6 Gennaio 2020 | Vorrei, quindi scrivo
Sa di tempesta questa tua sera:
ha il sapore di nuvole bionde
violente, grano danzante;
ha il colore di nebbie iridate
inquiete, monti morenti.
Col silenzio d’un lampo d’affetto
la mia notte la sveli nascosta
fra i tuoni di pioggia, brutte virtù:
paura d’un Tutto ululante.
Dalla nostra bufera sgorgata,
l’edera dalla mia terra stuprata
cresce e ti strappa il tuo sole
e sarà poi dei fiori di spine.
Non guardar le sinuose Gorgoni,
ma la serpe che abbraccia il tuo tronco!
Ché una bestia non sa più di amore
se il buio morde mente e parole:
scappa Edith, non tornare mai più.
Seduto al tramonto del mondo, carezzo
Maestrale che estingue il mio fuoco,
e vivo l’eterno ricordo dell’Odio:
è un altro
novembre
d’estate.
PL
13 Dicembre 2019 | Vorrei, quindi scrivo
Fin da quando siamo piccoli ascoltiamo ciò che succede attorno a noi. Per essere più precisi, l’apparato uditivo inizia a formarsi alla nostra ventesima settimana, quando ancora siamo nella pancia della mamma. I suoni che percepiamo stanno al di là del nostro guscio protettivo ed è così che cominciamo a conoscere il mondo esterno, ancora prima di vederlo. Tramite l’udito ci creiamo i ricordi, riconosciamo le persone e, facendoci attenzione, anche i luoghi. Infatti ogni posto ha un suono diverso, ogni città, ogni stanza della nostra casa. Il silenzio non esiste, neanche quando pensiamo di starlo ad ascoltare. Però attenzione, sentire e ascoltare sono due cose completamente diverse. Sentendo captiamo i rumori, ascoltando li assimiliamo, li memorizziamo e li comprendiamo.
Questo è ciò che mi ha raccontato Chiara Luzzana al MARKETERs Festival a Vicenza, durante un sabato mattina uggioso di novembre. Chiara ha sempre amato il rumore, il suono. Da piccola suonava la chitarra, il pianoforte e per poco non ha cominciato a frequentare anche lezioni di batteria. Crescendo ha capito che poteva fare di questa passione il suo lavoro. Oggi Chiara è una compositrice, sound designer e artista sonora, registra i suoni della vita di tutti i giorni e traduce la realtà in musica. Da più di 10 anni partecipa a progetti, sperimenta e costruisce microfoni e strumenti per l’ascolto degli oggetti quotidiani. «Quando lavoro con i suoni sono un’esploratrice, li devo scoprire nei lati più nascosti. Mi piace dare voce a ciò che è nato senza».
Il suo primo grande progetto è stato realizzato per la mostra Swatch Faces 2015. La sua idea è stata geniale e del tutto innovativa. Come ha detto lei, si è rinchiusa in una sorte di bunker in Germania e si è fatta dare tanti e diversi modelli di orologi Swatch. Ha rivelato che ognuno di essi produceva un suono diverso, generati dallo scatto della lancetta, dalla vibrazione del vetro, dal rumore della chiusura e apertura del cinghietto. Grazie a dei microfoni appositamente costruiti e al suo udito impeccabile, Chiara ha creato la colonna sonora per la pubblicità della Swatch, realizzata esclusivamente con i suoni degli orologi. Un esperimento del tutto nuovo, unico e inimitabile.
Il capolavoro di Chiara è però stato, senza dubbio, The sound of city. Nel 2014, l’artista ha iniziato a viaggiare in giro per il mondo, visitando le sue caotiche metropoli. Ha ascoltato ciò che la circondava, è andata alla ricerca dei luoghi più nascosti e intimi, ma ha anche esplorato i più comuni. Per Chiara le città sono una fonte preziosa di riflessione. Ogni rumore casuale diventa musica. Ha confessato che per riuscire a camminare a caso per la città per 24 ore e stare attenta a ciò che la circonda, deve imporsi alcune regole, perché altrimenti rischia di essere troppo vaga. Deve prepararsi fisicamente e mentalmente, perché, aldilà degli aspetti piacevoli della musica, questo progetto è faticoso sotto molti aspetti. Però di base c’è un principio che per lei è inalienabile, ed è che per raggiungere il piacere, occorre fare fatica. Per lei il suono è anche fatica: «La registrazione perfetta è fatica».
