Pugni nello stomaco

Sono entrati nell’ambulatorio in tre. Madre, padre, figlio. C’erano due sedie. Il figlio appoggiato al muro. Struttura portante. In successione padre e madre. Lui riempiva tutta la sedia, lei solo metà. Magra, sulle mani il decorso delle vene. Negli occhi di tutti e tre quello che rimane delle lacrime.

-Signora, lo sa cosa sta succedendo? Cosa le hanno detto?
Apre bocca lei, lei con capelli neri profumati, gli occhi lucidi perfettamente truccati, sulle labbra il rossetto, ad incorniciare le parole. La pelle abbronzata e vuota, che si lascia scivolare in basso da fuori. La voce misurata da una paura controllata. Sono stati fatti degli esami, sono state trovate delle lesioni. Alterazioni della mucosa dell’intestino. La prima, grande. La seconda, piccola, rimossa con l’endoscopio. La terza, insidiosa. Né piccola, né grande. Per ora, incomprensibile. La prima e la terza, in due parti opposte dell’intestino.
Ci gira intorno per poi andare dritta al sodo.
-Dottore, parliamoci chiaro, che possibilità ho di sopravvivere?
Lei, signora curata e dignitosa, non le si addice lo status di malata. Ben tenuta, ricercata e profumata, sa di tutto meno di cancro. Ma lei vuole comunque sincerità e trasparenza. Lei sente di gente che scopre di essere malata, rimane ottimista, positiva e combattiva. E poi muore. Non capisce il senso di tutto questo. Non vede i benefici della forza e del coraggio.
-Signora, se partiamo già così non ci siamo.

Figlio e padre, strutture non più portanti, cercando di farle forza, osservano che non ci sono ancora metastasi al fegato e ai polmoni e che la tecnologia in questi ultimi anni ha fatto passi da gigante nella terapia e nel controllo del dolore. Cercano conferma nelle parole del dottore, inventando una complicità nella ricerca di sguardi estranei. Una timida e insicura voce, su cui si attacca la flebile speranza del bicchiere mezzo pieno, come un foglio di carta in equilibrio sui fili del bucato. Senza mollette. Vogliono essere di nuovo strutture portanti. Ma lei non ascolta e si lascia scivolare in basso da dentro.

– Mi dica lei, voglio sapere le alternative all’intervento. Ma non ce ne sono. L’unica via possibile per la vita deve passare attraverso i ferri e le cicatrici.

-Ma che qualità di vita? Lei con due pezzi di colon, pensa di perdere la dignità.
-Ma guardi, prima di tutto c’è la vita.- Il chirurgo.
-No, per me, prima di tutto c’è la qualità della vita.- La paziente che non vuole essere malata.
-Io non ho mai sentito pazienti che si siano lamentati della loro vita dopo l’operazione.- Il chirurgo
Ma lei non ha chiesto questo. Lei ha chiesto come e cosa dovrà mangiare dopo, il dolore che sentirà, il disagio di cenare fuori casa, la normalità e la libertà che perderà. Oppure il sollievo che avrà. In quanto tempo si riprenderà.

-Sono praticamente piena, questo non ce lo aspettavamo. È un’invasione. Lo ammette per la prima volta esterrefatta, ma non lo combatte, non vede ancora le sue armi.
-Se il dolore può far paura le dico che esistono dei cateteri peridurali che hanno lo scopo di rilasciare sostanze antidolorifiche gradualmente che riducono notevolmente il dolore durante e dopo l’intervento.
Ma a lei non fa paura il dolore. Lei ha paura di morire. Glielo si legge negli occhi, nella pelle, nel viso truccato che dice quanto si vuole bene e proprio per questo si capisce che lei ha paura di morire, e di perdere quello che rende di sua proprietà la sua stessa esistenza.

Lei si alza dalla sedia, insieme a lui. Porgono gentilmente la mano al medico. Si sono fatti bastare quelle rassicurazioni. Ringraziano educatamente. Escono. La porta rimane aperta, per accogliere il prossimo paziente.

