Pietre d’inciampo: l’arte per la memoria

L’idea del progetto Pietre d’inciampo (in tedesco Stolpersteine) è nata dall’artista berlinese Gunter Demnig con l’intenzione di tenere viva nelle città europee la memoria di tutti quei deportati che dai campi di concentramento non sono più tornati a casa. Si tratta di un piccolo blocco quadrato di pietra, grande quanto un sanpietrino, ricoperto di ottone lucente, posto davanti alla porta delle case in cui vivevano le vittime. Si vuole ricordare il loro nome, l’anno di nascita, il giorno e il luogo di deportazione e la data di morte. Questo tipo di informazioni intendono ridare individualità a chi si è ridotto soltanto a numero.
Ovviamente non è possibile inciamparvi davvero, poiché sono a livello della pavimentazione. Chi non le vuole vedere ci passa semplicemente sopra. Non sono invadenti. Forse è proprio questo il segreto del loro grande successo: il loro carattere discreto e modesto. Niente espedienti per richiamare l’attenzione, nessun gesto eclatante. Le pietre d’inciampo giacciono semplicemente lì come modello antitetico al memoriale monumentale.

Ma come è nato il progetto? «Ho iniziato il progetto per ricordare lo sterminio del popolo Rom nel ’94, dopo aver assistito a una cerimonia in strada per commemorare i gypsy deportati. Durante quella cerimonia venne fuori una signora a dire che non era vero che erano stati deportati. Allora decisi di rimettere le cose a posto e diedi vita a questa iniziativa. Le pietre sono prima di tutto per i parenti che altrimenti non avrebbero un posto dove piangere i loro cari morti in quegli anni. Come dice il Talmud ebraico, quando il nome di una persona è scritto, non si disperde la memoria di quell’uomo o quella donna» dice Demnig.
La prima pietra fu posata a Colonia, nel 1995. Un anno dopo a Berlino ne vennero portate altre in occasione della mostra Künstler forschen nach Auschwitz (Gli artisti esplorano Auschwitz). Da allora, è diventato il suo progetto di vita: ha posato oltre 70mila pietre in 24 Paesi Europei, sempre davanti all’ultima abitazione delle vittime dello sterminio nazista. Il suo messaggio: l’orrore non iniziò ad Auschwitz o Buchenwald, ma fra di noi. Tra i vicini che fecero finta di non vedere, tra gli amici che non trovarono il coraggio d’intervenire. L’obiettivo è quindi collegare la storia con il presente nel luogo simbolo della vita quotidiana, la loro casa. Grazie a un passaparola tanto silenzioso quanto efficace, oggi si incontrano Pietre d’Inciampo in oltre duemila città sparse in tutta Europa. In Italia, le prime Pietre furono posate a Roma nel 2010 e attualmente se ne trovano a Bolzano, Genova, Milano, Torino, Venezia e altre città. Nella provincia di Cuneo, a Dronero, l’artista tedesco ha posato cinque pietre d’inciampo dedicate a cinque cittadini droneresi arrestati il 2 gennaio 1944 e deportati nel campo di sterminio di Mauthausen dove trovarono la morte.

Il mosaico di pietre d’inciampo è diventato il più grande monumento diffuso del mondo. È una valanga inarrestabile: da una piccola iniziativa privata è nato un vasto movimento d’impegno civile che continua a crescere affinché l’indifferenza e l’odio non siano più il motore di molti di noi.

Patti Smith, la sacerdotessa del rock

La new wave è un’ondata di nuovi generi e tipologie di musica pop rock che diventò popolare negli anni settanta e ottanta. Una delle protagoniste di questa corrente musicale è Patricia Lee Smith, conosciuta come Patti Smith. Cantautrice, poetessa e artista statunitense, Patti Smith è sempre stata una figura atipica e rivoluzionaria nel rock, il suo grande carisma interpretativo e la suggestiva potenza delle sue canzoni l’hanno portata a guadagnare il soprannome di “sacerdotessa del rock”. 

