Il mestiere di raccontare storie: Gabriele Del Grande.

Perché è importante, anzi, necessario, raccontare? Che senso ha, di fronte a tutto ciò che accade nel mondo, andare alla ricerca di una storia, che è una vita, con un registratore in mano e un po’ di imbarazzo in volto, per mettere per iscritto quello che è accaduto a qualcuno?

Mi è sempre sembrato che fosse da fare, che ce ne fosse bisogno.

Ed è mentre ero alla ricerca di risposte che ho conosciuto il nuovo progetto di Gabriele Del Grande.

Mio figlio mi tradirà.

La prima volta me lo disse un partigiano siriano ad Aleppo. Era una notte di Settembre di tre anni fa. Chiusi dentro uno scantinato di Ashrafiyya durante un bombardamento, ingannavamo il tempo con una buona bottiglia di araq, mentre fuori, feroce, infuriava una guerra sempre più insensata. Insieme, condividevamo molto di più del rischio della vita. Condividevamo il sogno della rivoluzione e della fine dalla dittatura. Un sogno che però stava prendendo la piega di un incubo.
“Facile giudicare da fuori. Facile scappare all’estero e dire che dovevamo continuare con le manifestazioni. Hanno ammazzato migliaia di persone nelle manifestazioni e altrettante le hanno fatte fuori in prigione! Cosa dovevamo fare ancora? Lasciarci ammazzare tutti? Andare con le rose davanti ai carri armati? Ditelo a chi ha perso i figli sotto le bombe! A chi è stato torturato per mesi! A chi ha perso gli amici più cari! La lotta armata era l’unica cosa giusta da fare. Eppure, guarda dove ci ha portato…”
Quella sera, il partigiano non era sceso al fronte. Né ci sarebbe andato l’indomani. “Quando ho impugnato le armi contro Asad sapevo di andare incontro alla morte. Ma ho sempre pensato che sarei morto felice, che sarei morto combattendo per la libertà, che il sacrificio della mia vita sarebbe servito a dare un futuro migliore a mio figlio.”
Sulla parola figlio andò in crisi. Mordersi il labbro inferiore fu inutile. Gli occhi erano già pieni di lacrime. Con un gesto di stizza buttò la pistola sul tavolo e si abbandonò ai singhiozzi coprendosi il volto con le mani nude. Quindi, dopo un lungo respiro, mi fissò finalmente sincero e disse:
“La verità, Gabriele, è che morirò invano. Perché mio figlio mi tradirà! Sarà solo a piangere sulla mia tomba e per vendicare il mio sangue e il sangue di mezzo milione di morti di questa guerra maledetta, verrà a seminare la morte in Europa. E quando si farà esplodere in un aeroporto e ucciderà i tuoi figli, tu non potrai biasimarlo perché siete rimasti indifferenti per anni mentre qua massacravano noi.”
Avrei voluto rispondergli qualcosa, fare dei distinguo… Invece niente. Mi scolai il bicchiere e rimasi in silenzio a pensare. Nelle sue lacrime leggevo la sconfitta di un intero popolo. E intuivo che quella sconfitta sarebbe presto diventata la mia e la nostra. Era soltanto una questione di tempo. Perché tutto è legato in questo piccolo mare.

Una questione personale.

Un mese dopo, di ritorno in Italia, mi improvvisai contrabbandiere. Insieme ai miei fratelli Antonio Augugliaro e Khaled Al-Nassiry, insieme alle nostre compagne e ad un gruppo di carissimi amici mettemmo in piedi un finto corteo di nozze per portare in Svezia cinque amici palestinesi e siriani da poco sbarcati a Lampedusa. Filmammo tutto e ne venne fuori “Io sto con la sposa”, una delle più grandi avventure formative della nostra storia e della storia delle migliaia di persone che ci aiutarono a produrre e a distribuire il film.
Era la mia personale risposta al partigiano di Aleppo. Non eravamo tutti indifferenti. Potevamo ancora fare qualcosa. Potevamo vivere insieme e insieme ridere e piangere e lottare. Fu un successo insperato: centinaia di migliaia di spettatori nei cinema di cinquanta Paesi e milioni di telespettatori sul satellite in tutto il mondo. Un successo che fin dall’inizio mal sopportavo. Perché sapevo che non avremmo salvato una sola vita.

Non basta una sposa.

