Quegli eroi bugiardi chiamati adulti

“Bugie, bugie, gli adulti le vietano e intanto ne dicono tante”. Questi i pensieri della giovanissima Giovanna, protagonista dell’ultimo romanzo di Elena Ferrante, “La vita bugiarda degli adulti”, pubblicato nel 2019.

La Ferrante, scrittrice che ancora latita nell’ombra, anche in questa storia sceglie come ambientazione la sua cara Napoli: una Napoli ben diversa, tuttavia, da quella che i suoi lettori hanno imparato a conoscere con la quadrilogia de “L’amica geniale”. Infatti, se lì prendevano vita i quartieri più degradati e poveri della Napoli degli anni Cinquanta e Sessanta, ora lo sguardo si amplia e si sposta al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Un quartiere per bene, dove vivono famiglie agiate: e in effetti, i genitori di Giovanna appartengono alla Napoli intellettuale. Entrambi professori di liceo, menti finissime, lavoratori assidui e pensatori un po’ troppo inquadrati nelle loro idee. I due sono fermamente convinti che nella vita l’unica cosa che conta davvero è studiare, e quindi inculcano nella figlia una certa severità e costanza nello studio. Giovanna cresce con l’idea che i genitori siano persone perfette, modelli unici da seguire in tutto e per tutto: innamorati da sempre, devoti uno all’altra, e tremendamente intelligenti (soprattutto il padre, per il quale la figlia mostra una devozione senza limiti). Quando inizia la vicenda, Giovanna ha dodici anni, si sta affacciando all’adolescenza e sta vivendo un momento difficile e delicato. Il lettore la osserva mentre a poco a poco conosce la propria personalità e ne prende coscienza, mettendosi anche a confronto con il proprio corpo che cambia.

Tutte le poche certezze che Giovanna possiede in questo periodo crollano quando all’improvviso ascolta per sbaglio una conversazione tra i suoi genitori, e il padre si lascia sfuggire che la figlia sta diventando più brutta e anzi, sta “facendo la faccia di Vittoria”. Vittoria, il lettore lo viene a sapere subito dopo, è la pecora nera della famiglia: una zia che Giovanna ha conosciuto solamente attraverso le parole dei genitori, che l’hanno sempre dipinta come una persona spregevole, maligna e molto brutta. Dopo questa dichiarazione così terribile, la protagonista non sa darsi pace, perché ha il terrore di aver deluso i genitori e, soprattutto, teme di diventare una brutta persona. L’unica soluzione che ritiene valida per placare la sua angoscia è quella di andare a trovare sua zia, e di vederla in faccia, finalmente.

L’incontro con Vittoria è decisivo per Giovanna. Per la prima volta, la ragazzina conosce un mondo adulto che va ben al di là di quello dei suoi genitori e degli amici dei suoi: Vittoria è brutta ma è anche bellissima, è volgare ma allo stesso tempo molto affettuosa, è molto diretta e senza peli sulla lingua, e infine è passionale ed energica in qualsiasi cosa faccia. Ma soprattutto, Vittoria apre gli occhi a Giovanna. La zia ha molto da raccontare; le espone la sua versione dei fatti in famiglia, e consiglia alla nipotina di ampliare il suo sguardo, e scavare a fondo nelle vite dei suoi affetti più cari. E così, in poco tempo, Giovanna non riesce più a fare a meno di Vittoria: deve vederla sempre più spesso, nonostante la ritrosia dei genitori. Ben presto, la protagonista scopre la seconda vita di entrambi, la loro “vita bugiarda”, appunto. L’immagine dei suoi infallibili genitori che Giovanna si era costruita anno dopo anno crolla come un castello di carte. Il suo sguardo sulla vita diventa estremamente più profondo, e molto più maturo rispetto ai suoi tredici anni di età: è già uno sguardo da adulta che è stata sopraffatta dalla vita, una volta che ha compreso i meccanismi e gli ingranaggi che muovono le cose e le persone. Lei stessa inizia a comportarsi in modo diverso, proprio come se dovesse dimostrare a qualcuno che non per forza deve diventare come mamma e papà hanno sempre voluto. Giovanna scopre così lati del suo carattere che non conosceva, impara a gestire le voglie dei maschi, e passa a osservare ed imitare altri modelli, altre persone che entrano nella sua vita, più o meno per caso.