Anche se non pubblica un album da diversi anni, Patti Smith è sempre in movimento, continua a scrivere e a fare concerti rivelandosi una fonte di creatività e ispirazione, così come quando si rivelò al pubblico per la prima volta: una donna magra, con i capelli scompigliati e la voce arrabbiata. Un suono elettrico e stridente per sottolineare il suo credo, la sua libertà e la sua indipendenza.

La rivista Rolling Stone l’ha inserita al quarantasettesimo posto nella classifica dei 100 migliori artisti e all’ottantatreesimo nella lista dei più grandi cantanti. 

La star ebbe un’infanzia complicata, durante il liceo trovò rifugio nella musica di artisti soul e rock come James Brown, i Rolling Stones, i Doors e Bob Dylan. Nel 1967 abbandonò il college dopo aver avuto una bambina, successivamente data in adozione, prese un autobus e scappò a New York per diventare un’artista: “New York con me è sempre stata amichevole. Ho dormito nei parchi, nelle strade, e nessuno mi ha mai fatto del male. Vivere lì è come stare in una grande comunità”.

Nella Grande Mela, a 21 anni, incontrò Robert Mapplethorpe, un fotografo che avrà poi molto successo. Senza soldi, ma pieni di ambizioni, i due giovani artisti si innamorarono, vivendo da bohemien nel famoso Chelsea Hotel. In quegli anni Patti si lasciò ispirare dalla sua nuova vita, componendo, dipingendo e scrivendo poesie, mentre lavorava in una libreria per mantenersi. Questa realtà durò fino al 1972, quando Robert si innamorò di un gallerista d’arte e se ne andò, rompendo la bolla di magia. Patti raccontò successivamente la loro avventura in Just Kids, un libro spirituale sull’euforia di quegli anni, con il quale si aggiudicò il National Book Award.

Nonostante il cambiamento, la cantautrice continuò la sua rivoluzione cantando poesie senza compromessi, accompagnata dalla chitarra elettrica di Lanny Kaye, facendosi conoscere sulle scene musicali underground. Con il suo primo singolo Hey Joe/Piss factory, segnò l’anno zero nella new wave americana. Conobbe figure determinanti per la sua carriera e la sua evoluzione musicale come Lou Reed e Bob Dylan, frequentò poi Andy Warhol, Sam Shepard e grandi poeti come Allen Ginsberg e William Burroughs.

Nel 1975 pubblicò il primo album, Horses, dai brani struggenti, aggressivi e rock. Patti Smith inventò un vero e proprio nuovo linguaggio, la copertina dell’album è una foto scattata da Robert, in cui la cantante sfida l’obiettivo con un’espressione severa e i capelli scompigliati. Furono anni di ascesa e concerti mondiali, l’artista pubblicò nel 1976 Radhio Ethiopia, nel 1978 Easter, con la hit Because the Night scritta insieme a Bruce Springsteen e infine nel 1979 Wave, anno in cui in Italia fece il tutto esaurito a Firenze e Bologna.

Sempre nel ’79 Patti Smith abbandonò New York per seguire Fred “Sonic” Smith, chitarrista del gruppo rock gli MC5, a Detroit. I due si sposarono, ebbero due figli e si allontanandosi per un certo periodo dal palcoscenico. Un giorno Fred le disse “Le persone hanno il potere, scrivilo. La gente ha il potere di redimere l’opera dei pazzi”. Fu così che la star pubblicò l’album Dream of life, creato dal grido di battaglia People have the power.

Successivamente l’artista visse due tragedie in poco tempo, la scomparsa del marito e quella del fratello. Per sconfiggere il dolore tornò ad esibirsi, fu l’inizio di un nuovo capitolo della sua carriera.

Portò a termine un nuovo album, Gone Again, che testimoniava ancora una volta la sua forza di rialzarsi e affrontare i traumi della vita. Nel 1977 uscì Peace And Noise, con il singolo 1975, un anthem rock ispirato all’invasione cinese in Tibet, il Dalai Lama infatti era un riferimento spirituale di Patti. Il brano funzionò da tutti i punti di vista e riuscì a strappare anche una nomination ai Grammy Awards. 

