9 Novembre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Qualche problema a farsi cullare tra le braccia di Morfeo negli ultimi giorni. Cosa girava per la mente? La speranza. Mi sono domandato se fosse realmente possibile raggiungere tutti gli obbiettivi, presenti e futuri, che ci poniamo durante la giornata e, visto il nome della rubrica, pare anche durante la notte. Non sono arrivato a una risposta, sono tuttavia arrivato a una conclusione. Non sono le persone realiste che cambiano il mondo.
Un esempio ad avvalorare la mia tesi mi è stato ricordato questo weekend. Venerdì sono andato a sentire un concerto in tributo a Bob Marley, ahimè spesso ricordato di più per l’enorme quantità di marijuana fumata che per la sua vita, i suoi testi e le sue convinzioni. A metà concerto Raphael, uno dei tre cantanti facenti parte del progetto musicale DOUBLE TROUBLE che suonava quella sera, ha chiesto: “Cos’è per voi Bob Marley?”. Non mi sono soffermato molto sulla sua domanda quanto sulla risposta che a sua volta si è dato; continuando il monologo disse: “Bob Marley per me è speranza”. Il cantante affermò che lo pensava in quanto se un uomo mulatto (figlio di padre bianco di origine britannica e madre giamaicana) fosse riuscito ad emergere dalla società giamaicana dell’epoca, razzista in quegli anni verso le persone di origine caucasica e quindi anche dei loro figli chiamati “mezzosangue”, senza pregiudizi ma anzi vivendo tutta la sua vita portando lo stendardo della pace e della tolleranza allora il miglior aggettivo con cui definirlo era proprio la speranza.
A mio parere ci sono molti motivi per cui questo famoso giamaicano viveva con la speranza nel cuore, probabilmente l’aneddoto più esplicativo è l’attentato che subì il 3 dicembre 1976 ossia qualche giorno prima del suo concerto allo “Smile Jamaica”. Quel giorno, insieme alla moglie Rita e al suo manager Don Taylor, Marley fu vittima di un irruzione nella sua abitazione da parte di alcuni individui armati che ferirono gravemente la moglie e il manager a colpi di arma da fuoco. Anche l’artista in quel episodio riportò delle ferite lievi al braccio e al petto ma, probabilmente, la ferita più profonda la ricevette nell’animo. Provate ad immaginare lo sconforto, lo sgomento e la paura che deve aver provato; vedere violata la propria casa e tra quelle mura, così apparentemente sicure, assistere inerme a un tale atto di violenza verso di lui e i suoi cari. Nonostante il turbamento e il rischio di vedere nuovamente la propria vita in pericolo il cantante si presentò allo “Smile Jamaica” il 5 dicembre. Dopo la sua esibizione qualcuno riuscì a porgli alcune domande: come poteva aver avuto il coraggio di salire su quel palco e cantare come se non fosse successo niente nei giorni precedenti? come era riuscito a stare lì, in piedi, rischiando la morte? ma soprattutto, perché farlo?! Lui non ebbe esitazioni e con una semplicità disarmante rispose: “Perché le persone che cercano di far diventare peggiore questo mondo non si concedono un giorno libero…come potrei farlo io?”.
Questo articolo non è in memoria di Bob Marley, lui è solo un esempio e forse nemmeno quello più emblematico. È stato una delle tante persone che hanno saputo vivere la propria vita accarezzando il sogno di qualcosa di migliore, riuscendo ad immaginare qualcosa che ancora non c’era ma che si poteva raggiungere. Benché alcuni obbiettivi risultino essere più utopici di altri sono molte le persone che hanno saputo vedere un po’ più in là della loro vita quotidiana e, per nostra fortuna, in una quantità altrettanto vasta di ambiti come: scienza, tecnologia, letteratura, filosofia, arte e tanti altri tra cui, non di meno, la pace e la tolleranza.
Probabilmente io non sono una di quelle persone. Non sono Bob. Al suo posto quel 5 dicembre probabilmente mi sarei dato malato e non avrei avuto il coraggio di salire sul palcoscenico però questo non vuol dire che non possa sperare. Anche noi persone “normali” possiamo, e dovremmo ogni tanto, credere di potercela fare. Uno dei vari significati della parola speranza è: “Sentimento di aspettazione fiduciosa nella realizzazione, presente o futura, di quanto si desidera”, allora perché non lo facciamo? Forse siamo spaventati dalla possibilità di fallire o crediamo, a volte ingenuamente, di non essere abbastanza capaci per farcela ma queste non sono motivazioni valide per non provare a raggiungere quello che vogliamo. Tutti abbiamo fallito almeno una volta nella vita e probabilmente saranno ancora tante le delusioni in essa ma non sarebbe ancora peggio non illudersi mai?
