“Tutti cercano di essere felici ma si dimenticano di essere contenti”

Abbiamo intervistato Marco Collino, il Prezzemolo cuneese che da anni va alla ricerca delle demure ed ‘na vira, i giocattoli di una volta, cercando di farci riscoprire la gioia e la semplicità di giocare.

  • Perchè è importante giocare?

Secondo me senza giocare manca qualcosa nella vita. Tanti puntano ad arrivare primi e a gareggiare…però se non vinci? Perdi, anche per poco, arrivi ultimo ma arrivi…Credo sia sbagliato voler sempre primeggiare e mi chiedo perché l’uomo debba sempre voler arrivare primo. Al contrario, giocando ti diverti e non sconfiggi nessuno! Giocare è la cosa più bella del mondo, non esiste nient’altro paragonabile al gioco che ti fa essere contento e oggi essere contenti è difficile.

  • Cosa sono le “demure ed ‘na vira”?

Sono i giocattoli, non i giochi: uno può anche giocare senza niente in mano, come nascondino; i giocattoli invece si costruiscono e poi si adoperano. Una volta solo i ricchi avevano possibilità di comprare dei giocattoli, e perciò tutti gli altri fabbricavano le demure in casa.

  • Ci descriva alcune demure.

Ad esempio il topo con il fazzoletto, un giocattolo semplicissimo che si faceva arrotolando il fazzoletto e facendolo uscire fuori come un topo per poi metterlo sulla mano e accarezzarlo con l’altra mano. Le persone rimanevano stupite, pensavano facessi magie…Altre demure sono il salto con la corda, il saltimbanco costruito con le due bacchette e il pupazzo in centro da muovere; il gioco dei noccioli delle pesche tirati in aria; la trottola; le biglie di terra cotta…Poi ci sono giocattoli ancora più semplici, come lo spaccalegna: due pupazzetti sistemati su due asticelle di legno di diversa lunghezza che si facevano muovere, cambiavano inclinazione e battevano la loro ascia sopra un altro pezzo di legno posto al centro. Certo, costruire i giocattoli non è da tutti, anche perché un tempo c’era molta vergogna e gli anziani non volevano dire come giocavano poiché il gioco era considerato una perdita di tempo! Una mentalità sbagliata che piano piano, chiacchierando con gli anziani e entrando in sintonia con loro, si riesce a superare e si viene a conoscenza dei giochi che loro facevano un tempo. Bisogna far in modo che gli anziani si fidino, non si vergognino e capiscano che giocare non vuol dire perdere tempo inutilmente. Secondo me le case di riposo sono delle miniere di idee e bisognerebbe chiamarle case della sapienza, perché è lì che io trovo le idee per i miei giocattoli.

  • Quando e come ha iniziato ad interessarsi ai giochi di un tempo?

La storia sarebbe lunghissima ma cerco di farla breve. E’ il 1983 e nella sala della Provincia di Cuneo avevano organizzato una mostra sul giocattolo “povero” e questo titolo non mi era piaciuto: il giocattolo non può essere povero, per semplice che sia, è povero chi non ha il giocattolo! Comunque, in questa mostra avevo notato molta ignoranza riguardo all’origine e all’uso di quei giochi sistemati in vetrina che sembravano “morti”: il giocattolo fermo muore! Da qui mi è venuta l’idea di mettere da parte alcuni oggetti che avevo costruito e di fabbricarne altri per i miei figli con quello che avevo sotto mano. Poi un giorno, in occasione della festa della Madonnina di Madonna delle Grazie, mi hanno chiamato per dare delle idee per cambiare un po’ la festa e io ho proposto di coinvolgere gli anziani e far raccontare a loro come si divertivano da piccoli. L’idea non era piaciuta e la mia proposta rifiutata…Allora, senza dire niente a nessuno, io e altri amici, avevamo escogitato di andare in giro per la festa in sella ad una vecchia bicicletta che aveva una scatola piena di giocattoli di una volta al posto del porta pacchi, per far vedere in giro queste demure. Nonostante le lamentele degli altri organizzatori e dei commercianti a cui toglievamo l’attenzione della gente, abbiamo avuto un gran successo. Cosa facevamo? Giocavamo in piazza e piaceva a tutti! Finita la festa, un’insegnate mi ha chiesto di andare nella sua scuola media per far vedere i giocattoli ai ragazzi e da lì altre insegnanti si sono interessate e mi hanno invogliato a continuare questa attività. Così ho iniziato ad andare nelle case di riposo a chiedere agli anziani di raccontarmi la loro infanzia e i loro passatempi e adesso giro un po’ dappertutto, circa ottanta volte all’anno, e faccio Prezzemolo.

