18 Agosto 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Poche parole aizzano le folle e le esaltano come: “Chiudere in cella e buttare via la chiave!”; poco importa quale sia l’odioso reato commesso. L’omicida, lo stupratore, il ladro (non l’evasore che è persona per cui è più facile sentire una strana e incomprensibile solidarietà), lo spacciatore o il politico corrotto devono marcire, chi più chi meno, in galera. La questione è delicata perché tocca da vicino le opinioni, mette in discussione la sicurezza personale del singolo, della propria famiglia e (oserei dire soprattutto) dei propri beni. Del resto, nessuno meglio di Fabrizio De André nel suo monologo in musica “Sogno numero due” ha sottolineato quale sia “il ruolo più eccitante della legge, quello che non protegge: la parte del boia”. Nell’ottica di chi è innocente e onesto, dal proprio punto di vista, consegnare alle forze dell’ordine i colpevoli o anche solo i sospettati di esserlo è una ulteriore garanzia di controllo e sicurezza, ma non è con la caccia all’uomo e il giustizialismo esasperato che una società può pensare di stare in piedi. Le norme e le leggi sono fatte per essere rispettate e la loro applicazione deve essere precisa, sensata e inflessibile. Detto ciò, il sistema carcerario italiano è ampiamente insufficiente e, anche se non è così immediato rendersene conto, addirittura pericoloso. La criminalità organizzata spesso si serve delle carceri per raccogliere manovalanza fedele, che non ha prospettive dopo il ritorno alla libertà, per i loro traffici illeciti. L’attuale polemica sul terrorismo dovrebbe far riflettere sul fatto che proprio le carceri sono la migliore palestra per l’indottrinamento, non certo di stampo religioso, ma improntato alla violenza e alla strage, nei confronti di sbandati, vittime di lavaggi del cervello al limite dell’alienazione. Insomma, le carceri vanno rivoluzionate per tentare di assicurare veramente i criminali alla giustizia. Ad oggi, la somiglianza con un covo di criminali ancora più pericolosi è la più fedele ed è, perciò, inaccettabile. In attesa che si apra un vero dibattito costruttivo a livello sociale e parlamentare, in barba a chi continua a spostare il centro dell’attenzione su altri argomenti in modo da poter essere sicuro che non si parli mai di niente, non resta che tentare di andare ad analizzare l’esempio di altri Paesi. Premesso che è doveroso pesare il contesto nella lettura dei dati tra i diversi Stati europei, salta immediatamente all’occhio il tasso di recidività a due anni in Norvegia è al 20% (fonte PLOS One, rivista peer-reviewed a libero accesso della Public Library of Science). In Italia la recidività si aggira addirittura attorno al 70%. Innegabile è il fatto che, quali ne siano le cause, il sistema detentivo italiano è un fallimento. In Norvegia gli accorgimenti sono relativamente semplici: ad esempio, le guardie carcerarie non fanno parte delle forze di polizia, ma compiono un percorso di studi a sé in cui seguono corsi, tra gli altri, di psicologia e la loro formazione è finalizzata al corretto rapporto con il detenuto. Purtroppo la questione centrale in Italia è il sovraffollamento, che contribuisce a creare un ambiente completamente ostile a chi è incarcerato. In Norvegia, che evidentemente non vive di questi problemi, si ritiene che la sola privazione della libertà (per tempi più o meno lunghi a seconda del reato) sia più che sufficiente come pena e quindi il sistema carcerario si adopera per dare l’opportunità a chi ha commesso crimini di uscire dalla propria cella definitivamente, con nuove competenze date dalla formazione sia scolastica che tecnica e, quindi, nuove possibilità nel vasto mondo fuori dal carcere. È tutt’altro che inusuale leggere di imprenditori norvegesi che hanno dato il via alla loro attività dopo essere usciti dal carcere. La prigione di Bastoy, isola formata da un gruppo di case in cui i detenuti sono liberi di lavorare in una segheria per mantenersi, dove si trovano soltanto cinque guardie non armate e il battello di congiunzione con la terraferma è