Sono sempre stato un falso pessimista (NOTA: si indica con “falso pessimista” quella persona che si aspetta che le cose vadano male ma che ci spera comunque e se malauguratamente accade il peggio dice a tutti che lui sapeva già sarebbe finita così ma in qualsiasi caso ci rimane male…un “pirla” insomma.) e dopo tanto, forse troppo, tempo mi sono reso conto che probabilmente l’errore più grande che si possa commettere è quello di vivere la vita nel proprio carcere mentale, in cui le uniche sbarre che ci limitano sono erette da noi stessi.
Lasciamoci liberi di sperare. Impariamo a dare noi stessi sempre e comunque senza maschere o mezze misure se una cosa ci interessa davvero. Se non si avvererà ciò che desideravamo, almeno, avremo l’onore di poter affermare che abbiamo fatto il possibile e che non abbiamo niente da rimpiangere.
Questa notte ho deciso una cosa. La prossima volta che mi diranno con tono perentorio: “Sii realista!” avrò la risposta pronta e sarà una frase semplice e concisa come quella di Marley: “No. Ho deciso di essere un sognatore…io ci spero, come Bob!”.
E tu? Tu cosa ne pensi? Vuoi essere un sognatore come Bob?
19 Ottobre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
E’ un po’ che non ci sei più, ma non sai quanto mi manchi. Mi mancano le tue risate, mi mancano i tuoi suggerimenti e i tuoi rimproveri.
Spesso penso a quando una persona, mossa dall’ansia o dalla ricerca di un senso di fronte a una realtà sfuggente, sfoglia qualche pagina di un libro in cerca di citazioni che possano dare un significato al momento vissuto. Ecco, l’altro giorno è accaduto a me. Eppure tutte quelle frasi non sono nulla senza il tuo tono di voce, e pensare che i concetti che mi confidavi avevano pressapoco lo stesso valore di quelli che ho letto. Però la tua tonalità cambiava tutto.
Una tua carezza o un tuo abbraccio avevano un sapore delicato. Mi verrebbe da dire “Infame” a chi ha fatto in modo che io potessi restare su questo pianeta senza di te. Ma tu eri il primo a ripetere: “Ogni cosa ha il suo tempo, Cucco”.
Non è che mi hai fregato con queste parole?
Tu, nonno, sai come ci si sente quando si sogna un amore ma tarda? Quando si pensa ad una ragazza e non capisci se le interessi? Quando un suo messaggio appare la fine del mondo non appena ricevuto e poi ricadi nel purgatorio dell’attesa, in quell’attesa di una successiva risposta che non arriverà mai? Va bene che ogni cosa ha il suo tempo, però ogni tanto ci si stanca e si perdono tutte le speranza ad aspettare.
“Sai Cucco, sono stato anch’io fregato dall’amore. E più di una volta. Sia prima di sposarmi sia una volta sposato. Mi innamoravo e non era corrisposto. L’università suonava una magica sinfonia di note “No”. Poi sono stato trasferito nel nord dalla mia Sicilia, era il 1959. Non so ben dirti per quale motivo, ma mi hanno presentato tua nonna e ci siamo sposati. Tutto era splendido, dopo anni universitari insignificanti, credevo di aver trovato il compimento massimo della mia esistenza. Ero molto innamorato, poi un brutto male se l’è portata con sé. Eravamo ancora abbastanza giovani. L’amore mi ha fregato un altra volta.”
Non ti fa arrabbiare tutto questo nonno?
“Chi non si è mai arrabbiato nella vita? Siamo umani Cucco, ma forse anche i supereroi si arrabbiano, o per lo meno provano rifiuto per una certa situazione e così si impegnano a cambiarla. L’amore però ti frega anche qui. Secondo te, quando non c’è più una persona e tu sei ancora innamorato, come fai a cambiare la situazione?”
Te ne trovi un’altra o te ne fai una ragione…
“Farsene una ragione non è mai bello. Quando vedi un tuo amico triste per una storia d’amore finita non dirgli mai di farsene una ragione. Con i sentimenti non si gioca, bisogna sempre essere molto delicati, altrimenti ci si brucia troppe volte e poi si rischia di non giocare più all’amore. Ascolta il tuo amico, ricordagli i suoi sogni e desideri più profondi, ma non compatirlo con una pacca sulla spalla. Infatti l’amore è un gioco, fatto di corteggiamento, sorrisi, sguardi, scherzi, sorprese,… Troppe ferite, però, sono un grande danno. Demotivano, ti fanno chiudere in te stesso. Solo l’onesta verità permette di evitare terribili ferite. Bisogna sempre dire le cose come stanno all’altra persona, giocare con lei e non prendersi gioco di lei. Guai a te se pensi di fare il furbo!”