La cantautrice di Chicago si espose anche politicamente “Non ho mai pensato di essere una politica, ma ho sempre voluto comunicare qualcosa”. Nel 2000 pubblicò Gung Ho, un album rock classico che sin dal titolo, riportando l’espressione cinese “Ho”, indica la voglia di continuare a combattere con entusiasmo “È lo spirito dell’album: voglio chiudere questo secolo e affrontare il nuovo con un’energia positiva”. Ma allo stesso tempo l’espressione “Ho” fu anche un omaggio a Ho Chi Minh

Testarda e piena di energie, Patti non volle mai fare i conti con l’età e con la fine di un’epoca, di cui è stata indubbiamente protagonista. Nei primi anni 2000, continuò ad esibirsi e a pubblicare album come TrampinTwelve. Quest’ultimo è l’insieme di 12 cover americane scelte e reinterpretate dall’artista, tra cui spicca la splendida rilettura di Smell Like a Teen Spirit dei Nirvana. Nel 2008, con la lettura di un requiem da lei scritto e dedicato a Robert Mapplethorpe, The Coral Sea, Patti riceve cinque prestigiose stelle dal critico «The Guardian». Nello stesso anno, con l’omonimo titolo del suo album, Dream of Life, esce un bellissimo documentario diretto da Steven Sebring, un ritratto dell’artista realizzato nell’arco di un decennio.

L’esile cantautrice americana porta ormai addosso i segni di una vita irrequieta e turbolenta, a dicembre del 2021 ha compiuto 75 anni. I suoi capelli corvini si sono imbiancati e incorniciano un viso sempre più serio e spigoloso, ma non meno spiritato di un tempo. Sorprendente è la sua rinnovata forma come interprete, testimoniata anche da alcune sue brillanti performance dal vivo. 

Patti Smith, anche nel nuovo millennio, si conferma un modello da seguire, verso cui anche le nuove generazioni nutrono rispetto e stima. Un modello da amare e da cui prendere spunto, non solo dal punto di vista musicale, ma anche umano, etico e sociale.

Moriremo tutti cinesi?

Moriremo tutti cinesi? È la domanda che si pone Federico Rampini quando scrive La seconda guerra fredda: lo scontro per il nuovo dominio globale (2019). Il giornalista, corrispondente per lungo tempo nel paese asiatico, avvisa il lettore che è cominciata una seconda guerra fredda, che sarà profondamente diversa dalla prima. Cambieranno molte cose per tutti noi. Nella sfida tra America e Cina nessuno potrà rimanere neutrale. Ogni terreno sarà investito dal nuovo conflitto: dall’economia alla tecnologia, dai valori politici e alla cultura. Il mondo è cambiato molto più di quanto noi occidentali ci rendiamo conto.

Il tramonto del secolo americano è vicino e la possibile transizione al secolo cinese è dietro l’angolo. Negli ultimi anni la Cina ha subito una metamorfosi sconvolgente: ci ha sorpassati nelle tecnologie più avanzate, e ora punta alla supremazia nell’intelligenza artificiale e nelle innovazioni digitali. È ormai protagonista a tutti gli effetti negli scenari dello Spazio. Nelle infrastrutture cinesi sfavilla la modernità: tra i bullet train ad alta velocità e il mega aeroporto di Pechino.
È estremamente all’avanguardia nella modernità ma rimane un regime autoritario, ancora più duro e nazionalista sotto Xi Jinping. Ad esempio, molte videocamere e dispositivi di sorveglianza h24 sono stati piazzati in alcune parti del paese per controllare la popolazione. Tutto questo non sembra poi così lontano dal distopico «Big Brother is watching you» in 1984 di Orwell. Ma la Cina ne va fiera. In Africa è in corso un’invasione cinese di portata storica.
Ma non solo, anche noi italiani siamo coinvolti nel progetto cinese: infatti l’Italia è terreno di conquista per le Nuove Vie della Seta. La Nuova Via della Seta è un ambizioso progetto infrastrutturale, commerciale e strategico che collega la Cina con l’Europa. Quando verrà ultimata sarà la più importante via commerciale e strategica tra l’Oriente e l’Occidente. La destinazione finale della importante tratta marittima è Venezia. È possibile pensare come il più grande progetto infrastrutturale del globo debba passare per la città d’arte più famosa d’Europa?