Il sottile pugno nello stomaco tra la vita e la qualità della vita. Lei che ora ha qualità, lei che altrimenti non sarebbe vita.

-Fidatevi di me, dopo un po’ non ne potrete più di dare cattive notizie. – Il chirurgo abbassa gli occhi dicendoci questo. Li rialza quando arriva l’ultimo paziente.

Entra da sola una donna anziana. Muro portante di se stessa. Non riesce a togliersi la giacca. Puzza. Ha gli occhi storti – fortunata lei, che vede più mondo contemporaneamente. Ha una voce priva di qualsiasi tragicità. Ha l’aria trascurata, ma accenna sorrisi. Martedì deve operarsi e siamo a venerdì. Ma non ha paura di morire. La sua paura è di non riuscire a prepararsi correttamente, di sbagliare le medicine, di mangiare troppo o troppo poco. Questo perché non ha nessuno, è davvero sola. Lo dice lei stessa. Ma non ha occhi velati. Dice che martedì prenderà il primo autobus per arrivare in ospedale. E dopo sarà pronta. Muro portante di se stessa, per quei cinque minuti di fragilità, durante la visita sotto le mani esperte di chirurghi magari frustrati, ma non soli.

Corridoio del blocco blu. Piano terra. Tra la folla dell’ora di pranzo, si avvicina una carrozzina, la spinge una ragazza. Seduto un uomo, dal volto famigliare, ma scheletrito. Lo riconosco all’ultimo, gli sorrido sfuggente, con un cenno di mano. Mi torna indietro un sorriso riflesso, senza cenni di mano. Non credo mi abbia riconosciuta. Lo scopro una settimana dopo, ricoverato al sesto piano. Un amico di mio padre, sclerosi laterale amiotrofica, malattia degenerativa che colpisce progressivamente tutti i muscoli. Ecco perché non poteva più salutarmi con la mano. Non può più mangiare, né tenere alta la testa. Non riesce più a parlare. Non riuscirà più a respirare. Già adesso è completamente dipendente dalla madre, che ha 80 anni, vedova da 13. Comunica con una lavagnetta. Scrive parole, domande e risposte. Si sforza di esserci ancora nel mondo. Reagisce. Continua a vivere. Scrive, a distanza di una settimana, di avermi riconosciuta, in mezzo alla folla dell’ora di pranzo, venirgli incontro nel mio fresco camice bianco con i miei giovani compagni, lui spinto su una carrozzina da una ragazza. Mi ha visto sorridergli di sfuggita e alzargli la mano. Il suo sorriso – si, un uomo ridotto così può ancora sorridere- era un saluto.
È una malattia terribile quella. Ti prende pian piano tutti i muscoli e nell’arco di un anno ti rende estraneo al tuo stesso corpo. Per ogni tua necessità si inizia a dipendere dal prossimo.

Il sottile pugno nello stomaco tra la vita e la qualità della vita. Lui che ora è vita, lui che altrimenti non avrebbe qualità.

Il sottile pugno nello stomaco tra la vita e la qualità della vita blocca i pasti a metà. Fa rimbombare nel cervello i mille interrogativi della gente dei chissà, che rimbalzano da una situazione all’altra, sul muro di risposte mancanti a domande soddisfatte solo a metà.

Intervista a Elena Varvello – SIC 2016

Intervista a Elena Varvelli

Sabato ore 15.30, incontro di scrittori in città dal titolo ” I nomi dei padri”, dove tre scrittori, Andrea Cisi, Pietro Grossi e Elena Varvelli, hanno raccontato la forza motrice che li ha spinti a scrivere le loro nuove opere, ossia la necessità di filtrare e valutare il rapporto con i loro padri. Questa valutazione la riflettono nei loro personaggi e la offrono al pubblico come spunto per compiere lo stesso viaggio nella loro memoria. Elena Varvelli propone cosi a scrittori in città la vita felice, il suo ultimo romanzo.

Il dissidio padre-figlio è un tema che rimarrà sempre aperto ed è legato a filo doppio dal contesto socio-culturale in cui si è vissuti. Secondo lei, da cosa è derivata questa esigenza di riavvicinamento nei confronti del proprio padre?