Il mio senso di impotenza cresceva col passare del tempo. L’uscita del film nelle sale coincideva con la fase di massima espansione dello Stato Islamico in Iraq e in Siria. Mentre sfilavamo sul red carpet di Venezia, erano ancora fresche le notizie dei massacri degli yazidi in Iraq. Gli Stati Uniti, presto seguiti da Francia e Gran Bretagna e da una coalizione di paesi arabi, si decisero a bombardare Mosul e Raqqa.
La reazione dell’Isis fu brutale.
La profezia del partigiano di Aleppo si era avverata. La guerra era uscita dai confini della Siria. Il sangue aveva portato altro sangue.
Ma guai a scomodare la storia, a parlare della sporca guerra, dei suoi eserciti e delle sue tattiche. I commentatori nostrani sanno soltanto sciorinare a memoria il verbo dello scontro di civiltà e il rassicurante quanto vuoto racconto della lotta del bene contro il male, dell’umanesimo contro la barbarie. D’altronde nessuno di loro ha mai messo piede in Siria, nessuno ha mai visto la guerra né ha mai parlato con i diretti interessati.

Salvare una storia.
(…) Da quel viaggio sono tornato con un registratore pieno di interviste, un centinaio di pagine di sbobinature, un mare di domande nella testa e l’urgenza, mai così forte, di tornare a scrivere.
Mi sembra l’unica cosa sensata da fare. Dopotutto con “Io sto con la sposa” non avremo salvato una sola vita, ma è pur vero che abbiamo salvato una storia. E col senno di poi ha lo stesso valore. Perché abbiamo contribuito a tenere in piedi un orizzonte verso cui camminare, a tramandare un discorso sull’umanità di questo nostro Mediterraneo, sulle sue sfumature, la sua storia e il suo futuro possibile, in cui riconoscerci. Adesso si tratta di fare lo stesso.
Il libro che ho in mente racconterà la guerra in Siria e la nascita dello Stato Islamico attraverso un grande progetto di giornalismo narrativo che intrecci l’epica della gente comune alla storia di questi vent’anni di guerre e terrorismo.
Perché di Isis si parla ogni giorno, ma in pochi ci hanno davvero capito qualcosa. Chi sono gli uomini e le donne che a migliaia si arruolano per difendere il Califfato? Chi sono i civili rimasti nelle loro città? Ma soprattutto: come si è arrivati a tutto questo?
È quello che mi chiedo ed è quello che vorrei provare a raccontare nel libro, mischiando geopolitica e storytelling, analisi e ritratto in una sorta di romanzo del reale.

Grazie alla campagna di crowdfunding che ha lanciato online per il suo libro, Gabriele ha raccolto 47908€ con 1341 sostenitori.
Ho dovuto tagliare alcune parti della sua presentazione, ma se vi restano dieci minuti trovate tutto qui https://www.produzionidalbasso.com/project/un-partigiano-mi-disse/

Intervista a Shady Hamadi – SIC 2016

Shady Amadi, classe 1988, giornalista, figlio di papà siriano musulmano e mamma italiana cristiana.

Lo incontriamo dopo un dibattito sul tema “Islam, la pace non solo nel nome” insieme a una brillantissima Chaimaa Fatihi, delegata nazionale dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia al Forum Nazionale Giovani.

Abbiamo parlato con lui della Siria e delle conseguenze di questa disastrosa guerra sui suoi abitanti, sui suoi sfollati e sul resto della scena internazionale.

C’è qualcosa che possiamo fare noi? Certamente. Le risposte di Shady vi chiariranno le idee.

La guerra in Siria finirà quando…? 

Questo non lo so. Finirà di sicuro quando la comunità internazionale, la società civile capirà che quello che sta avvenendo in Siria è un suo problema. Il fatto è che fino ad oggi questo non è stato compreso, quindi le prospettive non sono buone. E poi il dopo. Finisce la guerra, ma dopo come si ritrova questo paese con mezzo milioni di morti e tredici milioni di sfollati?

Qual è l’alternativa che tu vedi al regime di Assad?

Sostenere la società civile che cerca l’emancipazione dalla dittatura e dal fondamentalismo islamico. Sono ragazzi come noi che perdono la vita quotidianamente nella completa indifferenza della comunità internazionale.

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Nel tuo libro  (Esilio dalla Siria) dici che spesso i giornalisti definiscono la Siria come un “caos”, e questo non aiuta nessuno, tranne forse il regime e i gruppi fondamentalisti. Il problema è il giornalismo che non si interessa abbastanza alla Siria e non la conosce? Ci sono giornalisti in Siria adesso?

