Tamerlano

Devoto musulmano e portatore dell’ortodossia sunnita, Tamerlano fu forse il peggiore incubo del mondo islamico che contribuì a mettere in crisi e a indebolire. Lo storico arabo Ibn Arabash gli dedicò, poco dopo la sua morte, le seguenti parole. “Egli passò nella maledizione di Dio, e fu precipitato nei più crudeli e più raffinati tormenti dell’inferno. Dio onnipossente, per la sua misericordia, liberò gli uomini da questa crudele schiavitù, e levò via dal mondo l’ultimo dei tiranni”. Fondatore di uno dei più vasti imperi della storia non si dedicò mai all’amministrazione delle sue conquiste, limitandosi a sfruttare i popoli assoggettati per semplici bisogni di guerra. Con il venir meno della sua personalità, infatti, l’immenso territorio da lui conquistato si disgregò nel giro di pochissimo tempo. Tamerlano tuttavia fu un mecenate illuminato ed ebbe nei confronti di artisti ed intellettuali un atteggiamento conciliante. Questo fu un fattore determinante in quanto la sua corte permise al mondo occidentale e quello orientale di toccarsi, garantendo la trasmissione dei saperi indo-arabici agli europei. La capitale dei suoi domini fu la mitica Samarcanda, che sotto il suo regno ebbe la massima espansione, raggiungendo il culmine della sua bellezza. Aspirava a riedificare l’impero mongolo considerandosi un discendente diretto di Gengis Khan, ma nella realtà fu sempre in contrasto con gli altri discendenti del Gran Khan, specialmente con l’Orda D’oro da lui distrutta. Alla fine della sua vita l’Impero creato spaziava dal Volga e dalle attuali Turchia e Siria ai confini della Cina, comprendendo tutta l’asia centrale, la Persia e l’India. Considerato uno dei più grandi geni militari esistiti non assunse mai altro titolo nobiliare al di fuori di quello di emiro (principe), e la sua limitata gestione dei possedimenti locali portò alla nascita di numerose nazioni moderne come l’Uzbekistan, il Kazakistan, il Turkmenistan e il Kirghizistan, dando un’importante impulso nella trasformazione dell’Impero persiano all’attuale Iran. Fondatore della Dinastia Timuride da lui discese Babur, il primo sovrano dell’Impero Mogol in India, con importati ripercussioni ai giorni nostri, quali la questione Pakistano-Indiana e gli attuali moti d’indipendentismo musulmano nella regione del Kashmir. Arrivò fino alle porte dell’Europa spadroneggiando nei territori ottomani e islamici, ritardando di 80 anni la caduta di Costantinopoli. Divenne padrone dell’Anatolia e, rivendicando la missione dell’Impero mongolo e il presunto diritto del medesimo al dominio universale, conquistò Smirne dagli Ospitalieri di Rodi cacciando e sottomettendo Focea e Chio. Ma attirato sempre di più dall’oriente che dall’occidente mosse contro la Cina della Dinastia Yuan e, colpito da una probabile polmonite, morì in territorio kazako. Dopo la sua morte la fama del conquistatore asiatico fece nascere una vera e propria tradizione letteraria in cui il personaggio assunse tratti mitici e leggendari. Finì per influenzare opere del calibro del Principe di Machiavelli e questo mito, partendo dall’Italia rinvigorito nel Cinquecento da Paolo Giovio, si diffuse in Europa dove Pero Mexia, enciclopedista spagnolo, lo introdusse nella sua opera enciclopedica. Numerose furono le opere teatrali a lui ispirate e tra di esse vanno ricordate “Tamerlano il Grande” di Marlowe e l’omonima opera lirica composta da Händel. Il suo vero nome era Tīmūr Barlas e, a cavallo tra il 1300 e il 1400, fu il centro gravitazionale delle politiche internazionali europee, asiatiche e medio-orientali.

La vita in Corea del Nord

Internet è pieno di pagine che riassumono la storia, la geografia, il regime politico e la società della Corea del Nord. Pochissimi, al momento parlano delle reali condizioni di vita della popolazione.