Sì, sì, va bene! Però, con nonna come hai fatto?
“Ho guardato le cose da un’altra prospettiva. Dopo tanti anni trascorsi con lei, tante avventure insieme e tante discussioni non potevo cancellare tutto. E’ stata dura, ma se questo dolore è stato il prezzo che si è dovuto pagare per ricevere il dono della nascita di tua mamma, allora sì, n’è valsa la pensa.”
Ah già, mamma… Nonno, senza cellulare e Facebook, come facevi per farti notare dalle ragazze?
“Era un bordello. Non esistevano i like, dovevi parlarci a quattr’occhi. Sai quanta paura Cucco?”
Quindi?
“O te le presentavo o dovevi escogitare una recita teatrale che neanche il metateatro pirandelliano appare così reale e improvvisato. Cioè, non doveva capire che avevi passato qualche notte in bianco a pensare come avvicinarla. Altrimenti il risultato si riassumeva in una parola: spacciato.”
Certo che queste donne sono strane. Se ti vedono un po’ titubante o troppo sbruffone ti scartano…
“Sono furbe, altro che strane. Loro con la vita hanno un rapporto speciale. La vita si genera in loro e la portano con sé per nove mesi. Con la vita ci parlano a tu per tu, almeno in fondo al cuore. Lasciamo stare le apparenze, la voglie di essere come quell’attrice o la gelosia per quell’amica più snella. Questa è un’altra faccenda, ma la radice della vita è in loro e magicamente riemerge di fronte ad un ragazzo, sempre che in loro ci sia verità e non altre aspirazioni. Le ragazze non cercano chissà quale comportamento o personalità, cercano un uomo forte.”
Tutti in palestra da domani?
“Quanto sei ingenuo Cucco. Forte perché vogliono un uomo con dei valori, convinto delle proprie idee ma sufficientemente umile per metterli in discussione. Non desiderano un ragazzo che ogni due per tre cambi idea o che, per la paura della solitudine, si adatta alla massa abbandonando i propri ideali. Il principe azzurro per loro è il ragazzo che è se stesso. Oscar Wilde diceva: -Sii te stesso, tutti gli altri sono già stati presi. E questo buffo irlandese aveva ragione.”
Tu nonno dove trovavi la forza per andare a parlare con le ragazze?
“A prescindere, da qualunque inizio di relazione con un’altra persona, può sempre nascere un’amicizia. Ma voi giovani non ci credete: volete o tutto bianco o tutto nero, ma per fortuna il buon Dio ha creato diverse sfumature. Comunque, il contrario della paura è il coraggio. Per amare ci vuole coraggio. E lo stesso era per andare incontro ad una ragazza. Non potevi nasconderti dietro lo schermo di un cellulare. Mettevi un po’ di coraggio. Tu, i tuoi capelli che proprio quel giorno non riuscivi a pettinare come volevi, la tua camicia e la tua camminata che, in quell’istante, ti sembrava la più goffa possibile. Una volta che la vedevi negli occhi, però, tutte queste cose scomparivano. Rimanevi solo tu, il tuo carattere, la tua simpatia, i tuoi pensieri e la tua camicia con le chiazze di sudore sotto le ascelle. Ricordati, Cucco, l’amore chiede coraggio. Ti mette a nudo, difetti compresi, ma sono proprio questi a fare la differenza.”
Nonno, grazie, ma io continuo a capirci sempre meno. Sembra tutto così complicato…
“Suvvia Cucco, cambia prospettiva. Non essere razionale sempre, ascolta un po’ il tuo cuore. L’amore è un gioco, il più semplice di tutti, ma vogliamo rendere anche questo cervellotico. L’amore si gioca se si ha un cuore di carne, non di pietra. Se si è disposti anche a lasciarsi ferire. Un cuore di pietra invece puoi solo scolpirlo, ma da questo non uscirà mai niente. Uno scrittore a cui ero tanto affezionato da giovane definì così “ti amo”: “Sono contento che tu esista e se tu non esistessi ti ricreerei tale e quale difetti compresi.” Questo giovane ci vedeva lungo. Cucco, il segreto sta proprio lì, difetti compresi.”
