19 Novembre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
“Ciao papà, non ti ho conosciuto o, per meglio dire, non mi ricordo di te. Avevo solo un anno quando te ne sei andato. Nel giro di qualche mese un brutto male ti ha portato via. Ora, però, sogno di scambiare qualche parola con te. Ciao papà.”
Basta questa semplicità per introdurre il nuovo romanzo di Walter Veltroni, “Ciao”. Perché non c’è nulla di più vero e spontaneo di un rapporto tra un figlio appena nato e un genitore. Perché non c’è nulla che accomuna tutta l’umanità più che la morte.
Proprio di fronte a questo mistero nasce la voglia del giovane Walter di conoscere il padre. A scuola, dopo le classiche domande “Come ti chiami?” e “Di che squadra sei?”, arrivava sempre la terza: “Che mestiere fa tuo padre?”. Le possibili risposte per il piccolo Walter erano due: una frottola o la verità, anche se questa significava aprire le porte della categoria della morte anche all’amichetto, come a dirgli: “Può accadere anche a te!”.
Gli anni per Walter intanto trascorrono, una mamma forte e determinata e, come tutte le donne, più brava dell’uomo ad affrontare il dolore per quel legame ancestrale e altruistico che la lega con la vita, sempre al suo fianco. Walter cresce, si sposa, impegni giornalistici e politici, ma il desiderio di conoscere il padre non tramonta mai. Quel padre che, anche andandosene presto, ha regalato al figlio un grado ulteriore di profondità e di intelligenza (da intus = dentro; legere = leggere; leggere dentro) nei confronti del prossimo. D’altronde quella ferita lasciata dalla sua prematura scomparsa in qualche modo andava colmata con un dono al figlio.
L’ex segretario del Partito Democratico ha due figlie e dopo la loro nascita aumenta esponenzialmente il numero di pensieri sul suo papà. “Come si fa il padre?” è la domanda che si porta dietro per anni perché la curiosità, nel come affrontare questioni di cui non ha mai avuto un esempio pratico, è immensa.
Così arriva il libro “Ciao”. Un dialogo immaginario con una figura essenziale che si configura attraverso uno scambio di idee, discussioni e una domanda spiazzante di cui ogni figlio ha bisogno di sentirne e conservare la risposta: “Papà, ma tu sei orgoglioso di me?”.
E così, a fine presentazione, con grande e umile disponibilità, Walter Veltroni si ferma per qualche domanda. Dirette, ma pregne di significato, le sue risposte.
Walter, hai parlato di quell’orizzonte nella mente che la mancanza di tuo padre ti ha donato. Praticamente come lo possiamo descrivere?
“E’ il non lasciarsi scorrere le cose addosso e il condividere la propria vita con gli altri. Dobbiamo ritornare ad innamorarci delle storie della vita degli altri. Non ascoltiamo più. Siamo una società piena di paure e necessitiamo di raccontare la nostra vita agli altri per riceverne conferma. In realtà il dono più bello e l’ascolto, poi perché ripetersi la propria storia che già si conosce quando può essere l’aneddoto della storia degli altri a sorprenderci? Comunque la fantasia resta sempre il migliore orizzonte.”
A un giovane di oggi, che consigli daresti per affrontare la vita?
“Dubbi, passioni e sogni sono le chiavi di tante scoperte. Però non esiste la vita facile, comoda, serena. Esiste la vita piena. Ecco, avere dubbi, passioni e sogni per una vita in pienezza.”
Il consiglio più prezioso lasciato alle tue figlie che hai il piacere di condividere con tutti i giovani figli?
“Non pensate solo a voi stessi, la vita diventa noiosa.”
Con una stretta di mano e un “Ciao” Walter Veltroni ci saluta. Nello stesso modo in cui saluta anche all’arrivederci quel papà che non ha mai conosciuto, ma di cui gli sono state testimoniate l’allegria, la serietà, la simpatia e quella luce negli occhi tipica di coloro a cui piace il futuro.
19 Novembre 2016 | Senza categoria, Vorrei, quindi scrivo
Shady Amadi, classe 1988, giornalista, figlio di papà siriano musulmano e mamma italiana cristiana.
Lo incontriamo dopo un dibattito sul tema “Islam, la pace non solo nel nome” insieme a una brillantissima Chaimaa Fatihi, delegata nazionale dell’Associazione Giovani Musulmani d’Italia al Forum Nazionale Giovani.
