Debhora Casalloni ha pubblicato un libro nel 2018, ma io non lo sapevo. Ci siamo incontrate per caso, in una mansarda un po’ fredda ma piena di cuscini colorati nell’Oratorio di Busca, dove entrambe ci trovavamo per fare la parte dei “libri” in una biblioteca vivente.

Debhora ha portato un grande zaino, dei tessuti, dell’incenso e dei libri. Le copie del suo libro, “L’India si è presa cura di me”. Si siede a terra, a gambe incrociate, a sistemare tutti gli oggetti con una lentezza piena di cura. Ascolto la sua storia prima che arrivino i veri “lettori”, e poi raccolgo dettagli qua e là, nei momenti di pausa e durante tutta la serata. Sto con la mente su ciò che avevo da dire, e con un orecchio verso la sua voce. Per questo, la mia versione del suo racconto sarà disordinata e irrazionale, ma anche colma dell’intensità di averlo sentito da chi l’ha vissuto in prima persona.

A ventisei anni, Debhora è partita per un viaggio in India: il biglietto di andata, quello per il ritorno programmato 5 mesi e 2 settimane dopo, tre notti in albergo prenotate a Nuova Delhi, lo stesso zaino che ha portato qui stasera. Nessun programma. Gusterò ogni suono, colore, sapore e so che sarà un viaggio tanto fuori, quanto dentro di me, ha poi scritto nel diario di viaggio che è diventato il suo libro.

Da qui in poi, il racconto si fa frenetico: ha preso aerei, incontrato persone, perso soldi, viaggiato in condizioni che spaventerebbero molti di noi. “Dormivo nel camion con loro (i camionisti che le hanno offerto un passaggio e del denaro) e non mi è mai successo niente”, mi racconta, la voce grata della fortuna che l’ha accompagnata. È stata accolta da alcune famiglie, “le mie famiglie”, le chiama, con le quali ha condiviso mesi di vita, senza che nessuno le chiedesse nulla in cambio.

Si leggono due cose dal suo viso, mentre racconta. La prima è la consapevolezza: parla di questa esperienza magica serenamente, sembra che sappia esattamente quante cose la separano, adesso, da quel mondo e da quella che era prima di entrarvi, che porti nel cuore ogni sensazione ma che la sappia custodire senza esserne sopraffatta. Lo noto, e penso che forse non ne sarei capace.

La seconda cosa che traspare, chiaramente, è la fiducia che ha investito nel suo viaggio, nei luoghi, nelle persone, nel caso che l’ha portata in giro per un Paese completamente diverso dal suo. Una fiducia che, ci tiene a sottolineare, è stata ripagata con un amore incondizionato da parte di tutti coloro che ha incontrato, in un modo che forse la nostra cultura non ci permette di immaginare. “Se ti approcci al mondo in modo aperto e fiducioso, tutto questo ti torna indietro”. E così, un intero Paese si prende cura della sua ospite.

Alla fine della serata, Debhora ripone tutte le sue cose nel suo zaino. La vedo nel cortile d’ingresso, il bagaglio sulle spalle, e mi sembra di vederla in un grande aeroporto, mentre abbraccia le persone a cui vuole bene prima di partire. Mi saluta con un bacio e un sorriso. Forse non ho mai conosciuto Debohra, la ragazza che è partita per l’India, ma soltanto quella che è tornata. Penso a quanto di quel mondo ora è dentro di lei, così ben mescolato al resto da essere indistinguibile. E che forse, qualche pezzo di lei è ancora laggiù, nascosto e svolazzante in una strada di Nuova Delhi.

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