guidato da uno dei detenuti stessi, è un modello internazionale, per chi deve scontare gli ultimi cinque anni di pena per determinati reati. C’è da dire che imitare semplicemente il programma norvegese sarebbe stupido, oltre che impensabile. Un Paese che non è capace di garantire opportunità serie e concrete neanche ai cittadini onesti, non si può permettere di farlo per chi è in carcere e quindi è andato contro alle leggi di quello stesso Paese. Però, non è più accettabile ad oggi che il carcere umili, alieni e prepari chi ci è detenuto a crimini ancora peggiori, se possibile. Nessuno ha le risposte in tasca: far partire progetti di lavoro e formazione che oggettivamente abbattono i tassi di recidività ha un costo importante e in un Paese che deve centellinare le proprie risorse, a fronte di livelli spaventosi di disoccupazione, di un’economia in deflazione e di un’emergenza migranti inedita, a cui vanno aggiunti gli inenarrabili sprechi, certamente verrebbe sollevata una polemica legittima. C’è chi ha provato a rispondere all’emergenza con attività di teatro con volontari, ma, ammesso che ciò abbia un’effettiva utilità, è un’ encomiabile azione minima, a cui va dato un seguito in termini molto più concreti. Forse cominciare a mettere in campo argomenti seri, costringere l’opinione pubblica a confrontarsi con la realtà del nostro sistema carcerario e della condizione della giustizia in Italia e provare a sostenere la tesi che urlare a squarciagola “In prigione, in prigione”è inutile e pericoloso. Perchè se continuiamo a voler buttare le chiavi siamo complici e colpevoli e potremo un giorno avere come la sensazione di sentire nelle orecchie un fastidioso sussurro: “In prigione, in prigione, proprio tu, andrai in prigione, e che ti serva da lezione!”.
Marco Brero
15 Luglio 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Ogni essere umano si identifica in coordinate spazio temporali precise: in questo chiaro istante ognuno si trova in un determinato luogo ed esattamente in questo momento si è presenti, si esiste, in quello spazio. In un attimo la vita di ogni persona prende forma realizzandosi in relazione a chi e a che cosa si compie nello stesso momento, in maniera sempre più diretta rispetto al grado di vicinanza. E così succede che lo stupore di migliaia di persone nell’essere lungo mare, a Nizza, in attesa dei fuochi di artificio per la festa della Liberazione francese, si incontri con la maledetta intenzione di un terrorista. Ed è subito strage.
Una strage che segna un continente in un anno che passerà sui libri di storia come rivoluzionario. Dal Brexit agli attentati di Parigi, Bruxelles e Nizza, dai muri lungo le frontiere ai disastri terroristici in Turchia, senza dimenticare le morti nel mar Mediterraneo.
In quest’epoca molto si realizza in una paura continua, tra urla e grida di chi fugge dal luogo in cui stava esistendo per salvare la possibilità di continuare a realizzarsi in un altro spazio e in un altro tempo: la possibilità di continuare a vivere. Eppure il terrore di vivere, poco alla volta, è sempre più presente nella quotidianità, perché l’obiettivo degli attentatori è farlo entrare in noi.
Come sosteneva Jean Luc Nancy, “La storia non è la storia, è l’insieme simultaneo di milioni di storie.” Tante storie ci hanno lasciato ieri sera sulla Promenade des Anglais. Un giorno ci ricorderemo solo del numero delle vittime, non delle loro storie, ma analizzeremo ogni singolo dettaglio di chi guidava quel tir bianco, asfaltatore di tante vite.
Con il coraggio e la forza espressi da un marito vedovo dopo il Bataclan, nonostante non si trovi neanche la forza per parlare, certi avvenimenti non sono degni di fermare l’essere umano nel compiere la sua vita. Richiamano l’essere umano all’umanità, alla vicinanza, al coraggio di rialzarsi.
L’ultima cosa che vorrebbero le storie che ieri sera ci hanno lasciato sono la rassegnazione e l’odio, soprattutto ora che possono osservare le cose da un’altra angolatura. Dalla visuale di chi ha terminato gli attimi per manifestare se stesso su questo pianeta chiamato Mondo.
