettamente collegata alle dinamiche e alle norme presenti nella comunità all’interno della quale ci si forma. Dunque, se la condizione di oppressione e discriminazione che caratterizza le donne fosse fondata sul loro sesso biologico, allora non si potrebbe intervenire, ma poiché si tratta di una discriminazione di genere, essa trova le sue radici, e insieme la sua correzione, all’interno della stessa società in cui si sviluppa. Nasciamo femmine (o maschi), ma le nostre pratiche sociali ci impongono di diventare donne (o uomini) e di interpretare, sulla base di ciò, ruoli differenti all’interno della società. 

«Donna non si nasce, piuttosto lo si diventa»

(S. de Beauvoir, Il secondo sesso, 1949)

Anche l’etica della cura è strettamente legata all’ontologia di genere e al pensiero femminista: Eva Kittay sostiene che la politica moderna sia caratterizzata dalla rimozione del carattere vulnerabile della nostra esistenza, portando così alla stigmatizzazione della persona bisognosa di cure, e relegando alle donne il compito di prendersi carico dell’assistenza di chi non è autosufficiente, in quanto considerate più portate sulla base di un rimando alla relazione di cura che si instaura naturalmente tra madre e figlio: una relazione assolutamente non reciproca e fine a se stessa, che per molti sarebbe addirittura da considerarsi segnale di un’inferiorità anche morale, oltre che razionale, della donna.  Sotto questo punto di vista l’etica della cura necessiterebbe di una teoria della giustizia, che la definisca moralmente e politicamente, poiché alimentando l’idea che la cura sia prerogativa femminile, si alimenta di conseguenza anche il pregiudizio. La questione del diritto dei soggetti più vulnerabili a ricevere delle cure, non può essere d’interesse esclusivo delle donne, ma dovrebbe essere una questione politica, riguardante ogni cittadino, e il fatto che non lo sia evidenzia una profonda problematica sociale: la disparità tra chi politicamente definisce i bisogni di cura (uomini) e chi abitualmente eroga questo servizio (donne, per lo più straniere). 

Occorre abbandonare il mito dell’uomo come individuo sufficiente a se stesso: Martha Nussbaum ritiene che per risolvere i problemi legati alla cura, si debba partire dallo scardinamento del pensiero che vede l’uomo come autonomo e non vulnerabile, portando all’esclusione delle persone bisognose di cure dal contratto sociale, in quanto inabili a restituire reciprocamente quanto ricevono. 

La cura è un bene fondamentale del cittadino. Occorre adottare una visione della persona che unisca la definizione Socratica di animale sociale a quella di Marx di uomo come creatura bisognosa di una pluralità di attività di vita, affrontando la questione della cura anche dal punto di vista della giustizia sociale, e, in questo modo, abbattendo gran parte dei pregiudizi che, ancora oggi, tengono la donna legata ad una dimensione privata e familiare.

 

Denise Arneodo

Felicità

La felicità non è qualcosa che decidi.

Non è un paio di calze che compri in saldo.

Non è il bicchiere di vino che ti versi il venerdì sera.

E non sei nemmeno tu, che giochi nella mia vita come fosse Scarabeo: parole che s’incastrano e s’illudono di essere vere ma sono in una lingua che nemmeno riesco a leggere.

Felicita è un nome femminile ma di femminile non ha proprio niente: non ha la sinuosità di un paio di gambe che avanzavano, non ha la luce di un paio di occhi che vedono per la prima volta un tramonto dopo giorni di pioggia, non è leggera come una chioma liscia che nasconde un volto timido. La felicità non è donna.

La felicità non sono io che cerco di muovermi in questa vita.

La felicità sono io che mi fermo, in silenzio e mi guardo allo specchio. Me la disegno io, segno i contorni di un corpo che mai mi è appartenuto, magari colorato d’ambra, d’argento, con lunghe forme che sembrano sfiorare il cielo e fanno invidia ai bianchi peschi che nel tardo mese di giugno fioriscono.

Ah, che bella la felicità: è la Venere di Botticelli bruna, è la Dafne di un Bernini senza tempo, è la femmina che mai potrò essere.

La felicità non esiste.

O meglio, è un rigido orologio svizzero. Ti concede circa trenta secondi di idillio per poi lasciarti in balia del vuoto, in cui ti rompi nello specchio sul quale avevi disegnato.

Mezzanotte, non hai più tempo. Lo specchio si rivela l’amara realtà che non hai mai voluto vedere, che hai sempre sfiorato senza mai vivere, è l’insicurezza che hai voluto toglierti di dosso ma che ti pulsa in cuore, che non puoi abbandonare. La vedi la luce sullo sfondo?