Abbiamo parlato con lui della Siria e delle conseguenze di questa disastrosa guerra sui suoi abitanti, sui suoi sfollati e sul resto della scena internazionale.
C’è qualcosa che possiamo fare noi? Certamente. Le risposte di Shady vi chiariranno le idee.
La guerra in Siria finirà quando…?
Questo non lo so. Finirà di sicuro quando la comunità internazionale, la società civile capirà che quello che sta avvenendo in Siria è un suo problema. Il fatto è che fino ad oggi questo non è stato compreso, quindi le prospettive non sono buone. E poi il dopo. Finisce la guerra, ma dopo come si ritrova questo paese con mezzo milioni di morti e tredici milioni di sfollati?
Qual è l’alternativa che tu vedi al regime di Assad?
Sostenere la società civile che cerca l’emancipazione dalla dittatura e dal fondamentalismo islamico. Sono ragazzi come noi che perdono la vita quotidianamente nella completa indifferenza della comunità internazionale.

Nel tuo libro (Esilio dalla Siria) dici che spesso i giornalisti definiscono la Siria come un “caos”, e questo non aiuta nessuno, tranne forse il regime e i gruppi fondamentalisti. Il problema è il giornalismo che non si interessa abbastanza alla Siria e non la conosce? Ci sono giornalisti in Siria adesso?
Sì, ci sono giornalisti siriani, sono i citizen journalist che documentano quello che avviene all’interno del paese. Quando io parlo di caos intendo dire che manca la contestualizzazione della notizia, cioè “90 morti ad Aleppo” non basta, devi spiegare al lettore cosa accade ad Aleppo e da quando. Bastano due righe per fornire quel dettaglio in più che aiuta il lettore a comprendere la situazione. E poi descrivere la situazione come un caos significa non voler vedere quello che davvero è accaduto, non mettere insieme i fatti che hanno portato al disastro di oggi.
Giornalisti italiani che coprono la Siria?
Ce ne sono stati molti che sono entrati nel paese e hanno fatto un ottimo lavoro. Il problema è che non sono stati apprezzati quanto invece lo sono stati altri. Io credo che ci sia un altro problema di fondo cioè quanto i giornali vogliono spendere sugli esteri. Il fatto è che credono che gli esteri non diano lettori, allora non gli rivolgono attenzione, e questo è un grosso problema.
Ma che cosa manca in Europa? Mi spiego: perché molti giovani europei decidono di trovare una risposta nel fondamentalismo? Perché partono?
La risposta non è solo il fondamentalismo, c’è anche chi va a combattere in altre formazioni che noi non consideriamo fondamentaliste come le YPG nel Kurdistan. Sono sempre giovani italiani che partono. Un NoTav di Torino (Davide Grasso, ndr) è andato là a fare un video contro Renzi. Lo si poteva fare anche da Cuneo sto video non andando in Siria. Questo è un vuoto che c’è in Europa e che colpisce tutti i giovani. Parlo di un vuoto identitario, un vuoto anche culturale di riferimenti morali, insieme poi a delle società che si stanno sfilacciando, che porta molti giovani a fare queste scelte. In Francia c’è anche il fenomeno della ghettizzazione dell’altro, del musulmano, che ha avuto ripercussioni nefaste con molti che sono andati a combattere. Ma poi qua in Italia, secondo me, come in altri paesi, c’è proprio un vuoto morale, un vuoto di riferimenti. La globalizzazione ci ha talmente tanto intrecciati che io vado a cercare la risposta al fallimento della mia vita in un altro paese, a dare senso alla mia vita in un altro paese, perché senso qua non ce l’ha.

Noi cosa possiamo fare?
Svolgere una battaglia culturale profonda, senza santificare persone. Mettere in crisi anche la cultura che c’è oggi in Italia: chiedere di più di quello che ci viene dato. Noi giovani poi dobbiamo incontrarci, costruire una rete, dibattere tra di noi e impegnarci perché l’impegno manca. Io ascolto tanti miei coetanei – ho 28 anni – che mi dicono: “È inutile che io faccia le cose perché tanto non cambia nulla!”. Questa è la peggiore delle risposte perché non far nulla agevola quello che accade oggi nel mondo del lavoro, negli esteri e in tutto il resto. Invece noi dobbiamo rispondere a quello che non hanno fatto i nostri genitori.