Luca Lazzari
11 Luglio 2016 | Vorrei, quindi scrivo
https://www.youtube.com/watch?v=tyaEQEmt5ls%20
Molte volte ci stupiamo delle meraviglie che ci circondano, ma non ci accorgiamo invece di tutta quella bellezza che c’è dentro di noi. Per riuscire a scorgerla molto spesso dobbiamo cambiare il nostro punto di vista, e per farlo occorre conoscere.
La conoscenza è ciò che rende il mondo più aperto, più connesso, è ciò che ci rende liberi, ciò che ci fa sentire più uniti. Senza la conoscenza siamo fragili perché non possiamo stupirci, non riusciamo a cogliere appieno l’essenza delle cose.
Studiare, informarsi, leggere, viaggiare ci aiuta a cambiare punto di vista, a crescere. Ci aiuta ad avere una mente aperta e a distruggere i confini geografici, spesso fonte di odio e discriminazioni.
Il video mostra che semplicemente studiando il nostro DNA possiamo accorgerci e stupirci di quanto il mondo sia vario ed unico, ma di quanto allo stesso tempo ognuno possegga dentro di sé un pezzetto di storia dell’altro, di quanto quindi siamo tutti uniti e di quanto stupido ed inutile sia creare muri senza conoscere le proprie vere origini.
“Il progetto del DNA ha confermato che molti di noi non conoscono a fondo le proprie origini ed ha altresì dimostrato che rendersi conto della propria multietnicità può far aprire gli occhi e persino influire sulla visione di noi stessi e delle persone di altre nazioni”, commenta Clizia L’Abbate, Country Manager Italia di Momondo.
Momondo è una piattaforma digitale indipendente che ispira i viaggiatori attraverso un servizio di ricerca gratuito per confrontare prezzi di voli e trovare le migliori opportunità di viaggio. Nell’aprile 2016 Momondo, in collaborazione con Ancestry, ha invitato 67 persone provenienti da tutto il mondo a partecipare a un progetto, che è stato documentato e filmato, ed utilizzato inoltre come campagna pubblicitaria, di nome “Dna Journey”. I partecipanti si sono sottoposti ad un test del DNA per scoprire di più sulle proprie origini e hanno raccontato le loro speranze su ciò che il test del DNA avrebbe mostrato. Due settimane più tardi sono stati richiamati per scoprire insiemi i risultati ottenuti.
Gabriele Arciuolo
7 Luglio 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Ci sono quelle notti di mezza estate che sono l’ossigeno della giornata afosa. Come un marinaio che lascia il proprio porto e respira in prua ammirando l’orizzonte o lo scalatore che a braccia aperte si rigira su se stesso in cima alla montagna inspirando serenità ed espirando tormenti. Ci sono quelle notti di mezza estate con sole due stelle, ma due sono abbastanza per catturare lo sguardo primordiale di chi si connette con la propria anima. Ci sono quelle notti di mezza estate di feste improvvisate, di diavoli alle chitarre e angeli sotto il cielo. Ci sono quelle notti che sono un libro letto d’un fiato, che sono il falò della speranza o il pianto di un amore finito. Comunque sia, sono notti di mezza estate.
Non potrà mai impazzire un pesciolino rosso in un’ampolla di vetro? Vive perennemente in uno spazio grande quanto una capoccia, ma Mamma Natura l’ha voluto così. L’ha sognato e creato con una memoria della durata di tre secondi. Ogni tre secondi tutto ricomincia nella sua testolina, come se quanto successo in precedenza non fosse mai accaduto: una nascita continua. Perdonami, Mamma Natura: il tasto reset per gli uomini? Comunque sia, ci sono momenti che resteranno sempre con noi. Forse vale la pena guardarli da un altro punto di vista.
Caro Piccolo Principe, sei poi così sicuro che “l’essenziale è invisibile agli occhi”? Parliamone…
Sorridi che ti fa bene.
Un proverbio ebraico recita: “Dio ha creato l’uomo per sentirgli raccontare storie.” AAA: cercasi storia!
