Uno sguardo da principiante nella letteratura giapponese: Haruki Murakami e Banana Yoshimoto

Non sono mai stata un’appassionata di letteratura giapponese; non la conoscevo e la conosco poco tuttora, ma quest’anno sto imparando ad apprezzarla. Il mio occhio critico sarà dunque l’occhio di chi si sta avvicinando a questo mondo, e non vuole formulare giudizi perentori e definitivi, bensì fornire una linea di lettura e uno spunto per chi si voglia avventurare nella lettura di testi giapponesi odierni.

Poco tempo fa ho ricevuto un libro di Haruki Murakami, dal titolo L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio (2013, edizione italiana 2014). Ho inteso il regalo come una sorta di segno del destino, come se finalmente dovessi provare a dedicarmi a questo tipo di letteratura. Ho iniziato a leggerlo e presto mi sono ritrovata in un universo del tutto nuovo: il mondo giapponese di Murakami è essenzialmente scandito dalla lentezza e dalla tranquillità di ogni gesto. Il protagonista, Tazaki Tsukuru appunto, è molto introspettivo, ragiona per ben sedici anni sulla causa dello smembramento del gruppo di amici perfetto di cui faceva parte ai tempi del liceo a Nagoya. Solo lui, l’incolore (in quanto tutti gli altri membri di quel gruppo, due maschi e due femmine, presentavano il nome di un colore all’interno del proprio cognome) si interroga senza pace sul perché i suoi amici hanno smesso di contattarlo alla fine di un’estate. Quell’allontanamento ha causato in Tazaki Tsukuru un vuoto enorme, e gli ha provocato una depressione profonda e un inevitabile avvicinamento alla morte. Nel romanzo si susseguono anche descrizioni di sogni intensi del protagonista, riguardanti soprattutto le due ragazze del gruppo. Sedici anni dopo, Tazaki decide finalmente di agire e con l’aiuto della sua nuova amica-amante Sara riesce a parlare nuovamente con tre dei quattro amici, giungendo fino in Finlandia e scoprendo in conclusione cos’era successo quella fatidica estate. Il pellegrinaggio del protagonista è sia spaziale sia psichico, ed è necessario dunque per ricercare la verità, oltre che per colmare il desiderio intenso di far pace con un passato che ha modificato completamente l’esistenza di Tazaki. Un passato idilliaco, caratterizzato da quei legami d’amicizia così intensi che capitano forse una sola volta nella vita. La stessa scrittura di Murakami, per quanto concerne questa storia, è volta ad una dimensione tutta mentale e a tratti onirica, con frasi sostanzialmente brevi e cadenzate dall’intensa punteggiatura. Senza dubbio, l’opera porta a riflettere sul valore dell’amicizia e sulle conseguenze devastanti che essa può avere sulla nostra esistenza.

Dopo aver concluso questo libro, ho deciso di proseguire il mio percorso nella letteratura giapponese e dedicarmi invece alla nota scrittrice Banana Yoshimoto: Amrita (1994, edizione italiana 1997) resta uno dei suoi romanzi più celebri, ed anche in questo caso ho avuto il piacere di avventurarmi nel delicato mondo giapponese, osservato però da un punto di vista femminile. Sakumi è una ragazza ventottenne che trascorre una vita pacifica nel ricordo della sorella minore morta in un incidente stradale mentre guidava sotto effetto di alcool e barbiturici. Tuttavia, un giorno Sakumi cade scendendo da una scalinata e batte forte la testa: da qui la sua esistenza cambierà per sempre, in quanto cercherà di recuperare a fatica la memoria persa dopo l’incidente ma nello stesso tempo acquisirà una sensibilità straordinaria, che la porterà ad entrare in contatto con il sovrannaturale (sensibilità che sviluppa anche il suo fratellastro più piccolo, Yoshio, una specie di bambino prodigio). Il romanzo si delinea lungo i viaggi che compie Sakumi in compagnia del suo fratellino e del suo compagno, Ryuichiro; viaggi che le permettono di comprendere ed indagare meglio la sua nuova natura di “morta a metà”, ma nello stesso tempo di “rinata”. È una condizione che le regala una nuova sensibilità verso le persone, i sogni, i ricordi. In effetti, il lettore stesso è portato inevitabilmente a riflettere sui ricordi e sulle immense potenzialità che essi hanno sulla nostra mente. E se, come scrive la stessa Sakumi in una lettera a Ryuichiro, «vivere è dimenticare», questa storia insegna che bisogna tenersi stretti ogni attimo, ringraziare di essere vivi in quel momento, perché ogni istante è diverso dall’altro, ogni tramonto è differente e produrrà sempre una nuova sfumatura di malinconia:

«Mentre il tramonto si allontanava progressivamente, la sensazione di un’indicibile difficoltà a separarsene, e quella rinfrescante della gratitudine si fondevano in modo struggente. Per il resto delle nostre vite, anche se ci fosse stato un altro giorno come questo, mai più la condizione del cielo, la forma delle nuvole, il colore dell’aria, la temperatura del vento si sarebbero ripetuti allo stesso modo».

Con questo intenso passaggio di Amrita concludo ribadendo il mio approccio da principiante riguardo a questi due grandi autori; spero tuttavia di aver invogliato alla lettura dei loro romanzi, opere delicate e semplici, che tuttavia sanno toccare con abilità e senza mai annoiare i temi fondamentali della nostra vita: la morte, la memoria, l’aldilà, l’amicizia, l’amore.

Un viaggio nella Mindfulness

Ansia. Stress. Tensioni. Nessuno sembra essere completamente al riparo da questi elementi ormai pervasivi della contemporanea “società liquida” descritta dal sociologo Zygmunt Bauman, e che numerosissime ricerche hanno dimostrato essere molto pericolosi per la nostra salute mentale e di conseguenza fisica. La frenesia degli impegni e dei pensieri che affollano la mente ostacola la nostra capacità di vivere il momento presente con consapevolezza, fattore fondamentale per il nostro benessere psicofisico.

Sono molti i possibili rimedi esistenti per far fronte a questo problema. Ho provato a sperimentarne ed approfondirne uno, nato a cavallo tra Oriente ed Occidente: la Mindfulness. Ho partecipato a una lezione di Mindfulness della Dottoressa Laura Falzone, che ha accettato con disponibilità di farsi intervistare per condividere, con chiunque fosse interessato, qualche informazione di base su questa disciplina a mio parere illuminante.

  • Saprebbe dirci che cos’è per lei la Mindfulness e come si è avvicinata a questa disciplina?

Per rispondere a questa domanda devo partire da lontano, perché l’incontro con la Mindfulness rappresenta per me la naturale prosecuzione di un percorso di ricerca – parallelo ai miei studi in psicologia e psicoterapia – sulle pratiche di consapevolezza, ovvero di “presenza”, in relazione al corpo. Ho avuto la fortuna di incontrare un’insegnante eccezionale, Lucia Almini, con la quale una decina di anni fa ho intrapreso un cammino individuale di yoga terapia, per circa due anni. Successivamente ho sentito la necessità di proseguire questa ricerca approfondendo ulteriormente le tematiche relative al corpo grazie ad un percorso personale di Analisi Bioenergetica (un approccio psicoterapico centrato prevalentemente sul corpo). L’aspetto centrale di queste due esperienze è stato proprio la riconquista di uno stato particolare, un modo diverso di abitare il corpo, più pieno e consapevole. L’incontro con la Mindfulness è avvenuto in seguito, e in stretta continuità con queste pratiche. Se dovessi dire che cos’è per me la Mindfulness direi essenzialmente presenza e disponibilità: presenza nel corpo, e disponibilità a stare con quello che c’è. Mi sento di dover precisare che i percorsi di Mindfulness che propongo non sono i protocolli tradizionali (es. MBSR), ma sono stati pensati e costruiti in base alla mia esperienza. Accanto alle pratiche di Mindfulness più note utilizzo anche altre pratiche di presenza che ho sperimentato essere preziose.

  • Potrebbe darci una definizione della Mindfulness e descrivere le sue pratiche?

La Mindfulness è una disciplina che nasce dall’incontro tra la tradizione buddista theravada e la psicologia occidentale. La definizione più nota della Mindfulness, data da Jon Kabatt-Zinn, è la seguente: “Il processo di prestare attenzione in modo particolare: intenzionalmente, in maniera non giudicante, allo scorrere dell’esperienza, momento per momento”. Si tratta di una definizione preziosa perché nella sua semplicità racchiude tutti gli elementi fondamentali. È questo che essenzialmente si fa nel corso della pratica: si presta attenzione, si osserva. Ma cosa? La nostra esperienza, ciò che accade nel momento presente. E come? In maniera non giudicante, ossia lasciando spazio perché tutto avvenga.

