Ingresso dell’ospedale, ore 9.18

Brusio di fondo, due lunghi corridoi, persone che si muovono in fretta.  Ordine, un poco di bianco, la luce che filtra da una grande finestra.

Un signore che sembra anziano, ma forse non sarebbe felice di essere chiamato così, entra guardingo, e avanza lungo il corridoio. Ha passi lenti ma decisi, la schiena un po’ curva, una cartellina sotto il braccio.

Si ferma più o meno a metà, si guarda intorno e torna indietro. All’ingresso osserva l’ordine incomprensibile con cui gli altri si muovono, aprono porte e spingono carrelli. Trova allo sportello una donna minuta, nascosta dietro grandi occhiali da vista. La vedo ascoltare il signore, gli risponde scuotendo la testa e lui si curva ancora di più.

La signora sorride, esce dal suo sportello e indica un altro corridoio al suo cliente, ma poi lo accompagna. Mentre passa dà indicazioni gesticolando ad altre persone, come se leggesse loro nel pensiero. Cammina svelta, ma controlla di avere sempre il signore vicino. Gli sorride con un’espressione che dice “Tranquillo, adesso la risolviamo”. Lui la guarda con la fiducia di un bimbo che trova chi lo porta a casa. Quanto poco ci vuole.

Entrano in una porticina, spariscono per qualche minuto, poi lei esce con gli occhi che dicono “mi dispiace”. Lui scrolla le spalle, ha molta più luce nel viso. Anche se non ha risolto il suo problema.

La donnina saluta e torna a nascondersi dietro il suo sportello, a gesticolare sorridendo con il prossimo cliente. Il signore esce, cammina lento ma leggero. Sparisce con la chiusura della porta. Quanto poco ci vuole.  

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