Durante una passeggiata tra i boschi con un amico un po’ più anziano (vecchio sarebbe più reale, ma un po’ di compassione forse ci vuole ogni tanto), vi siete imbattuti in uno squarcio tra due castagni. Proprio in quel piccolo spazio di luce crescevano due fiori. Durante una pausa, parlando della passeggiata, l’amico anziano, con calma disarmante, ti ammutolisce con una semplice frase: “Le cose son belle e sorprendenti, come quei due fiori, basta. L’uomo, invece, ha il dono di scegliere di compiersi…”
Alice ha sei anni. E’ la figlia del proprietario dell’azienda in cui stai facendo lo stage. Passa a trovare il papà in uno di quei pomeriggi in cui lo sbadiglio accoppiato alla scomoda sedia dell’ufficio è il peggior binomio che si potesse creare. Ti chiede di giocare con lei e dopo aver costruito un puzzle insieme desidera fare un piccolo disegno sul tuo avambraccio. Tu chiudi gli occhi su sua richiesta e riapri loro appena la penna finisce di tracciare sulla tua pelle. Alice ha scritto “GRAZIE”. Le chiedi il perchè, lei risponde: “Perchè hai giocato con me.”
Ma Bobone Vieri come fa?
Emmanuel è a terra, morto, a Fermo, In Italia. Preso a botte per razzismo. PS: si salvi chi può o si salvi l’essere umano? Coraggio, ora.
Un amico ha fatto la scelta più difficile e, probabilmente, incompresa che potesse prendere: lasciare la propria ragazza perchè la amava così tanto da comprendere che per lei fosse giunto il momento di ripartire da sé, dal proprio io più profondo e riscoprirsi. Lei non poteva continuare a vivere alla sua ombra, nutrirsi della sua luce riflessa. Egli ha compreso tutto questo e amandola le ha donato lo spazio per lei. Lei soffre, lui pure. Può sembrare un fallito o un codardo nell’affrontare le difficoltà insieme. Sta malissimo perché crede che lei non capisca. Sta semplicemente amando lei e la sua vita. Forse questo amico ha preso Derek Walcott troppo alla lettera:
“Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro
e dirà: Siedi qui. Mangia.
Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la tua vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.
Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.
Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.”
Tutto va così, per alcuni siamo in una slot machine. Forse tutto va, irraggiungibile. Non perché non si arriverà mai a quel tutto, ma perché è così bello e meraviglioso che neanche si poteva ipotizzare. Comunque sia, tutto va. In estate con un ritmo tutto suo.
Luca Lazzari
20 Giugno 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Chi non ha mai visto, almeno una volta nella vita, qualche immagine del celebre “Il gladiatore”? E chi non si è mai fatto accarezzare dal fascino virile di Russell Crowe nei panni di una “celebrità”? Eh sì, nell’antica Roma il ruolo dei gladiatori era paragonabile a quello di vere e proprie celebrità. Alla loro entrata nell’arena un grido di esaltazione si levava dal pubblico, risvegliando gli interessi femminili grazie al loro particolare appeal. Per fama si potrebbero paragonare ai calciatori odierni, protagonisti dei “campi di battaglia” ma anche dei gossip sulla bocca di tutti gli appassionati. Giovenale, autore latino del I secolo d.C., ci narra di Eppia, moglie di un senatore, che fuggì con un famoso gladiatore chiamato Sergiolus. Eppure, di questo Adone Giovenale ne sottolinea l’aspetto fisico non propriamente “invitante”: aveva cicatrici su tutto il corpo, gli occhi pesti e il naso deformato dall’elmo.
Il mito del gladiatore non aveva nulla da invidiare ai campioni moderni, nemmeno per quanto riguarda il loro tifo e apprezzamento dal pubblico, dunque. D’altronde, i combattimenti tra gladiatori, i cosiddetti munera, erano l’evento più atteso della giornata al Colosseo, proprio come le domeniche calcistiche. Si raggiungeva quasi la capienza massima dell’imponente arena nel cuore della capitale, ovvero settantamila posti, per questi spettacoli. A patto che di spettacoli si possa parlare. Spettacoli di morte, per lo meno, che hanno reso il Colosseo il luogo sulla Terra dove è morta più gente su una superficie così stretta. Né Hiroshima né Nagasaki hanno prodotto una tale concentrazione di morte. Questo vuol dire che l’umanità dei romani ha giocato a nascondino per più di quattro secoli? Così sembrerebbe, eppure non era una stranezza per quei tempi.