Sì, ci sono giornalisti siriani, sono i citizen journalist che documentano quello che avviene all’interno del paese. Quando io parlo di caos intendo dire che manca la contestualizzazione della notizia, cioè “90 morti ad Aleppo” non basta, devi spiegare al lettore cosa accade ad Aleppo e da quando. Bastano due righe per fornire quel dettaglio in più che aiuta il lettore a comprendere la situazione. E poi descrivere la situazione come un caos significa non voler vedere quello che davvero è accaduto, non mettere insieme i fatti che hanno portato al disastro di oggi.

Giornalisti italiani che coprono la Siria?

Ce ne sono stati molti che sono entrati nel paese e hanno fatto un ottimo lavoro. Il problema è che non sono stati apprezzati quanto invece lo sono stati altri. Io credo che ci sia un altro problema di fondo cioè quanto i giornali vogliono spendere sugli esteri. Il fatto è che credono che gli esteri non diano lettori, allora non gli rivolgono attenzione, e questo è un grosso problema.

Ma che cosa manca in Europa? Mi spiego: perché molti giovani europei decidono di trovare una risposta nel fondamentalismo? Perché partono?

La risposta non è solo il fondamentalismo, c’è anche chi va a combattere in altre formazioni che noi non consideriamo fondamentaliste come le YPG nel Kurdistan. Sono sempre giovani italiani che partono. Un NoTav di Torino (Davide Grasso, ndr) è andato là a fare un video contro Renzi. Lo si poteva fare anche da Cuneo sto video non andando in Siria. Questo è un vuoto che c’è in Europa e che colpisce tutti i giovani. Parlo di un vuoto identitario, un vuoto anche culturale di riferimenti morali, insieme poi a delle società che si stanno sfilacciando, che porta molti giovani a fare queste scelte. In Francia c’è anche il fenomeno della ghettizzazione dell’altro, del musulmano, che ha avuto ripercussioni nefaste con molti che sono andati a combattere. Ma poi qua in Italia, secondo me, come in altri paesi, c’è proprio un vuoto morale, un vuoto di riferimenti. La globalizzazione ci ha talmente tanto intrecciati che io vado a cercare la risposta al fallimento della mia vita in un altro paese, a dare senso alla mia vita in un altro paese, perché senso qua non ce l’ha.

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Noi cosa possiamo fare?

Svolgere una battaglia culturale profonda, senza santificare persone. Mettere in crisi anche la cultura che c’è oggi in Italia: chiedere di più di quello che ci viene dato. Noi giovani poi dobbiamo incontrarci, costruire una rete, dibattere tra di noi e impegnarci perché l’impegno manca. Io ascolto tanti miei coetanei – ho 28 anni – che mi dicono: “È inutile che io faccia le cose perché tanto non cambia nulla!”. Questa è la peggiore delle risposte perché non far nulla agevola quello che accade oggi nel mondo del lavoro, negli esteri e in tutto il resto. Invece noi dobbiamo rispondere a quello che non hanno fatto i nostri genitori.

La storia di Lola, in equilibrio tra Italia e Albania

Mentre parlo con Lola mi viene in mente la canzone di Jovanotti “Pieno di vita”. Lei sembra l’incarnazione di queste parole: è piena di vita.

Ha 22 anni e vive a Cuneo da 11. Vorrei fare un sacco di cose ma sono finita a fare la cameriera e mi sono persa, mi dice. Adesso ha davanti a sé le tanto spaventose quanto allettanti infinite possibilità che il futuro le può offrire. Forse farà l’università, forse tornerà in Albania per fare qualcosa.

Il suo italiano è impeccabile. Mi racconta che l’ha imparato grazie ad un professore delle scuole medie che portava lei e sua sorella in biblioteca e lì, insieme, provavano a leggere e a scrivere. Un uomo che ha silenziosamente costruito un futuro migliore per loro.

Lola è sia la quiete sia la tempesta. È sia la neve che cade veemente in inverno sia la ragazza che la ammira da dietro la finestra al caldo di una coperta e di un tè nero fumante. È tranquilla e vivace allo stesso tempo. Le piace parlare: racconta e si racconta facilmente. Però non mi parla di lei, ma dei suoi genitori. Ed io la ascolto.