La Cina sta già finanziando attività in Europa, sotto forma di prestiti, per lo sviluppo sia di porti che di collegamenti ferroviari efficienti e moderni, oppure immettendo soldi per acquistare o per accedere alla compartecipazione nella gestione di aziende statali europee. La Repubblica popolare è il primo partner commerciale per molte nazioni occidentali. In Italia, per il momento la Cina controlla il 49% del porto di Vado Ligure.
Oltre a ciò squadre di calcio italiane sono in mano ai cinesi così come molte università italiane. La Cina sta intensificando gli scambi e le partnership con le università italiane, incrementando i centri di ricerca. La questione sui rischi connessi ad accademie e centri di ricerca finanziati dal governo cinese è centrale in Europa già da tempo. In Italia finora la politica è rimasta piuttosto afona. Ma il problema comunque esiste. I nostri atenei hanno una grande carenza di fondi e il fatto che ne arrivino da aziende cinesi dà la possibilità di proseguire svariati progetti. Bisogna però considerare anche il rovescio della medaglia: non si tratta di beneficienza ma la Cina vuole in cambio tecnologia e know-how senza troppi controlli.

L’America si è convinta che, «ora o mai più», la Cina va fermata. Chi sta in mezzo, come gli Europei, rimarrà stritolato? Nessuno è veramente attrezzato ad affrontare la tempesta in arrivo. Questo progetto egemonico cinese sostiene il grande sviluppo economico ma persegue allo stesso tempo un piano di chiusura verso l’informazione e la libera circolazione delle idee. È il paradosso di questa superpotenza. Se l’Occidente resterà unito forse avrà una speranza di non morire cinese. 

Caramelle al miele

L’idea della mia rubrica di cucina nasce dal voler influenzare le persone a mangiare cose sane e buone senza richiedere troppo e di conseguenza sfruttare la terra.

Quali sono gli accorgimenti che utilizzo per avere un occhio di riguardo verso il pianeta? Innanzitutto, cerco di utilizzare meno plastica possibile. Allo stesso tempo per avere meno rifiuti non riciclabili tendo a comprare solo le materie prime e poi cucinarle per creare cibi particolari e saporiti. Elimino quindi merendine, dolci imbustati, cibi già pronti e verdura o frutta già imbustata!

Per evitare di farmi attirare da cibi già pronti cerco di non fare la spesa in grandi supermercati, ma acquistare in piccoli negozi locali. E qui arrivo al punto per cui ho scritto tutta questa introduzione.

La ricetta di oggi è una ricetta semplice per creare delle caramelle al miele, molto benefiche, in quanto, da anni si sa che il miele è un ottimo rimedio naturale per la tosse e il mal di gola. Come molti di voi sapranno le api sono in via di estinzione, tocca a noi quindi avere un occhio di riguardo anche per loro. Personalmente per incentivare il sistema dell’apicoltura e aiutare il mio benessere, mi impegno a comprare il miele da amici apicoltori e piccoli produttori locali, affinché io possa essere sicura della provenienza del miele e della sua qualità. Invito quindi anche voi ad aiutare le piccole aziende locali.

Detto questo partirei con la produzione delle caramelle al miele! Quando ho fatto per la prima volta questa ricetta ho subito pensato che non sarebbe stato facile, invece devo ricredermi, quindi non scoraggiatevi e seguitemi!

Gli ingredienti:

  • 75 gr. Zucchero 
  • 40 gr. Acqua
  • 30 gr. Miele
  • Zucchero a velo

Occorrente:

  • Pentola
  • Stampo per cioccolatini
  • cucchiaio

Procedimento:

Per prima cosa versiamo lo zucchero all’interno della pentola e subito dopo aggiungiamo all’interno l’acqua. A questo punto accendiamo il fuoco a fiamma media (chi come me ha una piastra ad induzione io utilizzo la potenza media).