I celti avevano l’abitudine di tagliare la testa ai nemici vinti e di inchiodarla alle travi di casa. Nel caso di nemici valorosi le teste venivano impregnate di olio di cedro ed erano conservate per intere generazioni. In Cina un soldato faceva carriera militare e sociale a seconda del numero di teste mozzate (per praticità facevano fede le coppie di orecchie tagliate e riportate al campo). In Centroamerica gli aztechi vendevano schiavi nemici da usare per i sacrifici (di cui Mel Gibson si è divertito a darci una cruenta immagine in “Apocalypto”). Gli etruschi anche, al loro tempo, facevano sacrifici umani.
E noi? In che modo sfoghiamo i nostri impulsi corporei? Il supplizio è ancora una forma di spettacolo?
La nostra innata curiosità che ci trattiene di fronte ad un programma televisivo che esalta la sofferenza come spettacolo sembra confermare la nostra non-lontananza dai costumi dei Romani. Amélie Nothomb dipinge un’inquietante immagine di un lager moderno ed interattivo tra le pagine del suo romanzo “Acido Solforico”, dove l’intrattenimento planetario scavalca e ammazza quasi definitivamente il senso di umanità di fronte alla sofferenza a portata di schermo televisivo.
L’esigenza istintiva di poter scaraventare fuori di noi i problemi di tutti i giorni non è scomparsa attraverso i secoli, sembra dirci velatamente la scrittrice belga. E ce lo insegnano anche i gladiatori d’oggi, le cui azioni sportive sono spesso messe in secondo piano da eventi di disagio pubblico negli stadi e immediatamente fuori. Gli esempi di attualità sono a portata di mano: un’occasione d’oro per esaltare i valori dello sport e la solidarietà di un’Europa in crisi come i Campionati europei di calcio si è invece trasformata in teatro di disordine sociale e molestia dilagante, come i fiumi di alcol che scorrono senza indugio (nonostante le apposite leggi) tra le mani dei presunti “supporters sportivi”. Gli stadi odierni non hanno nulla da invidiare alle arene antiche, se non per il fatto di aver vestito con gusto moderno l’orrore della sofferenza provocata dallo sfogo irrazionale dei propri impulsi.
17 Giugno 2016 | Vorrei, quindi scrivo
«Sogno un giornalismo moderno, indipendente da tutti, onestissimo nel più rigido e assoluto senso della parola». Parole, queste, che restano nella storia della cultura e dell’informazione e che, mai come oggi, costringono a una dolorosa riflessione. Parole pronunciate agli albori del secolo scorso da Alfredo Frassati, fondatore de La Stampa.
Ad oggi, il giornalismo e l’informazione in Italia si presentano come un unicum nella cultura europea, con caratteristiche a tutti gli effetti sui generis. Lungi dall’essere questo un vanto, purtroppo: la specificità dell’ informazione in Italia si presenta piuttosto come la tendenza al distacco da quella che è la finalità prima dell’informare, ovvero far conoscere dati veri relativi ad un fatto di cui il lettore non è testimone diretto. L’Estero ci guarda con sospetto, i meno sospettosi sono probabilmente gli Italiani.
Michele Loporcaro (Cattive Notizie, Feltrinelli), linguista italiano emigrato in Svizzera, ha cercato di analizzare il modo di fare notizia imperante in Italia; la teoria che ne scaturisce è estremamente interessante ed ha il grande valore di fomentare la coscienza critica del lettore, anche qualora questo non ne condividesse i termini.