Mio padre ha conosciuto mia madre a Tirana, la capitale dell’Albania, e si sono sposati quando mia mamma aveva 22 anni e lui 24. Mia mamma è rimasta incinta di Silvana, mia sorella, nel ‘92 e mio padre aveva deciso allora di aprirsi un negozio per mantenere la famiglia. Il negozio però non andava bene, i miei erano pieni di debiti e allora mio padre ha deciso di partire per la Grecia. Ci è andato a piedi. Ha lavorato qualche mese là ma poi è ritornato.
Nel ‘94 sono nata io e nel ‘96 ha deciso di venire in Italia. Ci ha provato tre volte prima di farcela. Una volta lo hanno dato per morto perché non dava sue notizie da tre giorni e allora, siccome molti erano morti cadendo in mare, hanno pensato che fosse morto anche lui. Mia mamma si era rassegnata all’idea di dovercela fare da sola con due figlie: all’epoca io avevo due anni e mia sorella quattro. Mia mamma mi racconta sempre che un giorno stava pulendo il cortile di casa e stava innaffiando i fiori quando ha visto mio padre entrare e, sconvolta e felice, gli ha detto: “Ma tu sei qua?”e lui non capiva! Poi gli ha spiegato che lo avevano dato per morto perché si era saputo che tantissime persone erano cadute in acqua e non erano riuscite a risalire a bordo.
Mio papà ha deciso che ci avrebbe provato un’ultima volta, e se fosse andata male sarebbe rimasto in Albania provando a fare qualsiasi lavoro, anche se era molto difficile mantenere una famiglia con gli stipendi albanesi.
I miei erano proprio poveri, ma non solo i miei, proprio tutti lo erano, non c’era nulla da mangiare se non le verdure dell’orto. Allora papà ha preso in prestito dei soldi da mio nonno – mille euro, che all’epoca erano tantissimi – ed è riuscito ad arrivare in Italia. È sbarcato in Puglia: ce l’aveva fatta! Una volta arrivato lì però non aveva nessun posto dove andare, quindi dormiva nelle cabine telefoniche oppure nei parchi all’aperto, anche se era inverno. Andava alla ricerca di lavoro in cambio di un po’ di cibo. Non pretendeva dei soldi perché non sapeva l’italiano, voleva solo riuscire a cavarsela mentre imparava la lingua.
Qualche mese dopo ha incontrato un signore che gli ha dato una casa, del cibo e un lavoro: guardava delle capre. Questo signore, di cui ora non ricordo il nome, gli ha detto: “Se lavori con me e sei onesto ti aiuto con i documenti”.
Dopo un po’ di tempo mio papà è dovuto tornare in Albania per dichiarare di essere andato in Italia come clandestino, di aver trovato lavoro e di non voler più tornare in patria. Nel ’98 mia mamma è rimasta incinta di mio fratello Bledi, ma mio papà l’ha visto solo dopo 5 mesi dalla sua nascita perché quando è nato lui non poteva lasciare l’Italia. Quando è riuscito a venire in Albania, è rimasto poco, solo un mese, come sempre, tanto che io non lo riconoscevo mai: mia mamma mi doveva dire “Guarda che è tuo papà!” e allora mi ricordavo di lui. Invece con mio fratello è stato più difficile perché non lo riconosceva proprio e pensava che suo padre fosse mio zio perché abitava di fianco a casa nostra. Allora mia mamma gli spiegava che il papà era un altro, che non rimaneva con noi perché andava in Italia a lavorare per darci da mangiare.
Nel 2000 mio papà ha preso i documenti italiani. Per 5 anni veniva in Albania per 3 mesi, poi il resto dell’anno lo passava in Italia per lavorare. Quando tornava non ci diceva niente, perché non sapeva neanche lui cosa dirci: magari noi stavamo giocando e lui entrava dicendo: “Non salutate papà?”.
Non immagini le lacrime.
Bledi è quello che ha sofferto di più, tanto che una volta gli ha detto: “Se te ne vai di nuovo, non tornare più, perché io voglio un papà con cui giocare come fanno tutti i bambini qui”.
Da quando mio fratello ha pronunciato quella frase, mia mamma ha preso la decisione: o tutti in Italia o tutti in Albania.
All’inizio mio papà non voleva che venissimo qui perché aveva paura che non ci saremmo trovati bene, che non ci saremmo adattati alla vita italiana. Mia mamma gli ha detto: “O veniamo o ti lascio”.
Così il 17 ottobre del 2005 siamo arrivati a Milano, in aereo, perché avevamo i documenti.
Da allora la nostra vita è cambiata.