E quando eri lì, di fronte a lei, che succedeva? Come bisogna comportarsi?
“Cerca meno e lasciati incontrare di più.”
PS: grazie a chi ha scritto questo articolo, la sua insomnia mi ha bussato dentro dentro. (https://www.1000-miglia.eu/piace-la-tua-scelta/)
17 Ottobre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
La notte è ormai inoltrata e non sono solito riportare per iscritto i miei pensieri. Nelle ultime ore è scattato qualcosa però e ho deciso di parlare di un sentimento; L’amore. Di sicuro avrei potuto cimentarmi con un argomento meno complesso ma la mente viaggia in certi momenti, penso tu lo sappia meglio di me. Non sono uno psicologo e men che meno un poeta. Quello che leggerai è il punto di vista di un ragazzo che, forse come te, si interroga su alcuni aspetti della vita.
La vita. Una cosa che, ogni tanto, molti di noi non sanno affrontare. Sono tante le domande. Spesso siamo spaventati dal nostro futuro o incatenati al nostro passato o peggio ancora disincantati dal nostro presente. I quesiti che ci poniamo ci attanagliano e ci frenano. Soprattutto in un ambito, in amore.
Questa sera, un sabato come tanti altri, tornato a casa da una serata tra amici ho rivisto un film molto interessante. Si chiama “Colpa delle stelle” tratto dall’omonimo libro di John Green. Tratta della storia d’amore tra due ragazzi malati di cancro e trovo sia una delle più belle storie d’amore trasposte su pellicola negli ultimi tempi. Dire che il film sia triste, frustrante e un po’ deprimente oltre che melenso potrebbe essere riduttivo ma scaturisce da esso qualcosa in più. Possiamo dire che quella rappresentata è una storia d’amore vera in un certo senso. Non sempre può esserci il “vissero per sempre felici e contenti”.
La vita non è semplice. La ricerca del più travolgente tra i sentimenti in essa men che meno. Questo è quello che traspare dal film. Ma ne vale la pena? Vale la pena creare fantasie su Quella persona prima di addormentarsi o di sperare in qualcosa a cui teniamo?
Per me è un sì. Chiaro e tondo. L’amore è quello che ci porta avanti e non sto parlando solamente di quello romantico. L’amore in quello che facciamo, l’amore per un hobby, l’amore in una canzone o in un’immagine o in un istante. Forse, nella nostra educazione, dovrebbero insegnarci a ricercare un po’ di amore nella nostra vita e non solo a preoccuparci degli impegni che si susseguono uno dopo l’altro nella nostra esistenza. Così andrà sempre tutto bene? Certo che no, non prendiamoci in giro. Come direbbero i protagonisti del film però: “il dolore esige di essere vissuto” e probabilmente non sempre deve, a tutti i costi, essere evitato.
Sono realista amico/a che stai leggendo. Ci saranno sempre dei momenti in cui ci sentiremo soli. Ci saranno sempre dei momenti in cui saremo spaventati. Ci saranno sempre dei momenti in cui ci sentiremo confusi. Ci saranno sempre dei momenti, spero pochi, in cui saremo tristi. Anche questo ci rende vivi. Alla fin fine come tutte le cose anche l’amore ha i suoi pro e i suoi contro. Citando per l’ultima volta quel film:” Non puoi scegliere di non soffrire in questo mondo, però puoi scegliere per chi (o cosa) soffrire. E a me piace la mia scelta.”. Quello che ti chiedo è, a te piace la tua scelta?
