19 Settembre 2025 | A caccia di eventi
La bici è il primo mezzo che impariamo a guidare, o almeno per me è stato così. Mi ricordo molto bene quando giravo nel mio cortile di casa in sella ad una biciclettina blu con le rotelle, e il rumore fastidioso che facevano. Nella mia testa ho però l’immagine più vivida dei momenti passati ad imparare ad andare in bici senza le rotelle, che per me voleva dire diventare grandi. L’emozione che mi assaliva quando mio papà staccava le sue mani dal sellino e mi gridava “Pedala pedala pedala!” è qualcosa che non scorderò: un misto di paura, eccitazione, voglia di libertà ma allo stesso tempo terrore di essere lasciata da sola e di perdere il controllo…E poi, puntualmente, la caduta a terra e le ginocchia sbucciate. Però la bici mi ha insegnato che se insisti e se ci credi per davvero, poi riesci davvero a pedalare da sola, a restare in equilibrio e non voltarti indietro per cercare le mani di papà sul sellino. Crescendo ho sempre continuato a usare la bici per andare in città o per altri spostamenti brevi, e quando ho iniziato l’università a Torino è diventato il mio mezzo di trasporto per eccellenza: casa università, università casa, ogni giorno e anche più volte al giorno. La prima era una bici vecchia, una “graziella” chiamata Flavia, gentilmente imprestatami dalla zia della mia coinquilina. Poi è succeduta la bicicletta rossa regalatami alla cresima, e per tre anni sono riuscita a non farmele rubare, complice un lucchetto molto resistente che le ha protette bene, e la fortuna. La bici mi mette sicurezza, mi fa andare veloce ma allo stesso tempo mi permette di vedere tutto, le piccole cose che se vai in macchina o in treno ti perdi. La bici ti concede di fermarti subito se ne hai bisogno; se stai poco bene, se vedi qualcosa ma lo vuoi vedere meglio, se vuoi girarti meglio il pantalone della gamba destra perché si sta sporcando con la catena. E soprattutto, la bici non inquina questa aria che già è pesante e grigia. È agile, è leggera e non emette niente nell’aria (a parte l’enorme mole di Co2 che esce dalla bocca quando si stanno affrontando delle salite con le gomme a terra). Anche a Cuneo, dove abito, mi muovo spesso in bici; perciò credo che investire su questa forma di mobilità sia molto importante e intelligente, come lo è incentivare le persone a utilizzare questo mezzo. Ci sono state iniziative quali “Bike to work” e “Bike to school” che sono riuscite a sensibilizzare e a convincere più gente a muoversi sulla bici. E da cinque anni esiste un festival interamente dedicato alla bici, in tutte le sue versioni: dalla bici da corsa e quindi il ciclismo come sport per professionisti, alla citybike usata per andare a fare la spesa, e tutto quello che vi è nel mezzo. CuneoBikeFestival è il suo nome, e quest’anno ha come tema centrale le “scelte”, intese come presa di coscienza necessaria prima di passare all’azione. Il Festival non è solo una festa del ciclismo come sport, ma anche un’opportunità per parlare del ciclismo sostenibile, e della montagna come motore di innovazione. Infatti il settore del cicloturismo è in netta crescita, e ha un ruolo importantissimo nel panorama del turismo sostenibile. Il festival, come afferma anche la sindaca Patrizia Manassero, è una dichiarazione di principio ed un messaggio chiaro: Cuneo lavora per una mobilità dolce e per stili di vita sostenibili; inoltre il festival, che durerà dal 18 al 22 settembre, rientra nella settimana europea della mobilità sostenibile, per cui saremo uniti anche con tutti gli altri paesi nel confronto, nell’azione e nel dibattito su questi temi centrali. Ci saranno ospiti importanti che condivideranno con il pubblico le loro esperienze e le loro idee: Paolo Bettini, ex ciclista professionista, alle ore 21 di sabato 20 al Cinema Monviso; Frank Lotta, dj, videomaker e viaggiatore lento, alle ore 21 di venerdì 19, sempre al Monviso; questi sono solo due dei tanti ospiti che il Festival accoglierà, e raccontano due tipi molto diversi di andare in bici: il primo è stato un atleta, ha gareggiato, ha vinto e ha perso, sperimentando lo sport a livelli professionali. Il secondo ha viaggiato lentamente, lo ha raccontato e scritto in un libro e continua a farlo in radio. Oltre agli incontri con gli ospiti sono organizzate molte uscite per bambini, ragazzi e adulti intorno alla città, esperienze che uniscono la ricchezza della nostra enogastronomia, la bellezza della natura che ci circonda e il professionismo delle guide e degli organizzatori. è un festival a 360 gradi perché la bici è a portata di tutte e tutti: si può pedalare ma anche essere passeggeri, e godere della sua lentezza e bellezza.
Per maggiori informazioni sul festival, sul programma e su tutti i suoi appuntamenti: https://cuneobikefestival.it
8 Maggio 2019 | A passo d'uomo
Ingresso dell’ospedale, ore 9.18
Brusio di fondo, due lunghi corridoi, persone che si muovono in fretta. Ordine, un poco di bianco, la luce che filtra da una grande finestra.
