Un tavolo insolito

Sono un tavolo un po’ insolito. Tre uomini sulla sessantina, tutti e tre brizzolati, maglioncino e occhiali sul naso. Si direbbero tre colleghi in viaggio per lavoro, se non fosse per il quarto commensale, un bambino biondissimo e in carne.

Tra loro parlano tedesco. Quando arriva il cameriere, i tre adulti sfoderano un italiano degno di qualunque stereotipo: forte accento, verbi all’infinito, eppure non fanno fatica a farsi capire.

«Tagliata perrr me»

«Certo, esce con patate e carciofi»

«Tanti carrciofi perr favorre, in Germania non ci sono, posso mangiarre solo qui!»

Arriva la tagliata con tanti carciofi, il signore sorride, ha l’espressione di un bambino a cui la nonna ha preparato la torta che voleva.

Mangiano le loro portate. Un altro dei signori dell’insolito tavolo si rivolge al ragazzino accanto a lui. Qualche parola in tedesco, e poi riconosco “scarrrpetta”. Passa un pezzo di pane sul suo piatto, aspetta che raccolga tutto quello che ha avanzato, e glielo porge. Il bambino lo guarda stranito, poi mangia il pane con gli occhi di chi ha ricevuto un regalo. Prova a ripetere “scarrrpetta”,  per essere – credo – la sua prima parola in italiano non se la cava male. Scoppia a ridere e prende un altro pezzo di pane.

Tavolini e scorci

Stazione di Torino Porta Nuova, bar, quarto tavolino a sinistra.
È quell’ora indefinita del pomeriggio in cui per qualcuno è il momento del the o del cappuccino, e qualcuno ordina il primo spritz. La clientela dei bar è composta da piccoli spiragli su vite altrui. Quella dei bar delle stazioni, da finestre spalancate su altri mondi.

Tre ragazze sono sedute ad un tavolino senza tazze né cibo, hanno espressioni tristi ma combattive: mi arriva qualche frammento di un discorso di cui non seguo il filo: sentirsi sole, il primo lavoro, non essere prese sul serio. Si illuminano quando si alzano, una delle tre scoppia a ridere e le altre non sanno perché. Si tira indietro i capelli con l’aria di chi non può spiegarsi, ma l’effetto è potentissimo: escono e sembra che stiano camminando su una nuvola.

Una bambina tiene in mano un piattino con una brioche, sembra enorme vicino a lei; con l’altra mano cerca di aprire la porta a vetri che la divide dalla mamma e dal fratellino: c’è scritto “tirare”, ma lei è troppo piccola per saperlo. Spinge, un paio di tentativi e la mamma, al di là del vetro, le viene in aiuto. L’altro bambino guarda il dolce con occhi entusiasti, vorrei tanto vedere la faccia di sua sorella all’idea di condividerlo.

Un ragazzo elegante porta un vassoio al tavolo in cui sono seduti la sua fidanzata e i genitori: due tazze, una teiera, un latte macchiato e un dolce pieno di zucchero a velo. Mentre si avvicina lei si fa scappare uno sguardo pieno di luce, ma forse lui non se ne accorge. Gli parla, e la luce non si sente più. Parlano di the e di viaggi, la ragazza si perde nella schiuma del suo bicchiere, beve un sorso e riappare con un baffo di latte e cacao. Sorride come una bambina maldestra.

Entra un uomo di un’età che non riesco a definire, giacca di pelle, cappuccio e zaino, la barba di qualche giorno. Si ferma ai tavoli chiedendo una monetina per favore, così mangio qualcosa di caldo. Un paio di teste scosse, poi una signora inizia a frugare nella borsa, senza guardarlo in faccia. L’uomo inizia a raccogliere tazze e vassoi e libera il tavolo in cui la signora stava per sedersi. Le sposta anche la sedia, come ho visto fare solo nei film, per farla accomodare. Lei nel frattempo ha preso la moneta, si guardano e insieme dicono “Grazie mille”. L’uomo sparisce, senza ordinare.

Dal tavolo accanto, delle voci in spagnolo. Una donna morbida e sorridente, con i capelli lunghissimi e scuri, parla con un uomo piccolo, il viso pieno di rughe e un cappello con il paraorecchie sulla testa. Hanno tratti sudamericani e voci che sembrano musica, o forse sono solo i miei stereotipi. Portano un rumore allegro e colorato, anche nei loro cappotti neri.