La verità è che scriviamo questi libri per cercare questa risposta. Ciascuno di noi cerca di scappare dalla figura paterna, di andarsene il più lontano possibile fino ad un certo punto della vita. Poi arriva il momento in cui si ci rivolge al passato e si ci pone delle domande, domande che non ci saremmo mai posti prima in questo fuggire. Io ed Elia, il protagonista del mio libro, abbiamo vissuto la stessa esperienza; il paese in cui vive Elia si chiama Ponte ed il riferimento non è  casuale, c’è sempre un ponte invisibile che collega padre e figlio. Come si ci può allontanare da una sponda, si può allo stesso modo tornare indietro. In quanto al perché di questo ritorno la risposta probabilmente la  troverò scrivendo.

Oggigiorno la figura del padre si è evoluta rispetto a quella del passato, il padre moderno è quello che si prendere cura del figlio e cerca di instaurare un dialogo con lui. In tutto ciò, non si sta un po’ perdendo il ruolo chiave di maestro che, quando è necessario, rimprovera l’alunno?

Questo è un problema moderno; è un momento di grande smarrimento per i padri, che si sono abbandonati più morbidamente ad un ruolo di accudimento, di vicinanza, ma che sentono che questa vicinanza sottrae qualcosa al loro ruolo di maestro. Allo stesso modo si perdono i figli che vagano senza confini. La mia impressione è che questo, comunque, sia un periodo di passaggio necessario per l’apprendimento di nuove forme di dialogo nelle famiglie e porta, come ogni fase di passaggio, sbigottimento e tramortimento.

Ultimissima domanda, cosa consiglierebbe ad un ragazzo che si vorrebbe affacciare al mondo della scrittura?

Di scrivere senza l’esigenza di pubblicare il prima possibile. Non si scrive per se stessi, ovviamente, ma neanche per gli altri. Inoltre non bisogna avere paura dei conflitti, la letteratura è conflitto, bisogna essere un po’ sadici rispetto ai propri personaggi e metterli nei guai per tirare fuori le loro paure, che in fin dei conti sono quelle di chi scrive.

Intervista a Telmo Pievani – SIC 2016

La necessità di sopravvivere e secondariamente la curiosità del vedere cosa c’è oltre hanno spinto l’uomo a migrare. È sbagliato sostenere che le migrazioni sono un’emergenza attuale: sono un fenomeno naturale e da sempre presente, sostenuto da ragione scientifiche dimostrabili.
1000miglia ha avuto l’occasione di porre alcune domande a Telmo Pievani, professore di Antropologia ed esperto di Filosofia delle Scienze Biologiche dell’Università degli Studi di Padova, in occasione della manifestazione ScrittorInCittà 2016.

Secondo lei quali misure devono essere prese perché si possa andare nella direzione di una politica delle migrazioni universalmente sostenibile?

Secondo me bisogna iniziare a lavorare su diversi livelli. Le migrazioni sono un fenomeno che ha delle cause prossime che molto spesso sono legate a motivi politici, a conflitti o discriminazioni. È chiaro che in questo momento siamo in una situazione particolare: abbiamo una cintura attorno all’Europa che va dall’Ucraina al Medio Oriente, senza dimenticare l’Africa Settentrionale che è in una situazione di emergenza unica. Per queste ragioni milioni di persone sono obbligate a spostarsi, in virtù dunque di queste cause prossime. Ma non dobbiamo trascurare il fatto che il fenomeno migratorio è sostenuto anche da cause remote: per esempio spesso dimentichiamo che il conflitto siriano ha tra le sue concause il clima, in quelle terre c’è una siccità fuori ogni misura dovuta al riscaldamento climatico. Per intervenire in modo sostenibile bisogna iniziare a ragionare sulle cause profonde, che richiedono dei provvedimenti politici i cui effetti non possono essere misurati in tempi rapidi ma in tempi piuttosto lunghi. Quindi per esempio lavorare seriamente sul surriscaldamento climatico significa anche lavorare per mitigare il fenomeno migratorio. Se non agiamo in questo senso non possiamo aspettarci che il fenomeno migratorio migliori.