La prima città ad essere registrata è stata Shanghai, ora la sua colonna sonora si può trovare su Youtube, il suo primo ascolto da parte del pubblico è stato ad ottobre 2016 alla Biennale di Shanghai e al TEDx. Ha poi anche esplorato Milano, New York, Zurigo, Tokyo, Venezia.
«Ho ideato e creato il progetto mondiale The sound of city per indagare nell’intimo sonoro di ogni “giungla di cemento”. Ogni luogo ha qualcosa da raccontare ed un’anima da mostrare; io trasformo in musica quei suoni, quelle frequenze armoniche e quei rumori, che nella vita quotidiana passano inosservati. Ed è così che un semaforo diventa un sintetizzatore, un clacson, un sassofono, tombini drum machines e vociare orchestre d’archi».
Chiara mi ha trasmesso un’enorme voglia di esplorare, di girovagare per i luoghi remoti del mondo. Di arrivare su un’isola deserta, in cima ad una montagna o un grattacielo, rimanere zitta e provare ad ascoltare. Trovare il ritmo, la melodia e la connessione con ciò che realmente mi circonda.
7 Dicembre 2019 | Vorrei, quindi scrivo
Il cuore è randagio fra neon e cemento,
in bocca ho il ricordo del tuo gelsomino,
sa di amor sussurrato alla luce di notte:
il guinzaglio sottile si svela al mattino.
I due amanti proibiti si fondon nel vento,
un androgino in aria, sospeso, divino
che tinge d’oceano il mio buio di rotte:
lo schiavo cosciente ha peggiore destino.
PL
13 Novembre 2019 | Vorrei, quindi scrivo
«Ai giorni nostri la solitudine è il nuovo cancro, una cosa vergognosa e imbarazzante, così spaventosa che non si osa nominarla: gli altri non vogliono sentire pronunciare questa parola ad alta voce per timore di esserne contagiati a loro volta, o che ciò possa indurre il destino a infliggere loro il medesimo orrore». Questa citazione è senz’altro molto significativa per introdurre il tema centrale che ruota attorno al meraviglioso romanzo di notevole successo da cui essa stessa è tratta, ossia Eleanor Oliphant sta benissimo (2018), opera d’esordio di Gail Honeyman. Solo di recente infatti il tema della solitudine sta ritornando all’attenzione generale dei media come problema sociale diffuso, in quanto, paradossalmente, in un mondo febbrilmente connesso e iperattivo come quello di oggi, la solitudine emerge per contrasto. Siamo troppo soli perché ci sembra di essere costantemente al centro del mondo (grazie ai bombardamenti che ci arrivano dai social, dalle pubblicità), ma poi scopriamo che in realtà siamo terribilmente defilati, e occupiamo un infinitesimo spazio nella miriade di persone che vive su questo pianeta.
Eleanor Oliphant, protagonista del romanzo, rappresenta un modello apparentemente inconcepibile per tanti, eppure più diffuso di quanto si possa pensare: è una giovane donna che vive da sola e non ha relazioni sociali. Lavora dal lunedì al venerdì in un ufficio di Design in cui gestisce la contabilità, torna al venerdì sera a casa e passa il week end a bere wodka e dormire. Spesso non apre bocca per parlare con qualcuno per tutto il week end. Eppure, Eleanor continua a ripetere di «stare benissimo», di non aver bisogno assolutamente di nessuno e di cavarsela egregiamente. Non appena il lettore la segue nei rarissimi scambi verbali che ha con i suoi colleghi, capisce che Eleanor ha problemi anche nella comunicazione con gli altri: non è capace di attenersi alle più classiche convenzioni sociali, dice quello che pensa senza timore di offendere. Questo atteggiamento spiazza totalmente chi legge, ma è anche vero che Eleanor si mostra al mondo senza filtri, senza schemi precostituiti, assolutamente genuina, ed è la schiettezza che la contraddistingue che la rende subito tremendamente simpatica. All’inizio della vicenda il lettore non sa quasi nulla del passato di Eleanor, non viene a conoscenza del perché sia diventata così. Tra l’altro il personaggio compie una parabola vertiginosa, in quanto si innamora perdutamente, per caso e molto in fretta, di una rockstar che suona e canta sempre nei dintorni del quartiere dove Eleanor abita e lavora. All’esterno