Ogni momento in un bar è la possibilità di mille vite diverse di intersecarsi, ma loro si sfiorano senza toccarsi davvero. Ogni tavolo resta orientato verso l’interno del suo mondo. Forse se non fossi nascosta dietro il computer non potrei permettermi di scrutarli tutti da così vicino, ma anche così è come guardare da una finestra, separati da un vetro che non ti fa sentire il vento che c’è fuori e che, in fondo, non ti fa capire nulla.
Chissà se qualcuno sta guardando me. Chissà cosa vede di questo mondo.

Cinque dialoghi da bambini per affacciarci al 2019

Parlare con i bambini è, per chi ha la fortuna di non dare troppo peso a urla, nasi sporchi e domande ripetute fino alla nausea, divertente, tenero, ma soprattutto illuminante, per tre motivi principali. Innanzitutto usano – e interpretano – le parole nel loro senso letterale, senza sottintesi, eufemismi o metafore: quella parola per quel significato. Il secondo motivo è la loro tendenza a dire esattamente ciò che pensano. Questa caratteristica va considerata non come faremmo in un adulto, come segno di particolare coraggio, onestà intellettuale o noncuranza delle conseguenze: semplicemente, dicono ciò che pensano perché non ci vedono nulla di male, e non vedono un’alternativa. Infine, credono fermamente nell’immagine del mondo che si stanno costruendo e se vuoi far cambiare loro idea devi fornire una spiegazione molto, molto convincente. 

Per questo 2019 iniziato da una manciata di giorni, dunque, vi propongo qualche frammento di dialogo con o tra bambini che ho realmente sentito, partecipandovi in prima persona o origliando qualche chiacchierata tra amici. In ognuno di essi c’è almeno un consiglio utile per affrontare l’anno con un po’ della loro magia. Per tutelare l’identità di queste piccole fonti di ispirazione, quelli riportati sono nomi di fantasia. 

Buon Anno!

 

  1. Alice, 5 anni, ovvero Dare il giusto nome alle cose
    Adulto: Questo dito si chiama anulare perché è il posto dell’anello.
    A: Ma mia mamma ha un anello su un altro dito!
    Adulto: Sì, ma quando ci si sposa l’anello si mette all’anulare, è per questo che si chiama così.
    A: Tu ce l’hai sull’anulare, allora tu sei sposata!
    Adulto: No, io non sono sposata, ho solo messo l’anello.
    A: Allora era meglio che si chiamava sposale! E tu devi cambiare dito.
  1. Agnese, 5 anni, ovvero Il valore delle persone
    Adulto: Qual è il vostro gioco preferito?
    Altri bimbi: Play station! La casa delle bambole! La pista!
    Agnese: Marco.
    Adulto: Che gioco è?
    Agnese: Mio fratello.
  1. Riccardo, 4 anni, ovvero Dedicare tempo a ciò che ami
    R (urlando): Maeestra, ho finito!!
    R (sottovoce, avvicinandosi): Adesso possiamo solo correre, senza fare nessun lavoro?
  1. Christian, 6 anni, ovvero La Costanza ed Essere fiero di ciò che hai fatto
    C: Vieni!
    Adulto: Un attimo.
    C: Vieni, veloce!!
    A: Un attimo.
    C: (Con crescente urgenza) Vieeni!
    A: Un attimo, arrivo!
    C: (Mi viene incontro, mi tocca una spalla): Vieni da me?
    A: Ho detto un attimo!

    A: Eccomi, cosa c’è? Hai bisogno di aiuto?
    C: Guarda. (Mostra un disegno) L’ho fatto da solo.
  1. Alessandro e Chiara, 6 anni, ovvero Non arrendersi mai
    A: Chiara, mi vuoi sposare?
    C: NO!!
    A: …Va bè, magari quando siamo più grandi poi usciamo insieme.

Nello spazio di una tazzina

Cortile, Ore 14.15.

È passata qualche minuto fa per il vialetto del condominio, portava due grosse buste della spesa, mentre parlava con i due uomini che lavorano in cortile ha rallentato il passo ma senza fermarsi davvero. Ha continuato ed è sparita nella portina.

È appena ricomparsa, ha ancora il cappotto ma non più le borse, porta in mano un piattino su cui sono appoggiati in equilibrio instabile una zuccheriera, due cucchiaini, due tazzine coperte con un po’ di carta stagnola. I due uomini si guardano e contemporaneamente smettono di lavorare, si alzano e si girano verso un terzo signore, più anziano, non c’era prima. Lei appoggia tutto a terra, sparisce di nuovo, torna con il terzo caffè. Ma dovrà riportare tutto in casa, quindi aspetta che finiscano.

Grazie, signora, è proprio gentile.

Ci mancherebbe, mia mamma mi dice da cinquant’anni che se c’è qualcuno che travaja, gli si porta il caffè.

