I ragazzi giocavano nel cortile sul cemento scaldato dal sole. In un angolo, all’incrocio di due linee bianche tracciate per terra, era inginocchiata Alice. Di fronte a lei passavano di corsa gambe e grida, palloni e risate. Aveva sulle ginocchia un quaderno un po’ consumato sui lati. Le mani pallide guidavano con sicurezza la matita sul foglio e a poco a poco prendeva forma il corpo di un animale. Ogni tanto sollevava lo sguardo dai suoi disegni e fissava il cielo sistemandosi i ricci rossi dietro l’orecchio. A tenere fermi i capelli c’era anche una fascia di un azzurro pallido. Tutto di lei era pallido: le mani delicate, gli occhi di un azzurro quasi trasparente, i pantaloni con piccoli fiorellini. Tutto, tranne i capelli.
Poi proseguiva il suo disegno. Ad un tratto posò la matita e guardò attentamente la volpe che aveva tratteggiato, mancava ancora il muso. Rimase qualche istante ferma, poi si chinò e tracciò una curva per la bocca. Il muso della volpe aveva la fisionomia del volto di un ragazzo: gli occhi grandi, coperti dalle palpebre e la bocca piegata in una smorfia di tristezza.
Quando finì di disegnare chiuse il quaderno e lo mise nella borsa marrone che aveva posato lì vicino, si alzò e tenendola stretta tra le braccia fece il giro del cortile. Raggiunse una porta di legno ed entrò in un’ampia aula. Tra i banchi erano sparsi zaini aperti, alcuni fogli di carta stropicciati e qualche penna lasciata cadere a terra. Alice si sedette in un banco in prima fila di lato, vicino alla finestra. Era l’unico ordinato: i quaderni impilati uno sull’altro, i pennarelli allineati in base al colore.
Suonò la campanella ed entrarono gli altri studenti accompagnati dal rumore delle loro chiacchiere. Alice chiuse gli occhi, li strinse e si coprì le orecchie con mani. Disse soltanto, sottovoce, «Sshh, fate silenzio».
Lentamente abbassò le mani, tremava. Quelle voci e quei visi la terrorizzavano: erano troppo per il suo fragile essere.

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