23 Marzo 2017 | Vorrei, quindi scrivo
Ha la faccia di uno che si chiama Marco, e quindi lo chiamerò così, anche se il suo nome è un altro. La prima cosa che noti, del suo piccolo volto, sono gli occhi enormi che vedi attraverso gli occhiali da miope. Capelli scuri, barba folta, ma con la parvenza di essere lavata. Sorride, a volte, quando finisce una frase. I denti tutti separati e piccoli. Ma sorride, alle sue battute, dopo averci visto ridere. Indossa qualcosa che sembra un pigiama, infatti è notte ormai, ma dice di non aver freddo. Ci avviciniamo al suo letto fatto di coperta, scatoloni smontati e pavimento. La sua stanza è il portico di via Roma. Pochi passi a destra e il suo soffitto è il cielo. Ci accoglie con le gambe incrociate, a piedi scalzi. C’è puzza, ma lui lo sa. Sui polsi, sulle caviglie e sul collo si intravedono dei tatuaggi. Dice di averne un’ottantina, su tutto il corpo. Ne va fiero. Punk Rock, dice quello sulle nocche della mano sinistra. Marco è un artista. Lui sa suonare la chitarra, sa cantare. Faceva parte di una band, che si è sciolta poi, dice, per colpa sua. Marco stava avviando un’impresa agricola. Lui è perito, ha studiato. Marco è giovane, ha trentadue anni, ma è padre da dieci: Anna. Le vuole bene, e dice di lei che ha una passione per l’arrampicata. E che è già grande per la sua età, ma diventerà ancora più grande. Non ci ha detto in che senso, ma era sottinteso. Andava tutto bene, ma poi ad un certo punto un eccesso di responsabilità – dice sempre lui, senza cambiare tono di voce– ha provocato il declino. Si chiama eroina. All’inizio era una cosa diversa da provare, poi è diventata una possibilità di evasione dal mondo. L’eroina lo ha salvato, all’inizio. Ma dal sollievo poi è stata la merda. Scusate i toni poco poetici, ma senz’altro autentici. Quella merda ha rovinato tutto – dice lui.
Marco aveva paura di crescere. E forse, non sapendo come fare, ha tentato nell’unico modo che si è trovato tra le mani. Con una siringa tra le dita e uscendo di casa per sempre. Quanto con le nostre mani possiamo farci del male, nella più totale convinzione e volontà di cercare di stare meglio. C’è silenzio tra una sua frase e l’altra, un silenzio che lo spinge a parlare, non di qualcuno che non sa più che dire, e che spinge noi ad ascoltare. L’incastro perfetto che combina i nostri animi che in quel momento senza tempo diventano luogo fisico di scambio e di sfogo.
Siamo cinque noi, questa sera. Anche se è la terza volta che scendiamo in strada, è la prima volta che abbiamo di fronte Marco. Gli chiediamo se ci ha provato a cambiare vita, se non sente la voglia di ricominciare. Se non esistono delle comunità che aiutano ad uscire dalla droga, dalla dipendenza, dalla strada. Se non ha mai chiesto aiuto. E io la sento la vita che scorre nelle domande dei miei compagni, scoppia proprio nei punti di domanda, perché siamo giovani – dice lui- e ci ostiniamo a non arrenderci di fronte ad una vita marcita in dieci anni di droga. Marco non è finito lì, noi lo sappiamo bene questo. Marco ci dice di aver provato ad andare in quelle comunità. Per qualche mese resiste, ma poi non ce la fa più. Ci dice di non essere fatto per questo mondo, se non quello che pulsa sotto ai portici di via Roma. Ora è fuori dalla droga. Quando gli viene voglia di farsi prende il metadone che gli danno i medici. Ma a volte non basta, così ne prende una dose in più. La compra quella. Il metadone, come l’eroina, la trovi per strada, lo spacciano. Lui a volte lo vende, si fa dieci euro così. E quando gli serve ruba scatolette di tonno al supermercato, e poi le rivende per comprarsi quella dose di metadone in più che lo salva da certe sere. O dalla sua mente.