Questa tendenza al non proferire parola a tal riguardo si riconduce a due possibili spiegazioni.

La prima è la totale censura che il governo coreano attua nei confronti delle notizie che fuoriescono dai confini del paese. La seconda è dovuta all’impossibilità di intavolare un discorso sensato riguardante la questione Diritti Umani ai pochissimi summit internazionali a cui partecipa la Corea del Nord.

Il governo coreano ogni volta che si tocca l’argomento risponde sempre “La Corea del Nord non ha nessun problema riguardo ai Diritti Umani e non ha ulteriori cose da aggiungere”.

In realtà la  Repubblica Popolare Democratica di Corea non è una repubblica, né una repubblica popolare, né una repubblica popolare e democratica.

Nello stato in questione abbiamo un sistema politico totalitario di origine comunista. Una leadership dinastica (unico stato comunista al mondo con questa caratteristica). Una società neofeudale rigidamente divisa in caste.  Meccanismi di corruzione tra i più radicati sul pianeta e indottrinamento costante attraverso istruzione, propaganda e censure di ogni tipo.

Come si vive nella Repubblica di Corea ?

Tutto dipende dalla casta in cui nasci. Il primo livello è costituito dal “nucleo”. La maggioranza delle persone che nascono in essa sono destinate a incarichi governativi, carriere militari di alto profilo e vivono prevalentemente tutti nella capitale Pyongyang. Uno degli ultimi rapporti internazionali a riguardo ha stimato che gli appartenenti al nucleo non superino le duecentomila unità su una popolazione di ventitré milioni di individui.

Poi ci sono i “tiepidi”. Di solito questi ricoprono lavori minori quali, commercianti, insegnati e in qualche caso possono aspirare a diventare direttori statali di qualche piccola impresa o fabbrica. La carestia che ha colpito la Corea del Nord negli anni novanta ha permesso a questa casta di arricchirsi notevolmente a discapito dei più disagiati.

In ultima base troviamo gli “ostili”, che coprono più dei due terzi della popolazione nordcoreana. Chiunque nasca i questa casta viene monitorato, schedato e controllato a vita. Ogni suo spostamento è regolato da permessi restrittivi e al primo passo falso viene internato in appositi campi di “rieducazione” (simili ai lager nazisti e ai gulag sovietici). Gli appartenenti agli ostili non possono aspirare a cariche pubbliche e sono destinati esclusivamente a lavori agricoli e a bassa manovalanza operaia sottopagata.

Il regime capitanato da suo Leader Kim Jong-un mantiene il controllo sulle caste con una propaganda senza eguali nella storia dell’umanità.

Fin dall’infanzia si viene educati agli ideali del regime e viene insegnata una storia falsa che fa crescere la popolazione con una costante sindrome di accerchiamento.

Alle elementari viene insegnato che ogni stato al di fuori della Repubblica è ostile e vuole distruggere l’armonia creata all’interno del paese dal partito. Alle medie viene insegnato che non vi può essere vita al di fuori dello stato, che il capitalismo e la democrazia hanno distrutto il mondo. Alle superiori che l’unica fede contemplata è quella verso lo stato, il partito e il leader supremo. Il tutto viene condito da una povertà assoluta, la Corea del Nord ha un PIL pro-capite inferiore a quello del Mali, e da un soffocante stato di polizia.

E’ dagli anni novanta che studiosi, economisti ed esperti internazionali prevedono un crollo repentino dell’economia nordcoreana e la fine della dinastia Kim. L’assurdità è che queste previsioni, al momento, non sono state confermate dai fatti.

IL GIORNALISMO ITALIANO: STORIA IN PILLOLE

Le radici del giornalismo italiano affondano nel terreno fertile del 1600, secolo in cui gli avvisi e i fogli di notizie manoscritte vengono sostituiti da “gazzette a stampa” quindicinali o settimanali.