19 Novembre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Berlin è una saga d’avventura scritta da Fabio Geda e Marco Magnone, che narra le vicende di alcuni giovani della Berlino Ovest degli anni ’70, abbandonati ad una condizione di totale isolamento in un mondo senza adulti, sterminati da un virus che ucciderà gli stessi bambini e ragazzi una volta compiuti i 16 anni.
Tre dei sette libri che compongono la saga sono già in commercio e hanno ottenuto enorme consenso tra giovani e adulti.
Abbiamo incontrato i due autori a Scrittorincittà e non abbiamo saputo fare a meno di cercare di scoprire qualcosa in più di questo nuovo fenomeno editoriale.
Nella foto, la copertina del primo episodio sella saga.
"È la prima esperienza
di scrittura per ragazzi
per entrambi".
Cosa significa per Fabio Geda e Marco Magnone scrivere un libro per ragazzi? Quali sono gli accorgimenti necessari? La risposta del pubblico giovanissimo è stata quella che vi aspettavate?
Fabio. È la prima esperienza di scrittura per ragazzi per entrambi, dunque siamo partiti dalla scelta della fascia d’età a cui rivolgerci. Fra i sette e i sedici anni le competenze dei ragazzi come lettori, la loro curiosità rispetto al mondo, il loro rapporto con l’oggetto-libro si modificano molto. Ad esempio, scrivere per un bambino di otto anni prevede che si sappia quale tipo di ironia, quale comicità possa piacergli, cosa possa fargli paura e cosa no. Sono sincero: io e Marco non eravamo sicurissimi di quale sarebbe stato il nostro pubblico, quindi abbiamo letto molti libri per ragazzi e abbiamo cercato di trovarvi una nostra strada.
Sono molte le variabili che compongono il fatto che un libro piaccia o non piaccia a dei ragazzi: c’è lo sguardo sul mondo, anzitutto, ma anche la scrittura, la struttura e il montaggio della storia… Noi, ad oggi, sappiamo che la storia piace molto, ma abbiamo anche capito che la struttura può essere troppo complessa per i nostri lettori più piccoli; allo stesso tempo però il basso livello di violenza e erotismo di questi libri ci mette più in contatto con i lettori delle Scuole Medie, che con gli adolescenti più grandi. Insomma, abbiamo scoperto che la nostra saga piace molto ai ragazzi della seconda e della terza Media, e poi agli adulti, che riescono a cogliere gli elementi storici e poetici che i più piccoli difficilmente individuano.

" ⌊...⌋ quando sono tornato in Italia
ho portato con me un bagaglio
di sentimenti e passioni per una città
che mi ha travolto e ha continuato a nutrirmi per anni."
Avete dichiarato che Berlin è nato anche da una ripetuta lettura del Signore delle mosche di WIlliam Golding e che, nel vostro caso, non è stato necessario inventare un’“isola” nella quale ambientare la vicenda, poiché la Berlino Ovest degli anni ’70 poteva rappresentarne una realmente esistita: come vi siete documentati e preparati per raccontare una storia complessa come quella quotidiana di una Berlino divisa dal muro?
Marco. Nel momento in cui abbiamo scelto di ambientare la storia a Berlino (su proposta di Fabio), poiché luogo adatto a rimettere in circolo l’archetipo letterario del mondo senza adulti, mi sono chiesto come fare a rendere credibile la descrizione della capitale tedesca e non farne una Torino o una Milano a cui attaccare sopra solo un’etichetta con scritto Berlino.
Ci siamo mossi su più livelli. Io ho vissuto, studiato e lavorato a Berlino per due anni e quando sono tornato in Italia ho portato con me un bagaglio di sentimenti e passioni per una città che mi ha travolto e ha continuato a nutrirmi per anni. È una questione estetica (Berlino ha un fascino notturno che poche altre città hanno), che nasce però in realtà dalla sua storia, dal fatto che è stata distrutta, divisa, ricostruita e ogni volta è ripartita da capo.
Ci siamo poi aiutati con ricerche sul campo: almeno una volta all’anno torniamo a Berlino e proviamo qualunque esperienza fisica dei nostri personaggi; ad esempio, cronometriamo i loro spostamenti da un luogo all’altro di cui parliamo o confrontiamo i luoghi attuali con foto degli anni ’70. Insomma, compiamo dei sopralluoghi. Tutto ciò può dare credibilità fisica e spaziale.
Per quel che riguarda i dati storici, cerchiamo di inserirli come ancore o ramponi per dare corpo alla piccola storia dei nostri personaggi. Rispetto alla cultura del tempo ci aiutiamo con le altre storie.