Per lei i confini istituzionali che si sono creati con il progresso sono sinonimo di limitazione o di stabilità?

Dipende, i confini istituzionali non sono positivi o negativi, sono ambivalenti. Sono retaggio storico, però oggi i confini vanno sdrammatizzati, sono un valore se diventano permeabili e motivo di confronto. Se diventano invece identitari e chiusi, a questo punto sono incompatibili con i fenomeni globali cui siamo di fronte. Inoltre dobbiamo ricordarci che le migrazioni vanno in tutti i sensi. Gli ultimi dati ci dicono che in Italia abbiamo perso 100 mila persone, siamo più ad uscire che ad entrare. Va via gente giovanissima, con un tasso di istruzione altissimo, siamo di fronte ad un’emorragia delle nostre intelligente migliori, senza che venga riequilibrata da un rientro equivalente. La mobilità umana è un fiume inarrestabile. Dipende da ogni paese difendere al meglio la propria identità in senso inclusivo, non in senso esclusivo. Quali sono i paesi che hanno saputo far fruttare al massimo l’immigrazione? Gli Stati Uniti per esempio, in certi periodi il Brasile. Sono Paesi che l’hanno regolamentata, che l’hanno gestita, l’hanno valorizzata e l’hanno fatta diventare un’occasione di sviluppo. Bisogna muoversi in questa direzione. La migrazione non va di certo fermata, né devono essere generate paure o costruiti muri. Va gestita sapendo che il migrate ha diritti e doveri. La migrazione di per sé è anche un fenomeno destabilizzante, ed anche per questo motivo va regolamentata.

Esistono prove a sostegno del fatto che il patrimonio genetico dei soggetti di diverse nazionalità presenta omologie sorprendenti, tali da dimostrare che proveniamo tutti da una sorta di comune antenato. A fronte di queste rilevanze scientifiche, come si può spiegare l’esigenza di patriottismo, di segregazione razziale che sembra essere un sentimento proprio dell’uomo?

Secondo me sul patriottismo potremmo discutere. Di recente ho fatto un convegno con Ivo Diamanti, un noto sociologo che ha fatto un’indagine sociologica sugli italiani proprio a questo riguardo: ha cercato di capire quanto il patriottismo è associato ad un atteggiamento di accoglienza. Paradossalmente è emerso come le persone con un senso patriottico forte quindi orgogliose di essere italiane erano anche quelle che non avevano paura del diverso, né di gestire l’arrivo del diverso. Sono rimasto sorpreso, non me l’aspettavo: in genere si pensa che il patriottismo sia un sentimento di difesa dei propri valori, invece non è propriamente così. Si pensi ai Paesi arcobaleno: hanno un senso patriottico ma è costituito dalla diversità incredibile di afflussi e contributi.

L’opinione comune conosce i cardini fondamentali della storia dell’uomo preistorico, che l’hanno fatto evolvere fino ad Homo Sapiens. L’uomo ha cambiato fisionomia, connotati, meccanismi biologici, alterano parametri fisiologici. Ma come sarà invece l’uomo del futuro dal punto di vista evolutivo?

È difficilissimo da dire perchè i motori dell’evoluzione classici non sono più attivi. Ormai siamo diventati globali: separarci geograficamente dando origine a nuove specie non è più possibile. La selezione naturale lavora su di noi più debolmente, perché la medicina, l’igiene, il welfare hanno reso i suoi meccanismi molto meno forti. L’evoluzione che ci aspettiamo è di tipo culturale e tecnologica, che però non è da sottovalutare perché cambia l’ambiente che poi retroagisce su di noi. Quello che stiamo vedendo attualmente per esempio nell’evoluzione della mente umana è come i bambini di oggi sono nativi digitali nel senso che nascono in un ambiente che è diverso da quello dei loro genitori e quindi pensano diversamente. Questa è un evoluzione da tutti i punti di vista: il loro cervello è fisicamente e biologicamente diverso da quello delle generazioni precedenti. Dobbiamo aspettarci questo.