Un signore che sembra anziano, ma forse non sarebbe felice di essere chiamato così, entra guardingo, e avanza lungo il corridoio. Ha passi lenti ma decisi, la schiena un po’ curva, una cartellina sotto il braccio.
Si ferma più o meno a metà, si guarda intorno e torna indietro. All’ingresso osserva l’ordine incomprensibile con cui gli altri si muovono, aprono porte e spingono carrelli. Trova allo sportello una donna minuta, nascosta dietro grandi occhiali da vista. La vedo ascoltare il signore, gli risponde scuotendo la testa e lui si curva ancora di più.
La signora sorride, esce dal suo sportello e indica un altro corridoio al suo cliente, ma poi lo accompagna. Mentre passa dà indicazioni gesticolando ad altre persone, come se leggesse loro nel pensiero. Cammina svelta, ma controlla di avere sempre il signore vicino. Gli sorride con un’espressione che dice “Tranquillo, adesso la risolviamo”. Lui la guarda con la fiducia di un bimbo che trova chi lo porta a casa. Quanto poco ci vuole.
Entrano in una porticina, spariscono per qualche minuto, poi lei esce con gli occhi che dicono “mi dispiace”. Lui scrolla le spalle, ha molta più luce nel viso. Anche se non ha risolto il suo problema.
La donnina saluta e torna a nascondersi dietro il suo sportello, a gesticolare sorridendo con il prossimo cliente. Il signore esce, cammina lento ma leggero. Sparisce con la chiusura della porta. Quanto poco ci vuole.
16 Aprile 2019 | A passo d'uomo
Debhora Casalloni ha pubblicato un libro nel 2018, ma io non lo sapevo. Ci siamo incontrate per caso, in una mansarda un po’ fredda ma piena di cuscini colorati nell’Oratorio di Busca, dove entrambe ci trovavamo per fare la parte dei “libri” in una biblioteca vivente.
Debhora ha portato un grande zaino, dei tessuti, dell’incenso e dei libri. Le copie del suo libro, “L’India si è presa cura di me”. Si siede a terra, a gambe incrociate, a sistemare tutti gli oggetti con una lentezza piena di cura. Ascolto la sua storia prima che arrivino i veri “lettori”, e poi raccolgo dettagli qua e là, nei momenti di pausa e durante tutta la serata. Sto con la mente su ciò che avevo da dire, e con un orecchio verso la sua voce. Per questo, la mia versione del suo racconto sarà disordinata e irrazionale, ma anche colma dell’intensità di averlo sentito da chi l’ha vissuto in prima persona.
A ventisei anni, Debhora è partita per un viaggio in India: il biglietto di andata, quello per il ritorno programmato 5 mesi e 2 settimane dopo, tre notti in albergo prenotate a Nuova Delhi, lo stesso zaino che ha portato qui stasera. Nessun programma. Gusterò ogni suono, colore, sapore e so che sarà un viaggio tanto fuori, quanto dentro di me, ha poi scritto nel diario di viaggio che è diventato il suo libro.
Da qui in poi, il racconto si fa frenetico: ha preso aerei, incontrato persone, perso soldi, viaggiato in condizioni che spaventerebbero molti di noi. “Dormivo nel camion con loro (i camionisti che le hanno offerto un passaggio e del denaro) e non mi è mai successo niente”, mi racconta, la voce grata della fortuna che l’ha accompagnata. È stata accolta da alcune famiglie, “le mie famiglie”, le chiama, con le quali ha condiviso mesi di vita, senza che nessuno le chiedesse nulla in cambio.
Si leggono due cose dal suo viso, mentre racconta. La prima è la consapevolezza: parla di questa esperienza magica serenamente, sembra che sappia esattamente quante cose la separano, adesso, da quel mondo e da quella che era prima di entrarvi, che porti nel cuore ogni sensazione ma che la sappia custodire senza esserne sopraffatta. Lo noto, e penso che forse non ne sarei capace.
La seconda cosa che traspare, chiaramente, è la fiducia che ha investito nel suo viaggio, nei luoghi, nelle persone, nel caso che l’ha portata in giro per un Paese completamente diverso dal suo. Una fiducia che, ci tiene a sottolineare, è stata ripagata con un amore incondizionato da parte di tutti coloro che ha incontrato, in un modo che forse la nostra cultura non ci permette di immaginare. “Se ti approcci al mondo in modo aperto e fiducioso, tutto questo ti torna indietro”. E così, un intero Paese si prende cura della sua ospite.
Alla fine della serata, Debhora ripone tutte le sue cose nel suo zaino. La vedo nel cortile d’ingresso, il bagaglio sulle spalle, e mi sembra di vederla in un grande aeroporto, mentre abbraccia le persone a cui vuole bene prima di partire. Mi saluta con un bacio e un sorriso. Forse non ho mai conosciuto Debohra, la ragazza che è partita per l’India, ma soltanto quella che è tornata. Penso a quanto di quel mondo ora è dentro di lei, così ben mescolato al resto da essere indistinguibile. E che forse, qualche pezzo di lei è ancora laggiù, nascosto e svolazzante in una strada di Nuova Delhi.