Ride quando sparla del suo dirimpettaio pugliese senza dimora pure lui, che esalta le sue doti canore, ma Marco dice di cantare meglio di lui. Improvvisamente la sua voce si fa seria quando ci confessa che in realtà lo stima, perché vorrebbe anche lui credere così fortemente in qualcosa, così come il pugliese crede nella sua voce.
Chiede se qualcuno di noi fuma. Vale gli dà qualche cartina, del tabacco e dei filtri. Noi altri non fumiamo. Lui se ne gira una e se l’accende. Aspetta il suo compagno di letto, che è stato sbattuto fuori di casa, così Marco si è offerto di condividere con lui la sua camera che dà sul cielo.
Marco ci dice che dentro sente quella voglia di ricominciare, rispondendo ad Andrea. Ma si conosce: i limiti e le regole, il nostro mondo, al quale lui stesso appartiene, lo faranno impazzire. E da lì, poi è un passo il bucarsi. E poi alla fine gli risponde che in fondo sta bene così com’è.
Marco, trentadue anni, una figlia da dieci, la strada come casa, un amico con cui condividere il pavimento, buchi nelle vene, senza credere in niente, lui sta bene così. Marco dice di stare bene così, ma con voce che per la prima volta si incrina, allontanando un po’ lo sguardo. Sembra quasi vergognarsi.
E Andrea che non capisce come un uomo così giovane certamente non ancora finito possa non trovare la forza di vivere davvero. Andrea che c’ha il sole dentro, che crede fermamente in tante cose, lui che è fatto non di sangue e carne ma di forza d’animo e fiducia e le vede ovunque le cose belle, ma rimane senza fiato alla dichiarata rassegnazione di Marco. E Diana che sa che lui può ricrearsi dalle sue ceneri –tutti possono- partendo dal suo essere artista, dal suo talento che è ciò che più lo valorizza. Lei, artista pure lei, conosce il potere curativo della creatività.
Siamo giovani e siamo pieni di vita, e vogliamo farla vedere a lui, proporgli un ventaglio di possibilità, per ricordargli appunto che non è finita. Lui deve ricordarsi delle cose belle che ha dentro, che dentro non ha solo il putrefatto della droga e delle responsabilità, che la vita è anche altro, anche se forse, in trentadue anni non l’ha mai visto. Eppure noi, che strabordiamo di ingenua energia, rimaniamo senza domande quando ci dice che lui sta bene così.
Perché la verità, è che nemmeno nelle nostre tristezze più buie, nelle nostre più dolorose lacrime, nei nostri lutti inaccettabili e nelle nostre giornate prive di senso, noi quella melma non l’abbiamo mai provata. Forse è questo nostro non sapere davvero com’è, ciò che ci fa conservare questa energia, questa voglia di non stare mai fermi, di darci da fare, di scegliere ogni giorno di essere felici, nonostante i se e i ma, senza arrenderci di fronte alle delusioni e alle responsabilità.
Sono ritornata a casa con la vita di Marco appesa allo stomaco, chiedendomi fino a che punto uno possa stare male per capire di non stare bene. Un po’ mi spavento, di come a lui sia toccata una vita Borderline, come porta scritto sul piede, al posto delle scarpe, e a me, del tutto casualmente, un futuro, che in un modo o nell’altro, mi è comunque garantito.
Non ho saputo rincuorare l’incredulità dei miei compagni, mi piomba in mente forse il motivo, sulla strada di casa.