l’infatuazione pare assurda, e fa anche sorridere: come fa una persona adulta ad innamorarsi di qualcuno che non ha nemmeno mai visto dal vivo, ma solamente in foto? Eppure Eleanor è serissima a riguardo; inizia immediatamente a costruirsi i suoi “viaggi mentali”, nei quali è già fidanzata con il musicista, e progetta cene e uscite romantiche. Tuttavia questo nuovo atteggiamento della ragazza porta anche dei risvolti positivi, in quanto fa sì che in Eleanor maturi un lento cambiamento: inizia a pensare di più a se stessa, al suo corpo, al suo aspetto. Finalmente c’è un motivo valido che la spinge a cambiare. L’infatuazione improvvisa e di stampo adolescenziale, nel libro un po’ estremizzata, è per di più tipica di chi sta da solo da tanto tempo, e inconsciamente sente la forte necessità di avere qualcuno accanto, un compagno di vita. Quando Eleanor però si rende conto del fatto che il cantante è una persona totalmente differente da come se l’era immaginata, è troppo tardi, e subisce un tracollo definitivo. Fortunatamente, ci sarà qualcuno a salvarla prima che sia finita davvero.
Durante tutto il romanzo, osserviamo Eleanor crescere e affrontare finalmente, con molta lentezza e fatica, quei fantasmi che da troppo tempo la stavano assillando. Raccontando questa storia, l’intento dell’autrice è stato senza dubbio quello di far riflettere sul tema della solitudine moderna, così evitata e osteggiata dai più. Ci si rende così conto che chiunque può soffrirne, ed è quindi necessario un aiuto per uscire da quel limbo stagnante in cui, in maniera più o meno pesante e più o meno evidente, si viene inevitabilmente gettati. Il fatto poi di aver creato un personaggio così simpatico e strampalato come quello di Eleanor Oliphant non fa che sensibilizzare ancora di più i lettori sull’argomento, oramai sempre più quotidiano.
28 Ottobre 2019 | Vorrei, quindi scrivo
Poche sono le persone che ancora non la conoscono, nel giro di pochi mesi Imen Boulahrajane ha fatto crescere il numero dei propri follower sui social in maniera esponenziale e ogni giorno in moltissimi iniziano a seguirla. La ragazza di origini marocchine, nata a Varese nel 1995, si presenta sul suo profilo Instagram in maniera schietta e simpatica come “economista che non sa risparmiare”.
Si è laureata alla Bicocca di Milano, città in cui vive, in Economia ed amministrazione d’impresa. In una sua intervista ammette di essersi resa conto di quanto l’università sia una specie di “bolla”. Dice: “una volta finiti gli studi è probabile che tu non sappia neanche cosa sia il 730! […] Usavo già Instagram creando racconti per la cerchia dei miei amici, in una dimensione familiare. In quel momento ho pensato che avrei potuto farne qualcosa di diverso”.
È così che ha iniziato a raccontare di economia, politica e attualità, tramite post che si alternano a scatti in cui vede degli amici e altri in cui fa shopping. Il feedback che ha ricevuto è stato del tutto inaspettato. La gente ha iniziato a farle domande, scriverle per approfondire alcuni argomenti, cercare un confronto. Per mantenere alta la curiosità Imen ha sempre risposto, arricchendo i suoi contenuti del background storico, il contesto geografico e allegando link di articoli, video di interviste e telegiornali. Adesso il suo obiettivo è quello di raccontare e rendere argomenti, spesso aridi e complicati, pane quotidiano.
È triste ammettere che oggigiorno la gente spende ore su social come Instagram e Facebook a scorrere casualmente la home, senza un vero interesse. Ormai è un’ossessione, un gesto automatico. Imen, con i suoi post da 15 secondi e le didascalie precise e sintetiche, riesce a mantenere l’attenzione dei suoi follower e a farne crescere la curiosità.
Il suo target principale sono i giovani, i millennials, di cui una buona percentuale sono assetati di informazione, ma di cui il restante è svogliato, o semplicemente non abituato, a tenersi al corrente di cosa sta succedendo nel mondo. Lei dà le informazioni tramite canali “non tradizionali”.