Quando si avvicina alla conclusione, trainato dalla prosa sempre conturbante e molto espressiva della Ferrante, il lettore, forse abituato ai romanzi fiume della quadrilogia de “L’amica geniale”, si aspetta una prosecuzione della storia. Invece la protagonista, proprio alla fine della vicenda, compie un rito di passaggio, un atto fondamentale per entrare davvero nella vita adulta. Ed è proprio lì che il lettore la perde: l’innocenza dell’infanzia e dell’adolescenza è scomparsa. Giovanna non ha più ragione di esistere tra le pagine di un romanzo, è diventata esattamente come tutti gli adulti bugiardi.

Casa, la gabbia dorata dove adesso si impara a stare da soli

«È peggio della guerra». Spesso negli ultimi giorni si è sentita ripetere questa frase, nei commenti del popolo italiano sui social network riguardanti la dura battaglia contro il Coronavirus che il nostro Paese sta combattendo. E perché sarebbe peggio della guerra? Cosa ci sarebbe di così diverso rispetto ad una guerra vera, con eserciti ed armi e bombardamenti?

Riprendo una considerazione che ha fatto il filosofo Umberto Galimberti in un interessante video pubblicato su Youtube ( https://www.youtube.com/watch?v=-OMKYw-XaGg ). La guerra come la conosciamo noi, come l’abbiamo studiata, è qualcosa di visibile, di concreto. La guerra suscita paura: una paura reale per qualcosa che si conosce bene e che si sa che porta solo morte e distruzione. Ma l’angoscia è una sensazione peggiore della paura: dice Galimberti che l’angoscia nasce invece per qualcosa che non si conosce, qualcosa di invisibile, e che proprio per il suo essere invisibile è ancora più terribile. L’angoscia induce spesso ad azioni irrazionali, dettate dal puro terrore. E in questo senso non possono non venire in mente tutti quei gesti degli Italiani di poco tempo fa che sono sembrati decisamente sconclusionati: l’assalto ai treni notturni, la corsa ai supermercati per il terrore che potessero chiudere da un momento all’altro…Quando il nemico è sconosciuto, l’uomo perde la testa.
E quindi, è necessario mantenere la lucidità quanto più possibile. Informarsi bene, non farsi prendere dal panico per una notizia un po’ più scioccante, leggere sempre tra le righe. In questi giorni, oramai si sa, l’invito primario è quello di stare a casa. «Come state, ragazzi?» ho chiesto l’altro giorno ai miei alunni in videoconferenza. Mi hanno risposto, con tono ironico: «Prof, sembra di stare agli arresti domiciliari». Ho spiegato loro che bisogna avere pazienza ancora per un po’, ma purtroppo non ho saputo dare loro informazioni certe su quando avrebbe riaperto la scuola, che manca molto a tutti, anche a noi professori. Eh sì, dobbiamo sentirci tutti un po’ prigionieri; ma in senso positivo. Innanzitutto, ci troviamo in una gabbia dorata, in cui possiamo avere qualsiasi diversivo subito a portata di mano. Fortunatamente, abbiamo la tecnologia dalla nostra parte, che non ci lascia mai da soli, se glielo permettiamo. A mio parere, tuttavia, in questi giorni è giusto stare un po’ da soli con se stessi, finalmente. Dopo la frenesia di tanti giorni tutti uguali che ci sono scivolati dalle dita senza che ce ne rendessimo conto, ora, non per volontà nostra, abbiamo tirato il freno a mano.

Chissà se questa nuova condizione di stasi, di routine azzerata, di silenzio, di vuoto (consiglio a riguardo un bellissimo articolo di Luca Molinari su Doppiozero, dal titolo «Il rumore del vuoto»: https://www.doppiozero.com/materiali/il-rumore-del-vuoto ) ci consentirà di fermarci davvero, di chiudere gli occhi e sentire come stiamo dentro. Staccarci un po’ dai social network, ricominciare a respirare. Fare alcune domande a noi stessi: chi siamo, se siamo contenti della nostra vita, se ci piacerebbe cambiare qualcosa. Non c’è occasione migliore come quella che ci capita adesso per rallentare e renderci conto che stiamo vivendo. Non potremo che ripartire molto più consapevoli di noi stessi, e soprattutto, quando tutto questo sarà finito, saremo in grado di apprezzare molto di più la nostra vita, e tutto quello che la circonda.