Le varie pratiche ci aiutano ad approfondire l’esperienza, utilizzando vari oggetti su cui portare la nostra attenzione. Ad esempio io posso scegliere di osservare il respiro, oppure posso prestare attenzione ai suoni. Posso scegliere se osservare il flusso dei pensieri, o le emozioni, oppure le sensazioni del corpo, così come il dolore. Talvolta si utilizza anche la visualizzazione, come ad esempio nella meditazione della montagna. L’importante è capire che le pratiche sono una palestra, in cui noi alleniamo il “muscolo della consapevolezza”, per poter poi vivere meglio la nostra vita. I vari strumenti possono inoltre essere adattati per essere utilizzati anche dai bambini: io utilizzo alcune pratiche all’interno di un progetto di prevenzione del bullismo in una scuola primaria.

  • Qual è il ruolo giocato dalla respirazione in questa disciplina?

Il ruolo della respirazione è assolutamente centrale. Portare attenzione al respiro, al respiro naturale, e restare nella consapevolezza di questo è il cuore della pratica. Il respiro, così come il battito cardiaco, è una pulsazione vitale. Portare l’attenzione al respiro, e ricondurla ad esso ogni volta che viene catturata da altri elementi, ci riporta al qui ed ora del corpo, al momento presente.

Il respiro può essere considerato come un’àncora, anche nella vita quotidiana. Possiamo tornare all’osservazione del respiro durante il giorno, nel corso di qualsiasi attività, quando i venti dei pensieri incontrollabili e delle emozioni travolgenti diventano troppo forti. Torno al respiro, torno al presente. Questo è il primo passo.

Tra mente e respiro c’è un rapporto strettissimo. In un testo fondamentale dello Yoga – l’“Hatha yoga pradipika” c’è scritto: “Colui che controlla il respiro controlla anche la mente, colui che controlla la mente controlla anche il respiro”.

Anche la psicoterapia occidentale l’ha compreso e utilizza il respiro per la gestione di alcuni stati emotivi. È un tema vastissimo, estremamente interessante, ma credo che il suo approfondimento vada oltre gli scopi di questa intervista.

  • Si può applicare la Mindfuness anche nella vita quotidiana, al di fuori delle sedute?

Nel mondo della Mindfulness esistono due famiglie di pratiche: le pratiche formali e le pratiche informali. Le prime sono quelle per le quali occorre ritagliare del tempo. Ad esempio io posso decidere di praticare per venti minuti al giorno l’osservazione del respiro: mi siedo in un luogo silenzioso e mi dedico esclusivamente alla pratica. Ma abbiamo detto prima che la Mindfulness è essenzialmente presenza. Non esiste attività nella mia giornata che io non possa fare con presenza e consapevolezza. Posso scegliere di mangiare, bere il caffè, lavare i piatti, fare la doccia, e farlo in totale piena presenza.

Durante qualsiasi pratica, formale o informale, ci accorgeremo subito che la mente tenderà a vagare, a staccarsi dall’oggetto che avevamo scelto. Non c’è nulla di strano in tutto questo. La nostra mente, tutto il giorno, tutti i giorni, è abituata a vagare, costantemente attratta da moltitudini di oggetti (anche oggetti mentali). Occorrerà riportare indietro l’attenzione numerose volte, senza scoraggiarci o giudicarci severamente. Ogni volta che riusciamo ad accorgerci che la nostra attenzione si è smarrita e la riportiamo sull’oggetto prescelto, siamo già nel cuore della pratica e dovremmo congratularci con noi. L’accettazione e l’assenza di giudizio sono due ingredienti chiave della pratica. Ritornando alla prima domanda. Per me l’incontro con la Mindfulness è stato un dono. Quest’anno ho condiviso questo dono –  insieme e grazie a Spazio BioDiversity – con tante persone, riscontrando curiosità ed entusiasmo.

5) Potrebbe salutarci con una frase che riassuma il senso di questa affascinante disciplina?