4 Ottobre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Ha destato scalpore negli ultimi giorni il discorso del re Harald V di Norvegia, che, in breve tempo, si è conquistato uno spazio nella grande piazza pubblica di Internet. Con semplicità disarmante il sovrano, 79 anni, ha detto che i norvegesi sono quelli del Nord, del Centro e del Sud e anche i provenienti da Afghanistan, Pakistan, Polonia, Svezia o Siria, che vivono in Norvegia, oppure le ragazze che amano ragazze, i ragazzi che amano ragazzi e ragazzi e ragazze che si amano gli uni con gli altri o ancora chi crede in Dio, chi in Allah, chi in tutto e chi in niente. Il discorso si è concluso con una frase di grande significato: ”Spero che possiamo prenderci cura l’uno con l’altro. Che possiamo rinforzare il nostro Paese con fiducia, solidarietà e generosità”. E nella suddetta grande piazza pubblica di Internet c’è chi ha detto che è uno statista illuminato, chi ha affermato che è un buonista lontano dalla gente, chi è convinto che sia un discorso che deve far capire all’Europa quali sono i valori da difendere e chi, invece, sostiene che è facile parlare in questo modo in un’isola felice come la Norvegia, uno di quei Paesi scandinavi che si piazzano sempre ai primi posti nelle classifiche positive europee. Dal mio punto di vista, si può giudicare in modi diversi questo discorso, ma, di certo, non si tratta di retorica, perchè la Norvegia crede realmente nella fiducia e nella solidarietà, nonostante siano attitudini umane rare e difficile, oserei dire addirittura innaturali, viste le costanti mostruosità del nostro tempo, perpetrate da uomini verso altri uomini. Interessandosi ai temi del carcere, della pena e della rieducazione non ci si può non imbattere nel modello Norvegia, che scommette su chi ha sbagliato, in modo da non avere un pericolo o un peso per la società, ma una nuova risorsa. Ci sono dietro questioni etiche e politiche di non poco conto e sarebbe troppo facile schierarsi in una delle due opposte fazioni: chi vuole il perdono assoluto e gratuito, in nome del pietismo, e chi invece sbatterebbe i criminali in galera, garantendo loro che non vedranno più la libertà, per far desistere chi ha intenzione di delinquere. Entrambi sono atteggiamenti lontani dalla giustizia. Nessuno ha la verità in tasca, ma noi proviamo a dare una chiave di lettura sul tema, per incuriosire, far nascere un interesse e, sarebbe importantissimo, delle prese di posizione. Per approfondire le questioni di pubblica sicurezza, così attuali ai nostri giorni, abbiamo provato a osservare l’esempio della Norvegia con i tassi più bassi di recidività e con un alto numero di persone che hanno saputo cogliere la seconda opportunità, a loro riservata, arrivando addirittura a eccellere nei campi più disparati. Per cercare di capire come si vede il sistema carcerario norvegese direttamente da Oslo, abbiamo rivolto qualche domanda a Ingeborg Margrethe Svanes, Senior Advisor del Ministero della Giustizia e Pubblica Sicurezza di Norvegia.
La Norvegia spende molto per ciascuna persona che è in prigione (85000 € all’anno secondi i nostri dati). Pensa realmente che ri-educare sia un vero affare?
Esiste un principio di normalità nella politica di correzione norvegese che significa che la punizione sta nella restrizione della libertà e nessun altro diritto viene rimosso dalla corte di giustizia. Perciò il colpevole condannato ha gli stessi diritti come tutti coloro che vivono in Norvegia. L’ Education Act si applica a chi è in prigione e ci sono anche altri programmi e attività disponibili per i detenuti. L’Agenzia di correzione (agenzia specifica del governo norvegese, ndr) tenta di prevenire le recidive offrendo ai colpevoli, attraverso le loro stesse iniziative, delle occasioni per cambiare il loro comportamento criminale.
La Norvegia ha uno dei sistemi carcerari più moderni in Europa e nel mondo. È possibile esportarlo all’estero, secondo Lei?
La Norvegia mira attraverso la cooperazione internazionale ad assicurare che le sanzioni penali siano comminate in accordo con le leggi e normative internazionali, in particolare la Convenzione dei Diritti Umani. Ci terrei anche a menzionare che attraverso EEA Grants (contributi finanziari, a cui partecipano anche Islanda e Lichtenstein per la riduzione delle disparità economiche e sociali nell’area economica europea (EEA), ndr) la Norvegia sta finanziando varie misure per migliorare gli standard nel sistema carcerario in diverse nazioni europee dell’Est.
Le politiche europee in questi anni sono molto concentrate sulla sicurezza e i cittadini sembrano votare politici che promettono di “chiudere i criminali in galera e buttare via le chiavi”. Cosa insegna l’esperienza norvegese a proposito di ciò?
In accordo con il principio di normalità, il progresso durante la detenzione dovrebbe essere mirato il più possibile al ritorno in comunità. Più è chiuso un sistema, più sarà difficile il ritorno alla libertà. Perciò uno procederà verso un rilascio graduale da prigioni ad alta sicurezza a prigioni di sicurezza minore e possibilmente passando per centri di riadattamento alla vita sociale per ex detenuti (halfway house). Il rilascio su licenza è favorito e il Servizio di Correzione userà i loro poteri descrizionali per organizzare un processo dove lo sconto della pena è influenzato da rischi, esigenze e risorse individuali.
Potrebbe menzionare alcune storie esemplari di persone che vengono da una prigione che hanno completamente cambiato la loro vita? Sono il vero orgoglio della scelta della Norvegia in campo giudiziario?
