Alhelì: una storia di storie, piccoli grandi narratori e idee geniali

Alhelì è un libro molto speciale. Tutte le storie che contiene sono nate dalla fantasia di un gruppo di bambini cresciuti nella periferia di Quito, nel quartiere di Tiwintza, dove opera la fondazione franco-ecuadoriana Ecuasol, alla quale si è aggiunto il talento di sette illustratori italiani.
Quando ho avuto la fortuna di conoscere la bellissima storia di questo progetto dalla voce della giovane brillante Tanja Di Piano, psicologa operante nel contesto dov’è sbocciato Alhelì, ho deciso che avrei dovuto assolutamente condividerla con più persone possibili.
Per chi ha fame di libri, idee e storie che ti riscaldano l’anima, ecco l’intervista che mi ha concesso Tanja, con la disponibilità e l’entusiasmo di chi prima di insegnare qualcosa ai bambini, ha saputo da loro imparare.

1. Quando si pensa all’atto di raccontare storie di solito immaginiamo i bambini in qualità di ascoltatori; come nasce l’idea di farle invece raccontare proprio a loro?

A Quito il tempo cambia in continuazione. Devi avere sempre addosso una maglietta a maniche corte, una felpa calda, un antipioggia e nel dubbio pure una sciarpa. Era un pomeriggio molto piovoso quando nacque questo progetto. Mi trovavo in una biblioteca per bambini, cercando un testo da usare con loro durante alcuni laboratori che stavo tenendo. L’idea mi è balenata lì, per terra, sulla moquette. Ho subito inviato un messaggio a chi sapevo mi avrebbe ascoltato e che era a conoscenza del lavoro che stavo facendo: “E se gli facessi scrivere delle storie loro al posto di fargli leggere quelle di qualcun’altro?”. Era un progetto timido, un’idea in punta di piedi, ma ha toccato i cuori giusti, ed è diventato questa meraviglia di libro, scritto dai bambini e per i bambini. Farlo in un quartiere come Tiwintza nasce dalla consapevolezza di quanto poco spazio sia stato dato alla loro fantasia e creatività. Nasce dalla volontà di mostrare e dimostrare loro come un’idea e una storia, così astratte e impalpabili, possano prendere forma nella concretezza di un libro illustrato. Nasce dalla voglia di aiutare questi bambini, negli anni in cui si sta definendo la loro forma mentis, ad aprire i loro pensieri verso nuove prospettive, esplorando nuovi mondi, fuori e dentro di loro, per valorizzarli e dar loro una possibilità di crescita differente da un apprendimento prettamente scolastico. Un altro approccio educativo che si affianca al tipo di lezioni che sono abituati a ricevere durante il loro percorso di vita.

2. Per aiutare i bambini e ragazzi nel progetto di narrazione creativa si è servita di qualche “attrezzo del mestiere” particolare?

Una mente super aperta, un po’ di umiltà e un sacco di creatività. Avevo un’idea su cosa volessi fare, un canovaccio di strumenti e punti focali, certo, ma ho cercato di chiedere l’opinione di tantissime persone. Dai miei colleghi, alle persone in Italia, a giornalisti, scrittori, maestre… ho trovato tantissima disponibilità, tantissima voglia di condividere e offrire punti di vista. Li ho raccolti tutti e li ho fatti miei, prendendo il buono e adattandoli a chi avevo davanti. Nella pratica si è trasformato in un viaggio nella fantasia. Ho iniziato portandoli in braccio, facendo laboratori semplici, con l’aiuto di strumenti come il Dixit (usato in varianti molto diverse). Poi ho camminato un po’ per mano con loro, studiando insieme le parti delle fiabe, memorizzando quelle che più ci piacevano e cambiandone qualche parte. E infine, dopo giochi, disegni e rappresentazioni teatrali di quello che avevamo imparato, mi sono messa da parte, e ho lasciato che la loro creatività sbocciasse. Sono stati divisi in gruppi, più o meno per età, e con ognuno di loro abbiamo fatto un brainstorming durato un paio di incontri dove avevano la possibilità di esprimere tutte le loro idee, che sono state raccolte; gli abbiamo dato insieme una forma e sono stati scelti i dettagli come i nomi, il titolo ecc. Una volta finita l’abbiamo riletta insieme e voilà, la magia era fatta.