Un sogno che si allontana. Sei tu che non mi hai ascoltato, che non hai voluto prendermi per mano e dirmi: «la felicità non esiste ma esisti tu con una matita in mano che fai delle tue sporgenze quel che vuoi, che fai di me che ti guardo uno spettatore silenzioso nella Galleria degli Uffizi, che mi porti a vedere una stella cadente che racchiude la vita che tieni nel cassetto sinistro vicino al letto».

Che favola immacolata, che lieto fine tanto aspettato.

Ma sono frantumi. Solo cocci sparsi su un pavimento di carta.

Tu non ci sei, non ci sei mai stato, hai suonato alla porta di casa mia e una volata di vento ti ha portato via, un’onda del mare in inverno mi ha fatto credere che pronunciassi il mio nome ma era solo una goccia in un mare in tempesta.

Un giorno mi domandai se le anime si possano scegliere: mi piacerebbe andare al mercato e comprarne una estremamente attenta, loquace, non diffidente delle idee che mi possano nascere da un sorriso, che mi guardi con quell’aria spaventata che Dorian aveva quando guardava il suo dipinto, così terrorizzata e affascinata. Ecco, quanto vorrei un’anima che mi guardi così, che abbia una paura tale da divenire folle nel guardarmi, da dirmi «non c’è volta in cui ti guarderei e insieme smetterei di guardare, mi fai tremare per l’orrore della profondità dei tuoi occhi: dentro ci ho visto le verità che non mi sono mai detto».

Un occhio che nasconde un segreto.

Ma quanta voglia hai tu di guardarmi? Nessuna.

La felicità non si decide. È un rigido orologio svizzero. Ti concede trenta secondi e poi… ti accorgi che le lancette non ci sono, che i numeri sono infiniti ed il meccanismo sei tu: ingranaggio di qualcosa che non c’è e che ti sei illuso ti potesse dar sollievo dalla consapevolezza a cui non c’è riparo per solitudine di un uomo. Uomo che contempla un susseguirsi di stagioni, aspettando la brezza di un’estate che sembra profumare di felicità ma è solo l’ennesimo gelido inverno che non lascia altro che una lacrima ghiacciata sul viso.

Ricordatelo: la felicità non esiste.

La prossima volta che devi prendere una decisione: nasci e muori sola e mai nessuno verrà a trovare la bellezza che racchiudi dietro quella lacrima ghiacciata.

 

Ma a volte sono solo balle. La felicità non esiste perché ce la costruiamo noi. Pennello in mano ed egoismo nell’altra, prendiamo un ricordo piatto e lo distruggiamo, lo modelliamo, lo facciamo girare a ritmo di musica. Azzeriamo l’odio, l’insofferenza, la malinconia, tutti i “avrei potuto” e ci fermiamo.

Un secondo, in silenzio.

Guardiamoci negli occhi e nelle mani, guardiamo di nuovo per ricordarci che non va sempre tutto male, che non è una vita di merda la nostra, che non solo perché perdiamo per un attimo il volante della nostra strada allora tutto andrà in catafascio. Che anche se dentro abbiamo qualche fiore del male, possiamo comunque andare in un campo di margherite, che anche se non riusciamo più a parlare, possiamo comunque ascoltare la musica e stare in silenzio, che anche se non riusciamo più ad abbracciare non vuol dire che qualcuno non ci guardi le spalle.

Ricordiamocelo a vicenda, che magari qualche volta si perde di vista ma abbiamo ancora l’arte per salvarci dai nostri pensieri. 

Siamo felici, soprattutto adesso, soprattutto quando magari pensiamo di essere i soli a soffrire. L’arte non rimane perennemente la stessa, non esistono quadri riprodotti in serie: la felicità è il museo di quadri in cui ci muoviamo, non l’album di foto tutte uguali che guardiamo a lume di candela. Godiamoci le sfumature della nostra crescita, dei nostri sbagli, dei nostri segreti. Siamo tutti felicità ma dobbiamo avere il coraggio di provarla, perché a volte è molto più facile chiudersi nel dolore e nel silenzio e far finta che un quadro valga l’altro, che un profumo sia insipido e che uno sguardo sia vuoto.

Ricordiamocelo, che siamo artisti. Che a disegnare possiamo prenderla tutti la sufficienza. Magari anche con la lode.

 

[Ho voluto accodare ad un pezzo scritto tempo fa una continuazione, per ricordare anche a me stessa come basti togliersi dagli occhi cosa faccia male, per capire che non serva molto per trovare la propria arte. Non c’è nulla di più bello che stare nel proprio museo].

 Testo a cura di cecilia Capelli. 

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