Perché se io fossi Marco, trentadue anni, una figlia da dieci, la strada come casa, buchi nella pelle, senza credere in niente, forse, anche a me, dopo un po’ andrebbe bene così. Mi chiedo se davvero avrei la forza, un motivo per risollevarmi. È che quando una dipendenza ti prende, te la tieni per tutta la vita. Anche se ne esci, anche se l’accetti, anche se non sei finito e lo sai. Si fa viva nei momenti in cui abbassi la guardia, in certe sere, nella tua mente. Un momento di debolezza, e lei ti rende forte. Ed è cosa reale, si vede nei buchi nella pelle. Perché quello è il tuo modo, anche se sbagliato, di cercare di stare meglio: siamo uomini e vogliamo sempre il bene per noi stessi, anche se ce lo procuriamo facendoci del male.
Ho la vita di Marco appesa allo stomaco perchè penso che qualche biscotto, un succo di frutta, una sigaretta, una maglietta, una chiacchierata con degli sconosciuti non bastino a risolvere una vita. Prego che però magari non sia così, forse con la stessa ingenuità che mi fa conservare l’energia. Mi obbligo a pensare che una sera possa fare qualcosa. Almeno una scintilla. Un piccolo seme che un giorno possa cambiare le cose. Che possa cambiargli la vita.
19 Marzo 2017 | Vorrei, quindi scrivo
Parla con la sua voce squillante mentre, con lo sguardo a volte timido, incrocia la gesticolante mano destra. Poco per volta prende coraggio e inizia a guardare negli occhi i giovani che ha di fronte, chiamandoli ad essere presenti per davvero. D’altronde il tema dell’incontro è “la concretezza”.
Riccardo, giovane curato, ama incontrare i giovani e raccontare attraverso un alternarsi di musica e parole la propria esperienza. Perché, in fondo, essere concreti non è produrre, è stare nella vita.
Vicino a lui la solita cassa da cui escono pezzi musicali che spezzano il discorso.
Ad un tratto Daniele Silvestri canta, in Il Viaggio (pochi grammi di coraggio), che “fondamentalmente io forse non ho mai aspettato niente”. E ancora “lo sguardo di uno che era di passaggio”. Chissà che non fossero proprio questi i pensieri di Zaccheo quando salì sul sicomoro (LC 19,1-10), perso nella praticità di riscuotere le tasse, lontano dalla concretezza della vita terrena fatta di sguardi, abbracci, gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso.
Si può immaginare un mago della finanza che tra un titolo che sale e un cambio di valuta sappia fermarsi, aspettare e lasciarsi guardare?
Concretezza non è solo dare, è anche ricevere. E’ ammettere la propria finitezza, il bisogno di gesti di amore altrui, di regali, di parole, di rimproveri e incoraggiamenti. Essere umani è anche questo, di sicuro non è essere dei robot invincibili.
Etty Hillesum, nel suo Diario, ringrazia per i giorni di stanchezza e inadeguatezza perché erano momenti di riposo per l’anima e di rinascita interiore e, se a scriverlo è una donna che ha vissuto la rappresaglia nazista e il campo di concentramento senza mai perdere la forza e la fiducia nella vita, qualcosa di vero e profondo sicuramente è nascosto in quelle righe.
Tra questi discorsi un po’ troppo elevati per la quotidianità di uno studente universitario, Riccardo inizia a parlare della sua mattinata, fatta di cambiamenti: invita a immaginare quella voglia di ribaltare tutto, di creare scompiglio per poi capovolgere il senso delle cose. Poi stimola a pensare alla camera da letto di un giovane ragazzo con libri impilati ovunque, fogli volanti e il letto disordinato. Infine invita a riflettere sulla ricerca di essenziale che invade ogni persona: poche cose, poche ansie, leggerezza, quel lui o quella lei.
Riccardo ha trascorso la mattinata a riordinare camera, spostando i mobili da un posto all’altro per esprimere la propria essenzialità interiore, perché ogni gesto compiuto è l’arte di concretizzare i pensieri del proprio cuore.