3. Come se l’è cavata con la diversità della lingua? I bambini l’hanno aiutata a farsi capire? Come?

Sono arrivata alla fondazione Ecuasol per una serie infinita di congiunzioni astrali, grazie alla grande fortuna di aver incontrato persone che mi hanno dato una fiducia inaspettata. L’impatto iniziale è stato indubbiamente complicato dal punto di vista linguistico: condividevo la casa e il luogo di lavoro con ragazzi francesi e dovevo relazionarmi tutti i giorni con bambini e adulti che parlavano spagnolo. Inutile dire che non conoscevo nessuna delle due lingue, sarebbe stato troppo semplice! Dalla mia ho grande testardaggine e caparbietà, quindi all’inizio mi sono servita di qualche malcapitato che parlava un po’ di inglese perché mi facesse da traduttore e nel frattempo ho preso lezioni, senza fare altro che studiare. Nel giro di un mesetto sono passata dal semplice: “Qual è il tuo animale preferito?”, grande cavallo di battaglia che ho usato con TUTTI i bambini, presa dal panico, a poter avere conversazioni sempre più articolate e adatte al mio lavoro. I bambini, come sempre, sono stati uno spettacolo, e con alcuni di loro la “barriera” linguistica è stata quasi una fortuna, perché mi ha permesso di avvicinarmi ed essere avvicinata in una maniera diversa e forse più delicata rispetto ad un approccio standard; utilissimo con chi, come loro, non ha vissuti semplici.

4. Chi si è occupato della parte illustrativa e grafica del libro?

La parte grafica (ma anche quella relativa alla ricerca degli artisti e degli sponsor e la spinta al rendere questo progetto bellissimo e grande com’è diventato) è merito di Boumaka, uno studio di graphic designers che si trova a Torino (li potete sbirciare qua: http://www.boumaka.it/ita/). Senza i componenti di Boumaka questo progetto avrebbe preso una piega molto più silenziosa, io ed Ecuasol dobbiamo loro tantissimo. Per quanto riguarda gli artisti incredibili che hanno prestato il loro tempo e talento alla causa sono: Daniela Goffredo (www.facebook.com/dadaillustrations), Alice Lotti (www.alicelotti.com), Serena Ferrero (www.facebook.com/santamatitaillustration), Elyron (www.elyron.it), gli Happy Centro (www.happycentro.it), Gianluca Cannizzo (www.facebook.com/mypostersuck), Hikimi (www.hikimi.it).
Ognuno con il suo stile, ognuno bravo da lasciarci il cuore.

5. Saprebbe darci qualche informazione su cos’è e come opera la fondazione Ecuasol?

Ecuasol è una fondazione franco-ecuatoriana situata a Tiwintza, quartiere svantaggiato della zona nord di Quito, in cima ad una montagna; il suo obiettivo è aiutare circa sessanta bambini e ragazzi dai 6 ai 20 anni e le loro famiglie durante la crescita, mediante un approccio a 360 gradi. Fornisce una possibilità di crescita alternativa a quella che può venire offerta dalle prospettive di un quartiere come quello, che si ritrova ad essere tra i più svantaggiati sia a livello economico sia socio-culturale. Nello specifico Ecuasol si occupa di supportare l’istruzione, di regolare l’alimentazione, di affiancare le famiglie e offrire supporto psicologico (parte di cui mi sono occupata io nello specifico), di far eseguire check up annuali e visite mediche specialistiche, di dare un aiuto economico alle famiglie, di organizzare workshop e attività ludico-ricreative. Il team che lavora nella fondazione è composto da quattro insegnanti che si occupano prettamente della parte scolastica, due cuoche che fanno in modo che i bambini abbiano un pasto sano e bilanciato ogni giorno e diverse figure professionali per la parte di contabilità, comunicazione, pedagogia e aiuto socio-assistenziale.

6. Lei ha insegnato ai bambini di Quito a raccontare storie, potrebbe svelarci qualcosa che loro hanno insegnato a lei?

Nella mia vita ho avuto la fortuna di collezionare tantissime esperienze con i bambini, sia all’estero che in Italia, tra il volontariato e il lavoro, e se c’è un pensiero che ho consolidato sempre di più negli anni è che noi “grandi” ci portiamo a casa molto di più di quello che lasciamo ai piccoli. I bambini sono delle spugne a fattezza d’uomo, nel bene e nel male assorbono tutto ad una velocità impressionante. Hanno molti meno filtri sociali; difficilmente non ti diranno quello che pensano senza filtri di sorta. Hanno la capacità di farti delle domande così spiazzanti nella loro semplicità che ti ritrovi obbligato a riflettere sul mondo e su te stesso. Sanno pretendere, sanno ridere in maniera incontrollata, sanno ascoltare ciò che conta e darti il mondo, senza troppi convenevoli. Per i bambini di Ecuasol, che arrivano da una situazione incredibilmente complicata sotto ogni punto di vista (la maggior parte di loro ha vissuti di violenze dirette o indirette, genitori alcolisti o con problemi di droghe, difficoltà economiche molto impattanti e problematiche di salute notevoli) ho in particolare una profonda ammirazione, per la caparbietà e la resilienza che dimostrano ogni giorno di avere. Ribalta le prospettive sulle tue priorità avere a che fare con degli esserini così piccoli eppure così coraggiosi.