Ciò che, secondo Loporcaro, caratterizza il giornalismo italiano è la miscelanza divagante di informazione e intrattentimento. Alla divulgazione di informazioni neutrali e oggettive, il cui fine ultimo é la testimonianza (modo di fare giornalismo che Loporcaro connota come progressista), il giornalismo nostrano avrebbe preferito una sorta di “racconto mitico”, il cui fine ultimo sarebbe scatenare la partecipazione emotiva del lettore, anziché la sua vena razionale e critica (e questo è, agli occhi del linguista, un modo altamente reazionario di informare). Creare un “racconto mitico” partendo da una serie di dati oggettivi, implica un lavoro di narrativizzazione che spesso fa appello alle componenti ancestrali-emozionali del pensiero umano: morte, sangue, amore, sesso. La notizia dunque al lettore si presenta come un coacervo di provocazioni emozionali, che poco spazio lasciano alla sua capacità razionale.
Ovviamente, il confine tra un’infomazione “colorata” di stereotipi emotivi e una reale manipolazione del dato reale è labile. Emozionare il fruitore del giornale/telegiornale/blog/libro può avere il grande vantaggio di distrarlo dal dato informativo reale. Alla base di questo meccanismo vi sono regole linguistiche e retoriche piuttosto banali, quali l’uso di ossimoro e antifrasi – si veda la tendenza a dire una cosa e il suo opposto in sequenza immediata, per annientarne il reale valore informativo – o della metafora, ad esempio calcistica, alla base del discorso politico e non solo (“siamo giunti ai calci di rigore”, in riferimento all’approvazione di una legge), o ancora allusioni a film o libri alla portata di tutti (“quattro cadaveri in cerca d’autore”, in riferimento a un caso di cronaca nera).
Il giornalismo italiano tende poi a una progressiva semplificazione. Che sia questo un valido esempio di democratizzazione della cultura e dell’informazione? Non proprio, poiché semplicità non equivale a chiarezza e, spesso, dietro forme all’apparenza semplici, si celano messaggi complessi e profondi, da cui il lettore deve essere tenuto, per così dire, alla larga. “L’importante è una sola cosa, che non trapeli nulla mai di men che rassicurante”, diceva Pasolini nella sua celeberrima accusa alla televisione.
Distrazione, vivacizzazione, alleggerimento della portata informativa, metodi attrattivi e di captazione dell’attenzione. Basti pensare alla tendenza dei telegiornali ad affiancare notizie importanti a informazioni molto meno rilevanti, quali quelle di gossip, senza soluzione di continuità.
L’addomesticazione dei fatti complessi, infine, presenta dei caratteri piuttosto inquietanti. Essa infatti si realizza non solo attraverso la semplificazione dell’informazione di cui detto sopra, ma, molto spesso, il metodo migliore per allontanare un lettore/osservatore dalla reale partecipazione al fatto consiste nell’assuefarlo a brutte notizie o immagini violente, così da provocae il lui un senso di indifferenza.
Sarà per questo che in un’intervista rilasciata a Mario Llorca, e fruibile su youtube, Erri de Luca ha dato questo consiglio: “Quello che posso consigliare è di diffidare di qualunque versione ufficiale, di contestare e di mettere sotto analisi le parole di qualsiasi versione ufficiale. Quando dicono che fanno delle spedizioni di pace con dei soldati, beh quelle non sono spedizioni di pace: le spedizioni di pace si fanno con gli infermieri, non con i soldati. Se uno si fa imbeccare queste bugie, queste informazioni deformate dal Potere ufficiale (…) è più debole.”
Ma attenzione: eccezioni non mancano al modo, tutt’altro che oggettivo, di fare giornalismo di cui detto finora. I difensori di quel giornalismo onestissimo in cui credeva Frassati sono certamente più numerosi di quanto il sistema negli ultimi anni ci abbia consentito di vedere. Ma, soprattutto, il numero di reali “informatori” è forse destinato a crescere, anche grazie al web e ai nuovi mezzi di comunicazione.
In ogni caso sono i fruitori a fare la differenza: se consapevoli dei meccanismi che la regolano, sapranno certamente fare un uso cosciente e positivo di ciò che l’informazione italiana può ancora dare.
Simona Bianco