Mentre parla, dalla finestra di una sala del quinto piano di un palazzo nel centro di Torino, veleggia una grande insegna di un mobilificio che pubblicizza una camera da letto spoglia, con un armadio pensato su misura, un letto incastrato e una scrivania ad angolo con luce incorporata nel muro. Insomma, una camera da letto definita essenziale, con la scritta “Dormendo così i pensieri tornano in ordine”.
Da un lato un folle curato che con il suo ordine interiore modella i luoghi esterni, dall’altra una società che ha bisogno di luoghi ordinati per modellare se stessa. Proprio come Zaccheo: prima un po’ società che necessitava che i conti quadrassero per trovare pace in se stesso, poi esempio per il giovane sacerdote che, trovato un senso, cerca di concretizzarlo nel vivere quotidiano.
In questa vita che, come canta Fiorella Mannoia, “Per quanto sembri incoerente e testarda se cadi ti aspetta”, siano benedetti i limiti e i fallimenti che fermano e che tornano a far “apprezzare quello che non ho saputo scegliere”, continua Riccardo. A dirla tutta, però, a scrivere questo è Marco Mengoni in, appunto, “L’essenziale”. E la concretezza è essenziale.
Concretezza è lo sguardo di quell’uomo che si ferma e si autoinvita a casa di Zaccheo senza troppi discorsi esistenziali. Perché tra essere o dover essere, quel “dubbio amletico contemporaneo come l’uomo del neolitico” (F. Gabbani, Occidentali’s Karma), non c’è nulla di più concreto dell’amore: l’amore fa gesti, fa capriole, inventa favole e canzoni, gioca a nascondino e spettina i capelli, illumina gli occhi e fa tremare il cuore.
Nella sua concretezza, come conclude Riccardo con le parole di Mengoni, “l’amore non segue le logiche”, semplicemente passa, “ti toglie il respiro e la sete”.
E per l’amore che passa non si è mai in ritardo, ma sempre puntuali al minuto scoccato.
26 Febbraio 2017 | Vorrei, quindi scrivo
Cara *,
mi dispiace non poterti chiamare per intero, perché il tuo nome sembra esprimere la sensazione di forza che emani, ma ho l’obbligo di proteggere la tua identità. Come si fa con i supereroi.
Non sei la prima bimba senza capelli che vedo, ma sei la prima che mi sembra perfettamente normale così. E mi chiedo quanto sarai bella quando torneranno, anche se non riesco ad indovinare di che colore sono.
Con i “tle” anni che dichiari tutta orgogliosa, mostrando anche il numero con la mano e con l’aria da grande, sei andata e tornata dall’inferno. Quello vero, non quello in cui un po’ tutti i grandi si sentono ogni tanto. Un inferno con un nome difficile, da cui sei tornata senza capelli e con un paio di gambe diverse da prima. Sei dovuta stare ferma, immobile, e appena hai potuto hai liberato tutta l’energia che hai accumulato e l’hai lasciata esplodere nel nostro ambulatorio.
Hai riso, giocato, giurato di non essere stanca quando noi grandi pensavamo di sì. Ti sei guardata nello specchio sorridendo, come a fare una promessa a te stessa. Hai camminato, tanto, su quelle gambe che ancora non ti reggono come vorresti, ma che non ti fermano, perché tutta la forza che hanno perso si è spostata da qualche altra parte.
Hai imparato a sfruttare tutte le possibilità che i tuoi muscoli e i tuoi nervi ti danno. Sei riuscita ad essere una bimba di tre anni, indipendentemente da tutto il resto. E sei riuscita a farti guardare ammirata, mentre cammini sorridendo in corridoio, da tutti i grandi che forse, forti come te non si sono sentiti mai.
Dici di voler camminare da sola, senza appoggiarti da qualche parte. Dici “ho sognato che corro”, e spezzeresti il cuore di chiunque ti senta.