7. C’è una storia che preferisce in questa raccolta, una che l’ha personalmente colpita di più?

Questa domanda è come chiedere ad una mamma se ha un figlio preferito. Eticamente scorretto, segretissimamente un pochino veritiero! Sono tutte bellissime e molto molto personali; la personalità di ogni membro del gruppo è venuta fuori in maniera inaspettata e quasi commovente. Le ho viste nascere, svilupparsi e prendere le forme più svariate e non potrei essere più fiera del risultato. Forse però, la storia intitolata “Verdi di invidia” mi ha rubato il cuore un pochino più delle altre; l’ha ideata un gruppo di bimbe molto piccole e ho trovato stupendo come siano riuscite a far passare un messaggio “forte e chiaro” in maniera così delicata. Hanno tutta la mia invidia per essere riusciti a trovare delle storie così uniche e belle.

8. Che cosa significa “Alhelì”?

Non è stato semplice trovare un nome che potesse rappresentare la bellezza, la forza ma anche la precarietà e la difficoltà della vita dei piccoli grandi esseri umani che fanno parte della fondazione Ecuasol; quando abbiamo trovato Alhelì, che ha un significato forte e delicato allo stesso tempo, ci è quindi sembrato perfetto. “Alhelì” è infatti il termine spagnolo per definire quei fiori spontanei e variopinti in grado di crescere in qualsiasi ambiente, anche sfavorevole: come le crepe, le fessure dei muri, gli spazi angusti e difficili.

9. Dove è possibile acquistare il libro?

Visto che il progetto è stato sviluppato interamente pro bono, vogliamo che tutti i proventi vadano alla fondazione. Abbiamo quindi scelto di non coinvolgere case editrici o librerie che prendessero una percentuale sulla vendita. Al momento il modo più semplice per poter avere il libro è chiederlo a me, a qualcuno dei nostri meravigliosi artisti, o alla pagina di facebook: https://www.facebook.com/progettoalheli.

 

Un incontro possibile

È da poco finito un lungo periodo di campagna elettorale, fatto di molte parole e molte promesse. L’atteggiamento dei più è sfiduciato, come se in fondo fosse sempre implicita la verità di una promessa irrealizzabile. Si potrebbe discutere a lungo sulla poca credibilità di molti politici e su quanto tutta la sfiducia sia in realtà frutto di anni passati a credere davvero in alcuni ideali e personalità. Il malcontento di certo alberga ovunque ed è difficile non cedere alla retorica popolare, lasciandosi sopraffare. Sarebbe interessante, però, fare un passo in profondità, per accorgersi di quel che in fondo emerge di più radicale.

Due sono gli scenari che definiscono le diverse posizioni. Il primo vede protagonisti due uomini, Yasser Abdallah Salameh e Toni Hanna: il primo, un uomo palestinese – profugo – capocantiere molto scrupoloso, il secondo, un libanese militante nella destra cristiana. Sono questi i due protagonisti del film L’insulto, che si fa portavoce di quella profondità necessaria da ricercare per non cedere al ritornello delle polemiche sterili. Un impianto idraulico, una parola di troppo sono i soli ingredienti sufficienti per portare in tribunale i due uomini e coinvolgere nello scontro l’intero paese. Eppure, non si tratta soltanto della fervida fantasia più o meno ancorata alla realtà di un brillante regista. Così infatti Ziad Doueiri descrive la genesi del film: «L’idea arrivò da un evento molto simile a quello scatenante del film. Un incidente stupido tra me e un operaio, degenerato all’improvviso in qualcosa di più grande, doloroso. Lì è finita in uno scambio di insulti e parolacce, ma rimasi ossessionato dall’ipotesi che la lite potesse facilmente divenire un affare nazionale se avessimo continuato su quei binari. Ne parlai con mia moglie, ora ex, che era presente e contribuì a far sì che tornassimo a più miti consigli. Mi scusai col suo capo per il mio comportamento, ma il boss lo licenziò. Allora presi le sue difese: da nemici divenimmo alleati e allora capii. Capii subito che era la premessa, la miccia di qualcosa di importante». In gioco c’è dunque molto di più persino di un caso appartenente a un solo Paese, in gioco c’è la forza distruttiva che appartiene a ogni ideologia e che offusca la vista, al punto da rendere impossibile la vista di colui che si trova proprio di fronte ai nostri occhi. In contesti, situazioni e dinamiche diverse non è di certo difficile correre con il pensiero alla campagna elettorale appena conclusa. Duri sono stati i toni, le polemiche e forti le tensioni. Indicativa a riguardo è l’interpretazione dello storico De Felice che distingue il fascismo storico, morto con il duce a piazzale Loreto, dall’eredità psicologica che il fascismo ha lasciato nella memoria e nella storia degli italiani. Esempio più evidente è l’atteggiamento in politica, dove il nemico è oggettivo e il confronto è utile solamente se finalizzato all’annientamento.