Uno studio indipendente pubblicato nel 2010 mostrava che il numero di persone che sono state rilasciate dal carcere e sono risultate nuovamente colpevoli entro due anni era al 20%. Per leggere di più circa lo studio si veda:
http://www.kriminalomsorgen.no/getfile.php/2819934.823.xpewptatwc/Nordic+relapse+study+abstract+.pdf. Posso anche rimandare a uno studio sulla recidiva nelle nazioni nordiche che potrebbe essere interessante. Si veda https://brage.bibsys.no/xmlui/handle/11250/195255 per più informazioni.
Secondo Lei, come potrebbe migliorare ulteriormene il sistema carcerario norvegese?
Il Servizio di Correzione ha abbozzato una strategia per le operazioni del periodo 2014-2018, in cui gli obiettivi e le misure sono descritti in maggiore dettaglio. Si veda: http://www.kriminalomsorgen.no/getfile.php/2766216.823.fvprryqpxf/Operations+Strategy+2014-2018.pdf. In più, le informazioni che riguardano il Servizio di correzione norvegese in generale è disponibile in inglese al sito: www.kriminalomsorgen.no.
Ringraziamo la signora Svanes per la disponibilità dimostrata nel rispondere alle nostre domande e sottolineamo come non è detto che quello norvegese sia un modello esportabile in Italia, per le diverse condizioni socio-economiche, ma la scelta dei valori in cui si vuole credere e la gentilezza, disponibilità, competenza e trasparenza delle istituzioni, nei confronti di un ragazzo qualunque di un altro Paese che vorrebbe conoscere informazioni a loro modo delicate, dovrebbero essere posti in cima alla lista delle priorità, sia parlando di Italia sia del tormentato e, ad oggi, quasi impercettibile governo europeo.
19 Settembre 2016 | Le scoperte, Profumo d'Europa, Vorrei, quindi scrivo
Questo spazio non è destinato a rimanere vuoto a lungo: vi aspettiamo dal 26 settembre per un anno di novità e tanti nuovi articoli!
La redazione di 1000miglia
26 Agosto 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Forse, a volte, basta provare a vedere il mondo con gli occhi di un bambino per trovare tutto molto più chiaro e naturale. O semplicemente umano.
LA CASA DI TRE BOTTONI
C’era una volta un falegname, si chiamava Tre Bottoni. Forse si chiamava anche Giacomo o Napoleone, ma era stato soprannominato Tre Bottoni da tanto tempo che nessuno si ricordava più il suo vero nome, neanche lui.
Abitava in un paese povero povero, dove la gente non aveva certo i soldi per farsi i mobili nuovi. In un anno, si e no, gli ordinavano un tavolo e quattro sedie. L’anno dopo gli ordinavano appena appena uno sgabello.
– Non volete un armadio?
– Eh, chissà quanto costa.
– Un cassettone?
– Eh, chissà quanto viene.
– Un attaccapanni?
– Bravo, e che cosa ci attacchiamo?
I pochi panni che avevano li portavano indosso. Tre Bottoni pensò: «Mi conviene cambiar paese. Però, vado in un paese nuovo, dovrò comprare una casa, o perlomeno prenderla in affitto. Mi conviene fabbricarmi una casetta di legno e metterci le rotelle: me la porterò dietro dappertutto e quando farò fortuna mi sposerò, e quando mi sarò sposato la darò ai miei bambini per giocare».
Detto fatto, si mise al lavoro. Come falegname era bravo la fatica non gli dava noia e non aveva paura di picchiarsi il martello sulle dita.
Era anche piccolo, Tre Bottoni. Era anche magro. Non gli occorreva una casa tanto grande. Difatti, la fece piccolissima: ci stavano dentro lui, il martello e la pialla, ma la sega no, la sega doveva appenderla a un chiodo, fuori dalla porta. Sopra la porta ci dipinse il suo nome: «Tre Bottoni». Sotto la casa, ci mise quattro rotelline. Per tirarla, una stanga.
– Guarda, guarda, – diceva la gente, – Tre Bottoni ha fatto una casa col manico!
E ridevano. Ma Tre Bottoni fingeva di non aver sentito. Quando partì, tirandosi dietro la sua casetta a ruote, la gente diceva:
– Guarda, guarda, Tre Bottoni si è fatto la «roulotte». E la benzina dove la metti, che non hai il serbatoio? Te la bevi?
Tre Bottoni si levò il cappello per salutare e se ne andò. La casa era leggera. In discesa, Tre Bottoni ci montava su, come se fosse un carrettino, e via!