Le prime città a dotarsi di un bollettino settimanale sono Firenze e Genova rispettivamente nel 1636 e nel 1639. Le prime gazzette hanno il formato di libri e sono composte di un minimo di due e un massimo di quattro pagine, poiché la periodicità a 8 pagine comparirà solo verso la metà del secolo, precisamente nel 1660, anno di nascita del primo vero quotidiano moderno a Lipsia.

In Italia, tra il 1600 e il 1700 si amplia la rete delle gazzette dette “privilegiate” ovvero finanziate dai governi locali; ne escono a Torino, Bologna, Mantova, Messina, Parma e Modena, ma anche in altri centri minori. Nati come liberi libelli alla fine del XVII secolo, subiscono i primi casi di censura, sia statale che ecclesiastica, che ne scoraggia la produzione.

La Rivoluzione Francese segna una tappa fondamentale nella storia della stampa, dando al giornalismo un rinnovato impulso. L’articolo XI della Dichiarazione dei diritti dell’Uomo (1789) recita infatti: «La libera comunicazione del pensiero e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo: ogni cittadino può dunque parlare, scrivere e stampare liberamente, salvo rispondere dell’abuso di questa libertà nei casi determinati dalla legge».

Con la nascita del giornalismo politico in Europa si forma l’Opinione Pubblica, infatti in Italia le notizie provenienti dalla Francia rivoluzionaria provocano eccitazione e curiosità. In quegli anni cadono le restrizioni sulla stampa e, nel triennio giacobino, escono a Milano quattro giornali, venti a Genova e dieci tra Venezia, Roma e Napoli. Nascono in quel periodo le prime forme di giornalismo politico, sui temi della libertà di stampa e sul movimento patriottico neonato. Nel 1804 Napoleone torna in Italia e proclama la nascita delle Repubbliche napoleoniche. La penisola pullula oramai di giornali, anche se non più liberi, ma orientati verso la politica francese. Successivamente, con l’introduzione della “macchina a fabbricazione continua di carta”, cresce il numero di pagine e aumentano le tirature.

Per tutto il periodo della restaurazione, fino alla promulgazione degli editti del 1847-48, non esiste in Italia un giornalismo politico nel senso completo del termine, perché le idee nuove e nazionaliste vengono ancora espresse attraverso semplici fogli letterari e culturali. La fioritura dei giornali che si era verificata nelle fasi rivoluzionarie si ripete in misura molto più ampia e intensa nel 1848-49, biennio in cui la scena giornalistica italiana diventa tumultuosa a causa delle importanti rivolte cittadine. Nel clima della guerra di indipendenza compare a Torino la «Gazzetta del Popolo», primo giornale a prezzi popolari, con distribuzione al mattino e linguaggio semplice rivolto alla collettività.

La figura del giornalista, negli anni precedenti all’unificazione nazionale, comincia ad assumere lineamenti peculiari. Avvicinandosi al 1871, anno di Roma capitale, a muovere l’anima del giornalismo sono sempre le battaglie politiche: la sinistra sta cercando di fronteggiare lo strapotere della destra, cominciando ad impossessarsi di alcuni mezzi di informazione precedentemente appartenuti agli storici rivali politici. Questo gli varrà il governo nel 1876, anno in cui nasce a Milano il «Corriere della Sera».

Agli inizi del ‘900, nel momento in cui si aprono per l’Italia prospettive di progresso civile, sociale ed economico, la situazione dell’editoria giornalistica presenta ancora notevoli difficoltà ed è ancora fragile, non avendo un vero e proprio riconoscimento ufficiale. La popolazione cresce a ritmo sostenuto e il processo di urbanizzazione accelera, ma il 48% della popolazione resta ancora analfabeta.

Con la prima guerra mondiale, i giornali si dividono tra fronte neutralista e fronte interventista, incidendo molto sull’impostazione dei quotidiani, in primis perché cambiano diverse proprietà, in secondo luogo poichè muta l’intonazione delle notizie. La diffusione della stampa cresce nei primi mesi di conflitto, poi diminuisce con l’aumentare dei costi di produzione bellica e la successiva crisi economica. In questi anni avviene un forte incremento della censura voluto dal generale Luigi Cadorna, il quale non simpatizzava eccessivamente per la stampa. Tutte le notizie venivano dunque emanate dall’Ufficio Stampa del Comando Supremo dell’Esercito.