È un racconto di vita tanto incredibile quanto tangibile: sono spiazzata. Me lo ha raccontato tutto d’un fiato, con gli occhi che brillavano quando nominava i suoi genitori e gli sforzi disumani che hanno dovuto e voluto compiere per dare un futuro migliore ai loro figli.
Intuisco che anche Lola racchiuda in sé questa forza incredibile. Infatti:

Sai cosa vorrei fare? Non prendermi in giro però. Sai che qua in Italia ci sono molte associazioni che aiutano le persone in difficoltà? Ecco, in Albania non ci sono o comunque ce ne sono poche. Io quando sono andata là quest’estate sono rimasta sconvolta. In centro Tirana era pieno di bambini di 3 o 4 anni tutti sporchi che chiedevano l’elemosina: a me si è stretto il cuore.
Una volta mi è successo questo: c’era un signore in strada senza una mano ed una gamba e le persone intorno lo prendevano in giro invece che aiutarlo. Sono andata a prendere da mangiare, mi sono seduta con lui e lui mi ha raccontato la storia della sua vita.
Mio padre subito mi ha detto: “Tu non sei mia figlia!”. Poi, quando gli ho raccontato la storia, si è  pentito e ogni giorno in cui passavamo di lì, io gli portavo pranzo e cena. Quando me ne sono andata dall’Albania sono andata ad abbracciarlo e tutti intorno mi guardavano strano. Non capivano. Non capiscono.
Per questo vorrei “fare qualcosa” per gli altri, per dare un pasto a quei bambini e alle persone come lui.

Lola è un esempio di silente carità. È stata circa un mese in Albania e non passava giorno senza che lei non portasse un panino caldo ed una bibita alle persone che incontrava per la strada. Anche il giorno del matrimonio di sua sorella, mentre si stavano recando verso il luogo della celebrazione.

Credo che molto dipenda dal suo essere altruista, ma forse questo prendersi cura dell’altro è tipico del suo stesso popolo.
Mi racconta infatti che adesso gli albanesi stanno ospitando e nascondendo i profughi provenienti dal Libano o dalla Siria che tentano di raggiungere il nord Europa a piedi.

Anche mia nonna li ha ospitati.

Quando c’è stata la guerra del Kosovo la mia bisnonna aveva ospitato molti profughi. Aveva costruito in casa sua una stanza sotto terra per nasconderli. In Albania c’è un particolare concetto di ospitalità che si chiama “kanu”, cioè a te non può succedere niente se sei a casa mia perché sei sotto la mia responsabilità. Ad un certo punto la mia bisnonna stava ospitando 20 kosovari, ma l’avevano scoperto ed erano andati a casa sua per prenderli. Lei si era messa in mezzo e aveva detto: “Se volete uccidere qualcuno, uccidete prima me perché loro sono a casa mia e io non ve li lascio prendere”. E i soldati se n’erano andati.
Adesso che arrivano profughi dal Medio Oriente li nascondono ovunque e poi magari li portano fino alle frontiere: cercano di aiutarli per come possono. Probabilmente lo fanno perché sanno com’è.

Questa è Lola, raccontata brevemente. Una ragazza in bilico, o forse in equilibrio, tra i suoi due paesi.

Qui in Italia sei sempre straniera, anche se non te lo dicono, ma comunque te lo fanno capire. Il brutto è che anche quando torni in Albania in realtà sei straniera perché non è che dicono: “Guarda è arrivata Lola”, ma dicono: “ È arrivata l’italiana”. Insomma, ti trovi quasi senza una patria.

 

Una storia, come tutte, diversa da tutte le altre: Ercan.

Arrivo nel suo locale all’ora prestabilita. Mi accoglie con un sorriso e mi dice che si era dimenticato che sarei passata.
Ci sediamo fuori, a un tavolino, mi fissa con gli occhi verdi che ha ereditato dalla mamma, o forse dal papà, e incomincia a raccontarmi di sé.
Mi stupiscono sempre le persone che sanno raccontare la propria storia – io non lo so fare molto bene, nemmeno con chi conosco da anni.
La maglietta arancione risalta il colore mediorientale della pelle.
Mediorientale non è un colore ma dovrebbe esserlo. Non saprei come definirlo altrimenti.
Mediorientale è anche il suo italiano, impreciso ma efficace, imbarazzato ma deciso.