Quando i nostri ragazzi supereranno il muro conosceranno giovani cresciuti a Est, allora il punto sarà raccontare con credibilità la vicenda di questi cugini cresciuti in modo così diverso. Abbiamo cercato di essere molto rispettosi di una storia non nostra. Quando una casa editrice tedesca ha comprato i diritti del libro e ci ha assicurato che la nostra storia è credibile e racconta vere storie di tedeschi, ci siamo tranquillizzati.

Nella foto, la copertina del secondo episodio.
"⌊...⌋ abbiamo cercato di porre l’attenzione anche su temi esistenziali."
Come vi collocate nei confronti dell’archetipo di Golding o Faraci (Oltre la soglia)?
Fabio. Abbiamo cercato una nostra strada, passando dalla solita distopia a un’ucronia (ndr. genere della narrativa fantastica ambientato nel passato e basato sul presupposto che la Storia abbia seguito corsi diversi da quelli reali) e ambientando il romanzo non in America, ma in Europa. Inoltre, abbiamo cercato di porre l’attenzione anche su temi esistenziali, non soltanto su quelli “fisici”, come l’esigenza di procacciarci il cibo, il rapporto con l’ambiente o il conflitto con un antagonista violento.
Marco. Aggiungerei che una differenza importante rispetto all’archetipo del Signore delle mosche è forse l’assenza di una tesi. Golding scriveva che gli uomini sono portati a fare il male come le api il miele, e questo si riflette nelle sue vicende. Noi mettiamo in circolo questa possibilità, perfettamente riflessa da alcuni gruppi, ma altri si oppongono. Vedremo quale delle due forze prevarrà.

"Nella libertà di scegliere cosa
prendere da un libro risiede la
grande democraticità della letteratura."
I bambini di cui raccontate sono destinati a morire, la loro stessa vita pare una condanna. Perché? Si tratta soltanto di una scelta utile all’economia del racconto o c’è anche dell’altro?
Fabio. Proprio nella condizione della morte certa dei bambini si colloca una riflessione sul rapporto tra qualità e quantità della vita. A dei giovani che vivono in una contemporaneità che ci induce a dare molta importanza alla durata della vita, alla durevolezza di bellezza e gioventù, si mostra la condotta di ragazzini che sanno di poter vivere al massimo qualche anno (I vostri giovani lettori possono davvero cogliere una questione così profonda? Credo che ogni lettore colga quello che vuole e può da ogni sua lettura, questa è la grande democraticità della letteratura; con i laboratori che spesso realizziamo cerchiamo comunque di mettere in luce questo aspetto agli occhi dei giovani lettori).
Marco. Inoltre, questa è la situazione di partenza. Sarà la storia a dare le dovute risposte sulla possibile esistenza di un antidoto o sulla possibilità di riscattare questa condizione di scadenza immediata.

Nella foto, la copertina del terzo episodio.
"La saga di avventura non è certo stata inventata dagli Americani!"
Berlin è una saga d’avventura, genere ad oggi più propriamente americano che europeo. Credete avrà un futuro nel nostro continente?
Fabio. Dovrebbe avere un futuro: non si capisce perché non si dovrebbe cercare una via europea alla saga d’avventura, per ragazzi e non solo. Credo certamente che sia proprio l’approccio alle storie ad essere culturalmente diverso, e sicuramente il romanzo di avventura è più connaturato al Nord America, meno all’Europa, vicino piuttosto al romanzo di formazione o a quello esistenziale. Credo però anche che sia arrivato il momento di superare questa classificazione.
Marco. Abbiamo capito ormai che la roboanza tipica con cui gli Americani costruiscono le loro storie, anche con un certo grado di conflitto alla Hunger games, funziona e si lega a grandi pubblici, grandi investimenti, per mezzo di blockbuster che partono dal libro e creano dei film. Benché non siano saghe, anche gli universi della Marvel o della DC comics, con la loro esplosione di supereroi che passano dai fumetti al cinema a netflix, ci mostrano che questa tipologia di storie funziona. Tuttavia, questa tipologia di narrazione non è certo stata inventata dagli americani: già l’immaginario greco e nordico prendeva la forma della saga, componendosi di storie orali che poi si sono codificate nei miti giunti fino a noi; c’erano già diverse storie che si intrecciavano l’una con l’altra all’interno di orizzonti definiti, c’era già il conflitto, c’era la possibilità di identificarsi con i personaggi. Non è un caso che gli Americani abbiano inventato i supereroi, in mancanza di un mito fondativo in cui identificasi. Voglio dire, come la palla è passata da un lato all’altro dell’Atlantico, non vedo perché non dovrebbe rientrare a far parte del nostro patrimonio. L’importante è non cadere nell’imitazione americana, ma trovare nel genere una nostra strada.