Tra il 1920 e il 1922 nascono nuovi giornali di partito e, nel periodo successivo alla marcia su Roma, avvenuta il 28 ottobre 1922, si assiste ad una sempre maggiore repressione delle libertà giornalistiche. Il direttore del «Corriere della Sera», Luigi Albertini, dopo numerosi attacchi squadristi, è costretto alle dimissioni. Infine, il 31 dicembre 1925, con la promulgazione delle leggi fascistissime, cessa la libertà di stampa. Cardini di questa legge sono gli articoli uno e sette, che creano la figura del direttore responsabile e istituiscono l’ordine dei giornalisti, controllato dal sindacato fascista, la cui iscrizione è obbligatoria per esercitare la professione. In poche parole i direttori diventano veri e propri vassalli del Duce. Mussolini, per limitare ancora di più la libertà dei giornalisti, si concentra su due obiettivi: il primo è sottoporre all’obbedienza i maggiori quotidiani cittadini; il secondo è dare un’impronta dottrinaria ai giornali inserendoli nella macchina del consenso, senza creare veri e propri Giornali di Stato. Nei confronti della stampa cattolica il regime adotta un particolare tatto, poiché nel complesso i fogli cattolici assecondano le propensioni della Chiesa ad un dialogo con il regime, in virtù dei Patti Lateranensi.

Anche la stampa della Resistenza è in quegli anni un fenomeno di dimensioni considerevoli, oltre che di grande valore politico. Si muove su due cardini preferenziali, la Stampa Clandestina e i Fogli delle Formazioni Partigiane. I principali giornali contro il fascismo sono l’«Unità», per quanto riguarda l’ala comunista, e l’«Italia Libera», che è l’organo d’informazione preferenziale del Partito d’Azione.

Dopo la Seconda Guerra mondiale escono molti giornali, alcuni con nuovo nome dopo l’esperienza fascista. Tra i più importanti abbiamo «Il Resto del Carlino», che fino al 1953 si chiamerà «Il Giornale dell’Emilia», il «Secolo XIX», «La Nazione», «Il Messaggero» e il «Giornale d’Italia». Nel luglio 1945 Rizzoli ottiene l’autorizzazione a pubblicare il settimanale «Oggi» in 16 pagine formato tabloid.

Il primo gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione, che nell’articolo 21 si propone di ridare libertà all’editoria giornalistica. Esso infatti afferma che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dall’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume».

Gli anni cinquanta sono il periodo d’oro del giornalismo italiano. I rotocalchi soddisfano sia il desiderio di favole moderne, sia l’aspirazione ad un’esistenza di benessere. Alcuni, come «Oggi», guadagnano molte copie vendute con articoli su famiglie reali, miliardari e divi del cinema. Il 2 ottobre 1955 nasce l’«Espresso»: 16 pagine al prezzo di 50 lire, il direttore è Arrigo Benedetti affiancato da Eugenio Scalfari. Questo giornale si fa paladino delle inchieste sulla malapolitica e sulle grandi questioni irrisolte, come l’abusivismo edilizio.

Il 1956 vede la nascita de «Il Giorno», che punta nella sua sezione politica alla collaborazione tra democristiani e socialisti, difendendo l’intervento pubblico in economia contro lo strapotere di Confindustria, e sostenendo le richieste d’indipendenza dei Paesi del Terzo Mondo.

Se la radio non ha mai messo in crisi l’attività giornalistica, con all’evento della televisione, nel 1954, viene a strutturarsi l’informazione di massa e le vendite dei formati cartacei calano vertiginosamente, soprattutto con la nascita del Telegiornale. Sulle prime i giornali incassano il colpo assestatogli dall’informazione televisiva incrementando il numero di pagine e la diversità di servizi, sempre più specifici ed intriganti, e aumentando anche il colore presente nelle immagini in essi contenute.

