Conoscendo Valentina e chiacchierando con lei emerge subito la ricchezza del suo approccio alla cultura: competente, attento e appassionato. La sua è una formazione davvero completa poiché la passione per la sua professione e l’amore per il nostro territorio l’hanno spinta a sperimentarsi in diversi campi e ad aggiornarsi continuamente. L’ho intervistata per conoscere DialogArt, l’associazione di cui è presidente, che si occupa di progettare eventi culturali, in particolare nell’ambito storico-artistico museale. Nell’intervista Valentina ci aiuterà anche a cercare di capire cosa significa lavorare nel mondo della cultura al tempo del Covid: il settore culturale è stato duramente colpito dagli effetti della pandemia, ma fortunatamente c’è chi non si arrende e continua a progettare, immaginare, creare!

1)Raccontaci un po’ di te, come ti sei formata e com’è nata DialogArt?

Le storie, gli aneddoti, le leggende del nostro territorio mi hanno sempre appassionata, così come l’arte in generale e le sue mille declinazioni. Gli studi mi hanno portata lontano, in Oriente, ad approfondire la cultura e la lingua giapponese. Ma mentre facevo ancora l’università ho provato il test di ammissione per il corso da guida turistica offerto della Regione Piemonte: l’ho passato, ho preso il patentino di abilitazione alla professione e ho iniziato a lavorare, ormai dodici anni fa. 

Il lavoro da guida turistica ti porta ad aggiornarti continuamente, non smetti mai di studiare, ed è un aspetto che amo quello di ricevere sempre nuovi stimoli, in ambiti anche molto diversi tra loro.  Lavorando nei musei in ruoli di coordinamento ho poi sentito la necessità di specializzarmi, così ho seguito a il corso di perfezionamento per progettisti culturali a Torino, presso la Fondazione Fitzcarraldo, e poi un percorso di alta formazione in didattica museale presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. 

Appassionandomi al tema dell’educazione, ho recentemente seguito un corso per la progettazione di visite teatralizzate per ragazzi e un corso come educatore interculturale.  

Sono tutte competenze che si completano, in situazioni e modi diversi: il punto cardine, ciò che accomuna tutto, credo sia la mia passione nel raccontare la mia terra, il forte senso di appartenenza ad essa che traspare in quello che faccio. 

DialogArt non nasce per mano mia, ho iniziato a operare all’interno dell’associazione e ne sono diventata presidente in un secondo momento. Diciamo che l’ho un po’ rivoluzionata: ho cambiato marcia e ho aperto nuove prospettive…in fondo aveva bisogno anche lei di un aggiornamento.

2) Quali sono gli obiettivi di DialogArt?

Come dice il nome stesso dialoghiamo, ascoltiamo, cerchiamo la connessione, lo scambio.  DialogArt si occupa di cultura, di educazione al patrimonio, di turismo e didattica a trecentosessanta gradi, dalla progettazione alla realizzazione. Ci trovate in giro tramite piccoli eventi, visite guidate, laboratori didattici, progettazione e sperimentazione culturale. Il nostro è un approccio alla cultura di qualità, inclusivo, giovane e fresco, accessibile a tutti e divertente. Gestiamo e curiamo beni storico museali avendone cura come se fossero nostri: uno dei nostri obiettivi è rendere vivi e fruibili gli spazi in cui lavoriamo. E non è uno slogan, lo facciamo sul serio.  Operiamo per esempio all’Abbazia di Staffarda e la sentiamo veramente come se fosse casa nostra, ce ne prendiamo cura anche nei piccoli dettagli.

3) A chi si rivolgono le vostre iniziative?

A tutti! Togliamoci dalla testa l’idea stantia che la cultura sia elitaria. La cultura è per tutti: basta sapere a chi si parla e, di conseguenza, saperla raccontare. Tutti, nessuno escluso!

4) Da associazione che opera nel mondo della cultura, come state vivendo questo difficile periodo? State riuscendo a continuare il vostro lavoro in modi alternativi? O state progettando per quando la situazione sarà migliore?

La stiamo vivendo male: sarò sincera, alquanto male! A seguito dell’ultimo DPCM il comparto culturale (cinema, teatri, musei) è ancora completamente bloccato e lo sarà ancora per un po’. I musei che hanno qualche risorsa stanno producendo contenuti online, in streaming o simili. Noi, presso l’Abbazia di Staffarda, risorse non ne abbiamo, quindi aspettiamo, ragioniamo e ci interroghiamo su come fare. A volte fermarsi aiuta a ripartire: spesso da un tempo lento, da un “vuoto fertile” si possono generare nuove prospettive. Per il nuovo anno sappiamo che ci aspettano molti nuovi progetti, siamo felici perché lavoreremo con altre bellissime realtà del territorio, davvero con bella gente.  Rimane l’incognita del come lavoreremo. Personalmente considero l’utilizzo del web uno strumento provvisorio, che può aiutare, ma che non può essere il solo e unico.  Voglio ancora credere che si tornerà all’umano: a sedersi attorno ad un tavolo a scambiarsi idee e punti di vista e a creare nuove azioni sul territorio, a ospitare scolaresche rumorose nei musei, a confrontarsi tra persone in modo diretto, che è il modo migliore per crescere e accrescere la propria esperienza. Stiamo parlando di divulgazione culturale, di educazione al patrimonio, alla bellezza: se è fatta dietro lo schermo di un PC, senza l’uomo in carne ed ossa, senza le sensazioni dirette trasmesse dal luogo o dall’opera d’arte, senza lo scambio attivo, come può definirsi tale? 

5) Cosa significa per te progettare cultura? 

Il termine «progettare» deriva dal latino e letteralmente significa «lanciare avanti».

Progettare cultura vuol dire possedere una visione di quello che sarà, costruirla essendo disponibili a modificarla e ridiscuterla continuamente, tra di noi e insieme al mondo che cambia. 



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