Personalmente credo che Imen abbia avuto un’idea geniale. Tramite un social la “fatica” del tenersi aggiornato, sembra minore. In più è piacevole, estroversa e carismatica. Parla degli avvenimenti in maniera spontanea, con parole semplici e frasi brevi, facendo spesso dell’ironia. Ad esempio quotidianamente aggiorna i suoi ascoltatori sul caso Brexit, rappresentandolo come se fosse una telenovela di cui tutti siamo desiderosi e ansiosi di sapere quale sarà il finale.
Tratta argomenti anche molto caldi e delicati in modo chiaro e lineare, come il conflitto curdo-turco, spiega brevemente come funzionano le leggi italiane, cos’è lo spread, i dazi di Trump. Quando ha pubblicato riguardo le proteste a Hong Kong, Instagram le ha bloccato dei post perché “espliciti” e “vietati” dal governo di Pechino. Incredibile, non è vero?
Eppure lei ha continuato a pubblicare imperterrita, decisa a far sapere cosa realmente sta accadendo e perché. Chi vive nei luoghi di interesse le manda foto, video, testimonianze, articoli. Le persone le chiedono di divulgare le informazioni grazie alla sua disponibilità e visibilità.
Ammette, con sollievo, di non aver mai avuto haters. Riceve spesso critiche e correzioni riguardanti il contenuto degli argomenti, ma da questo nascono arricchimenti, scambi di idee, confronti. Molti professori le hanno scritto dicendole che le sue stories danno spunto per le lezioni. Gli studenti la ringraziano perché “finalmente hanno capito”, i genitori la ascoltano mentre fanno colazione o mentre portano i figli a scuola.
Venerdì 8 novembre parteciperà ad un talk alla facoltà di Economia e Management a Torino, in corso Unione Sovietica. L’evento è organizzato dal Marketers Club, un’associazione di studenti che si occupa di marketing e comunicazione. L’evento si terrà dalle 16 alle 18 e il titolo è “L’economia politica spiegata su Instagram”. Imen spiegherà della sua esperienza sui social, del come è arrivata a tanta visibilità e parlerà dei temi caldi del momento. Per maggiori informazioni consiglio di seguire la pagina del MARKETERs Club su Instagram o Facebook.
Imen Jane è l’esempio di come i social possono essere utilizzati per divulgare notizie importanti, che non sempre vengono raccontate alla televisione e sui giornali. Di come si può parlare di temi che spesso vengono evitati dalla gente, soprattutto dai giovani, perché considerati noiosi e complicati. Con il suo profilo vuole dimostrare che l’influencer non solo sa parlare di selfie e smalti, ma sa anche spiegare una crisi di governo.
31 Luglio 2019 | Vorrei, quindi scrivo
Era un caldo sabato di maggio, più precisamente il 27.
Per il signor Paolo Burraschetti, che abitava da solo, senza moglie o figli, era un infelice giorno di vacanza.
Era definito “il Fantozzi vivente” dai colleghi che lo schernivano per la sua immane sfortuna.
Il signor Burraschetti aveva soprannominato quel giorno “La grande Sfiga”.
Ogni anno in quel giorno gli capitava qualcosa di brutto. Un paio di anni prima era stato investito da una macchina, ed era stato ancora un anno buono.
Un altro anno era stato licenziato, giusto l’anno prima era stato messo agli arresti domiciliari e processato per l’omicidio di un certo Esposito Tancredi, processo che poi lo vide innocente. Che poi lui, di Esposito non ne aveva mai conosciuto uno in tutta la sua vita, eppure la polizia il 27 maggio era venuta a prenderlo a casa.
Era sul divano di casa ad aspettare che qualcosa di orribile capitasse.
Suonarono alla porta.
Con ironica noia andò alla porta lentamente aspettandosi qualcosa del tipo i carabinieri, la Digos o perfino l’FBI, che magari lo avrebbe preso in custodia come terrorista, quando l’unica cosa che aveva mai fatto esplodere era qualche petardo a capodanno.
Aprì la porta e si trovò una bambina davanti che lo salutò.
“Ciao Papà.”
E svenne.
Matteo Enrici