«Per noi spunta solo quel giorno al cui sorgere siamo svegli» H.D THOREAU

 

Per quanto mi riguarda, sono arrivata alla lezione di Mindfulness con curiosità, senza sapere cosa avrei trovato. In una sola ora ho potuto sentire la differenza tra una respirazione automatica e distratta e una respirazione più consapevole e allo stesso tempo più spontanea e naturale, “di pancia”, come quella dei bambini. Attraverso esercizi di meditazione e visualizzazione, guidati dalla voce esperta della Dottoressa Falzone, ho provato a sgombrare completamente la mente per concentrarmi solo sul momento presente, rendendomi conto della difficoltà di una procedura così apparentemente semplice. Ho potuto in generale sperimentare il potere rigenerante di uno sguardo che non giudica. Mindfulness per me è serenità, apertura, accettazione. Consiglio a tutti di provare a guardarsi dentro e fuori in modo diverso, con l’aiuto della Mindfulness, per ritrovare la calma e la consapevolezza necessarie per vivere al meglio ogni momento che la vita ci offre.

Esistono i fatti, oltre ogni interpretazione

«Non esistono fatti, solo interpretazioni».

Così uno tra i più grandi filosofi del secolo scorso ha scritto in un suo aforisma. Sembrerebbe una frase innocua, universalmente riconoscibile, basti pensare alla quantità di gusti culinari di ognuno. Le conseguenze che questa affermazione ha avuto nella storia del pensiero sono state notevoli. Tra le diverse correnti due in particolare hanno interloquito con la posizione nietzschiana: il post-modernismo e l’ermeneutica. Ecco che allora, dalla bella Torino, pochi anni fa, si è levata una voce di risposta a queste tesi: nel 2012 Maurizio Ferraris ha pubblicato una raccolta di saggi, dal titolo eloquente: Manifesto del nuovo realismo. Non voglio indagare le implicazioni filosofiche di questo testo o la portata del ritorno del tema del realismo, per la complessità del discorso che implicherebbe. Quello che vorrei portare alla luce e alla attenzione è un dato molto semplice, che riguarda e richiama la vita di ognuno di noi. In un mondo incerto e mutevole, che sembra non dare più alcun tipo di sicurezza, pensatori provenienti da contesti culturali molto diversi ritornano insieme su un dato comune: la realtà si impone. Oltre ogni pensiero, oltre ogni interpretazione o posizione, c’è uno zoccolo duro dell’essere – come lo definisce Umberto Eco – che non può essere eliminato. Proprio nel suo saggio Eco fa un esempio interessante e altrettanto semplice, richiamando un dialogo con un altro filosofo, Richard Rorty.

«Richard Rorty – allargando il discorso dai testi ai criteri d’interpretazione delle cose che stanno nel mondo – ricordava che noi possiamo certo interpretare un cacciavite come strumento per avvitare le viti ma che sarebbe altrettanto legittimo vederlo e usarlo come strumento per aprire un pacco. Nel dibattito orale Rorty alludeva al diritto che avremmo d’interpretare un cacciavite anche come qualcosa di utile per grattarci un orecchio».

Siamo qui dunque arrivati al punto critico del nostro ragionamento: laddove si ammettesse che posso usare un cacciavite per grattarmi l’orecchio avrei dunque eliminato ogni legame con la realtà che mi trovo di fronte: appunto, il mio orecchio.

«Un cacciavite può servire anche per aprire un pacco (visto che è strumento con una punta tagliente, facilmente manovrabile per far forza contro qualcosa di resistente); ma non è consigliabile per frugarsi dentro l’orecchio, perché è appunto tagliente, e troppo lungo perché la mano possa controllarne l’azione per una operazione così delicata; per cui sarà meglio usare un bastoncino leggero che rechi in cima un batuffolo di cotone. C’è dunque qualcosa sia nella conformazione del mio corpo che in quella del cacciavite che non mi permette di interpretare quest’ultimo a capriccio. […] Tornando al cacciavite di Rorty si noti che la mia obiezione non escludeva che un cacciavite possa permettermi infinite altre operazioni: per esempio potrei utilmente usarlo per uccidere o sfregiare qualcuno, per forzare una serratura o per fare un buco in più in una fetta di groviera. Quello che è sconsigliabile farne è usarlo per grattarmi l’orecchio. Per non dire (il che sembra ovvio ma non è) che non posso usarlo come bicchiere perché non contiene cavità che possano ospitare del liquido. Il cacciavite risponde di SI a molte delle mie interpretazioni ma a molte, e almeno ad una risponde di NO».