Se Achille è deforme e Ulisse non sa più scrivere

Se si prende voglia di rispolverare un po’ di epicità ma in chiave moderna e comica, non c’è libro migliore di Achille piè veloce, romanzo pubblicato da Stefano Benni nel 2003. Premettendo che chi scrive era totalmente digiuna di opere di Benni, il fatto di aver iniziato a leggere la sua produzione con questo volume è stato un gesto che si è poi rivelato furbo, anche perché Achille piè veloce divenne velocemente un best-seller in Italia, e fu poi tradotto in diverse lingue.

Ulisse Isolani è il protagonista del romanzo: già il suo nome la dice lunga sul tipo di personaggio che pian piano si andrà a conoscere. Lavora nella casa editrice Forge, che è oramai verso il fallimento, e di mestiere legge i dattiloscritti (o «scrittodattili», come li chiama lui) degli scrittori in erba, giovani e meno giovani, che tentano il successo. Ulisse è scrittore anche lui, ma, dopo aver pubblicato un primo romanzo, non è più riuscito a scrivere nulla, perché gli manca sempre l’ispirazione. Ulisse inoltre, esattamente come l’Odisseo omerico, è «polutropos»: dall’ingegno multiforme e versatile. È un uomo del nostro secolo, che sa destreggiarsi in vari problemi della quotidianità grazie alla sua proverbiale abilità oratoria e grazie anche ad un po’ di fortuna. Tuttavia, spesso si addormenta nei luoghi più improbabili della grigia e anonima metropoli in cui vive, che viene però trasformata da Benni in un paesaggio epico, pieno di insidie e avventure. Il protagonista è anche poligamo, proprio come l’eroe dell’Odissea: alterna la sua vita amorosa tra una fidanzata di origini sudamericane che ama profondamente, Pilar, spesso soprannominata Penelope, e un’amante occasionale, la sua provocante collega Circe.
Fin dall’inizio, non appena il lettore si immerge nella prosa avvolgente di Benni, ha la sensazione di leggere un poema epico, ma in chiave molto moderna; ed è forse questo aspetto che rende particolarmente affascinante il volume. Si intuisce d’altronde come sia i personaggi, sia le modalità della narrazione ricordino molto chiaramente lo stile epico, pur con evidenti e spesso comiche differenze. Ad esempio, la vita di Ulisse subisce una svolta quando conosce Achille, il quale però è ben lontano dal suo corrispettivo personaggio epico. Achille, anziché essere «kalòs kai agathòs», ossia bello e valoroso, è brutto e deforme, costretto su una carrozzina elettrica da una malattia contratta alla nascita (tra l’altro la carrozzina, a rigor di logica, è della marca Xanto, nome di uno dei cavalli immortali dell’eroe omerico). Il ragazzo resta rinchiuso in una casa molto grande all’interno di un palazzo antico, in cui abitano anche la madre e il fratello Febo, uomo di successo e pronto ad entrare in politica, che sopporta a fatica la presenza del fratello malato.
Achille riesce ad incuriosire Ulisse con una lettera molto eloquente, e così il protagonista si reca a casa del ragazzo. I due iniziano presto a frequentarsi e ad instaurare un rapporto di amicizia, molto strano, in quanto ovviamente Achille e Ulisse sono estremamente diversi, ma anche molto profondo. Il legame che si crea è dettato soprattutto dalla profonda passione di entrambi per il racconto e la scrittura. Infatti Achille (che non riesce quasi più a parlare a causa della sua malattia, e comunica con l’amico attraverso un computer) inizia a scrivere al posto di Ulisse, e racconta la vita del protagonista, rivisitandola completamente, spesso in modo comico. Il romanzo di Benni prosegue poi alternando gli incontri tra i due, sempre in casa di Achille, e le vicissitudini di Ulisse come uomo moderno nella metropoli, alle prese con il permesso di soggiorno di Pilar e i vari problemi nella casa editrice sull’orlo del fallimento.