Il secondo scenario vede in campo due uomini anziani, con il peso di molti anni sulle spalle e un gran bagaglio da offrire, il cui incontro è un esempio evidente e chiaro che è possibile oltrepassare il muro dell’ideologia per incontrare e tornare a vedere chi si ha di fronte. Si tratta di Eugenio Scalfari e Papa Francesco. Anche in questo caso è necessaria un’attenta capacità osservativa e un affondo in profondità per comprendere bene i termini in questione. Infatti, tante sono le critiche superficiali di coloro che si limitano a accusare Bergoglio di aver venduto parte della sua identità a chi per tanti anni ha rappresentato l’emblema del laicismo. È necessario scovare, con un cauto uso della ragione, le fondamenta di questo rapporto, apparentemente così anomalo. È davvero possibile mantenere la propria identità in un confronto così eterogeneo? In un articolo de La Stampa dell’estate scorsa Massimo Borghesi richiamava una fessura, uno spiraglio che consentirebbe il dialogo così schietto tra i due. Non si tratta di una conseguenza del proselitismo o della conversione di una tra le due posizioni: è Scalfari stesso a definirsi ateo. «Il Papa naturalmente sa che io sono non credente, ma sa anche che apprezzo moltissimo la predicazione di Gesù di Nazareth che considero un uomo e non un Dio. Proprio su questo punto è nata la nostra amicizia». Si tratta di una posizione umana profondamente onesta, che riconosce una ricerca, costante e insistente, verso la verità, qualunque siano i mezzi che le storie personali hanno messo a disposizione di ognuno. Borghesi nel suo articolo definisce l’anima religiosa di Scalfari. Non trovo accezione migliore per questa espressione se non nell’anelito verso la verità, non verso quell’idea più o meno chiara che ognuno si costruisce della sua propria verità. In un articolo del 16 luglio, “La politica e il lascito perduto della modernità”,  Scalfari ricorda una figura a lui cara, Eugenio Montale, citandone alcuni versi:

 

Oh 

l’orizzonte in fuga, dove s’accende

rara la luce della petroliera!

Il varco è qui? Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende…

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

Il varco descritto da Montale è la fessura citata da Borghesi: quello spiraglio che consente di accogliere l’altro come dono per sé e rompere l’uniformità intatta del proprio pensiero.

Molto indicative sono le parole di Scalfari a conclusione della sua intervista al Papa l’8 luglio: «Si è fatto tardi. Francesco ha portato con sé due libri che raccontano la sua storia in Argentina fino al Conclave e contengono anche i suoi scritti che sono moltissimi, un volume di centinaia di pagine. Ci abbracciamo nuovamente. I libri pesano e li vuole portare lui. Arriviamo con l’ascensore al portone di Santa Marta, presidiato dalle Guardie svizzere e dai suoi più stretti collaboratori. La mia automobile è davanti al portico. Il mio autista scende per salutare il Papa (si stringono la mano) e cerca d’aiutarmi a entrare in automobile. Il Papa lo invita a rimettersi alla guida e ad accendere il motore. “L’aiuto io” dice Francesco. E accade una cosa che secondo me non è mai accaduta: il Papa mi sostiene e mi aiuta a entrare in macchina tenendo lo sportello aperto. Quando sono dentro mi domanda se mi sono messo comodo. Rispondo di sì, lui chiude la portiera e fa un passo indietro aspettando che la macchina parta, salutandomi fino all’ultimo agitando il braccio e la mano mentre io – lo confesso – ho il viso bagnato di lacrime di commozione».

Sono ricolme di vita queste parole, non dense dell’ennesima teoria sul valore della relazione e dello scambio e quindi infinitamente preziose. Non stupisce leggere i titoli dei giornali sull’ultima intervista tra i due; penso sia solamente l’ennesima conferma che non si tratta di un legame sovrumano o impossibile, ma profondamente radicato nell’umano stesso, fatto anche di limiti, incomprensioni e diversità. Nulla che possa escludere però, in questo caso, un rapporto sincero e autentico.

 

 

Le facce del Desiderio: cronaca di un giorno perfetto alla Scuola Holden

La parola desiderio deriva dal latino “de” + “sidera” che significa letteralmente “mancanza di stelle”; quelle stelle che, molti anni prima della comparsa sulla Terra di Google Maps e Paolo Fox, erano la salvezza dei navigatori sulla via del ritorno e la risposta alla ricerca del senso di ciò che ci accade.

Ad esaudire il mio desiderio di conoscere un frammento del mondo della scrittura e delle scuole a questa dedicate ci ha pensato un piccolo gruppo di grandi persone. Il 2 dicembre mi spediscono, fresca di laurea, nella frazione torinese di Borgo Dora, con un biglietto regalo per il “Perfect Day” alla Scuola Holden (scuola di storytelling e arti performative fondata a Torino nel 1994 e legata in particolare al nome del famoso Alessandro Baricco, che oggi è il suo preside). Questa giornata, a cui si può partecipare anche senza essere iscritti alla scuola, acquistando il biglietto on line, consiste in una serie di incontri tenuti da grandi scrittori italiani che trattano tutti di un tema comune, quest’anno proprio “il Desiderio”. Ecco alcuni spunti di quel giorno, che ho conservato per condividerli con chi come me desiderasse soddisfare qualche curiosità su una giornata alla Scuola, su alcuni autori italiani o sulla tematica.