Tutto questo complesso discorso filosofico può forse essere parafrasato in un semplice esempio di vita quotidiana. Tutti i giorni per andare in università a Milano devo percorrere un tratto di strada a piedi. Non si tratta di un tragitto lungo, ma di fatto molto bello: dopo aver costeggiato il carcere di san Vittore mi trovo circondata da ville antiche e, spesso, da macchine molto costose. L’immagine dei milanesi frenetici e scorbutici già di prima mattina è assolutamente confermata dalla realtà dei fatti, quindi, come ogni mattina mi ritrovo a camminare spedita, spesso poco curante di ciò e di chi ho attorno. C’è un dettaglio però che in questa descrizione manca e mi piacerebbe sapere, se ognuno di voi potesse venire con me una mattina, quanti saprebbero dirmi che cosa non ho riportato. Ai cigli delle strade, alle entrate dei negozi o dei bar lussuosi ci sono dei ragazzi che silenziosamente mendicano. È ormai un anno che tutti i giorni percorro la stessa strada, con alcuni di loro mi è capitato di scambiare anche due parole, ma con altri mi sono sempre limitata a un sorriso e un saluto nella frenesia delle mie mattine in ritardo. Qualche giorno fa, presa come ero dalla giornata iniziata troppo tardi per una sveglia mancata e i messaggi insistenti di un’amica che mi stava aspettando in università, ho passato il tragitto con lo sguardo incollato al mio telefono. Finché, a un certo punto, sento una voce alle mie spalle “Ei ragazza, ei? Ei?”, mi volto e il ragazzo di colore si stava sbracciando per salutarmi e richiamava a sé tutta la mia attenzione. Quella mattina sono stata strappata dai miei pensieri e dalle mie preoccupazioni dal saluto di quel ragazzo che instancabilmente mi richiamava a un mondo – alla realtà, bellissima – che mi aspetta fuori dalle mie interpretazioni già iniziate alle 8 di mattina.

Zorba il Greco

50 anni fa era il maggio del ’68. Le sue nozze d’oro sono state celebrate in ogni modo dai giornali, dalla televisione e da ogni forma culturale.

Questo romanzo, pubblicato 22 anni prima di quegli eventi, però non parla del maggio di Parigi o della rivolta di Praga. Da ogni pagina di questo libro però evapora uno spirito rivoluzionario, quello di Zorba che ha cambiato la vita dell’autore Nikos Kazantzakis e che ha ispirato quest’opera.

È un testo che trasformerà ogni lettore e che ha trasformato me: cosa c’è quindi di meglio per ricordare una rivoluzione che rivoluzionarsi?