Il decennio che va dal 1970 al 1980 si caratterizza per la nascita del Giornalismo d’Attacco. Nel biennio 1968-69 la contestazione giovanile, la riscossa dei sindacati, le bombe di Milano, la nascita e lo sviluppo del Movimento Femminista scuotono il mondo dell’Informazione nostrana. Nascono «Il Giornale», sotto la direzione di Indro Montanelli e «La Repubblica», appoggiata da Mondadori ed amministrata da Eugenio Scalfari. Montanelli voleva creare un anti-Corriere della Sera con una linea politica moderata, un cartaceo che si rivolgesse ai cittadini insolenti nei confronti dei giochi di potere e del PCI. Scalfari dal canto suo voleva rivolgersi a coloro che, poliedrici, seguivano notizie di politica, economia, cultura e spettacolo, senza cronaca locale e con pochissimo sport.

Agli inizi degli anni ‘80 nascono le reti televisive commerciali, mentre la legge per l’editoria, garantendo maggiori fondi economici, salva molti quotidiani, consentendo di compiere le indispensabili riconversioni tecnologiche. I primi network sono Canale 5 di Silvio Berlusconi e Prima Rete del Gruppo Rizzoli.

La battaglia tra televisione e cartaceo continua fino al 1992, anno in cui le maggiori testate promuovono un ringiovanimento dei direttori, introducendo dei gadget all’interno dei giornali per venderne più copie.

Con l’avvento del satellite prima e di internet dopo, l’andamento delle vendite diminuisce ancora e, la sempre maggior facilità nel reperire notizie on-line fa calare drasticamente il numero di tirature.

Infine, secondo recenti studi riguardanti la sociologia dell’informazione, la produzione cartacea è destinata a scomparire nei primi 50 anni del XXI secolo: rimarranno forse solo i libri, seppur venduti in misura minore, come supporto per lo studio, e per i pochi romantici ancora attirati dal profumo di una buona carta stampata.

 

 ***Questo articolo è stato tratto dal decimo numero del magazine di 1000miglia, scaricabile al link https://www.1000-miglia.eu/wp-content/uploads/2017/11/1000MIGLIA-MAGAZINE-NOVEMBRE-2017.pdf

 

Emmeline, storia di una guerriera

Emmeline Pankhurst è uno dei più fulgidi esempi della lotta che il genere femminile ha intrapreso nell’epoca moderna.

Principale esponente del movimento delle suffragette, ha dedicato la sua intera esistenza ad una battaglia serrata contro lo strapotere maschile. Riteneva che la libertà delle donne non poteva prescindere dal diritto di voto, che è da sempre l’espressione più alta della democrazia, garantendo ad un cittadino di avere un peso politico.

Agli inizi del 1900 le donne versavano ancora in condizioni sub-umane e, sottomesse, avevano ben poche possibilità di uscire fuori dall’angolo sociale in cui si trovavano.

Però le radici del cambiamento, portate avanti dall’azione martellante delle suffragette, avevano ormai attecchito nel grigiore delle fabbriche e delle strade inglesi, dove una donna, nata a Moss Side il 15 luglio 1858, menava fendenti facendo tremare lo status quo maschilista e misogino della prima società novecentesca.

Nel 1903 Emmeline fondò l’Unione Politica e Femminile e fu incarcerata per aver interrotto una riunione del Partito Liberale affinchè venisse posta in discussione la spinosa questione del voto alle donne.

Con il passare del tempo il Movimento del Suffragio da lei creato aumentò la pressione sulla società inglese e i metodi di protesta adottati divennero sempre più aggressivi.

Solo lo scoppio del Primo Conflitto mondiale pose fine alle guerriglie urbane ed agli scioperi organizzati dai movimenti femministi. In cambio della partecipazione delle donne alla produzione di vettovaglie ed armamenti necessari per sostenere lo sforzo bellico, le autorità liberarono le prigioniere femministe colpevoli di sovversione e reati politici.

