Stazione di Torino Porta Nuova, bar, quarto tavolino a sinistra.
È quell’ora indefinita del pomeriggio in cui per qualcuno è il momento del the o del cappuccino, e qualcuno ordina il primo spritz. La clientela dei bar è composta da piccoli spiragli su vite altrui. Quella dei bar delle stazioni, da finestre spalancate su altri mondi.

Tre ragazze sono sedute ad un tavolino senza tazze né cibo, hanno espressioni tristi ma combattive: mi arriva qualche frammento di un discorso di cui non seguo il filo: sentirsi sole, il primo lavoro, non essere prese sul serio. Si illuminano quando si alzano, una delle tre scoppia a ridere e le altre non sanno perché. Si tira indietro i capelli con l’aria di chi non può spiegarsi, ma l’effetto è potentissimo: escono e sembra che stiano camminando su una nuvola.

Una bambina tiene in mano un piattino con una brioche, sembra enorme vicino a lei; con l’altra mano cerca di aprire la porta a vetri che la divide dalla mamma e dal fratellino: c’è scritto “tirare”, ma lei è troppo piccola per saperlo. Spinge, un paio di tentativi e la mamma, al di là del vetro, le viene in aiuto. L’altro bambino guarda il dolce con occhi entusiasti, vorrei tanto vedere la faccia di sua sorella all’idea di condividerlo.

Un ragazzo elegante porta un vassoio al tavolo in cui sono seduti la sua fidanzata e i genitori: due tazze, una teiera, un latte macchiato e un dolce pieno di zucchero a velo. Mentre si avvicina lei si fa scappare uno sguardo pieno di luce, ma forse lui non se ne accorge. Gli parla, e la luce non si sente più. Parlano di the e di viaggi, la ragazza si perde nella schiuma del suo bicchiere, beve un sorso e riappare con un baffo di latte e cacao. Sorride come una bambina maldestra.

Entra un uomo di un’età che non riesco a definire, giacca di pelle, cappuccio e zaino, la barba di qualche giorno. Si ferma ai tavoli chiedendo una monetina per favore, così mangio qualcosa di caldo. Un paio di teste scosse, poi una signora inizia a frugare nella borsa, senza guardarlo in faccia. L’uomo inizia a raccogliere tazze e vassoi e libera il tavolo in cui la signora stava per sedersi. Le sposta anche la sedia, come ho visto fare solo nei film, per farla accomodare. Lei nel frattempo ha preso la moneta, si guardano e insieme dicono “Grazie mille”. L’uomo sparisce, senza ordinare.

Dal tavolo accanto, delle voci in spagnolo. Una donna morbida e sorridente, con i capelli lunghissimi e scuri, parla con un uomo piccolo, il viso pieno di rughe e un cappello con il paraorecchie sulla testa. Hanno tratti sudamericani e voci che sembrano musica, o forse sono solo i miei stereotipi. Portano un rumore allegro e colorato, anche nei loro cappotti neri.

Ogni momento in un bar è la possibilità di mille vite diverse di intersecarsi, ma loro si sfiorano senza toccarsi davvero. Ogni tavolo resta orientato verso l’interno del suo mondo. Forse se non fossi nascosta dietro il computer non potrei permettermi di scrutarli tutti da così vicino, ma anche così è come guardare da una finestra, separati da un vetro che non ti fa sentire il vento che c’è fuori e che, in fondo, non ti fa capire nulla.
Chissà se qualcuno sta guardando me. Chissà cosa vede di questo mondo.

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