A SIC 2017 abbiamo incontrato Giovanni Impastato, fratello di Giuseppe, giornalista, attivista e artista siciliano da tutti ricordato come Peppino. Nato a Cinisi (Palermo) da una famiglia mafiosa, non cessò mai di battersi contro Cosa Nostra, fino all’attentato che, nella notte tra l’8 e il 9 maggio ’78, lo uccise ad appena 30 anni. Da allora il fratello e la mamma non hanno smesso di ricordare, dare voce e forza al suo messaggio. E, come scrive Giovanni nel suo libro presentato a SIC (Oltre i cento passi, Edizione Piemme, Milano 2017), Peppino «ha per sempre ragione, ha per sempre voce in capitolo», perché i mafiosi, che volevano metterlo a tacere, ne hanno invece amplificato in eterno la voce.

Ecco la nostra intervista a Giovanni.

Dopo i dovuti grazie, le confidiamo l’emozione di incontrarla e ammettiamo che il nostro filtro alla vostra storia è quello del film I cento passi. Quanto possiamo considerarlo fedele alla vera storia di Peppino Impastato e della sua famiglia?

Se dovessimo dare un giudizio in percentuale di quanto è veritiero il film, diremmo un 80%. Il film ci ha aiutato tantissimo ed è stato importante per noi: un primo appello per cercare di aprire una saracinesca, che poi ci ha portati lontano. Ma dobbiamo dire una cosa: il film non è la cosa più importante che abbiamo fatto per Peppino. Ci sono cose molto più importanti: il processo con la condanna degli assassini, la commissione antimafia che ha elaborato un relazione sui depistaggi, la possibilità di smontare la montatura che voleva farlo passare per terrorista… Io credo che queste cose siano ancora più importanti del film, che, inoltre, ha avuto l’effetto di mitizzare Peppino, trasformandolo in un eroe o un’icona, e solo su questo vogliamo porre l’attenzione quando diciamo Oltre i cento passi: non è un rinnegare il film (io rispetto la forza comunicativa che ha il cinema), ma ricordare che Peppino non va considerato un mito, ma guardato per quello che lui era concretamente, ovvero un militante politico di grande forza e energia. Dunque: riconoscenza per il film, ma dobbiamo puntualizzare ulteriormente chi era Peppino e quella che è stata la nostra storia.

Cosa significa emanciparsi da una famiglia mafiosa?

Vuol dire operare una rottura. Emanciparsi è un termine corretto, ma solo se si parla di una rottura vera: un’emancipazione non poteva avvenire senza una scelta forte. Non si poteva restare con un piede dentro e uno fuori. Bisogna dare un segnale forte! Non è stata una mancanza di affetto verso nostro padre, ma un non accettare le sue idee e il codice comportamentale a cui, da mafioso, aderiva. È in questo modo che io e Peppino ci siamo emancipati, dando continuità alle nostre scelte.

Qual è il messaggio lasciato ai giovani da Peppino Impastato? E quale quello di Giovanni Impastato?

Diciamo quasi lo stesso. Il messaggio è quello di allontanarsi dall’indifferenza e lavorare sulle piccole cose: guardarci intorno e iniziare a mettere a posto le cose che stanno nel posto sbagliato. Dobbiamo cioè fare attenzione al nostro territorio, sennò rimaniamo monchi, legati alla vita così come ce la fanno apparire. Io sono molto preoccupato perché vedo soprattutto nelle scuole un rigurgito neofascista, un entusiasmo della violenza, della sopraffazione, del razzismo. Ci sono troppi segnali diseducativi! Di fronte a tutto questo, dobbiamo essere coscienti.

Quando intuiamo l’importanza di una storia come quella di Peppino per i giovani, ci chiediamo: che senso ha studiare a scuola i secoli più remoti della storia e non essere educati alla storia recente?

Studiare la storia, in generale, è importante. Ma da quello che mi sembra di capire dalle domande che mi fanno i ragazzi quando vado nelle scuole, credo che i programmi ministeriali siano un po’ indietro. Credo non si studino ad esempio gli anni 60, che sono importantissimi: il movimento studentesco, le lotte operaie, le Brigate Rosse, il sequestro di Moro… Sono anni importanti, e io me ne sto rendendo conto ora che sono passati 40 anni.

 A quarant’anni dalla morte di suo fratello, qual è il ricordo più forte che ha di Peppino?

Il ricordo più bello che ho è di un Peppino scanzonato, che organizzava i concerti, le feste per ragazzi, i carnevali alternativi. Ad uno di questi, in particolare, si era vestito da Clown ed era stato immortalato da una foto. Faceva il clown vero e proprio, ci ho messo un po’ a riconoscerlo! I bambini si staccavano dalle braccia dei genitori per andare da lui. È un ricordo molto bello che ho, che dimostra un Peppino diverso dalle sue battaglie.

 

*La frase del titolo è stata pronunciata da Peppino Impastato quando, all’età di 15 anni, si trovò davanti al luogo dell’attentato dello zio e capomafia Cesare Manzella.

Cecilia Actis, Tommaso Marro, Simona Bianco

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