Sono nato a Gaziantep in Turchia e sono cresciuto con la mia famiglia. Ho studiato ma poi ho lasciato la scuola a 16 anni. Volevo fare il militare. Alla fine ho cambiato idea perché volevo girare, visitare. La mia famiglia sta bene, abbiamo una casa e una terra nostra, allora ho deciso di partire, o per l’Italia o per la Germania. Mia mamma non voleva che venissi qua, piangeva e mi chiedeva perché, ma io volevo partire.
Perché non sei andato in Germania?
Potevo andarci, ho un mio parente lì. Per il permesso di soggiorno dovevo però sposare una  turca nata in Germania. Ma non volevo usare dei soldi per farlo. Mi sono detto: sono giovane, ho la testa che funziona, posso fare tutto, faccio crescere la mia vita da solo, non ho bisogno di nessuno che mi dà il permesso di sposare una donna. Potevo andare da lei e pagare 5000 o 6000 euro ed ero a posto.
Perché, si fanno queste cose?
Sì certo, anche in Italia, ti prendi il permesso di soggiorno attraverso la moglie e poi ognuno fa la sua vita.
Mi stupisco della tranquillità di come mi conferma che si possa veramente comprare una moglie.

E in Italia conoscevi qualcuno?
Sì, c’era un mio amico a Milano.

Mentre parliamo, si avvicina un signore sulla settantina, capelli bianchi e giacca pesante, che si rivolge ad Ercan con accento ed espressività tipicamente piemontesi e gli dice:
Eh andiamo?
Aspetta un attimo, arrivo dopo.
Il signore insiste: Oh ma…dai eh!!
Per favore zio, dopo.

Io sorrido ma non so cosa dire – la scena è divertente.

C’era un mio amico a Milano, sono andato da lui e ci sono rimasto per 3 o 4 anni. Lavoravamo insieme e  pian piano ho imparato l’italiano.
Non conoscevi l’italiano?
No non lo conoscevo, non l’avevo mai parlato, però pian piano l’ho imparato. Mi sono fatto degli amici, ho girato per tutta l’Italia, giocavo a calcio.
Poi dopo Milano?
Sono rimasto 4 anni a Milano ma poi ho deciso di aprire un’attività per me. Lavoravo in fabbrica, ero carrellista, caricavo e scaricavo bancali in un grande magazzino. Ho lavorato un po’, messo i soldi da parte e ho deciso di aprire un locale.

Un kebab?
Eh, che cosa puoi fare? Io volevo aprire una attività mia, era difficile, l’unica cosa che potevo fare era aprire un kebab. Anche un mio parente lavorava da un kebabbaro a Milano.

Di nuovo il signore sulla settantina:
Hai finito?
Dai zio sono impegnato, vengo dopo.

E perché sei venuto a Cuneo?
Sono venuto per caso, per fare un giro, e ho trovato questo locale che mi è piaciuto. Cuneo è tranquilla, bella e non è povera, così 4 anni fa ho deciso di prendere questo locale.
Ma conoscevi qualcuno quando sei arrivato qua?
No, conoscevo solo questo zio, questo che è venuto adesso a parlarmi
.
Ah, e dove l’hai conosciuto?
L’ho conosciuto in stazione, al bar che c’è lì. Ero a Cuneo perché dovevo andare all’Enel a prendere un appuntamento per il mio locale. Gli ho chiesto dov’è l’Enel qua e lui mi ha detto: “Non ho niente da fare, andiamo insieme e facciamo”. Ha preso la macchina e siamo andati.

Veramente?
Sì veramente. Io sono andato lì, ho parlato e scherzato con lui, ho pensato: questa persona è brava. Siamo andati all’Enel, abbiamo preso un appuntamento,  poi mi ha riportato in stazione, gli ho offerto un caffè, mi ha dato il suo numero e mi ha detto: “Quando vieni qua e hai bisogno mi chiami”. E in pratica quando venivo a Cuneo per lavoro o per bisogno di qualcosa, lo chiamavo e gli dicevo: “Zio io arrivo a Cuneo da Milano, vieni, ci vediamo in stazione”. Andavo al bar e lo trovavo lì, se avevo bisogno di andare in Comune o da qualche parte lui mi aiutava. Lui è solo, vive da solo. Allora mi aiutava. Per questo io lo chiamo zio. Adesso viene qualche volta, se c’è qualche lavoro da fare io lo chiamo e lui viene. Io lo aiuto, se ha bisogno di qualcosa, se deve andare a comprare qualcosa io gli dico: “Vieni andiamo insieme a comprare la roba, vieni con me”.
E poi che hai fatto?
L’anno scorso ho aperto un nuovo locale ad Alba.