Senza svelare nulla della conclusione, il rapporto tra Achille e Ulisse, simbolo di un’amicizia senza pudori e senza barriere, è in continuo climax durante il susseguirsi della storia, e finirà in modo malinconico e delicato, grazie ad un gesto generoso di Achille, che permetterà ad Ulisse di spiegare finalmente le ali verso la felicità e la libertà di scrittura, sempre «con la spada di una matita».

La magia invernale dei racconti svedesi

Non lasciatevi ingannare dal titolo: “La leggenda della rosa di Natale”, raccolta di racconti dell’autrice svedese Selma Lagerlöf, in realtà parla ben poco del periodo natalizio. Tuttavia, come si vedrà di seguito, in tutte le brevi storie di questo volumetto si respira a pieni polmoni un’atmosfera invernale e magica.

La Lagerlöf è stata definita da Marguerite Yourcenar “la più grande scrittrice dell’Ottocento”, ed è stata per molto tempo l’autrice svedese più nota al mondo. Per di più, è stata la prima donna ad aver vinto il premio Nobel per la letteratura, nel 1909. Maestra elementare, nei suoi romanzi e nelle sue storie lascia sempre trasparire la passione per le tradizioni, le leggende e i miti del suo popolo.

In effetti, i sette racconti della raccolta sono tutti ambientati in Svezia, principalmente nel Vārmland, regione d’origine dell’autrice. Al loro interno compaiono personaggi di qualsiasi rango sociale: pescatori, contadini, preti e monaci, locandieri, mercanti, musicisti, ma anche nobili, sovrani e imperatori. Inoltre, il lettore ritrova in queste pagine alcuni personaggi storicamente esistiti, come l’imperatrice Maria Teresa d’Austria e il re Gustavo III, che regnò in Svezia dal 1771 al 1782 (quest’ultimo venne assassinato in una congiura durante una festa in maschera e da questo avvenimento, tra l’altro, Giuseppe Verdi prenderà ispirazione per una sua celebre opera).

Tuttavia, in tutti i racconti la realtà si mischia con la finzione e con la magia; o, per meglio dire, con il miracolo. Basti pensare al primo racconto, che dà il titolo all’intera raccolta: si parla di una misteriosa foresta che nella notte di ogni vigilia di Natale si trasforma in un rigoglioso e splendente giardino, una specie di Eden. Questa leggenda popolare, o questo mito si potrebbe dire, nasce dall’antica volontà di spiegare come l’elleboro, pianta appunto soprannominata “rosa di Natale”, fiorisca proprio nel periodo natalizio, con tanti piccoli fiori bianchi. Ma il miracolo è anche dato dalla scoperta di una miniera d’argento grande quanto una montagna; scoperta che porterà alla rovina un piccolo paese di umili contadini, i quali decideranno saggiamente di vivere in pace e di non approfittare di quella fonte di ricchezza, e saranno ammirati dal loro re. Oppure, il miracolo è quello dell’immaginazione, che permette di far rivivere l’amato morto in mare nei pensieri e nelle parole della sua novella sposa. Infine il miracolo è il finto tesoro dell’imperatrice, di cui nessuno conosce l’ubicazione, e che così permette a tutta la popolazione di credere che nella miseria più nera quel tesoro (che in realtà consiste in una cassetta di legno con poche monete all’interno) li salverà. In questo modo, continuano a vivere lavorando e in pace.

Tutti questi racconti posso apparire molto semplici, umili e quasi ingenui, ad una prima e veloce lettura: in realtà, nella delicatezza delle sue storie, Selma Lagerlöf inserisce delle morali importanti. Quasi sempre i protagonisti maturano perché gli episodi della vita offrono loro un insegnamento importante: non ritroviamo mai, a conclusione della vicenda, il personaggio uguale identico a come ci è stato presentato all’inizio. L’autrice ci insegna così il valore dell’umiltà, della bontà di cuore, del rispetto per gli altri e della semplicità, la quale spesso risulta la scelta migliore rispetto a tutte le altre. Sono racconti brevi, ma che sanno scaldare il cuore in queste gelide serate invernali.