Caffè di benvenuto con Lou Reed di sottofondo e si comincia alle 9:30 con il discorso di apertura di Mauro Berruto, amministratore delegato della Holden ed ex allenatore della Nazionale italiana di pallavolo, che ci invita ad esplorare per bene l’ex caserma rimessa a nuovo, in cui ora si tengono le lezioni (l’ho fatto: le Metamorfosi di Ovidio versione murales alle pareti, aule con attrezzature specializzate per film-makers, cortiletto interno con panchine colorate, aula magna con palco pieno di cuscini: fighissima). Quella di Berruto è una riflessione su motivazione e desiderio nel mondo dello sport: che cosa accomuna tre imprese come l’oro di Jury Chechi alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 (ad appena quattro anni dalla rottura del tendine), l’impossibile giro di pista alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 della maratoneta svizzera Gabriela Andersen-Schiess (vittima di un colpo di calore, allontana i soccorsi e si trascina fino all’arrivo per evitare la squalifica) e la storica scalata (è il primo a tentarla in inverno) del Nanga Parbat, la famosa vetta himalayana simpaticamente rinominata “The Killer Mountain”, intrapresa dall’alpinista bergamasco Simone Moro nel 2016? Forse più di tutto un incredibile desiderio di superare l’insuperabile, spinta o aggancio per la loro forza di volontà. Berruto conclude il suo discorso su desiderio, motivazione e sport con una citazione di Antoine De Saint-Exupèry degna di un ex-coach di alto livello: «Se vuoi costruire una barca, non radunare uomini per tagliare legna, dividere i compiti e impartire ordini, ma insegna loro la nostalgia per il mare ampio e infinito».

Dopo l’apertura di Berruto, la prima scrittrice a salire sul palco è Michela Murgia: energica, un concentrato di collegamenti brillanti. Per prima cosa propone la sua personale visione del desiderio da intendersi non come “mancanza”, amputazione di qualcosa che non si ha più, ma come “assenza”, ovvero come spazio di crescita che va edificato. Seguono spunti di riflessione che toccano più o meno tutti gli aspetti della vita: la tridimensionalità del desiderio, dell’assenza, non è forse meglio della bidimensionalità della presenza? È meglio il desiderio, che non ha confini e può essere tutto in potenza, o la sua soddisfazione reale? Cosa si perde quindi nell’esaudire un desiderio? È giusto cambiare per assecondare i desideri di qualcuno o, al contrario, aspettarsi che gli altri cambino per assecondare i nostri, ci chiede poi, aggiungendo in inglese: «They didn’t break your heart, they broke your expectation». La riflessione della Murgia non suona affatto come una celebrazione del desiderio ma più che altro come un monito, che si può riassumere con la frase con cui ci saluta, prima di scendere dal palco fra gli applausi: «abbiate un sano timore dei desideri e siate sempre cauti nel decidere quali realizzare».

Tocca poi a Marco Missiroli: altissimo, timido, estremamente divertente. Per lui il desiderio è sostanzialmente attesa, che si struttura temporalmente in quattro momenti (un “prima”, un “mentre”, un “dopo” e un “infine”) che Missiroli collega a quattro fasi della sua vita, in un racconto che ci fa ridere un sacco e anche commuovere un po’. Ci parla poi di due famosi autori, Buzzati e Nabokov, che in modo diverso hanno rivoluzionato il modo di “scrivere di desiderio”, sfidando l’ambiente borghese del loro tempo e coinvolgendo il lettore in un gioco letterario simile a quello che compie l’artista Fontana sfregiando la tela: trascinare l’osservatore, o il lettore, dentro l’opera d’arte.

Segue Fabio Geda, educatore, che cerca con sensibilità e forza di capire il mondo dei ragazzi. Attraverso un interessante riflessione sul suicidio giovanile, basandosi su recenti fatti di cronaca e prendendo spunto dalla letteratura e dalla cinematografia (in particolare dal film L’Attimo Fuggente e dalla serie Netflix Tredici), cerca di capire quali sono oggi i desideri dei giovani e dei giovanissimi e che cosa li può portare a perdere il desiderio di vivere. Le possibilità di scelta sono talmente aumentate che oggi più che mai sembra difficile dare una forma ai propri desideri; è più facile perdersi, confondersi, e il futuro sembra ancora più misterioso e minaccioso di qualche generazione fa. In questa situazione, dice Geda, i ragazzi sono contenti di sentirsi dire, come spesso accade, che qualcuno crede in loro per rimettere a posto le cose, ma sembrano soprattutto aver bisogno di adulti e giovani adulti che credano prima di tutto in loro stessi, dando un esempio reale.