Ma oggi, mentre eri appoggiata a me, c’era tutta la vita del mondo negli occhi di una bimba senza capelli che non sapeva se tenersi alla mia mano o fidarsi delle sue forze. E ho capito che ci stavamo tenendo a vicenda, io ad aiutare il tuo equilibrio e tu a scuotere i miei occhi da grande, perché perdessero i filtri che mi nascondono tutta questa bellezza. Tutta questa incontenibile voglia di crescere.
Quando mamma ti ha detto di rallentare, hai risposto “tai tanquilla, non cado”, ed eri talmente determinata che abbiamo capito che avevi ragione. Ti sei lamentata quando ti hanno seduta nel passeggino, volevi camminare ancora, non eri stanca. Eppure avevi portato un uragano, in ambulatorio. Come si fa a non essere stanchi, dopo aver portato un uragano tutto da soli.
Forse quell’uragano è solo vita, nella sua forma più autentica e più luminosa, così forte da fare quasi male, così vera che non ci siamo abituati.
Non capita spesso di vedere un uragano che si mostra con tutta questa semplicità e con tutta questa fierezza, in una bimba senza capelli.
Grazie, piccolo Inno alla Vita.
16 Febbraio 2017 | Vorrei, quindi scrivo
Si sedette alla scrivania, con la voglia di scrivere. Gli piaceva lasciarsi guidare dalla penna, le prime righe erano sempre una scoperta. Poi, improvvisamente, un’idea, un’illuminazione. No, una vera e propria ispirazione. Tra le labbra un sorriso, e via, iniziava a creare. Cosa? Non lo sapeva ancora con esattezza, ma ormai la sua mente aveva un’idea, una meta. Il bello era scegliere, tra un’infinità di modi diversi, come giungere a destinazione.
Teneva sempre a mente la sua prima volta, mentre componeva: quel giorno aveva davanti a sé un blocco di fogli bianchi, alto e largo quasi quanto la sua testa, una penna blu e tanta voglia di lasciare una parte di sé su quella carta. Non sapeva però come iniziare, non aveva qualcosa da scrivere, ma solamente un forte desiderio di farlo. Non sapeva ancora che tutto ciò sarebbe diventato parte della sua vita. Quella volta i fogli furono un po’ maltrattati, d’altronde il tempo gli avrebbe insegnato che per scrivere ci vogliono solo tre ingredienti fondamentali: la fantasia, la pazienza e la conoscenza di se stessi. La fantasia non mancava, ma aveva ancora molto di sè da conoscere. Di pazienza poi ne aveva ben poca quel giorno, aveva solo dieci anni.
Ricordava sempre quel momento prima di iniziare, in modo da poterlo fare con un sorriso. Ecco, un sorriso, o una lacrima, o qualsiasi altra emozione. Quando qualcuno leggeva i suoi scritti le cercava quasi ossessivamente nei volti, negli occhi, tra le pieghe delle labbra. Si nutriva di ciò, la sua giornata diventava autentica quando riusciva a capire cosa aveva trasmesso, come si sentiva il lettore subito dopo aver terminato di leggere. Voleva incontrare i suoi lettori, parlarci, conoscerli.
Un giorno però non riuscì ad ascoltare nulla, semplicemente perché la persona che le si presentò davanti non parlò, disse solamente: “Indovina ciò che provo”. Davanti a lui sedeva una ragazza, non l’aveva mai vista, ma quando la guardò negli occhi si perse. Ci vollero cinque minuti per ricordarsi di ciò che stava facendo e cosa gli era stato detto. Non rispose nulla. Lei si alzò e andò via, senza dire altro.
Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che aveva provato qualcosa del genere. Lasciò l’incontro e corse a casa. Era di nuovo quel bambino di dieci anni, era impaziente, aveva la testa piena d’idee, ma non sapeva più chi era. Un semplice sguardo gli aveva tolto ogni certezza. Piangeva, o forse fuori pioveva. Non sapeva se l’avrebbe rincontrata. Cosa le avrebbe detto? Proprio lui, che non credeva nei colpi di fulmine, che li giudicava così stupidi.