Con la collaborazione di Tommaso Marro

1000Miglia incontra Chaimaa Fatihi – SIC 2016

Chaimaa Fatihi è nata nel 1993 in Marocco dove è vissuta fino al compimento dei sei anni.

Dopo essersi trasferita ha frequentato la scuola primaria e secondaria nella cittadina di Castiglione delle Stiviere (MN) ed ora studia Giurisprudenza a Modena.

Il suo interesse negli abiti del sociale la portano a diventare delegata nazionale dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia al Forum Nazionale Giovani. Lei è una cittadina italiana di seconda generazione ed fiera di essere parte della nostra società. Purtroppo nel corso della sua vita ha dovuto fare i conti con gli stupidi pregiudizi contro la sua religione. Questo confronto che le hai vissuto come arricchimento personale, e non come scontro tra culture, l’ha portata a scrive una lettera a la Repubblica sulla scorta della strade del Bataclan di Parigi. Una lettera in cui lei condanna il fondamentalismo, in cui si può sentire tutto il disagio e la rabbia di una giovane ragazza italiana musulmana che vede l’associarsi della sua religione al fenomeno del terrorismo.

L’incontro è stato incentrato sulle sue esperienze, sulla sua interazione con la nostra cultura e sul suo essere una donna in un’altra religione. Il filo conduttore di tutto il discorso è stata la voglia di presentare un Islam che nella sua radice “aslama” si ricollega alla parola “salām” che significa semplicemente Pace.

 

Come hai vissuto in prima persona, da musulmana, il confronto con i non-musulmani?

Fino ad appunto le scuole medie non ho mai avuto questa percezione di confronto con qualcosa di differente. Dalle superiori in poi probabilmente ho iniziato a percepirlo maggiormente. Forse perché avevo maggiore consapevolezza di quella che era una mia identità “plurale”, ma l’ho percepito sempre come un arricchimento. Perché in realtà trovavo tante cose che univano piuttosto di quelle che dividevano. Questo per me è stato assolutamente molto importante, quindi in realtà l’ho vissuto sempre in maniera molto positiva.

Però quali sono delle misure concrete da attuare nei processi di integrazione? Mi riferisco a quelli che sono appena arrivati, per esempio i migranti o appunto quelli che hanno maggiore difficoltà ad abbracciare una nuova cultura.

A me piace sempre parlare più di interazione più che di integrazione, perché togliendo quella “g” in realtà, ovviamente con l’integrazione c’è uno che fa uno sforzo per integrarsi nella società, però nell’interazione c’è uno sforzo da entrambe le parti. Quindi la parte che arriva e che è nuova cerca di sforzarsi per esempio nell’apprendere la lingua italiana e conoscere la cultura del paese. Dall’altra però c’è lo sforzo del paese accogliente in cui la società cerca di capire la cultura dell’altro, capire il paese dal quale arriva questa nuova persona. Come processo di interazione c’è questo sforzo reciproco in cui serve lavorare molto sulla lingua che è l’unico modo per esprimersi, per esprimere i propri pensieri. In secondo luogo è molto importante formare una persona a quello che è la cittadinanza attiva e ai valori civili che viviamo nel quotidiano, perché è molto importante. Spesso le persone provenienti da altri paesi non hanno idea anche di quelle differenze proprio di cittadinanza e quindi dei valori costituzionali che magari loro non hanno e che nel nostro paese possono avere. Faccio per dire, il diritto al pensiero e alla libertà di parola non è così scontato per tutti i paesi, mentre noi per fortuna ce l’abbiamo ed è importante anche riprenderlo.

Ma questa interazione deve essere fatta nelle scuole o fuori dalle scuole?

Io penso che serva in entrambi i contesti, più precisamente nella scuole, perché in esse c’è sempre, talvolta, un po’ più di difficoltà, per esempio nel non fare tutto il programma o non riuscire a fare altre cose. Mentre in realtà forse gli insegnanti dovrebbero anche di oltrepassare solo la mera didattica delle regole grammaticali, della matematica, delle equazioni e cercare di fare più progetti per coinvolgere tutti gli studenti anche ad aprirsi e dialogare insieme, cosa che non è scontata purtroppo oggi. Bisogna anche valorizzare questo aspetto della scuola che non è solo di studenti ma di nuovi cittadini. 