Lo scrittore Maurizio de Giovanni, in un intervento intitolato Il desiderio del movente, il movente del desiderio, spiega qual è la forza motrice alla base dei suoi romanzi di successo (da cui tra l’altro è stata tratta la serie tv Rai I bastardi di Pizzofalcone) che, ci tiene a sottolineare, sono “scrittura nera” e non “gialli”. Nei romanzi gialli, spiega, quello che conta è la scoperta del colpevole del reato in questione, nella scrittura nera l’identità dell’assassino può anche essere dichiarata nella prima pagina, ciò che importa all’autore e analizzare che cosa spinge l’uomo a compiere un determinato gesto: spesso proprio un desiderio che sfugge ai dettami della morale e del vivere civile. Ed è proprio questa ricerca di “perché”, questo andare a scovare i motivi scatenanti del desiderio deviato di arrecare male al prossimo, l’ispirazione di de Giovanni e il punto di partenza per i suoi romanzi, che paragona al colore che fa da sfondo ad un’opera d’arte.

La conclusione della giornata è affidata al preside Alessandro Baricco. Per trattare il tema della giornata sceglie di leggerci alcune pagine dello scrittore che secondo lui meglio ha incarnato il desiderio nella sua scrittura, Gabriel Garcia Màrquez. Assistiamo così alla lettura di alcuni paragrafi del celebre Cent’anni di solitudine, che Baricco interrompe di tanto in tanto per farci notare la particolarità dello stile di Garcia Marquez (l’uso quasi “fisico” delle parole, l’ossessione per il numero tre, che emerge anche dalla struttura delle frasi, il realismo magico),o per raccontarci alcuni aneddoti tratti dai sui viaggi in America Latina, patria dell’autore in questione e luogo dove sono ambientati i suoi libri (Cent’anni di solitudine è ambientato nel paese immaginario di Macondo, ma l’autore fornisce alcuni indizi che permettono di collocarlo nella penisola della Guajira). La vita dei protagonisti del romanzo, i componenti della famiglia Buendía, sembra essere totalmente governata dalla forza dei loro desideri, che li possiede e li trascina, senza dar loro la possibilità di scegliere razionalmente e provocando spesso in essi grandi sofferenze.

Ognuno degli scrittori protagonisti della giornata ha così offerto la sua personale interpretazione del desiderio nelle sue tante sfaccettature, da molla motivazionale che è essenziale seguire per vivere una vita piena, a forza a volte ingannevole e oscura, da trattare con cautela.

Baricco termina il suo intervento tra gli applausi e, dopo un brindisi di gruppo e una fetta di pandoro offerti dalla Scuola, mi avvio all’uscita. Fuori la neve a rendere ancora più magica una giornata a tutti gli effetti perfetta, le cui prossime edizioni consiglio a tutti gli amanti della lettura e della letteratura e a tutti quelli che siano curiosi di sentire che aria si respira in una scuola così particolare.

 

Beatrice Silvestri

Perché tutte le immagini portano scritto “più in là”

Da ormai quattro anni la tratta Cuneo – Milano accompagna mensilmente la mia vita. In questi anni molti aspetti di me sono cambiati e l’Università comincia a lasciare un’impronta indelebile. Eppure, c’è una costante invariabile di ogni viaggio: la nostalgia. Si tratta forse dell’amica più cara di questi anni. È una compagna di viaggio profondamente scomoda, che ha scavato in me, non senza dolore; sarei però disonesta se non riconoscessi i frutti che ha portato con sé. Da qualche mese sono iscritta alla magistrale di Filosofia a Milano. Ho di fronte a me gli appunti del mio prossimo esame dal titolo squisitamente filosofico, capace di generare molto sconcerto: Ontologia e metafisica. Per i più forse si tratta di quelle parole difficili il cui significato non sarà mai totalmente afferrabile e probabilmente non è nemmeno auspicabile che lo sia. Accanto ai miei fogli c’è un libro, la Metafisica di Aristotele. Se mi guardo attorno ritrovo un chiaro ritratto del mondo: oggi viaggio su un treno regionale, la cui fauna è molto diversa dai treni ad alta velocità. Eppure, anche qui, rimangono delle costanti: c’è chi legge il quotidiano, chi scrive al computer, chi ripassa, chi parla al telefono nelle lingue più strane. Insomma, tutti immersi nel proprio mondo frenetico.
«L’essere si dice in molteplici significati», così recita la Metafisica.
Mi tornano alla mente dei versi di Eugenio Montale che da sempre porto con me:
«sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
” più in là “!».
Nel frattempo, il treno parte e le montagne si allontanano sempre di più per lasciar posto alla pianura. Ogni volta la reazione è la stessa, lo stomaco si stringe e tutto ciò che fino al giorno prima era scontato diventa – d’un tratto – prezioso. La nostalgia ha questo potere unico: mi fa rigustare tutte le cose, come se fosse la prima volta: il caffè che mia mamma mi prepara ogni mattina, i brontolii di mio fratello, i comignoli di via Roma che non avevo mai guardato veramente e per la prima volta mi accorgo rappresentino delle bandiere scosse dal vento: tutto sembra nuovo. Tutto mi dice: più in là, il tesoro nascosto nelle cose è più in là.
Allora forse è proprio questa la chiave per cui anche Aristotele possa dirci ancora qualcosa, a distanza di tanti secoli. Con parole lontane ci sta mettendo in guardia da qualcosa che potenzialmente potremmo dimenticare per sempre: il mondo non è afferrabile in un pugno e la realtà non è riducibile alla nostra visione del mondo: «l’essere si dice in molti modi». Un’ansia di certezza ci perseguita, come se fosse augurabile pensare di poter stringere tutta la realtà in un pugno di conoscenze. Invece, una posizione diversa riappare all’orizzonte ed è capace di ridescrivere la fisionomia di intere giornate. Ripenso ai volti più cari che lascio e quelli che trovo: nessuno di questi è riducibile alle sue componenti biologiche o comportamentali e nessuno di questi è riassumibile in una mia impressione, più o meno fondata. Mi ha sempre colpito una frase di Albert Einstein: «Chi non ammette l’insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato». Si tratta di un’onestà umana, che forse rischia di essere persa, tra le pagine dei nostri giornali, che falsamente promettono di esaurire la conoscenza di quel che c’è.
Allora più che mai tanto Aristotele quanto Einstein e Montale hanno molto da insegnare a noi, uomini post-moderni, perché semplicemente hanno saputo usare correttamente la ragione di fronte all’insondabile mistero che è la realtà. Oggi, una piccola conquista mi accompagna: nulla è dovuto, tutto è dato.