Trasformò ciò che aveva dentro in carta ed inchiostro:
Se solo il mio cuore fosse una penna
e tu la mia pagina,
ti bacerei lentamente d’inchiostro,
e con la mia punta mi svelerei su di te.
Sulla tua pelle rimarrei impresso per sempre,
così che tra una venatura e l’altra
chiunque potrebbe scorgere il mio amore.
Qualche giorno dopo lei tornò ad un incontro. Gli si sedette davanti, stava per dire qualcosa ma lui la interruppe.
“Sai quali sono i tre ingredienti principali che servono per scrivere?”
Lei, sorpresa, rispose: “No, quali?”
“Nessuno”. E le diede un pezzetto di carta.
5 Gennaio 2017 | Vorrei, quindi scrivo
Caro prof,
ormai siamo quasi a metà dell’anno scolastico e ho il piacere di consegnarti con umiltà queste lettera con la speranza che tu possa leggerla, gustarla, apprezzarla o stracciarla, a patto che le tue mani possano toccarla concretamente, come ti auguro di fare con tutte le ferite e le gioie degli allievi che da lunedì ti ritroverai in classe.
A partire da gennaio si può parlare di secondo tempo in ambito scolastico: dopo la pausa di 15 giorni per le vacanze natalizie, dove ci si rifocilla un po’, non con un tè caldo ma con panettoni e cenoni interminabili, inizia la vera partita, quella che stabilisce il vincitore al triplice fischio finale di giugno. Ogni allievo avrà un obiettivo diverso e anche ogni professore ambirà a un risultato differente. Non oso neanche citare la volontà di qualche insegnate di diminuire il numero di allievi in classe perché ingestibile o il desiderio di regalare alti voti per lavarsi le mani di fronte alla possibilità di esami di riparazione a settembre. Almeno spero che la tua ambizione sia quella di lasciare il segno nel cuore dei tuoi ragazzi, di iniziare in loro il compimento di un progetto di vita futuro che non si fermi al completamento del programma o al raggiungimento di un voto superiore alla sufficienza.
Desidero, però, condividere con te anche questa piccola riflessione che un preside di liceo americano aveva l’abitudine di scrivere, a ogni inizio di anno scolastico, in una lettera ai suoi insegnanti: “Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi da diplomati di scuole superiori e università. Diffido – quindi – dell’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani” (Les mémoires de la Shoah, in “Le Monde” del 29 aprile 1995).
Credo che il testo parli abbastanza da sé e non saprei che altro aggiungere di fronte a tanta verità. Infatti la verità è così: ormai dimenticata, perché ritenuta impotente in un mondo di maschere pirandelliane, da poter disarmare anche i più forti.
Di sicuro potrebbe essere facile ribattere a questo preside sostenendo che la quotidianità di una classe di adolescenti in cerca di se stessi non è una confortevole crociera verso il diventare persone adulte e mature, ma una lotta dove, per farsi valere, è necessario utilizzare il pugno di ferro.
Prof, per piacere, non cercare giustificazioni. Combatti anche tu con te stesso come tutti quei trenta allievi che lottano con se stessi già la notte, magari non chiudendo occhio prima di venire a scuola perché persi in una battaglia senza speranza, dove il sogno di realizzarsi nel proprio futuro si scontra con l’unisona voce di un mondo consumistico e iperattivo che fa del piacere la propria unità di misura, annientando gran parte dei desideri realmente umani.