Zorba il greco è la storia di un’amicizia. Il protagonista che ci racconta la vicenda, un intellettuale che rappresenta lo stesso Kazantzakis, incontra per caso in un locale di porto Zorba, un uomo di mezz’età, un «crapulone, beone, lavoratore instancabile, donnaiolo e zingaro». Questi si unirà al viaggio del narratore a Creta, dove ha comprato una miniera di lignite per stare in contatto con gli operai, con le persone più umili. Nella magnifica isola greca i due troveranno ospitalità presso l’albergo dell’anziana Madame Hortense, nient’altro che una fila di cabine da spiaggia. Qui sogneranno il proprio progetto per la miniera e cercheranno di realizzarlo. Zorba s’infatuerà di Madame Hortense e si consumerà la relazione fra «il vecchio capitano» e «Bubulina». E il letterato idealista, timoroso, tormentato imparerà a conoscere e ad amare Zorba l’avventuriero, il guerriero, il suonatore e l’amante durante lunghe discussioni, dalla patria alla religione, dall’amore alla morte.
Immerso nella natura mediterranea selvaggia ed incontaminata, rigogliosa di profumi e colori, e nella gente semplice, spontanea, piena di difetti e passioni, il protagonista imparerà da Zorba a vivere la vita a pieno, istante per istante, «come dovesse morire da un momento all’altro». Capisce di dover lasciare stare Buddha, l’opera che tentava di scrivere, la lettura di Dante. Zorba gli insegna a mandare al diavolo Dio, la religione, la morte, tutto. Sulle spiaggie cretesi gli mostrerà come ballare incurante di tutto, una danza che è partecipazione piena all’esistenza, vitalità assoluta. Così vivrà le proprie passioni, le consumerà fino in fondo, fino a capire la vera natura dell’uomo, fra imprevisti e lutti improvvisi.
In quest’opera si sente tutta l’influenza su Kazantzakis di Nietzsche, che lo stesso autore enumera fra le persone che hanno lasciato l’impronta più profonda nella sua vita. Zorba rischierebbe di essere letto solo come manifestazione letteraria del superuomo, ma così non è. Nella prefazione l’autore afferma: «Nietzsche mi ha arricchito di nuove angosce e mi ha insegnato a trasformare la sventura, l’amarezza e l’incertezza in orgoglio, e Zorba mi ha insegnato ad amare la vita e a non temere la morte». Nietzsche e Zorba sono quindi due figure ben distinte: Zorba raffigura una persona realmente esistita che ha avuto una grande influenza sullo scrittore greco e, inoltre, se Nietzsche rappresenta la fonte delle domande, Zorba è la risposta vivente ad esse. Zorba infatti è uno spirito puro, un’intelligenza profonda non corrotta dalle risposte preconfezionate della cultura. Una persona libera da convenzioni sociali, analfabeta ma profondamente filosofica. La sua forza vitale e la sua intuizione lo spingono avanti, permettendogli di trovare risposta alle questioni che affliggono anche l’autore, senza ricorrere però ai libri, ma ricercando soddisfazione nella vita stessa, vissuta con passione e liberamente. Il solo posto in cui, se ci sono, possono esserci.

«Il grido più libero che io abbia mai conosciuto in vita mia». Così parla Kazantzakis di Zorba.

Se non è questa una rivoluzione!

Articolo di Pablo Lavalle

“Genesi” di Sebastiao Salgado in esposizione a Venaria

“Un canto d’amore per la Terra e un monito per gli uomini”

 

Un giaguaro che mentre si abbevera ad un corso d’acqua lancia di rimando all’osservatore uno sguardo attento, maestoso ma mansueto, come un sovrano buono. La zampa squamata di un’iguana che brilla come la corazza di un guerriero medievale. Due giovani etiopi che offrono il loro volto in cui spicca, nel rispetto delle pratiche tradizionali, un grande disco labiale. Una sconfinata distesa di ghiaccio sulla quale marciano centinaia di pinguini che si rimpiccioliscono progressivamente, fino a diventare quasi formiche, grazie al gioco prospettico. Sono queste alcune delle più di duecento fenomenali immagini che compongono Genesi, l’ultimo lavoro del fotografo di origine brasiliana Sebastião Salgado, in esposizione dal 22 marzo al 16 settembre 2018 a Torino presso la Reggia di Venaria. La mostra raccoglie fotografie di animali in via di estinzione e non, uomini di tribù indigene e paesaggi mozzafiato in un itinerario suddiviso in cinque sezioni: “Il Pianeta Sud”, cioè l’Antartide con i suoi ghiacciai, “I Santuari della Natura” ovvero le isole culla della biodiversità, “l’Africa” e i suoi deserti, il “Il grande Nord” con la taiga dell’Alaska, e “L’Amazzonia e il Pantanàl”, polmone verde della Terra. Le immagini sono affiancate da accurate descrizioni ricche di preziose informazioni scientifiche e antropologiche.

Anche gli amanti della fotografia a colori si troveranno rapiti da un bianco e nero che lega tutte le immagini come pagine di un’unica grande storia e che rende ogni dettaglio, dalla pelle coriacea dei caimani del Pantanàl alla finissima grana delle dune del deserto algerino, palpabile. Un bianco e nero che contribuisce inoltre a sottolineare le solennità dei soggetti immortalati dall’occhio attento e rispettoso, mai invadente, dell’autore; i capolavori di Salgado non sono infatti solo dotati di grande perfezione formale ma racchiudono un contenuto che potrebbe dirsi quasi morale. E davanti ad ogni soggetto immortalato si ha realmente la sensazione di essere al cospetto di qualcosa di biblico e primordiale.