17 Novembre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
La storia per capire, la storia per ritrovare, dove possibile, il giusto ottimismo. Guido Crainz, storico ed ex docente friulano, ha cercato di raccontare ieri a Scrittorincittà 2016, partendo dal suo nuovo lavoro “In Storia della Repubblica. L’Italia dalla liberazione ad oggi”, che cos’è per lui l’Italia di oggi, riletta alla luce di settant’anni di storia repubblicana.
Professor Crainz, nel suo libro ed in un testo precedente fa riferimento costante ad alcune “occasioni mancate” dall’Italia nel corso degli ultimi sette decenni. A cosa pensa?
“A tutte quelle situazioni in cui, a causa dei nostri errori o per ragioni di forza maggiore, abbiamo lasciato al passato ciò che, se vissuto diversamente, avrebbe potuto cambiare il nostro futuro. Occasioni, appunto, talvolta rimediabili, in altre perse per sempre”.
Un esempio?
“Nella conferenza facevo riferimento alla figura di Adriano Olivetti, un uomo, un visionario, considerato non a sufficienza dal governo italiano di quel tempo. Fu lui ad immaginare il primo calcolatore, e fu sempre lui, con il suo esempio, ad influenzare l’azione di Carlo De Benedetti, che nel 1982, mentre il Personal Compuer era insignito negli Usa del premio di “Personaggio dell’anno” davanti ad Et, lanciò il primo Pc italiano. Visioni illuminanti, forse non sfruttate appieno”.
Lei, però, fa nello specifico riferimento ad occasioni mancate e mai più rivivibili. A che cosa pensa?
“Penso alla situazione economica che coprì il quasi trentennio 1945-1973: si stava crescendo e non lo si comprese fino in fondo, sfruttando poco quella congiuntura internazionale. Quella fase è stata di così sviluppo straordinario, che l’idea della redistribuzione della ricchezza sembrava essere sufficiente per l’ottenimento di un benessere generale. Ci si aspettava uno sviluppo continuo e si marciò in questa direzione, fino alla crisi petrolifera del 1973 che risvegliò un po’ tutti”.
Alle condizioni economiche fanno da contraltare, però, gli aspetti prettamente culturali…
“E sono proprio gli aspetti culturali a potersi modificare nel tempo. Nel 1951 in Italia meno dell’8% delle case italiane erano dotate di tutti i servizi. Nel giro di un decennio cambiò tutto, perché per un Paese in quelle condizioni, uno sviluppo di quel tipo non poteva che rappresentare un qualcosa di irripetibile. Sono le energie delle persone, però, che vanno comprese fino in fondo e che posso indirizzare lo sviluppo futuro di una nazione: mentre i giornali d’Oltremanica parlavano ormai da tempo di “miracolo italiano”, alla fine degli anni ’50, il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi metteva in guardia da facili miracolismi, evidenziando una sorta di miopia della classe dirigente che ha poi avuto delle ricadute sullo sviluppo futuro. Del resto, anche la generazione del ‘68 era bollata, fino a qualche giorno prima delle contestazioni, come la generazione delle 3 M, “Macchina, moglie e mestiere”. I presupposti molto spesso ci sono, manca solo la capacità di vederli”.
Spesso, proprio in relazione a queste sue interpretazioni della storia repubblicana, è stato etichettato dai critici come uno storico “pessimista”. Alcuni suoi colleghi, invece, tendono a vedere nell’ultimo settantennio italiano l’esito di un miracolo che porta il nome di Costituzione. Utopia?