  • Perchè il suo nome d’arte Prezzemolo?

Non lo chiamo nome d’arte, è un semplice soprannome: io non mi sento un artista, sono un giocherellone! Quando ho iniziato ad andare in giro, sempre più frequentemente, mia suocera ha cominciato a dire che ero come il prezzemolo! All’inizio non conoscevo il significato, poi ho fatto una ricerca e ho scoperto che si dice “tu sei come il prezzemolo” a colui che si vede da tutte le parti. Prima mi chiamava Prezzemolino perché andavo nelle parrocchie come clown per far divertire ed ero vestito di verde e giallo. Quando ho iniziato a portare in giro i giocattoli come faccio tuttora, ho cambiato abiti e sono diventato il Prezzemolo che conoscete: sempre vestito di velluto e con i sandali tutto l’anno.

Spesso vengo confuso con il personaggio di Gardaland che si chiama così, ma io gli ho chiesto il motivo del suo nome e lui non lo sapeva, dicendo che lo chiamavano così ah, ah, ah! Tra l’altro il prezzemolo come pianta serve in tante occasioni, proprio come me!

  • In quanti posti in giro per l’Italia e all’estero ha già portato la sua arte e quale episodio le è rimasto particolarmente nel cuore?

Sono stato in tantissimi posti, non vorrei esagerare ma tenendo il conto sono 2700 uscite in posti diversi in più di trent’anni. Sono stato in Italia: Piemonte, Lombardia, Toscana, Marche, Lazio, Campania…a volte in televisione ma non mi piace molto perchè devi rispettare dei tempi e non ti lasciano spazio per parlare, è assurdo. In tutti i luoghi in cui sono andato mi è rimasto qualcosa, in particolare quell’episodio in cui ho visto un bambino che stava giocando con un videogioco e poi si è fermato davanti a me, ha visto i miei giocattoli e subito ne è rimasto stupito, tanto che ha posato il videogioco e si è messo a guardarmi stupto. Oppure ancora quella volta che ho assistito ad una scena di vera tenerezza: una coppia di anziani mi guardava e dopo un po’ si sono abbracciati e lui ha dato un bacio sulla guancia a lei, continuando a guardarmi giocare.

 

  • A suo parere, quali sono gli ingredienti per la felicità?

Io non la chiamerei felicità…La felicità non esiste: tutti cercano di essere felici ma si dimenticano di essere contenti per cui basta un niente. Quando si dice “essere contenti con niente” non vuol dire non avere niente ma essere contenti della propria situazione. Provate a chiedere a qualcuno se è felice della propria situazione, risponderà di no; se gli chiedi se è contento della sua situazione, allora ti chiederà cosa vuol dire essere contenti perché non si sa più. Secondo me, più che la felicità, che è irraggiungibile, conta essere contenti e accontentarsi.

  • Ci parli di lei. Cosa non cambierebbe per nessuna ragione della sua vita?

Tutto. Io ho 71 anni e ripeterei le stesse cose che ho fatto da quando sono nato finora. Scherzosamente ho detto a mia moglie: “Ti cambierei con due da trenta”, poi ho cambiato idea perché “il legno verde non brucia bene”, ah, ah, ah! No, neanche mia moglie cambierei. Anche se ci sono stati dei momenti della mia vita che sono stati difficili, ne ho passate tante, sono contento di quello che sono e che ho.

 

  • Come ha passato la sua infanzia?

Come dicevo ne ho passate tante: vengo da una famiglia con papà e mamma che non andavano d’accordo e perciò io e i miei fratelli abbiamo sempre sofferto. I miei fratelli e sorelle sono cresciuti in collegio senza incontrarsi  (ho conosciuto mia sorella quando aveva 21 anni!) ed io sono stato “fortunato” perché mi hanno mandato alla Città dei ragazzi da un don che mi ha fatto da papà, infatti ancora oggi lo stimo molto e ne ho un bel ricordo. Tutto quello che ho passato mi ha aiutato ad imparare a vivere: mi sono trovato in situazioni davvero brutte, senza un soldo, con la famiglia…Ma sono andato avanti, senza navigare nell’oro ma non mi manca niente perché non conta navigare nell’oro ma andare d’accordo in famiglia!