Il progetto che ha portato alla creazione di questo lavoro nasce infatti dalla volontà di ritrovare e consacrare per sempre in un’immagine ciò che, come spiega lo stesso Salgado, è rimasto “esattamente come nel giorno della Genesi” (inaspettatamente, circa la metà del pianeta). Un canto d’amore per ciò che è scampato dall’abbraccio soffocante di uno sviluppo insostenibile, ma anche un’esortazione alla sua conservazione e salvaguardia, a fare un passo indietro. Una richiesta d’aiuto alla quale Salgado si è impegnato in prima persona a rispondere concretamente: su suggerimento della moglie Lélia ha avviato a partire dagli anni novanta un ambizioso progetto di riforestazione nel sud-est del Brasile, attraverso l’organizzazione no-profit Instituto Terra, che ha come obiettivo il ripristino dell’ecosistema, a cui si affiancano programmi di ricerca scientifica, educazione ambientale e sensibilizzazione (www.institutoterra.org ).

Genesi è il risultato di un viaggio durato dieci anni che ha portato il fotografo in trentadue diverse destinazioni, comprendendo molte tappe prive di “strade” intese nella concezione moderna del termine: Salgado ha ad esempio attraversato l’Etiopia a piedi, per un totale di circa 80 giorni di cammino. Questo progetto segna il suo passaggio da un approccio più umanitario a uno naturalistico, senza però rinunciare, come si è detto, ad una fotografia- reportage con finalità attiva, di monito ed esortazione. Il fotografo, economista di formazione, ha in passato documentato fra le altre cose la siccità del Sahel, l’incendio dei pozzi petroliferi ordinato da Gheddafi alla fine della Guerra del Golfo, le condizioni lavorative nei settori di base della produzione, da cui è risultata la monumentale pubblicazione di 400 pagine La mano dell’uomo, (Contrasto, 1994), per poi passare all’umanità in movimento; migranti profughi e rifugiati di tutto il mondo, i cui ritratti sono raccolti in due libri di grande successo: In cammino e Ritratti di bambini in cammino (Contrasto, 2000).

Ma lo stretto e prolungato contatto empatico con il dolore e la violenza ha portato Salgado ad ammalarsi: è in particolare il periodo passato a documentare il genocidio in Ruanda, che lo ha trascinato in uno stato depressivo sfociato in una sofferenza fisica, spingendolo addirittura a dichiarare di voler smettere il suo lavoro. Nonostante tutto questo non è accaduto, e dopo un periodo di tranquillità e ripresa ha intrapreso il viaggio del quale Genesi è il frutto. Una mostra da non perdere, carica di stupefacente bellezza formale e ricca di contenuti, di un grande artista che così spiega il suo lavoro in un’intervista a Benedikt Taschen: “La fotografia è una sorta di fenomeno: […] c’è un legame tra i soggetti e la fotocamera e tu diventi parte di questo sistema. Ogni elemento concorre al risultato e tu arrivi al massimo quando sai che non puoi ottenere un’immagine migliore. Cresci insieme al fenomeno, sei parte del fenomeno, e “vieni fuori” da quello. È un piacere immenso fotografare.”

Una lettera che parte da lontano

Cari lettori,

immaginate per un secondo di tornare alle elementari, in terza, più o meno. Immaginate quelle noiose lezioni di storia del venerdì pomeriggio, quando il parco di fronte alla scuola era tutto ciò che il cuore e la mente potessero desiderare. Invece no, la maestra vi inchiodava alla sedia, richiamando a sé tutta la vostra attenzione. Oggi, almeno per un po’, ci troviamo proprio lì, su quella sedia. Ricordate anche tutti quei concetti stereotipati nella mentalità comune, quella che anche il più disattento tra i vostri compagni si porterà nella tomba? Ecco, per esempio, che il Medioevo è un secolo buio, o che la società feudale è una piramide? Ognuno di noi è cresciuto con alcuni stereotipi ben chiari, saldi e ancorati nella propria istruzione.

Ora, accettate di fare un salto nel passato, molto più indietro rispetto al vostro piccolo banco della vostra scuola elementare. È necessario scorrere con un balzo molti secoli addietro.