“No, su questo punto non c’è dubbio. Ciò che è evidente è però che i padri costituenti si dimostrarono certamente più visionari dei politici protagonisti degli anni successivi. Emblematico è il dibattito sulla parità uomo-donna, a cui il testo costituzionale fa riferimento. Benché in parte già messo in chiaro nel 1948, si dovette attendere il 1963 per vedere le donne in Magistratura e addirittura il 1973 per porre fine al patriarcato. La Costituzione, insomma, fu sì un miracolo, ma anche il frutto delle discussioni successive, che avrebbero potuto portare ad esiti diversi, in base al grado di apertura della società. Le sentenze con cui la Corte Costituzionale confermò la legittimità della disparità uomo-donna sono illuminanti in questo senso: il cavallo di battaglia era il concetto secondo cui i costituenti, secondo l’opinione dei giuristi, avrebbero certamente riservato alla legislazione, in base al “sentire comune” di una data epoca, il compito di interpretare il rapporto tra i sessi, e che quindi, nel pieno degli anni Sessanta, non ci fossero ancora i tempi maturi per vedere parificati i diritti di genere. Insomma, i principi espressi dalla Costituzione, seppur eccezionali, hanno poi dovuto affrontare la prova della discussione, non sempre così semplice”.
La storia, quindi, è fonte di interpretazioni che debbono anche avere il compito di ammonire la società del presente. Dove si può cambiare oggi e quali sono le occasioni da non perdere, soprattutto per noi giovani?
“Forse non sono la persona adatta per ritrovare ragioni d’ottimismo nel presente (ride, ndr). Detto questo, e tenuto conto dei pochi spiragli di luce che si intravvedono pensando al futuro, credo che per prima cosa si debba tenere conto del fatto che giovane non è sinonimo di corretto. Per fare un esempio, parafrasando le parole dell’ex direttore de La Stampa Mario Calabresi, il Movimento Cinque Stelle aprì l’autostrada della politica ai giovani, a differenza di quanto non avevano fatto fino a quel momento gli altri partiti, nel 2013. Non si sono viste, però, grosse innovazioni. Essere giovane non dà per scontati gli elogi, che vanno meritati, pur tenendo conto delle difficoltà affrontate oggi. Si pagano, innanzitutto, gli errori delle generazioni precedenti, un limite che si perpetua nel tempo: già nel 1985, Giovanni Ronchey, non proprio un rivoluzionario, accompagnò una protesta di studenti delle scuole superiori con l’eloquente titolo “I figli del trilione”, facendo riferimento al debito pubblico che quei ragazzi avevano sulle spalle. Nulla di nuovo, insomma, sotto il sole”.
17 Novembre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Fissavo la sveglia da un po’. Solo che al buio non si vede niente. Provavo a fantasticare su che ora fosse. Il problema è che in quei momenti il tempo perde tutto il suo valore per cui non capisco mai se stiano passando minuti o ore. La sveglia mi spaventa, suonando e accendendosi. Sono le 7,30 e devo scendere dal letto. È tutta la notte che penso e mi diverte la sensazione che mi rimane di essere nel bezzo di un romanzo scritto a quattro mani da me e da Joyce. Vi posso assicurare che non si capisce niente: è tutto così collegato che è impossibile non perdersi. Appena in piedi, tiro su la tapparella di camera mia e apro la porta. Un freddo gelido mi investe, portandosi dietro un brivido rivitalizzante. Vado in bagno sfruttando solo la luce del poco sole che c’è. Torno in camera per cambiarmi e prepararmi a questa giornata. Poi torno in bagno e, mentre mi rado, penso ancora un po’. Il corridoio tra camera e bagno è il sentiero perfetto per pensare camminando e perdendo meno tempo possibile.
Faccio colazione con le fette biscottate, una marmellata pessima che non vedo l’ora di finire e poi il caffè. Quello, invece, è buono e ne compro sempre un pacchetto nuovo ben prima che finisca l’altro perché non vorrei mai farmi trovare impreparato. Metto la camicia più blu che ho e il giubbotto con più tasche che ho. Ci infilo il taccuino e la penna, poi controllo che la penna avesse il tappo. Credo di avere l’interno della tasca piena di righe di penna. Prendo anche il registratore perché non si sa mai. Devo andare ad intervistare il destino, appuntamento alle 8,30 a casa sua, che dista un quarto d’ora con i mezzi dalla mia. Poi lo sanno tutti che con i mezzi non è mai veramente un quarto d’ora, quindi meglio partire prima. Voglio fare una buona impressione. È singolare come io, che ho sempre pensato che chi giudica dalle apparenze non meriti grande considerazione, abbia questa pretesa. La verità è che c’è chi fa retorica, chi esagera, ma tutti quanti, nessuno escluso, giudica su quello che vede, sente, percepisce al primo impatto. Per questo, credo, tutti i passanti che incontri guardano per terra, ascoltano la musica o fissano un punto all’orizzonte: non vogliono giudicare troppe apparenze, altrimenti sai che confusione! Prendo il bus. Convalido il biglietto. Forse sono l’unico. Ci sono stati anni in cui non lo facevo spesso. Non ne vado fiero. Guardo fuori dal finestrino e vedo il caos perfetto di tutti quelli che vanno per la loro giusta strada. Al mattino sanno tutti dove andare. Non mi sembra di notare nessuno che perde tempo come faccio io nel corridoio di casa. Avendo pensato a casa tocco la tasca dei jeans per controllare di aver preso le chiavi. Le ho prese. Una signora mi chiede se scendo per paura di perdersi la sua fermata. La faccio passare. La mia è quella dopo ancora.