La solitudine di chi sta benissimo

«Ai giorni nostri la solitudine è il nuovo cancro, una cosa vergognosa e imbarazzante, così spaventosa che non si osa nominarla: gli altri non vogliono sentire pronunciare questa parola ad alta voce per timore di esserne contagiati a loro volta, o che ciò possa indurre il destino a infliggere loro il medesimo orrore». Questa citazione è senz’altro molto significativa per introdurre il tema centrale che ruota attorno al meraviglioso romanzo di notevole successo da cui essa stessa è tratta, ossia Eleanor Oliphant sta benissimo (2018), opera d’esordio di Gail Honeyman. Solo di recente infatti il tema della solitudine sta ritornando all’attenzione generale dei media come problema sociale diffuso, in quanto, paradossalmente, in un mondo febbrilmente connesso e iperattivo come quello di oggi, la solitudine emerge per contrasto. Siamo troppo soli perché ci sembra di essere costantemente al centro del mondo (grazie ai bombardamenti che ci arrivano dai social, dalle pubblicità), ma poi scopriamo che in realtà siamo terribilmente defilati, e occupiamo un infinitesimo spazio nella miriade di persone che vive su questo pianeta.

Eleanor Oliphant, protagonista del romanzo, rappresenta un modello apparentemente inconcepibile per tanti, eppure più diffuso di quanto si possa pensare: è una giovane donna che vive da sola e non ha relazioni sociali. Lavora dal lunedì al venerdì in un ufficio di Design in cui gestisce la contabilità, torna al venerdì sera a casa e passa il week end a bere wodka e dormire. Spesso non apre bocca per parlare con qualcuno per tutto il week end. Eppure, Eleanor continua a ripetere di «stare benissimo», di non aver bisogno assolutamente di nessuno e di cavarsela egregiamente. Non appena il lettore la segue nei rarissimi scambi verbali che ha con i suoi colleghi, capisce che Eleanor ha problemi anche nella comunicazione con gli altri: non è capace di attenersi alle più classiche convenzioni sociali, dice quello che pensa senza timore di offendere. Questo atteggiamento spiazza totalmente chi legge, ma è anche vero che Eleanor si mostra al mondo senza filtri, senza schemi precostituiti, assolutamente genuina, ed è la schiettezza che la contraddistingue che la rende subito tremendamente simpatica. All’inizio della vicenda il lettore non sa quasi nulla del passato di Eleanor, non viene a conoscenza del perché sia diventata così. Tra l’altro il personaggio compie una parabola vertiginosa, in quanto si innamora perdutamente, per caso e molto in fretta, di una rockstar che suona e canta sempre nei dintorni del quartiere dove Eleanor abita e lavora. All’esterno l’infatuazione pare assurda, e fa anche sorridere: come fa una persona adulta ad innamorarsi di qualcuno che non ha nemmeno mai visto dal vivo, ma solamente in foto? Eppure Eleanor è serissima a riguardo; inizia immediatamente a costruirsi i suoi “viaggi mentali”, nei quali è già fidanzata con il musicista, e progetta cene e uscite romantiche. Tuttavia questo nuovo atteggiamento della ragazza porta anche dei risvolti positivi, in quanto fa sì che in Eleanor maturi un lento cambiamento: inizia a pensare di più a se stessa, al suo corpo, al suo aspetto. Finalmente c’è un motivo valido che la spinge a cambiare. L’infatuazione improvvisa e di stampo adolescenziale, nel libro un po’ estremizzata, è per di più tipica di chi sta da solo da tanto tempo, e inconsciamente sente la forte necessità di avere qualcuno accanto, un compagno di vita. Quando Eleanor però si rende conto del fatto che il cantante è una persona totalmente differente da come se l’era immaginata, è troppo tardi, e subisce un tracollo definitivo. Fortunatamente, ci sarà qualcuno a salvarla prima che sia finita davvero.

Durante tutto il romanzo, osserviamo Eleanor crescere e affrontare finalmente, con molta lentezza e fatica, quei fantasmi che da troppo tempo la stavano assillando. Raccontando questa storia, l’intento dell’autrice è stato senza dubbio quello di far riflettere sul tema della solitudine moderna, così evitata e osteggiata dai più. Ci si rende così conto che chiunque può soffrirne, ed è quindi necessario un aiuto per uscire da quel limbo stagnante in cui, in maniera più o meno pesante e più o meno evidente, si viene inevitabilmente gettati. Il fatto poi di aver creato un personaggio così simpatico e strampalato come quello di Eleanor Oliphant non fa che sensibilizzare ancora di più i lettori sull’argomento, oramai sempre più quotidiano.

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