Ed ora un’ultima domanda. Quali sono i metodi e le forme per divulgare la cultura islamica con cognizione di causa e soprattutto in modo pacifico?

Sicuramente è il leggere tanto tanto tanto e cercare di rivolgersi il più possibile ai diretti interessati, perché spesso ne parlano i non mussulmani e i non arabi o comunque non i diretti interessati e terze persone, quando in realtà facendosele spiegare da chi lo vive in prima persona nel quotidiano si potrebbe avere una comunicazione più efficace ed efficiente.

Intervista a Dora Dalla Chiesa – SIC 2016

Essere la nipote di uno dei simboli della lotta alla mafia e al terrorismo non è affatto facile, soprattutto se quel simbolo è tuo nonno, che è morto svolgendo il suo lavoro poco prima che avessi la possibilità di conoscerlo, di abbracciarlo, di ringraziarlo.

Dora Dalla Chiesa, nipote del Generale Carlo Alberto, ucciso con la moglie Emanuela Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo il 3 settembre 1982 per volere dei vertici di Cosa Nostra, l’ha trovato comunque il modo di ringraziarlo, e ha fatto molto di più: ha fatto si che la storia del Generale Dalla Chiesa potesse continuare ad essere diffusa e ricordata, anche e soprattutto tra i giovani.

L’ha fatto compiendo un viaggio a ritroso nella storia del nonno, incontrando i suoi collaboratori e raccogliendo le dolorose testimonianze dei parenti, in un film-documentario che vi consiglio caldamente di vedere e di cui lascio i riferimenti, e che è stato oggetto, assieme alla vita e all’esperienza di Dora, dell’incontro di Scrittorincittà 2016 rivolto alle scuole superiori di Cuneo a cui ho partecipato.

Alla fine dell’incontro ho potuto rivolgerle qualche domanda.

 

Ciao Dora, grazie molte del tempo che mi stai dedicando. Mi ha colpito molto nel documentario la risposta di tuo nonno Carlo Alberto alla domanda, durante l’intervista condotta da Enzo Biagi nel 1981, alla domanda “Perché un giovane decide di diventare carabiniere?”. Tuo nonno risponde: ”Certamente perché crede, e quindi perché ha bisogno di continuare a credere”. Credere in cosa?

 “Nello Stato, in uno Stato da proteggere, uno Stato che funzioni, in una Legge che difenda davvero il più debole e non sia sempre a servizio del più forte e del più furbo. In questo devi credere se fai il carabiniere. Se fai il carabiniere e non credi in questo non stai servendo nessuno.”

All’inizio del documentario c’è la voce di tuo nonno che dice “[…]Voi non dovete abbandonare certe strade, non dovete pensare che, soltanto perché siete soggetti ad una sconfitta, ad una delusione, ad un sacrificio tutto è vano. No, dovete resistere! Dovete resistere a creare la vostra personalità dal punto di vista intellettuale e morale. Solo allora la vostra persona sarà intangibile alle tentazioni che tanti altri vi porteranno per travolgervi…”

 “Questo è un discorso che lui fece ad una scuola di Palermo, lui era Prefetto. Mio nonno era forte, andava nelle scuole disagiate a parlare ai ragazzi, non al Garibaldi (Liceo Classico). Dice appunto ai giovani che se riusciranno a resistere alla tentazione di una via più facile, riusciranno ad essere persone più strutturate, più eticamente giuste, più belle. Lui in quel discorso disse una cosa bellissima, disse che potere non è un sostantivo, ma un verbo. Poter essere liberi in una terra come Palermo in quegli anni era difficilissimo.”

