Da ormai quattro anni la tratta Cuneo – Milano accompagna mensilmente la mia vita. In questi anni molti aspetti di me sono cambiati e l’Università comincia a lasciare un’impronta indelebile. Eppure, c’è una costante invariabile di ogni viaggio: la nostalgia. Si tratta forse dell’amica più cara di questi anni. È una compagna di viaggio profondamente scomoda, che ha scavato in me, non senza dolore; sarei però disonesta se non riconoscessi i frutti che ha portato con sé. Da qualche mese sono iscritta alla magistrale di Filosofia a Milano. Ho di fronte a me gli appunti del mio prossimo esame dal titolo squisitamente filosofico, capace di generare molto sconcerto: Ontologia e metafisica. Per i più forse si tratta di quelle parole difficili il cui significato non sarà mai totalmente afferrabile e probabilmente non è nemmeno auspicabile che lo sia. Accanto ai miei fogli c’è un libro, la Metafisica di Aristotele. Se mi guardo attorno ritrovo un chiaro ritratto del mondo: oggi viaggio su un treno regionale, la cui fauna è molto diversa dai treni ad alta velocità. Eppure, anche qui, rimangono delle costanti: c’è chi legge il quotidiano, chi scrive al computer, chi ripassa, chi parla al telefono nelle lingue più strane. Insomma, tutti immersi nel proprio mondo frenetico.
«L’essere si dice in molteplici significati», così recita la Metafisica.
Mi tornano alla mente dei versi di Eugenio Montale che da sempre porto con me:
«sotto l’azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
” più in là “!».
Nel frattempo, il treno parte e le montagne si allontanano sempre di più per lasciar posto alla pianura. Ogni volta la reazione è la stessa, lo stomaco si stringe e tutto ciò che fino al giorno prima era scontato diventa – d’un tratto – prezioso. La nostalgia ha questo potere unico: mi fa rigustare tutte le cose, come se fosse la prima volta: il caffè che mia mamma mi prepara ogni mattina, i brontolii di mio fratello, i comignoli di via Roma che non avevo mai guardato veramente e per la prima volta mi accorgo rappresentino delle bandiere scosse dal vento: tutto sembra nuovo. Tutto mi dice: più in là, il tesoro nascosto nelle cose è più in là.
Allora forse è proprio questa la chiave per cui anche Aristotele possa dirci ancora qualcosa, a distanza di tanti secoli. Con parole lontane ci sta mettendo in guardia da qualcosa che potenzialmente potremmo dimenticare per sempre: il mondo non è afferrabile in un pugno e la realtà non è riducibile alla nostra visione del mondo: «l’essere si dice in molti modi». Un’ansia di certezza ci perseguita, come se fosse augurabile pensare di poter stringere tutta la realtà in un pugno di conoscenze. Invece, una posizione diversa riappare all’orizzonte ed è capace di ridescrivere la fisionomia di intere giornate. Ripenso ai volti più cari che lascio e quelli che trovo: nessuno di questi è riducibile alle sue componenti biologiche o comportamentali e nessuno di questi è riassumibile in una mia impressione, più o meno fondata. Mi ha sempre colpito una frase di Albert Einstein: «Chi non ammette l’insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato». Si tratta di un’onestà umana, che forse rischia di essere persa, tra le pagine dei nostri giornali, che falsamente promettono di esaurire la conoscenza di quel che c’è.
Allora più che mai tanto Aristotele quanto Einstein e Montale hanno molto da insegnare a noi, uomini post-moderni, perché semplicemente hanno saputo usare correttamente la ragione di fronte all’insondabile mistero che è la realtà. Oggi, una piccola conquista mi accompagna: nulla è dovuto, tutto è dato.

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