Dopo la discesa della signora, prenoto la fermata. Devo ancora decidere quale tra due domande che ho in testa farò per prima. È importante cominciare bene un’intervista. Sono convinto che un’intervista perfetta nasca da una singola domanda. Poi tutto il resto deve venire da sé. Se anche solo qualche virgola è forzata, puoi avere per le mani un titolo, uno scoop sensazionale, una confessione esclusiva, ma ti sei allontanato dalla verità. E questo non è bene. Anche se tutti ti diranno: “Ottimo lavoro!”. L’autobus si ferma e io scendo. Mi ero appena abituato al freddo del bus. Quello fuori è un po’ diverso. Non ho preso i guanti per dare al destino una fredda stretta di mano. “Va bene la cordialità, ma voglio stare sulla realtà, sul concreto. Fuori fa freddo, per intenderci”. È questo quello che voglio fargli capire. Se non lo capirà mi sarò ghiacciato le mani inutilmente. Magari mi offrirà qualcosa di caldo da bere. Anche questo ha un significato in un’intervista. Seguendo le indicazioni che ho, arrivo davanti a un palazzo elegante dove probabilmente vivono studenti in affitto, pensionati e forse qualche famiglia. Se non ho sbagliato ci vive anche il destino. Suono il campanello. Soffio subito nelle mani per scaldarle un po’. Non mi piacerebbe, tra tutte le domande che posso scegliere, esordire con “Posso mettere le mani sul termosifone?”. Questa storia dei guanti è una grandissima stupidaggine. La prossima volta, se dovesse esserci li indosso e poi li tolgo un attimo prima di entrare. Infilo le mani in tasca e mi guardo intorno. Poi do un’occhiata al cellulare: il tipico gesto di chi aspetta un po’ nervosamente. Provo di nuovo a suonare il campanello. Sono sicuro di non avere sbagliato. Il destino mi sta aspettando, eppure non mi apre. Guardo verso l’alto chiedendomi quale potesse essere la sua finestra. C’è un filo della luce che ospita una fila di placidi piccioni. Sembra si stiano scambiando due parole, gli uni accanto agli altri. In quel momento, però, uno di loro decide di lasciar cadere dall’alto un suo ricordo biancastro, dritto sul mio giubbotto. Istintivamente dico “Noooo!” con faccia schifata. Recupero un fazzoletto e comincio a pulire. “Sarà il destino”, penso. La porta si apre.
14 Novembre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
“Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa?”
Con queste parole Fedor Dostoevskij dava inizio al suo sognante romanzo breve “Le notti Bianche” e, ancora a distanza di più di un secolo, lo scrittore russo descrive con toccante essenzialità queste sere di metà novembre in cui la Luna si avvicina alle nostre case come poche volte accade. Con la sua eleganza la Luna si affaccia sul nostro mondo scorgerndone i dettagli più nascosti mentre illumina le strade silenziose della nostra notte.
Colore vivace e presenza feconda sono solo due caratteristiche di questo piccolo satellite terrestre di regale umiltà: è sempre in cielo a donare bellezza, splendente, ma non richiede mai di essere osservato per continuare a riflettere nel buio un po’ di raggi solari. Perché la luna è così, silenziosa e innocua, ma allo stesso tempo parlante e toccante se ci lasciamo interrogare dalla sua bellezza. Contemplarla, in una di queste sere, potrebbe rilevarsi punto di partenza da cui estrarre un’essenza più profonda, autentica, che pervade e interroga la propria interiorità.