7 Marzo 2019 | A passo d'uomo
Sono un tavolo un po’ insolito. Tre uomini sulla sessantina, tutti e tre brizzolati, maglioncino e occhiali sul naso. Si direbbero tre colleghi in viaggio per lavoro, se non fosse per il quarto commensale, un bambino biondissimo e in carne.
Tra loro parlano tedesco. Quando arriva il cameriere, i tre adulti sfoderano un italiano degno di qualunque stereotipo: forte accento, verbi all’infinito, eppure non fanno fatica a farsi capire.
«Tagliata perrr me»
«Certo, esce con patate e carciofi»
«Tanti carrciofi perr favorre, in Germania non ci sono, posso mangiarre solo qui!»
Arriva la tagliata con tanti carciofi, il signore sorride, ha l’espressione di un bambino a cui la nonna ha preparato la torta che voleva.
Mangiano le loro portate. Un altro dei signori dell’insolito tavolo si rivolge al ragazzino accanto a lui. Qualche parola in tedesco, e poi riconosco “scarrrpetta”. Passa un pezzo di pane sul suo piatto, aspetta che raccolga tutto quello che ha avanzato, e glielo porge. Il bambino lo guarda stranito, poi mangia il pane con gli occhi di chi ha ricevuto un regalo. Prova a ripetere “scarrrpetta”, per essere – credo – la sua prima parola in italiano non se la cava male. Scoppia a ridere e prende un altro pezzo di pane.
15 Febbraio 2019 | A passo d'uomo
Stazione di Torino Porta Nuova, bar, quarto tavolino a sinistra.
È quell’ora indefinita del pomeriggio in cui per qualcuno è il momento del the o del cappuccino, e qualcuno ordina il primo spritz. La clientela dei bar è composta da piccoli spiragli su vite altrui. Quella dei bar delle stazioni, da finestre spalancate su altri mondi.
Tre ragazze sono sedute ad un tavolino senza tazze né cibo, hanno espressioni tristi ma combattive: mi arriva qualche frammento di un discorso di cui non seguo il filo: sentirsi sole, il primo lavoro, non essere prese sul serio. Si illuminano quando si alzano, una delle tre scoppia a ridere e le altre non sanno perché. Si tira indietro i capelli con l’aria di chi non può spiegarsi, ma l’effetto è potentissimo: escono e sembra che stiano camminando su una nuvola.
Una bambina tiene in mano un piattino con una brioche, sembra enorme vicino a lei; con l’altra mano cerca di aprire la porta a vetri che la divide dalla mamma e dal fratellino: c’è scritto “tirare”, ma lei è troppo piccola per saperlo. Spinge, un paio di tentativi e la mamma, al di là del vetro, le viene in aiuto. L’altro bambino guarda il dolce con occhi entusiasti, vorrei tanto vedere la faccia di sua sorella all’idea di condividerlo.
Un ragazzo elegante porta un vassoio al tavolo in cui sono seduti la sua fidanzata e i genitori: due tazze, una teiera, un latte macchiato e un dolce pieno di zucchero a velo. Mentre si avvicina lei si fa scappare uno sguardo pieno di luce, ma forse lui non se ne accorge. Gli parla, e la luce non si sente più. Parlano di the e di viaggi, la ragazza si perde nella schiuma del suo bicchiere, beve un sorso e riappare con un baffo di latte e cacao. Sorride come una bambina maldestra.
Entra un uomo di un’età che non riesco a definire, giacca di pelle, cappuccio e zaino, la barba di qualche giorno. Si ferma ai tavoli chiedendo una monetina per favore, così mangio qualcosa di caldo. Un paio di teste scosse, poi una signora inizia a frugare nella borsa, senza guardarlo in faccia. L’uomo inizia a raccogliere tazze e vassoi e libera il tavolo in cui la signora stava per sedersi. Le sposta anche la sedia, come ho visto fare solo nei film, per farla accomodare. Lei nel frattempo ha preso la moneta, si guardano e insieme dicono “Grazie mille”. L’uomo sparisce, senza ordinare.
Dal tavolo accanto, delle voci in spagnolo. Una donna morbida e sorridente, con i capelli lunghissimi e scuri, parla con un uomo piccolo, il viso pieno di rughe e un cappello con il paraorecchie sulla testa. Hanno tratti sudamericani e voci che sembrano musica, o forse sono solo i miei stereotipi. Portano un rumore allegro e colorato, anche nei loro cappotti neri.
Ogni momento in un bar è la possibilità di mille vite diverse di intersecarsi, ma loro si sfiorano senza toccarsi davvero. Ogni tavolo resta orientato verso l’interno del suo mondo. Forse se non fossi nascosta dietro il computer non potrei permettermi di scrutarli tutti da così vicino, ma anche così è come guardare da una finestra, separati da un vetro che non ti fa sentire il vento che c’è fuori e che, in fondo, non ti fa capire nulla.
Chissà se qualcuno sta guardando me. Chissà cosa vede di questo mondo.