  • Se iniziasse di nuovo a studiare, cosa vorrebbe imparare?

Ecco, da piccolo ho fatto prima elementare a Borgo, l’ho continuata a Cuneo dove ci eravamo trasferiti, però mi hanno spostato di classe perché non ero capace di scrivere con penna e calamaio come gli altri, essendo abituato a scrivere ancora con il lapis (la matita). Allora mi hanno ripreso più volte e io mi sono ribellato, dato il mio carattere selvaggio, così mi hanno spostato di scuola mettendomi nelle differenziali (dove andavano i “foi” che non imparavano) e quella è stata la mia fortuna. Infatti ho incontrato un maestro che mi ha iscritto alle scuole professionali una volta finita la quinta elementare dove studiavo disegno tecnico e meccanica mentre lavoravo in fabbrica. Da lì sono andato alle scuole serali per prendermi il diploma di scuola media.

Certo, dovessi studiare ancora adesso, mi piacerebbe fare o il perito meccanico e poi ingegneria o architettura.

  • Attraverso la sua attività alla scoperta degli antichi passatempi, tocca alcuni temi molto attuali come il tema del riciclaggio. Cosa ne pensa? Secondo lei è importante riciclare e limitare lo spreco?

Sicuramente! Però io faccio ancora una distinzione: riciclaggio vuol dire separare quello che butto via e poi rielaborarlo per altro uso; a me piace di più dire “riadoperaggio” che è una parola che non c’è sul vocabolario ma che significa imparare a riadoperare le cose al posto di gettarle via e fare meno immondizia. Tra l’altro collaboro con la compagnia Erica di Alba che si occupa di riciclaggio e sono stato già in varie scuole per parlarne. Io divento matto quando vedo che la gente non solo butta via delle cose che possono ancora servire, ma le getta nei campi o dall’auto e allora mi sono costruito dei cartelli con scritto “pulito è più bello”, ma purtroppo me li strappano…Comunque non mi vergogno nel dire che recupero degli oggetti trovati nelle immondizie, anzi, li adopero e riutilizzo come voglio: perché devo andare a comprare del materiale quando le cose più belle vengono fuori dagli avanzi e dal recupero?

  • Un altro tema è la scuola. Crede che oggi la scuola insegni ai ragazzi sia la teoria che la pratica?

Discorso dolente…Vado sovente nelle scuole, dalla materna all’Università. Sono stato al Politecnico per delle lezioni di workshop in cui mostravo i miei giochi pur avendo solo la terza media serale in tasca! In queste lezioni ho capito che i ragazzi non avevano la minima idea di come si costruissero delle semplici cose e di dove recuperare il materiale. Forse le scuole insegnano troppa teoria ma poi i ragazzi non sanno più cavarsela perché bisogna usare anche le mani oltre che la testa.

 

  • Infine il tema della tecnologia. Secondo lei semplifica la nostra vita?

Bisogna vedere cosa si intende con tecnologia. Essendo stato meccanico, considero come tecnologia i macchinari che adopero per costruire; però se con tecnologia intendi i computer o i cellulari allora credo che sia pericoloso. Come uomo sono debole e so che mi lascerei attirare, perciò preferisco starne alla larga (non ho il cellulare, ho solo il computer che uso solo per la posta e per Pinterest). Dipende tutto dall’obiettivo della tecnologia e dall’uso che se ne fa.

 

  • A proposito di Cuneo. Come descriverebbe la città?

Anche se abito a Busca da ventidue anni, Cuneo è la mia città e mi piace come città soprattutto per come è disposta perché è facile da girare: ha solo una strada inclinata, via Slivio Pellico, mentre tutto il resto è dritto e rette. Quello che mi piaceva erano i sotterranei e i passaggi sotto la città che dovrebbero essere riscoperti per il valore storico e pratico. Comunque, Cuneo per me è la città più bella del mondo: facile da girare, abbastanza tranquilla, pulita e vivibile. Sono contento di come hanno sistemato via Roma che valorizza ancora di più Cuneo.

  • Da buon piemontese, ci può dire un proverbio in dialetto a cui tiene particolarmente?

“Vive e lasa vive!”, cioè “Vivi e lascia vivere”. Come piemontesi siamo un po’ falsi e cortesi ma questo proverbio è bello per tutti e lo ricordo detto da mia madre. Invita a vivere, interessarsi alle cose proprie senza pregiudizi e lasciare  agli altri la possibilità di fare esperienza di vita senza mettere il naso.

 

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