Tieni a mente

Caro lettore,

sono passati quattro anni da quando è iniziato tutto. Nel frattempo siamo cresciuti.

Quando abbiamo imboccato la strada che ci ha portato fin qui e che ancora stiamo percorrendo, credevamo di sapere tutto, eppure sapevamo molto poco. A onor del vero, qualcuno di noi l’aveva vista più lunga degli altri e aveva già capito allora che quello che stavamo creando non era per noi, non era roba nostra; che 1000miglia doveva nascere e poi essere, e che noi avremmo, col tempo, dovuto e voluto diventare diversi o, addirittura, passare il testimone. E tante volte, nell’arco di questi
anni, abbiamo dovuto rammentarci a vicenda che dovevamo guardare non la punta delle nostre
scarpe, ma la strada per intero.

È questa Tila prima cosa che 1000miglia ci ha insegnato: dove tenere lo sguardo mentre si cammina. Se ci si guarda i piedi ci si può dimenticare delle due verità più importanti: di essere in movimento, di avere una meta. Fino a convincersi che i sassolini incontrati sul percorso esistano di per se stessi e non siano lì a formare un sentiero più lungo. Forse crescere è sollevare a poco a poco lo sguardo, per vedere che i passi non sono compiuti a vuoto, per riconoscere un senso.

1000miglia ci ha insegnato che amico è colui che è amato, quindi rispettato, accolto, perdonato. Ed è forse stata proprio la nostra amicizia il vero sale di questa storia, e continuerà ad essere il filo di Arianna capace di ricondurci all’essenza prima della nostra associazione.

Del resto, abbiamo imparato che non sappiamo rispondere alla domanda Cos’è 1000miglia?, anche se con il tempo le dovute definizioni le abbiamo trovate. Alcune sono diventate quasi proverbiali per noi: 1000miglia è un gruppo di amici… ottimismo, informazione…un giornale, un’associazione culturale… Tutti nomi in cui crediamo, sia chiaro! Ma la verità è che certe cose è difficile farle capire, è più facile farle sentire. E chi in questi anni ci ha conosciuto più o meno da vicino ha apprezzato l’aria che si respira da noi e a cui forse, un giorno, qualcuno saprà dare un nome.

E, infine, 1000miglia ci ha insegnato la bellezza del verbo costruire, che è in fondo la vera dimensione dell’agire umano. E che c’è un tempo per tutte le cose. Così, dopo quattro anni, di fronte a tutto questo ci diciamo: tieni a mente! Tutto quanto hai imparato, tieni a mente. E riparti da qui, perché forse ora credi di sapere tutto, ma presto o tardi ti accorgerai di quanto poco sapevi.

Caro lettore, il decimo numero di 1000miglia, quello che hai tra le mani, è l’ultimo che stamperemo. Non per sempre,  chiaramente. Per un po’. Intanto 1000miglia continua ad esistere in altre – nuove e vecchie – forme (eventi, collaborazioni con altre associazioni, caffè letterari, pubblicazione sul sito web): se ti va, seguici con più entusiasmo di prima, perché noi siamo pronti a far crescere il sogno a cui abbiamo aperto le porte quattro anni fa.

Con vera emozione, buona lettura!