Cammina e corri, venne la sera e Tre Bottoni si fermò in un prato.
– Dormirò qui, per oggi ho fatto abbastanza strada.
Lo svegliò, qualche ora dopo, la pioggia che picchiava sul tetto. Era scoppiato un temporale e i fulmini guizzavano da tutte le parti.
«Senti come tuona», si disse Tre Bottoni.
Ma non era soltanto il tuono. Qualcuno bussava alle pareti della casetta, bussava, bussava, e una voce implorava:
Aprimi, per piacere. Aprimi, Tre Bottoni!
Chi è?
Mi bagno tutto, fammi entrare.
– Prova un po’, – disse Tre Bottoni, aprendo la porticina, – io la casa me la sono fatta su misura, ma se ci stai anche tu, ben contento.
– Dove c’è posto per uno, c’è posto per due.
Entrò un vecchietto, si strizzò la barba per farne uscire l’acqua e si sdraiò.
– Vedi che ci sto?
– Vedo, vedo. Ma chi siete?
– Sono tuo zio Caramella. Sono rimasto solo, non ho più nessuno che mi dia un piatto di minestra, ho pensato a te. Figurati come sono rimasto male, al paese, quando mi hanno detto che eri partito. Per fortuna i ragazzini hanno visto che strada hai preso e me l’hanno indicata. Ti sei fatto la casa nuova, eh? Allora le cose ti vanno bene?
– Benone, benone – disse Tre Bottoni.
– Bravo, ci ho piacere – disse zio Caramella. – Adesso scusami, ma ho bisogno di dormire. Parleremo domattina.
– Buon riposo – disse Tre Bottoni. Lui però rimase sveglio a grattarsi in testa e pensava: «Povero vecchio, scommetto che non ha nemmeno cenato. Proprio come me».
E intanto tuonava, tuonava. Ma non era soltanto tuono. C’era qualcuno che bussava alla porta, e una voce pregava:
– Aprite, per favore. Aprite!
– Chi è?
– Una povera donna con i suoi tre bambini. Il temporale ci ha colti per la strada e non abbiamo riparo.
– Entrate – disse Tre Bottoni, aprendo la porta, -potete. Io la casa me la sono fatta su misura, ma se ci siete anche voi, ben contento.
– Dove c’è posto per due, c’è posto anche per tre. I bambini li terrò in braccio.
Entrò la donna, entrarono i suoi bambini, si sdraiare a dormire, e ci stavano tutti.
– Vi ringrazio tanto – disse la donna, – ci si sta proprio bene, qui dentro.
– Scusate, ma voi dove andavate, con questo tempaccio?
– Andavo alla disgrazia, andavo – disse la donna, mettendosi a piangere. – Sono rimasta vedova con questi figlioli, non potevo più pagare l’affitto e il padrone mi ha sfrattata. Chissà che cosa sarà di noi domani!
– Adesso non pensateci. Cercate di dormire.
Tre Bottoni, però, non poteva dormire e pensava: «Poveretta lei e poveretti i suoi bambini. Scommetto che non hanno nemmeno cenato. Proprio come me e come lo zio Caramella».
Il temporale continuava. La pioggia scrosciava senza riposo. I tuoni rimbombavano da un capo all’altro della terra. E ogni tanto qualcuno bussava alla porticina, in cerca di riparo, e Tre Bottoni lo faceva entrare dicendo:
– Dove c’è posto per cinque c’è posto per sei… Dove c’è posto per sei c’è posto per sette… Dove c’è posto per undici c’è posto per dodici…
Una volta era un boscaiolo a cui il torrente aveva portato via la capanna. Un’altra volta erano due giovani in viaggio per andare all’estero a lavorare. Poi fu un vecchio cacciato di casa perché non poteva più lavorare. Poi un servitore del re cacciato dalla reggia perché si era ammalato e il maggiordomo non voleva farlo curare.
Prima dell’alba, quando il cielo era più cupo e i tuoni più violenti, un pugno imperioso bussò tanto forte che la casetta ne tremò.
– Aprite!
«Potresti aggiungere “per favore”», pensò Tre Bottoni, sorpreso. Ma apri lo stesso e si trovò davanti…
– Fammi entrare!
Ma era proprio…
– Fa’ entrare anche il mio cavallo!
Non c’era dubbio: il manto era fradicio, ma la corona brillava, come se il temporale l’avesse lucidata. Era il re!