Eh, ma mica tutti, guardi…

Quanti anni ha sua mamma? – Il vecchio aveva borbottato soltanto un grazie, si inserisce nella chiacchierata come qualcuno che di colpo si accorge di avere qualcosa di urgente da dire.

85.

Oh, che fortuna. Sa quanti ne ho io?

La signora aspetta la soluzione dell’indovinello. I due ragazzi si guardano, forse è una favola che hanno già sentito.

– …80!

Beh complimenti, e cosa ci fa qui in giardino?                

A casa mi annoio, e poi… – si guarda intorno come a dire che il lavoro, il giardino, forse tutti i giardini del mondo hanno bisogno di lui. O forse viceversa.

Scambiano chiacchiere come chi non ha davvero qualcosa da dirsi, ma non vuole smettere di parlare, la mamma, la moglie, il lavoro, la pensione. Senza avere davvero qualcosa da dirsi, affollano un pezzi di vita nello spazio di una tazzina. Il vecchio aggiunge un cucchiaino di zucchero, e butta giù quell’ultimo sorso più dolce degli altri di fretta, come una medicina.

Lei raccoglie il piatto da terra, sistema le tazzine, la zuccheriera, i cucchiaini, nello stesso equilibrio precario, come se non fossero state svuotate.

Allora arrivederci, buon lavoro.

– Buongiorno, grazie signora.

Il progetto “Let’s Play Here” del Liceo De Amicis

Un gruppo di studenti, magliette bianche, in una qualche situazione scolastica. Il bello delle immagini è ciò che lasciano da dire: i ragazzi del progetto “Let’s Play Here”, parte dal del programma “Erasmus +”, in questa foto, stavano concludendo una settimana di sperimentazioni.

Perché partecipare ad un progetto simile richiede prima di tutto di mettersi in gioco. Di vivere – da ospite o da padrone di casa – insieme ad un coetaneo mai visto prima, di comunicare in una lingua straniera, di esplorare una città con occhi nuovi, che sia quella in cui sei cresciuto, oppure dall’altra parte di un continente rispetto a casa.

Il progetto “Let’s Play Here” è nato dalla vittoria di un bando da parte del Liceo Edmondo De Amicis, verrà portato avanti per due anni e coinvolge altre quattro scuole, per un totale di 250 studenti e 40 insegnanti provenienti da Italia, Polonia, Finlandia, Norvegia e Scozia. Ogni istituto ospiterà gli altri per una settimana, con l’obiettivo di vivere una scuola che sia una finestra sul mondo e una possibilità di sviluppare conoscenze, ma anche competenze, creatività e relazioni. La scuola cuneese ha aperto le danze tra il 21 e il 26 Ottobre, giornata in cui 1000miglia ha partecipato all’evento conclusivo di questa prima settimana.L’elemento centrale del progetto è Eddie, un assistente virtuale accessibile a tutti attraverso la pagina Facebook LPH, in grado di “suggerire” agli utenti attrazioni, locali, attività nella città in cui si trovano. Ho provato ad utilizzarlo, e lascerò che si presenti da solo, riportando i suoi messaggi:

Ciao, sono Eddie, l’assistente virtuale per il progetto Let’s Play Here.

A dire il vero sono un’intelligenza artificiale, posso comprendere il linguaggio naturale delle persone.

Sono il primo assistente di viaggio sviluppato e gestito dai ragazzi della Generazione Z.

I ragazzi mi hanno programmato per assisterti in un viaggio attraverso cinque città europee.

…Put your helmet on, Commencing countdown,
Engines on!

La differenza rispetto a ciò che già fanno i nostri smartphone? Sta nel fatto che, fino al 21 Ottobre, le conoscenze di Eddie erano pressoché nulle: il robottino, infatti, “apprende” grazie alle esperienze dei ragazzi le informazioni relative ai luoghi esplorati. Nella settimana cuneese, ad esempio, gli studenti hanno visitato e recensito, tra gli altri, la Chiesa di San Francesco, il parco fluviale e una serie di bar e locali commerciali che hanno accettato con entusiasmo di collaborare con il progetto e ospitare i ragazzi.

Più noi esploriamo, più Eddy impara e può condividere con altri le nostre informazioni. Una scuola che si spinge fuori dagli edifici e dai confini, in cui la tecnologia è uno strumento per conoscere e conoscersi, e viene riempita di contenuti ed esperienze. Che apre finestre e sa di futuro.

Auguriamo a questi ragazzi, insegnanti e famiglie due anni pieni di sperimentazioni, nuove scoperte e viaggi straordinari.

Chi siamo, in breve...

Siamo un gruppo di ragazzi che vuole diffondere ottimismo e voglia di mettersi in gioco non solo attraverso una rivista.

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