In questi giorni si accavallano anniversari ed eventi storici. Dal ricordo degli attentati di Parigi agli imprevisti risultati delle elezioni americane, fino alla tragica guerra siriana. Eppure la Luna si mostra nella sua più grande interezza, nel pieno della sua presenza vicino alla Terra. Il piccolo satellite ha scelto una data illogica per farsi ben vedere: nel ricordo degli attentati, nel mentre di una guerra, la Luna è qui. Ci osserva come una mamma che si prende cura del proprio bambino. Da sempre la Luna c’è, per lo meno da prima dell’evoluzione umana. Conosce tutto della nostra specie e di ogni singola persona che abbia calpestato il suolo terrestre. Sa di ogni azione buona o mala che avviene sulla Terra, ma non si è mai stancata di mostrarsi ogni giorno. In fondo la Bellezza è così, è oltre la scelta umana. Esiste a prescindere da che cosa succeda, non si esaurisce mai e a noi, essere pensanti, non smette mai di interrogare costringendoci a domandare a noi stessi come, di fronte ad essa, si possa essere collerici o capricciosi. La Bellezza non si esalta, ma affascina. Si mostra mettendo l’altro nella suprema condizione di fare del bene, riconducendo la persona alle radici della propria umanità, ovvero a quella sensazione di sentirsi bisognosi di un abbraccio, di un parola, o a quella travolgente voglia di correre a urlare “Ti voglio bene” a un amico. La Bellezza salva e non sbaglia mai il tempismo, anche quando sembra non avere senso il momento in cui essa si manifesta. E così è la Luna in queste ore, espressione puntuale della Bellezza.
La Bellezza, però, non agisce al posto dell’essere umano. Richiama, ma non si sostituisce. Non crea cose nuove, fa nuove tutte le cose. Redime una persona, la rinnova provocando commozione di fronte al mistero della propria esistenza, provoca una catarsi degna di una tragedia greca. Ci richiama alla grandezza dell’uomo che, invece, nel consumismo di oggi, è divenuta superbia. Perché sentirsi padroni di se stessi, forti di poter consumare i propri talenti nel momento scelto, anziché donarsi con i propri talenti senza la necessità di prevedere il proprio tornaconto, sembra essere il più alto scopo della quotidianità odierna. Tutto è acconsentito. Il mondo oggi tutto permette, niente perdona. Ecco il richiamo alle notti giovani di Dostoevskij: in un mondo che si esprime solo più la notte, lontano dal chiasso in cui tutti parlano, ma nessuno ascolta, la Luna non permette tutto, ma interroga, richiama ai propri limiti e perdona tutto. La Luna ridona giovinezza per ricominciare.
Qui si compie il mistero della Luna a portata di mano della Terra. Tra tutto quanto accada o si ricordi sulla Terra in questi giorni, non si può dimenticare la conclusione dell’anno della misericordia. Un anno rivoluzionario di cui la Luna ne è portavoce. Con cuore misero la palla gialla ci scruta, ci conosce per quella che è la nostra natura. Nonostante tutta la nostra attenzione sia rivolta alla prestazione, sia in campo lavorativo sia affettivo, la Luna ci riconduce al nocciolo della questione: “Tu chi sei?”.
Una domanda che salva, che perdona, che ci pone degli argini quando ci allontaniamo dal centro della nostra esistenza. La Bellezza, infatti, spoglia perché di fronte alle meraviglie della natura svanisce l’effetto del vestito all’ultima moda che si indossa. Si rimane nudi, poveri nel proprio animo. La Luna, proprio oggi, riflette autenticità nell’anima di ciascuno attraverso gli occhi di ognuno, parlando a tu per tu. Invita ad essere fragili, a scegliere come stare su questo pianeta. D’altronde i Greci da più di 2000 anni ce lo ricordano: la vita è un “dramma” che, letteralmente, significa “decidersi a fare”. Decidersi a quale dramma prendere parte tra la tragedia, priva di libertà sebbene permetta tutto, e la commedia, piena di libertà anche se con qualche regola da seguire, ma con il mistero del perdono (compimento di un dono gratuito) che rialza qualsiasi caduta. In questo contesto la misericordia della Luna ha le idee molto chiare, infatti nel dono della sua povertà è nascosta una pienezza tangibile che se colta umilmente, nell’atto del meravigliarsi di fronte ad essa (come di fronte a qualsiasi manifestazione di Bellezza), chiama a compromettersi. Qualcuno, nella storia, ha scelto di vivere il dramma della vita chiamandola commedia e chi, tra questi, sapeva scrivere e si divertiva con i versi, l’ha definita divina.