La guerra poteva forse fermare le suffragette inglesi, ma non la Pankhurst, che in quegli anni, sfidando i cieli ed i mari militarizzati, condusse importanti viaggi in Canada, Russia e Stati Uniti, incitando alla rivoluzione le associazioni femminili dei rispettivi paesi. Quando tornò in Inghilterra la sua battaglia più grande si era conclusa, con una vittoria senza precedenti nel 1918, anno di istituzione del suffragio universale femminile in Inghilterra. A cascata, nel corso della prima metà del ‘900, la maggior parte dei Paesi europei dichiararono il voto femminile legale e costituzionalmente valido. Però, sebbene nel corso di questo secolo ci siano stati dei netti miglioramenti nella condizione di quello che per secoli è stato chiamato mai così erroneamente il “sesso debole”, tanta strada è ancora da fare. Imperative devono essere ancora le parole della figlia di Emmeline, Christabel: « Ricorda la dignità della tua femminilità. Non chiedere, non supplicare, non umiliarti. Fatti coraggio, uniamoci e combattiamo! ».

Rosa Parks

Immaginatevi la scena: America, anni ‘50, piena segregazione razziale, una donna sta tornando a casa da lavoro, è stanca, ha lavorato tutto il giorno come sarta. Sale sull’autobus, lei è “negra”, e se sei negro in quegli anni negli States impari presto cosa vuol dire essere disprezzato. Si siede, ma non trovando posto al fondo della vettura, dove vi sono i sedili riservati alla gente di colore, prende posto nella fila dietro a quella per i soli bianchi, nella zona “comune”. Due fermate e sale un uomo. A Rosa viene chiesto di alzarsi per fare posto a quel passeggero appena salito, solo perché lui è bianco e lei una nera. Lei ha male ai piedi, e con una calma olimpica rifiuta, rimanendo composta e calma al suo posto con quella dignità che solo una donna può conservare in simili momenti. Il conducente chiama le guardie, queste salgono e prendono Rosa di forza, e la sbattono in galera.
La storia poteva finire qui, un’ ennesima protesta repressa, un altro gesto di ribellione soffocato. Non andò così, perché quella donna nata in una fresca giornata di febbraio a Tuskegee, Alabama, verrà chiamata qualche anno più tardi “The Mother of The Civil Rights Movement” (la Madre del Movimento per i Diritti Civili). Quella notte, mentre Parks era rinchiusa per le sue deprecabili azioni, cinquanta leader della Comunità Afroamericana, guidati da un pastore protestante di nome Martin Luther King si riunirono per decidere il da farsi. Il giorno successivo incominciò il boicottaggio dei mezzi pubblici di Montgomery, che durò per 381 giorni. Decine e decine di pullman rimasero fermi per mesi finché non venne rimossa la legge che legalizzava la segregazione. Questi eventi diedero inizio a numerose altre proteste in tutti gli USA. Lo stesso King scrisse sull’episodio descrivendolo come «l’espressione individuale di una bramosia infinita di dignità umana e libertà»,e aggiunse che Rosa «rimase seduta a quel posto in nome dei soprusi accumulati giorno dopo giorno e della sconfinata aspirazione delle generazioni future».
Se Rosa, una piccola donna del sud, non si fosse rifiutata di alzarsi, in quel rivoluzionario atto di dignità, la storia probabilmente sarebbe andata diversamente. Poiché, senza quel viaggio in bus del primo dicembre 1955, la lotta per i diritti civili sarebbe oggi ancora più ardua e aspra di quella che, nella realtà, ancora è.