Mescoliamo per amalgamare un po’ lo zucchero con l’acqua e portiamo ad ebollizione, a questo punto aggiungiamo il miele e mescoliamo per amalgamare al meglio il miele. Portiamo ad ebollizione alzando del tutto la fiamma o la potenza. 

Una volta arrivati ad ebollizione mettiamo la fiamma a potenza media e facciamo cuocere per una decina di minuti mescolando fino ad addensamento.

ATTENZIONE A NON FAR BRUCIARE IL CARAMELLO! Il composto alla fine sarà di colore marrone chiaro, ambrato. A questo punto togliamo dal fuoco e trasferiamo il composto nello stampo in silicone. Una volta creati gli stampi lasciamo raffreddare le caramelle. Quando saranno raffreddate le togliamo dallo stampo. Dopo averle tolte dallo stampo io le trovo troppo appiccicose; quindi, le impano nello zucchero a velo per non farle attaccare tra loro.

Per la conservazione incarto le caramelle nella carta da forno e le ripongo all’interno di un barattolo con coperchio (la classica burnia per i Piemontesi).

Si possono anche fare queste caramelle per regalarle, quindi si può abbellire il contenitore utilizzato della stoffa e dello spago per decorare il tappo e farlo risultare più rustico, “della nonna”. Per personalizzarle si può mettere un’etichetta colorata e scherzosa. 

Per arricchire ancora di più il gusto delle caramelle ho provato a farle con diversi tipi di miele. Vanno benissimo tutti i tipi, dall’acacia al millefiori al castagno ecc…

In più sono ottimi anche diversi tipi di miele aromatizzato come ad esempio quello alla fragola, ai frutti di bosco ecc… Questi tipi di miele sono reperibili da pochi apicoltori, ma non è impossibile trovarli!



Ricetta ispirata dal blog il chicco di mais

Questo non è normale

«NON È NORMALE che si organizzino dibattiti con soli maschi e il punto di vista delle donne venga escluso.

NON È NORMALE che le atlete, anche quando vanno alle Olimpiadi o ai Mondiali, siano sempre dilettanti.

NON È NORMALE che il governo faccia task force, comitati, nomine e si dimentichi di inserirvi le donne.

NON È NORMALE questo e molto altro».

È così che comincia il libro Questo non è normale. Come porre fine al potere maschile sulle donne scritto da Laura Boldrini, deputata del PD ed ex presidente della Camera.
È un saggio dedicato a una grande battaglia di civiltà, che, mettendo in fila fatti, testimonianze e storie, fotografa un’Italia basata ancora sul modello patriarcale. La scrittrice riflette sulle discriminazioni di tutti i giorni, in ogni ambito della società. Ad ogni capitolo utilizza una parola chiave di presentazione (dominare, svilire, annientare, intimidire) per accompagnare il lettore fino al momento culminante del «mollare gli ormeggi», ovvero rompere il silenzio. 