Tra le mani, prof, hai tutto per poter rendere i tuoi ragazzi umani: la tua storia, la tua passione, la tua identità. E se tutte queste cose non bastassero o fossero segnate da tormenti, non ti resta che affidarti a quegli studi che ti hanno accompagnato per tutta l’università fino a condurti a diventare insegnante. Dante risolve ogni problema d’amore, Pitagora trova soluzioni quando sembrano impossibili e Brunelleschi costruisce cupole anche quando ogni progetto risulta irrealizzabile. Per piacere, racconta tutte queste bellezze con la tua voce che si spezza di fronte a un verso indescrivibile o a una costruzione memorabile, con quelle parole che ti appartengono, che sono talmente tue da salvare gli allievi e te stesso facendo memoria del significato più profondo nascosto dietro alla lezione che mi stai spiegando. Vorresti farmi credere tu, professore di biologia, non ti sei mai emozionato davanti alla meraviglia dell’incontro tra un ovulo e uno spermatozoo o tu, professore di fisica, non ti sei mai esalto di fronte a semplici formule che spiegano la luce e la sua propagazione nell’universo? Appassiona con questi racconti, con queste teorie i tuoi ragazzi. Usa parole vere, donacele, ormai mancano in noi. Sempre più leggiamo per informarci, ma sempre meno gustiamo le parole. C’è una grande carenza nel vocabolario di noi giovani. Abbiamo poco per volta perso la ricchezza del nostro linguaggio verbale saziando il vuoto prima con Ruzzle e adesso attraverso le emoticon di Facebook: non ci sforziamo neanche più di cercare le parole, esprimiamo i nostri pensieri con un semplice clik su un pollice alzato o un cuore.
La parola è nient’altro che un suono che rimanda ad una realtà, eppure non sappiamo più rimandare il nostro pensiero a nessun altro significato oltre quello che si presenta davanti ai nostri occhi. Creatività e immaginazione sono scomparse: forse perché il programma da portare a termine durante l’anno scolastico non permette piccole evasioni, anche se approfondimento di un argomento proposto?
Chi fa delle proprie parole un’arte e un mestiere cerca di raccontarci la realtà, di entrare nelle nostre menti con “canzonette” pop che passano in radio. Eppure a volte le rifiutiamo perché apparentemente banali, non musicalmente elevate o, forse, le sentiamo senza ascoltarne una parola. Pensare che la stessa cosa succedeva alle vicende di Ulisse nell’antico mondo greco: una narrazione troppo banale per essere considerata espressione della realtà all’epoca, riscoperta come guida e opera eccelsa oggi.
In uno dei suoi ultimi singoli, J-AX, insieme a Fedez, Stash e Levante, canta: “Da bambino ero felice quando nevicava, adesso blocca il traffico, rovina la giornata”. Parole semplici, ma così vere che ormai non hanno quasi più peso perché la nostra umanità sembra essersi abituata a questa realtà, come se non valesse più la pena alzare lo sguardo per meravigliarsi di fronte a quelle manifestazioni sorprendenti della natura e di quel pianeta che ci ospita. Troppo spesso la stessa situazione si ripresenta in classe tra i banchi. Ragazzi disillusi di fronte a opere e scoperte che hanno radicalmente cambiato il vivere dell’uomo cercando di spiegarne i misteri più profondi, con insegnati scoraggiati che non sanno ritrovare il rotolo della matassa.
Partendo dal presupposto che le vicende politiche e ministeriali sembrano troppo spesso dimenticarsi della scuola, perché non ripartire da coloro che fanno la scuola? Senza allievi e insegnanti la scuola, infatti, non esisterebbe.
Per piacere, prof, questa volta non cercare surrogati. Ogni allievo si affida a te, si mette nelle tue mani. Non hai mai pensato alla grandezza e alla bellezza della tua responsabilità? Rendere umano un adolescente in cerca di risposte esistenziali nella vita. Certo, non sazierai tutti i vuoti e non darai risposta a tutti i dubbi, ma tu, prof, puoi iniziare a tracciare il sentiero.