Beau Brummel, il Re della moda

George Bryan Brummel: probabilmente questo nome a voi non dirà nulla, ma se portate i pantaloni lunghi, indossate una giacca con quella foggia e vi lavate ogni giorno dovete ringraziarlo.
Il 1700 fu un secolo mirabile e avventuroso come i tricorni inamidati, agitato e mutevole come i drappeggi e i giustacuori indossati dai nobiluomini alle corti illuminate, un periodo storico lucente, per merito sia dell’intensa attività culturale che lo contraddistinse, sia della vivacità cromatica degli abiti che ne fecero da sfondo.
Tutta questa opulenza e vistosità dei costumi, che al giorno d’oggi risulterebbe parecchio improbabile e fuori luogo, non riuscì però nell’intento che si era sempre prefigurata di raggiungere, ovvero il cogliere il senso dell’eleganza. Ci volle un altro secolo per distruggere tutto ciò che sembrava così eterno ed immutabile come la moda dell’epoca e a questo si aggiunse l’opera di una nuova classe di eletti, i Dandy.
Esteti, impeccabili, ricercati e allo stesso tempo così sobri per un’epoca in cui le parrucche incipriate facevano ancora da padrone. Ed è qui agli inizi di quello che sarà l’800 che prende forma la quotidiana, ed allo stesso tempo monumentale, opera di rinnovamento dei costumi portata avanti da Brummel, chiamato a buon diritto Beau (il Bello).
Il primo Dandy della storia intuì una verità immutabile della moda, cioè quella che non è tanto l’insieme a dare risalto ad un capo d’abbigliamento, ma piuttosto è il dettaglio che lo trasforma portandolo alla sua dimensione più alta. Abbandonò così i colori sgargianti, le polpe, gli svolazzi e le brache al ginocchio (coulottes), relegando per sempre i trucchi, le ciprie e i profumi nella soffitta della storia. Si tinse di blu o nero, vestendo pantaloni lunghi e leggermente aderenti, indossando camicie più strette dotate di ampi colletti da cui uscivano annodati un semplice sciarpino o una cravatta di seta. Introdusse le giacche corte e i frac nell’alta società, con linee più strette e calzanti, provviste di ampie code e bottoni lucenti. Riprendendo l’austerità delle uniformi militari diede molto più spazio a spillette, bottoncini e ricami, non soverchianti ma distribuiti equamente e nei punti giusti. «Pure un’asola diventa arte su Brummel» era il motto che scorreva tra le strade di Londra, ormai diventata la capitale della nuova estetica e di quello che prenderà il nome di «stile british». Egli stesso disse: «per essere eleganti non bisogna farsi notare, bisogna proscrivere i profumi, bandire i colori violenti e ricercare le armonie neutre o fredde, valorizzare l’accessorio perché da esso dipende l’armonia generale dell’abito» e si spinse oltre con la celebre frase: «se la gente si gira a guardarti per strada, non sei vestito bene».
Non solo rivoluzionò i costumi, ma anche la cura del corpo. Amante della pulizia aveva l’abitudine, per l’epoca sconcertante e considerata poco mascolina, di lavarsi ogni giorno. Inoltre, rivoluzionario com’era, si cambiava spesso, arrivando ad usare una camicia diversa ogni giorno, suscitando scandalo e ammirazione in ogni dove.
Purtroppo come tutte le storie incantevoli anche questa, per conservare il suo stato drammatico, doveva finire con una tragedia degna di un poema omerico. Divenne sempre più schiavo del meraviglioso personaggio che si era cucito addosso e, inebriato ormai dal gioco d’azzardo diffuso nei salotti della società ottocentesca londinese, perse le sue fortune.
Come un Icaro alato volò troppo vicino al sole della bellezza e precipitò, arrivando perfino ad offendere in un momento di perdizione il principe reggente Giorgio IV, che lo disconobbe come amico, costringendolo ad emigrare in Francia. Passò gli ultimi anni della sua vita all’Hotel d’Angleterre di Caen divenendo quasi un eroe decaduto, dove impazzì, morendo vecchio e trasandato. Ma i semi che piantò in vita trovarono terra buona rendendo rigoglioso il suo lascito e, come ogni Dandy che si rispetti, creò un modello arrivando a superare la sua stessa esistenza mortale. Accese una fiammella che divampò in un fuoco stravolgendo il nostro modo di vestire, la nostra igiene personale e la percezione stessa della bellezza che avevamo. Spegnendosi così, nelle parole del Principe di Ligne che scrisse di lui: «Egli fu il re per grazia della grazia».

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