Si parte proprio con un elenco di proverbi ritenuti espressione della saggezza popolare come «Donne e buoi dei paesi tuoi», «Donna al volante pericolo costante», «Donna baciata mezza guadagnata». Tutti frutto di una cultura maschilista dalla quale non abbiamo ancora preso le distanze perché purtroppo vengono pronunciati ancora oggi. Si vuole portare l’attenzione su cos’è il patriarcato: è patriarcato che nei libri sia il papà che lavora mentre la mamma fa le torte e stira, che la madre non possa trasmettere il proprio cognome ai figli, che i bambini abbiano a disposizione giochi che ne stimolano l’ambizione e la creatività mentre alle bambine sono destinate bambole e pentoline.
Inoltre il sessismo non è normale: ovunque campeggiano in maggioranza busti e ritratti di soli uomini, su cento vie non più di cinque sono dedicate alle donne, se sei una «donna con le palle» allora sei in gamba, se sei un uomo che «piange come una femminuccia» sei un debole.
Escludere le donne dal dibattito pubblico non è normale: è un modo per oscurale e controllarle. È fondamentale il punto di vista femminile nei media, ma in Italia i talk show televisivi sono dominati dagli uomini e le donne intervengono al massimo come moderatrici.
Il fenomeno della violenza di genere perpetrata nei confronti delle donne in quanto donne, e per nessun’altra ragione, è allarmante. Il femminicidio da parte di mariti, compagni, figli che dovrebbero soltanto amare non è assolutamente normale. E noi lo raccontiamo in tv dicendo che è la donna che se l’è cercata perché aveva il vestito troppo scollato o la minigonna, che è lei che l’ha provocato.
Oltre a ciò la Boldrini si sofferma su una questione che la riguarda da vicino: l’odio misogino. Le brutali minacce e l’odio incontrollato dilagano non solo online nei confronti di molte donne, soprattutto quelle che hanno il coraggio di alzare la voce e prendere posizioni scomode. Qui la denuncia è importantissima per far sì che non si sminuiscano questi fatti con doppi sensi, risate e luoghi comuni facendo finire tutto nel dimenticatoio.
Le donne devono sormontare i pregiudizi nel lavoro, nello sport, nei contesti processuali. Vi è poi la grande battaglia dell’aborto. In Italia l’obiezione di coscienza fa sì che si possa usufruire dell’interruzione di gravidanza in maniera molto limitata.
L’autrice arriva poi a chiedersi: ma perché nell’agenda della politica italiana si tende a rimuovere il femminismo? Perché si ritiene «roba da donne» la bassa occupazione femminile e la disfunzione del welfare, anziché un’emergenza? Perché il più grande partito progressista italiano, paladino dei diritti e dell’inclusione, è composto principalmente da uomini? La scrittrice suggerisce: «fino ad ora in Italia si sono succeduti sessantasette governi, tutti a guida e impronta maschile: non mi pare che le cose siano andate e vadano benissimo. Per quale motivo, allora, non vogliamo lasciare spazio alle donne, cioè alla maggioranza della popolazione?».

Per concludere viene presentata una figura politica importante ma spesso dimenticata dalla storia: Salvatore Morelli. Un femminista ante litteram che immaginava una società in cui anche le donne avessero diritti e potessero esprimere le loro opinioni. Fu il primo in Europa a presentare un progetto di legge per l’abolizione della schiavitù domestica e fu anche il primo a capire che si trattava di un’emergenza sociale che si sconfigge con le leggi ma anche con un cambiamento di mentalità.
Bisogna dunque essere vigili e fare un pezzo di strada nella società perché solo le leggi non bastano se il paese non segue. Se quotidianamente accettiamo queste storture della società non ci possiamo poi lamentare. Invece se vogliamo veramente cambiare le cose dobbiamo fare democrazia attiva. 

Se tutto questo non è normale per noi, dobbiamo alzare la voce e gridare BASTA:

«Se non cambiamo innanzitutto la nostra quotidianità, se non rifiutiamo le tante piccole e grandi ingiustizie avallate come normali da millenni di pregiudizi, non vi sarà mai quel mutamento necessario per vivere bene e non esistere e basta».

Marilyn ha gli occhi neri

Nell’ultimo mese sono andata più al cinema che a fare la spesa. Il fatto che le sale cinematografiche abbiano riaperto mi ha elettrizzata, è bello passare una serata un po’ diversa dal solito guardando un bel film fuori casa. Oltre ai big movies che hanno avuto grande successo, come “Dune” o “James Bond”, è stato bello vedere film italiani, diretti da registi italiani.

In particolare, ho trovato molto piacevole la visione di “Marilyn ha gli occhi neri” un film di Simone Godano che vede protagonisti il mitico Stefano Accorsi e la favolosa Miriam Leone in una commedia spiritosa e commovente.

