Era un caldo sabato di maggio, più precisamente il 27.

Per il signor Paolo Burraschetti, che abitava da solo, senza moglie o figli, era un infelice giorno di vacanza.

Era definito “il Fantozzi vivente” dai colleghi che lo schernivano per la sua immane sfortuna.

Il signor Burraschetti aveva soprannominato quel giorno “La grande Sfiga”.

Ogni anno in quel giorno gli capitava qualcosa di brutto. Un paio di anni prima era stato investito da una macchina, ed era stato ancora un anno buono.

Un altro anno era stato licenziato, giusto l’anno prima era stato messo agli arresti domiciliari e processato per l’omicidio di un certo Esposito Tancredi, processo che poi lo vide innocente. Che poi lui, di Esposito non ne aveva mai conosciuto uno in tutta la sua vita, eppure la polizia il 27 maggio era venuta a prenderlo a casa.

Era sul divano di casa ad aspettare che qualcosa di orribile capitasse.

Suonarono alla porta.

Con ironica noia andò alla porta lentamente aspettandosi qualcosa del tipo i carabinieri, la Digos o perfino l’FBI, che magari lo avrebbe preso in custodia come terrorista, quando l’unica cosa che aveva mai fatto esplodere era qualche petardo a capodanno.

Aprì la porta e si trovò una bambina davanti che lo salutò.

“Ciao Papà.”

E svenne.

Matteo Enrici 

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