– Dove c’è posto per dodici, c’è posto anche per tredici – mormorò Tre Bottoni, inchinandosi. E tra sé aggiunse: «E dove c’è posto per un re, c’è posto anche per il suo cavallo».
– Vista di fuori – disse, – la tua casa sembrava più piccola.
Il re entrò e si guardò intorno alla luce dei lampi.
– Veramente – spiegò Tre Bottoni, – io me l’ero fatta su misura della mia persona.
– Che legno hai usato?
– Castagno, Maestà.
– Il castagno non è elastico come la gomma. C’è qualcosa che non capisco.
– E meno male che c’è – disse Tre Bottoni, – altrimenti come c’entrava tutta questa gente?
Sua Maestà re Bernardino Quarto rifletté a lungo.
– Forse non è questione di legno, ma di cuore – disse.
– Come sarebbe?
– Il cuore è piccolo come un pugno, ma se uno vuole può metterci dentro tutta la gente del mondo e rimane ancora posto. Si vede che questa casa l’hai fatta col cuore.
Tre Bottoni rimase zitto.
– E questa gente chi è? – domandò il re, indicando la piccola folla addormentata.
– Dunque, quello è lo zio Caramella, quella è una vedova con i suoi bambini, quello…
Tre Bottoni spiegò ogni cosa a re Bernardino che, ascoltandolo, diventava sempre più triste.
Quando poi notò il suo servitore malato, che si lamentava nel sonno, si tolse la corona di testa, come se a un tratto fosse diventata troppo pesante per portarla.
– Credevo di essere un buon re – disse, – e guarda quanta gente disgraziata. Che cos’ho fatto io per questa gente? Molto meno di te, che almeno le hai offerto un tetto per la notte. È ora che me ne vada.
– Con questa pioggia, Maestà?
– No, non volevo dire questo. E ora che me ne vado in pensione. Se uno non sa governare in modo da rende re felici tutti quanti, è meglio che si levi la corona dalla testa.
Pensò ancora un poco, poi disse: – Però posso fare ancora qualcosa. Appena sarà cessato il temporale, verrete tutti con me. Tu, a quel che vedo, sei un bravo falegname e alla reggia non ti mancherà il lavoro. Penseremo anche agli altri: chi ha bisogno di essere curato lo sarà, chi ha bisogno di trovare un lavoro lo troverà. In cambio, tu mi darai tua casa a rotelle: con essa girerò il regno in cerca di persone che abbiano bisogno del mio aiuto. Sei d’accordo?
Non si sa che cosa abbia risposto Tre Bottoni, perchè proprio in quel momento si udì un imperioso suono di clacson.
Durante la notte, il vento aveva spinto la casetta proprio in mezzo alla strada e la corriera non poteva passare.
– Ehi, voi altri – gridava l’autista, – ehi, zingarelli, sveglia! Tiratevi un po’ da parte.
La gente si affacciava ai finestrini e rideva. – È la casa di Tre Bottoni…
La casa? Vorrete dire la «roulotte»!
Sveglia, Tre Bottoni!
Tre Bottoni usci dalla casetta e per prima cosa notò con sollievo che non pioveva più. Dietro di lui usci lo zio Caramella, pettinandosi la barba. Dietro lo zio Caramella uscì la vedova, uscirono i suoi tre bambini, l’ultimo cammina a quattro zampe.
– Ma quella non è una casa – rideva la gente, – è cappello di un prestigiatore! Vedrete che alla fine uscirà i coniglio bianco!
E fuori gente, e fuori gente.
– Ma come avete fatto a starci tutti insieme senza diventare piatti come sardine?
– Guardate! C’era anche un cavallo! Un cavallo bianco! Altro che conigli…
Ma dietro il cavallo usci il re in persona. Allora tutti ammutolirono. L’autista fece un inchino che a momenti si rompeva la schiena in due.
– Su, su, niente stori, – disse il re, – fate salire questa brava gente, pago io il biglietto. La casetta di Tre Bottoni potete attaccarla dietro la corriera, al posto del rimorchio. Io vi verrò dietro a cavallo e vi dirò dove dovrete fermarvi.
Se i libri di storia dicono la verità, quella fu la prima volta che la corriera giunse alla capitale scortata dal re a cavallo. E fu anche l’ultima.
Tre Bottoni sposò la vedova e, per far giocare i suoi tre bambini, fabbricò un’altra casetta di legno a rotelle, precisa alla prima. Era piccola cosi, ma ci stavano dentro tutti i bambini della città e se, da ultimo, un gatto voleva entrare, c’era posto anche per lui.
Gianni Rodari