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INTERVISTA A GIOVANNI IMPASTATO «Se questa è la mafia, io le sarò per sempre contro»

A SIC 2017 abbiamo incontrato Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe, giornalista, attivista e artista siciliano da tutti ricordato come Peppino. Nato a Cinisi (Palermo) da una famiglia mafiosa, non cessò mai di battersi contro Cosa Nostra, fino all’attentato che, nella notte tra l’8 e il 9 maggio ’78, lo uccise ad appena 30 anni. Da allora il fratello e la mamma non hanno smesso di ricordare, dare voce e forza al suo messaggio. E, come scrive Giovanni nel suo libro presentato a SIC (Oltre i cento passi, Edizione Piemme, Milano 2017), Peppino «ha per sempre ragione, ha per sempre voce in capitolo», perché i mafiosi, che volevano metterlo a tacere, ne hanno invece amplificato in eterno la voce.

Ecco la nostra intervista a Giovanni.

Dopo i dovuti grazie, le confidiamo l’emozione di incontrarla e ammettiamo che il nostro filtro alla vostra storia è quello del film I cento passi. Quanto possiamo considerarlo fedele alla vera storia di Peppino Impastato e della sua famiglia?

Se dovessimo dare un giudizio in percentuale di quanto è veritiero il film, diremmo un 80%. Il film ci ha aiutato tantissimo ed è stato importante per noi: un primo appello per cercare di aprire una saracinesca, che poi ci ha portati lontano. Ma dobbiamo dire una cosa: il film non è la cosa più importante che abbiamo fatto per Peppino. Ci sono cose molto più importanti: il processo con la condanna degli assassini, la commissione antimafia che ha elaborato un relazione sui depistaggi, la possibilità di smontare la montatura che voleva farlo passare per terrorista… Io credo che queste cose siano ancora più importanti del film, che, inoltre, ha avuto l’effetto di mitizzare Peppino, trasformandolo in un eroe o un’icona, e solo su questo vogliamo porre l’attenzione quando diciamo Oltre i cento passi: non è un rinnegare il film (io rispetto la forza comunicativa che ha il cinema), ma ricordare che Peppino non va considerato un mito, ma guardato per quello che lui era concretamente, ovvero un militante politico di grande forza e energia. Dunque: riconoscenza per il film, ma dobbiamo puntualizzare ulteriormente chi era Peppino e quella che è stata la nostra storia.

Cosa significa emanciparsi da una famiglia mafiosa?

Vuol dire operare una rottura. Emanciparsi è un termine corretto, ma solo se si parla di una rottura vera: un’emancipazione non poteva avvenire senza una scelta forte. Non si poteva restare con un piede dentro e uno fuori. Bisogna dare un segnale forte! Non è stata una mancanza di affetto verso nostro padre, ma un non accettare le sue idee e il codice comportamentale a cui, da mafioso, aderiva. È in questo modo che io e Peppino ci siamo emancipati, dando continuità alle nostre scelte.

Qual è il messaggio lasciato ai giovani da Peppino Impastato? E quale quello di Giovanni Impastato?

Diciamo quasi lo stesso. Il messaggio è quello di allontanarsi dall’indifferenza e lavorare sulle piccole cose: guardarci intorno e iniziare a mettere a posto le cose che stanno nel posto sbagliato. Dobbiamo cioè fare attenzione al nostro territorio, sennò rimaniamo monchi, legati alla vita così come ce la fanno apparire. Io sono molto preoccupato perché vedo soprattutto nelle scuole un rigurgito neofascista, un entusiasmo della violenza, della sopraffazione, del razzismo. Ci sono troppi segnali diseducativi! Di fronte a tutto questo, dobbiamo essere coscienti.

Quando intuiamo l’importanza di una storia come quella di Peppino per i giovani, ci chiediamo: che senso ha studiare a scuola i secoli più remoti della storia e non essere educati alla storia recente?

Studiare la storia, in generale, è importante. Ma da quello che mi sembra di capire dalle domande che mi fanno i ragazzi quando vado nelle scuole, credo che i programmi ministeriali siano un po’ indietro. Credo non si studino ad esempio gli anni 60, che sono importantissimi: il movimento studentesco, le lotte operaie, le Brigate Rosse, il sequestro di Moro… Sono anni importanti, e io me ne sto rendendo conto ora che sono passati 40 anni.

 A quarant’anni dalla morte di suo fratello, qual è il ricordo più forte che ha di Peppino?

Il ricordo più bello che ho è di un Peppino scanzonato, che organizzava i concerti, le feste per ragazzi, i carnevali alternativi. Ad uno di questi, in particolare, si era vestito da Clown ed era stato immortalato da una foto. Faceva il clown vero e proprio, ci ho messo un po’ a riconoscerlo! I bambini si staccavano dalle braccia dei genitori per andare da lui. È un ricordo molto bello che ho, che dimostra un Peppino diverso dalle sue battaglie.

 

*La frase del titolo è stata pronunciata da Peppino Impastato quando, all’età di 15 anni, si trovò davanti al luogo dell’attentato dello zio e capomafia Cesare Manzella.

Cecilia Actis, Tommaso Marro, Simona Bianco

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