E chi ci lavora?
Ho fatto venire mio nipote.

L’hai fatto venire su dalla Turchia?
Sì, un anno fa è venuto su, adesso voglio portare anche un altro mio nipote. Lavorava in panetteria in Turchia quindi sapeva fare il pane, la pasta, allora l’ho portato qua, gli ho insegnato due mesi da me qui, gli ho comprato una macchina e  gli ho detto: adesso devi fare tutto tu. Ora ha 4 ragazzi che lavorano lì per lui. Ogni tanto io vado a guardare e a controllare, ma lui mi chiama per avere consigli, mi dice tutto. La mia vita è così ora, solo lavorare, dormire e lavorare.

Io adesso vado perché vedo che tanto tu non ti sei sbloccato da lì.
Adesso arrivo zio. (Lo indica e si rivolge a me) Questo è mio papà, mio papà.
Io vado a casa è tardi.
Vedi, anche qui ho trovato un papà, mi ha aiutato tante volte.
Eh ma adesso ho male alla schiena.
Lavori troppo zio, devi riposarti.
Senti, siccome non hai pagato il caffè, sgancia due euro che vado a comprarmi le cicche che se no devo cambiare 50 euro.
Non ce li ho, non ho moneta (cerca nelle tasche). Oggi ho fatto una schedina zio che se arriva vinciamo 200 euro.
Veramente non li hai? Ma guarda che testa.
Ah no, ecco li ho, ci sono, tieni. (Si rivolge a me, dopo aver letto la schedina allo zio) Pensa, con 5 euro puoi vincere 216 euro. Io una volta ne ho vinti 300 però quei soldi sono andati via subito, non ho visto un euro.
E perché?!
Li ho dati ai ragazzi (e fa cenno con la testa ai suoi dipendenti).

Rimaniamo a chiacchierare per circa un’ora. Non esagero se dico che in questo frangente ha salutato almeno dieci persone che sono passate di lì. Il suo racconto mi fa pensare.

Assuefatta come sono a storie di migrazioni difficili, dolorose, disumane, mi aspettavo da lui una storia tragica. E invece mi racconta di una vita piuttosto felice, certamente non priva di difficoltà, ma comunque serena. Mi stupisco. Non di lui ma di me. Non sono più capace a discernere la realtà da quello che vedo in tv? Non posso esserci caduta anche io, in questa trappola mediatica. Io la volevo, questa storia tragica, e invece la mia ingenuità è stata accolta e sbilanciata da un sorriso spalancato. Mi hanno fregata, mi hanno salvata. Pensavo di raccontare una storia triste, e invece vi ho raccontato un pezzo di quella che è una storia bella.

Da poco ho ritrovato una lettera che mi aveva scritto una amica ai tempi delle medie. Mi diceva: Ceci, non è tutto o bianco o nero nel mondo. C’è anche il grigio.

Ecco il punto: io mi aspettavo una storia nera.

Per me pensare a qualcuno che arriva dal Medio Oriente significa immaginare una storia travagliata, una vita difficile, dura. Per lo stesso meccanismo involontario per cui per altri “mediorientale” fa pensare immediatamente a “indesiderato”. È qualcosa di impiantato in profondità nelle mie sinapsi. È quasi incontrollabile. Quasi. Perché poi ci sono queste bellissime storie grigie. Qui ritrovo l’intento della mia rubrica: semplicemente, raccontare dei pezzi di vita. Senza la presunzione di voler insegnare qualcosa. Senza l’arroganza di pensare: noi europei stiamo bene, la nostra vita è bianca, nonostante alcune sofferenze temporanee, e abbiamo bisogno di storie nere per ricordarci cos’è veramente il dolore – al contrario tutta la gente che arriva dal Medio Oriente ha una storia nera. Esistono anche storie grigie: il mondo è molto più complesso di questa banale dicotomia bianco/nero, tutto sommato bene/parecchio male, Nord/Sud, e avevo bisogno di parlare con Ercan per esserne più consapevole.

Cecilia Actis

(Foto di Alessia Actis)

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