Un proverbio ebraico recita che chi semina datteri non mangia datteri, ma non per questo un papà si rifiuta di piantarli per i propri figli. Ecco, come studente posso prometterti che se tu ci sei e non ci fai, se ti mostri fragile, mi presenti i problemi, ma non mi abbandoni ad un altro anno frustrante che mi rende ancor più frustrato nella vita, noi studenti torneremo un giorno da te e ti abbracceremo sussurrandoti qualcosa di simile al testo dell’ultimo singolo di Robbie Williams: “Pregherò (desidererò) di darti tutto ciò di cui tu hai bisogno, così un giorno tu mi dirai: – Amo la mia vita, sono pieno di energie, sono bello, sono libero”.
Queste parole sono l’espressione migliore per ricordarti, caro prof, che tutto quello che donerai ai tuoi alunni tornerà a te.
Ti auguro il meglio prof, di camminare, correre e volare in questo secondo tempo. Ti assicuro che così “sbaraglierai tutto ciò che non era vita e non scoprirai in punto di morte che non eri vissuto” (Thoreau) e che noi studenti non chiediamo tutto a te, sappiamo che anche tu sei fragile e sei umano, ma solo tu puoi appassionarci in una singolare maniera.
Prova a fidarti per una volta dei tuoi studenti: il meglio arriverà. Ricordiamoci a vicenda che “che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità, che il potente spettacolo continui e che tu puoi contribuire con un verso” (Whitman) e il viaggio in questo mare sarà leggero, essenziale. Diventerà quasi bello naufragare nel mare della scuola.
16 Dicembre 2016 | Vorrei, quindi scrivo
Chi non ha mai sognato di ricevere qualcosa di nuovo? Di alzarsi la mattina di Natale e trovare qualche regalo solo da spacchettare? Ma non solo: dei nuovi amici, un nuovo naso e delle nuove orecchie, un nuovo lavoro, un nuovo papà,… Insomma, una novità per segnare una nuova nascita nella propria vita come quelle sere che si va a letto con la convinzione che dal mattino dopo tutto cambi. E non è nuovo che il giorno dopo nulla cambi.
Paul ha 19 anni, è originario della Repubblica Centraficana e per arrivare in Italia ha attraversato tutta l’Africa sahariana con camionette di fortuna o camminando a piedi scalzi lacerati sul deserto ardente. Una traversata lancinante per approdare in Italia in cerca di quella novità negata nel suo paese natale: un nuovo lavoro, un nuovo senso a quella crudele esistenza che l’ha condannato a scappare dal proprio paese, un nuova vita.
Com’è triste fuggire. Com’è umiliante rinnegarsi di fronte alla propria terra natia ormai solo più terra di parti. Chi nasce, scappa: fisicamente o mentalmente non importa, viverci in tutto e per tutto è deleterio.
Paul ride e ha una cicatrice sulla guancia, segno di una sigaretta spenta sulla sua pelle. Paul parla italiano e dopo tre anni di scuola in Italia ha letto una versione semplificata dell’Odissea. Prima di partire aveva promesso a sua nonna analfabeta che avrebbe studiato e letto tanti libri. Promessa è, promessa mantenuta.
Paul si paragona a Ulisse e benedice tutta la sua storia. Benedice di essere nato in Africa, di aver attraversato il Mediterraneo e dormito per terra in stazione in Italia. Paul è folle.
Alla domanda sul perché benedice tutto questo risponde: “Ogni giorno una signora anziana veniva da noi ragazzi immigrati a portarci un panino al centro di accoglienza. Non parlava con noi, ci dava solo un panino e con una carezza sul volto ci salutava. Nessuno, mai, aveva fatto così con me. Senza aver trascorso notti stipato nella stiva di un barcone non avrei ricevuto i suoi panini e le sue carezze.”
Io non credo a questa risposta, è troppo impossibile che bastino dei panini e della carezza. Intanto Paul continua a ridere.
Da domani inizierò anch’io a prepare panini per cambiare tutto: genitori, amici, lavoro, naso, vita. Non cambierà niente e nessuno, i panini cambieranno tutto, parola di Paul.
Intanto stasera vado a letto con questo pensiero.