Siamo esattamente nel 1244, in un momento in cui tutto – almeno nel nostro pensiero – è buio, cupo e ovattato. Gerusalemme è caduta nelle mani degli infedeli e la situazione per i cristiani in quei territori era critica. Ci troviamo improvvisamente catapultati sul soglio pontificio, dove nel 1272 salì papa Gregorio X. Immaginiamo le notti insonni di un uomo fortemente preoccupato per i territori della Terra Santa e per i cristiani che lì vivevano. Tra gli incubi e le preoccupazioni di molti uomini per il recupero di quelle terre così cariche di storia e significato emergono le storie di altri uomini. Tra questi c’è un francescano, vicario di Terra Santa dal 1266, il suo nome è Fidenzio da Padova, autore del Liber recuperationis Terrae Sanctae. Certamente l’opera è intrisa dell’ideale di una guerra giusta. Eppure, un dettaglio balza agli occhi, quasi come una svista o un inspiegabile cambiamento di mentalità: l’esercito cristiano è posto inizialmente in una condizione di pace nei confronti degli avversari ed è legittimato a intervenire militarmente solo in caso di legittima difesa. Ecco che nelle nostre certezze incrollabili della scuola elementare appare in tutto il suo spessore la complessità della realtà, sempre pronta a ribellarsi ad ogni semplicistica riduzione.

Un altro uomo poi ci richiede uno spostamento geografico notevole: ci ritroviamo in Spagna, a Palma di Maiorca, nel monastero di Miramar fondato dalle preoccupazioni pedagogiche e missionarie di Raimondo Lullo. Proprio in compagnia del teologo maiorchino andiamo alla scoperta di un balzo storico fondamentale. Nel Liber de passagio la crociata non è finalizzata al recupero di territori, o almeno non solo, ma diventa un’impresa militare a sostegno di qualcosa di più grande: una missione religiosa, attuata secondo precise indicazioni che, attraverso il dialogo con i sapienti islamici, avrebbe potuto portare alla conversione dei seguaci di Maometto. Il ripensamento della crociata parte dalla formazione degli ordini cavallereschi, fino ad arrivare alla creazione di un linguaggio ex novo che permettesse una miglior comunicazione.

Il nostro viaggio è terminato: potete tornare comodamente seduti di fronte al vostro computer.

C’è però qualcosa di importante che l’incontro con quelli che pensavamo essere secoli così cupi ha lasciato. Abbiamo potuto incontrare due uomini che hanno costruito la possibilità di un dialogo, διά – λόγος. διά è quella preposizione greca che indica la medietà, il passaggio attraverso qualcosa. λόγος, il cui significato oscilla tra ragione e discorso. Nella costruzione di questo terreno comune nessuno dei due autori ha dimenticato o rinnegato la propria identità – nel bene o nel male. A partire da quella identità precisa e definita ha potuto iniziare un viaggio di conoscenza alla scoperta degli infedeli, ciò che più diverso e lontano potesse esserci in epoca medievale da un cristiano.

In epoca più recente Baumann ha affermato che la degenerazione dell’appartenenza in un muro è frutto di insicurezza. Se la mia appartenenza è ragionevole e consapevole, allora la mia identità è sufficientemente solida e salda per entrare in relazione – appunto, in dialogo – con un’alterità. «Il dato di partenza è una miscela di culture, lingue e memorie del tutto inedita nella storia. La sfida è capire come si possa vivere in pace non malgrado le differenze, bensì grazie a esse, perché quando lei porta in un incontro la sua tradizione e io la mia, ne usciamo entrambi arricchiti: io ho imparato qualcosa da lei e lei, spero, qualcosa da me. Non ci sono sconfitti, siamo tutti vincitori», così Baumann descriveva la situazione circa un anno fa.

La sfida è proprio una strada di conoscenza che richiede il coraggio di essere intrapresa, nella quotidianità delle giornate, in politica, nel dialogo interreligioso. Baumann dipinge un quadro molto chiaro dei passi necessari da intraprendere: «la condizione umana è globale, i problemi hanno una portata globale, ma gli strumenti di cui disponiamo per gestirli sono locali. La sfida è di alzare il livello delle nostre istituzioni, affinché conquistino una forza e un’efficacia globali. Io sono vecchio, presto morirò, ma i giovani dovranno passare la vita cercando di costruire questa comunità senza confini».

Credo che tutto questo possa essere una piccola sveglia interiore per la responsabilità di ognuno.

 

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