Il film si apre con l’immagine di Diego, cuoco e papà, che furioso distrugge la sala da pranzo dell’albergo in cui lavora. Si capisce in fretta che il protagonista ha problemi nel controllare la rabbia e frequenta un centro di recupero per persone con disturbi mentali. Accorsi è riuscito perfettamente a entrare nel personaggio, si è spogliato completamente della sua identità e “scompare” nelle grida, nei tic, nelle paure e nelle balbuzie del suo Diego.

Frequentando il centro l’uomo conosce i suoi compagni di disavventure e stringe amicizia con Clara, una ragazza bellissima ed esuberante che arriva sempre in ritardo e a cui non piace né rispettare le regole, né frequentare gli incontri.

Dopo varie vicende gli psichiatri della clinica decidono di provare a realizzare un progetto per far riavvicinare i pazienti al mondo del lavoro: ogni giorno ospiteranno gli anziani della adiacente casa di riposo e cucineranno loro il pranzo, servendoli e parlando con loro. È così che Clara si fa prendere la mano e apre una pagina online per pubblicizzare il loro “ristorante”. Le recensioni, le immagini dei piatti e le storie del locale sono tutte sue invenzioni, ma in pochissimi giorni il sito riceve migliaia di visualizzazioni e il ristorante diventa famosissimo in tutta Roma. Lo chiama “Monroe” e viene descritto come un posto libero e alternativo, come coloro che ci lavorano. 

Visto il successo del sito e il feedback positivo della gente, Clara e Diego iniziano a fomentarsi fino a quando decidono di aprire veramente il locale. Questo serve a far avvicinare il gruppo che unisce le forze e si rimbocca le maniche. Ogni sera c’è una coda lunghissima fuori dal locale e i clienti restano meravigliati e attratti da questo posto con il personale stravagante. È vero però che chi non si distingue per autocontrollo ha il dono di essere autentico, sincero e di sentire le emozioni molto più intensamente di chi è “normale”. Ecco perché il film coinvolge chi lo guarda.

I wanna be loved by you, just you, nobody else but you” – cantava sconsolata Marilyn Monroe in “A qualcuno piace caldo” dopo aver perso per sempre il suo amore. Lo stesso brano, un po’ stonato, lo dedica Clara a Diego.

Dalla prima all’ultima scena Godano è riuscito a creare situazioni buffe e a raccontare il disturbo mentale con la giusta leggerezza. Dietro alle brutte figure, alle parolacce di una donna affetta dalla Sindrome di Tourette e alle crisi di un uomo impaurito che grida sovente al complotto, c’è una riflessione molto seria sull’incomunicabilità, che porta alla solitudine e all’isolamento, allontanando gli altri. “E’ brutto non essere visti” dice Diego, non alludendo solo ai “pazzerelli”, come li chiama affettuosamente il regista, ma anche a chi non ha manie, ossessioni o malattie mentali. Accade a tutti di sentirsi invisibili, abbandonati e di sentirsi costretti a indossare una maschera senza poter mostrarsi per quello che si è.

Il film è anche commovente, i protagonisti combattono ogni giorno una battaglia contro sé stessi e contro le ingiustizie della vita e le difficoltà di chi viene considerato “pazzo” dalla società. Godano invita indubbiamente lo spettatore ad accettarsi, a perdonarsi e a rispettare gli altri. È convinto che un cambiamento e un miglioramento siano possibili, e se non dovessero avvenire, allora non importa, non c’è fretta. 

Dopo quasi due anni di pandemia e di reclusione in casa, tutti noi forse ci siamo sentiti proprio come i protagonisti di Marilyn ha gli occhi neri, e magari molti di noi sono implosi. Questa commedia potrebbe allora funzionare come medicina per il buon umore. 

Consiglio di andarlo a vedere, perché è un film che vi renderà felici. Qualcuno potrebbe accorgersi di soffrire di disturbo ossessivo compulsivo, ma la buona notizia è che non è affatto solo. Qualcun altro, invece, realizzerà, una volta uscito dal cinema, di aver visto qualcosa di molto diverso dal solito, il che è raro nel nostro panorama cinematografico.

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