George Bryan Brummel: probabilmente questo nome a voi non dirà nulla, ma se portate i pantaloni lunghi, indossate una giacca con quella foggia e vi lavate ogni giorno dovete ringraziarlo.
Il 1700 fu un secolo mirabile e avventuroso come i tricorni inamidati, agitato e mutevole come i drappeggi e i giustacuori indossati dai nobiluomini alle corti illuminate, un periodo storico lucente, per merito sia dell’intensa attività culturale che lo contraddistinse, sia della vivacità cromatica degli abiti che ne fecero da sfondo.
Tutta questa opulenza e vistosità dei costumi, che al giorno d’oggi risulterebbe parecchio improbabile e fuori luogo, non riuscì però nell’intento che si era sempre prefigurata di raggiungere, ovvero il cogliere il senso dell’eleganza. Ci volle un altro secolo per distruggere tutto ciò che sembrava così eterno ed immutabile come la moda dell’epoca e a questo si aggiunse l’opera di una nuova classe di eletti, i Dandy.
Esteti, impeccabili, ricercati e allo stesso tempo così sobri per un’epoca in cui le parrucche incipriate facevano ancora da padrone. Ed è qui agli inizi di quello che sarà l’800 che prende forma la quotidiana, ed allo stesso tempo monumentale, opera di rinnovamento dei costumi portata avanti da Brummel, chiamato a buon diritto Beau (il Bello).
Il primo Dandy della storia intuì una verità immutabile della moda, cioè quella che non è tanto l’insieme a dare risalto ad un capo d’abbigliamento, ma piuttosto è il dettaglio che lo trasforma portandolo alla sua dimensione più alta. Abbandonò così i colori sgargianti, le polpe, gli svolazzi e le brache al ginocchio (coulottes), relegando per sempre i trucchi, le ciprie e i profumi nella soffitta della storia. Si tinse di blu o nero, vestendo pantaloni lunghi e leggermente aderenti, indossando camicie più strette dotate di ampi colletti da cui uscivano annodati un semplice sciarpino o una cravatta di seta. Introdusse le giacche corte e i frac nell’alta società, con linee più strette e calzanti, provviste di ampie code e bottoni lucenti. Riprendendo l’austerità delle uniformi militari diede molto più spazio a spillette, bottoncini e ricami, non soverchianti ma distribuiti equamente e nei punti giusti. «Pure un’asola diventa arte su Brummel» era il motto che scorreva tra le strade di Londra, ormai diventata la capitale della nuova estetica e di quello che prenderà il nome di «stile british». Egli stesso disse: «per essere eleganti non bisogna farsi notare, bisogna proscrivere i profumi, bandire i colori violenti e ricercare le armonie neutre o fredde, valorizzare l’accessorio perché da esso dipende l’armonia generale dell’abito» e si spinse oltre con la celebre frase: «se la gente si gira a guardarti per strada, non sei vestito bene».
Non solo rivoluzionò i costumi, ma anche la cura del corpo. Amante della pulizia aveva l’abitudine, per l’epoca sconcertante e considerata poco mascolina, di lavarsi ogni giorno. Inoltre, rivoluzionario com’era, si cambiava spesso, arrivando ad usare una camicia diversa ogni giorno, suscitando scandalo e ammirazione in ogni dove.
Purtroppo come tutte le storie incantevoli anche questa, per conservare il suo stato drammatico, doveva finire con una tragedia degna di un poema omerico. Divenne sempre più schiavo del meraviglioso personaggio che si era cucito addosso e, inebriato ormai dal gioco d’azzardo diffuso nei salotti della società ottocentesca londinese, perse le sue fortune.
Come un Icaro alato volò troppo vicino al sole della bellezza e precipitò, arrivando perfino ad offendere in un momento di perdizione il principe reggente Giorgio IV, che lo disconobbe come amico, costringendolo ad emigrare in Francia. Passò gli ultimi anni della sua vita all’Hotel d’Angleterre di Caen divenendo quasi un eroe decaduto, dove impazzì, morendo vecchio e trasandato. Ma i semi che piantò in vita trovarono terra buona rendendo rigoglioso il suo lascito e, come ogni Dandy che si rispetti, creò un modello arrivando a superare la sua stessa esistenza mortale. Accese una fiammella che divampò in un fuoco stravolgendo il nostro modo di vestire, la nostra igiene personale e la percezione stessa della bellezza che avevamo. Spegnendosi così, nelle parole del Principe di Ligne che scrisse di lui: «Egli fu il re per grazia della grazia».

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