Durante gli anni della lotta al terrorismo (1974-1978), a tuo nonno fu affidata la guida dell’appena nato Pool Antiterrorismo a Torino, per cercare di catturare i rapitori del magistrato Sossi. Egli fu costretto a disobbedire agli ordini per cercare di eliminare totalmente le Brigate Rosse. Quando il Pool stava iniziando a portare risultati importanti, esso venne sciolto, e nessuno dei collaboratori di tuo nonno nel documentario riesce a spiegarsi il perché di ciò, poiché c’era ancora tantissimo lavoro da fare. Quanto coraggio ci vuole a lottare contro un’istituzione in cui si crede ma che costantemente ti mette i bastoni tra le ruote?

 “Bisogna pensare che quando si serve lo Stato, si ha sempre a che fare con una sua parte malata. Ci sono, c’erano delle infiltrazioni malate dentro allo Stato, e anche la sua uccisione è il frutto di ciò. Ma se smetti ti servire lo Stato, se smetti di proteggerlo, farai in modo che lo Stato diventi ancora più malato. Allora per questo continui a servire. Ed è quello che fece mio nonno.”

 

generale

“Generale: rivivendo Carlo Alberto Dalla Chiesa”

Link streaming del film-documentario su Rai Storia http://www.raistoria.rai.it/articoli/generale-rivivendo-carlo-alberto-dalla-chiesa/24417/default.aspx

Intervista a Michela Murgia – SIC 2016

Lei dunque capirà è il titolo di un libro di Claudio Magris, in cui l’autore rivisita il mito greco di Orfeo ed Euridice in chiave moderna e da un punto di vista del tutto nuovo. Venerdì sera a scrittorincittà Michela Murgia ha dato voce alle parole di Euridice e i musicisti del conservatorio G.F. Ghedini hanno fatto rivivere la musica di Orfeo.

Claudio Magris nella sua versione del mito mette in luce più la figura di Euridice, che era sempre stata un personaggio senza identità, rispetto a quella di Orfeo. È lei infatti a fare in modo che Orfeo si volti verso di lei, perdendo la possibilità di riportarla tra i vivi. È come se Euridice capisse che il tentativo di tornare al passato non avrebbe portato a niente di buono.

Il titolo del testo, Lei dunque capirà, è la frase con cui Euridice alla fine si rivolge al Presidente dicendo che lui dunque capirà perché lei è ancora lì e non è andata via, nonostante lui avesse dato a Orfeo il permesso di venirla a prendere. Ma è una frase ambigua, non vuole dire solo questo. Significa anche che lei, Euridice, capirà. Nel tempo dell’attesa, nel tempo del cammino, in cui Orfeo la precede e lei lo segue, anche lei intuisce quello che non aveva compreso da viva: capisce che solo gli amori delusi vanno creduti. Gli amori perfetti non sono veri. Attraverso il filtro della morte lei riesce a capire quello che in vita non aveva capito.
Descrive, infatti, questo amore contradittorio, in cui lui la emoziona, la fa diventare una grande donna attraverso i sentimenti che le suscita, ma allo stesso tempo la abbruttisce, la usa, la strumentalizza, le dice di battere lei le poesie a macchina per lui, le mette le corna. È un vero amore, però, perché è un amore deluso. È una grande intuizione che poteva venire solo ad una donna o ad un grandissimo scrittore come Claudio Magris. Il suo sguardo infatti è quello di una donna, innamorato ma allo stesso tempo conscio di che razza di filibustiere ha sposato.
Ci sono dei passaggi in cui lei dice che lo giudica, lo giudica per tutto, lo incolpa per tutto, di cosa non sa bene, ma di qualcosa sempre. Lei è soverchiante, dominante, perché chi ha il potere dell’accusa ha il potere di far sentire l’altro sempre in colpa, lo incatena alla sua stessa insufficienza.

Forse allora non è vero che lo specchio dell’altra parte è esattamente uguale…

In realtà è uguale, ma secondo me quello che Magris dice, e che ha detto a suo tempo anche il mito, è che dall’altra parte c’è una quiete che qui possiamo solo desiderare. Ed è in quella quiete che si vede meglio la nostra frenesia e si capisce meglio quanto poco abbia senso. Dall’altra parte non c’è un tempo che finisce e quindi non c’è fretta, mentre qui sì, qui abbiamo tutto contato.

Con la collaborazione di Anna Mondino

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