25 Marzo 2020 | Vorrei, quindi scrivo
Avete mai letto Station Eleven di Emily St. John Mandel? Bene, se non lo aveste fatto, non fatelo in questo momento. La scrittrice canadese racconta le dinamiche di una società che viene distrutta da un’epidemia per la quale non vi è rimedio. Non è un libro leggero: è angosciante. Quando l’ho letto, qualche anno fa, l’ho reputato surreale. Mai avrei pensato che una situazione simile potesse succedere nel 2020.
È come vivere in un film, una serie TV stile The Walking Dead. La cosa più assurda è che fino a poco fa il problema sembrava confinato in Cina, ma nel giro di un mese l’Italia è diventata zona rossa. Non si può uscire di casa se non per le emergenze, si deve mantenere la distanza di sicurezza, moltissime persone sono in quarantena da settimane. Mio nonno dice che gli sembra di rivivere il periodo precedente alla guerra, quando ancora era un ragazzino e non si capiva esattamente cosa stesse succedendo. Le persone facevano finta di nulla, c’erano incertezza e una nube di confusione che ricopriva il paese.
Sembra una situazione irreale, eppure i dati forniti sugli infetti e sui morti sono elevati, fanno paura. Più persone si ammaleranno e meno gli ospedali saranno in grado di prendersene cura. Il numero di unità di terapia intensiva, pur potenziato, non è dimensionato all’emergenza che stiamo vivendo. La priorità sarà per i giovani, per gli under 60. I miei genitori sarebbero tagliati fuori dalle cure.
A Wuhan dal giorno alla notte hanno chiuso le stazioni della metro, bloccato le strade, cancellato treni e voli aerei, imposto un coprifuoco assoluto. E nonostante ciò ci sono voluti due mesi per uscirne.
Imporre delle regole del genere, così rigide, in Italia è più complicato, basta pensare a coloro che sono scappati a gambe levate da Milano non appena c’è stato l’allarme di blindare la città. Centinaia di persone hanno raggiunto le stazioni per cercare di salire sugli ultimi treni, senza rispettare gli appelli e le raccomandazioni dei medici e delle autorità sull’importanza di restare a casa ed evitare gli spostamenti per cercare di contenere il contagio. Chi ha preso il treno per tornare a casa ha permesso al virus di viaggiare per il paese, facendolo arrivare ovunque.
Tutto ciò però mi ha fatto ragionare. La gente è salita sui vagoni senza biglietto, disposta a pagare una multa salata pur di tornare a casa. Tutti ammassati, stipati, seduti persino per terra. Il personale ferroviario non è riuscito a farli desistere, neanche per ragioni di sicurezza. Code in biglietteria infinite, clima di angoscia e panico generale e la polizia ferroviaria ha dovuto intervenire per mantenere la calma. C’è chi spera di riuscire a partire, chi ha paura di non tornare a casa, chi non sa bene come comportarsi.
Così i treni sono partiti, strapieni di persone che hanno messo a rischio loro stessi e gli altri, pur di abbandonare il nord e le sue difficoltà.
Ho pensato al dramma dei migranti, anche se il contesto è ben diverso. Questo dovrebbe farci riflettere.
Da anni intere famiglie sono costrette a fuggire dal proprio paese. Scappano da guerre o fame e si ritrovano dall’altra parte del mondo senza saper parlare la lingua, senza conoscere usi e costumi, senza la minima idea di ciò che sarà di loro. E spesso non sono ben accette, vengono escluse, prese di mira, considerate “infette”.
È facile far finta di nulla quando le disgrazie non ti toccano in prima persona. Siamo semplicemente stati fortunati ad essere nati dalla parte giusta del mondo, dove bene o male le cose funzionano, abbiamo da mangiare, un tetto sulla testa e non siamo perseguitati per la nostra religione o il colore della pelle. Non dovremmo approfittare di questa fortuna ed estraniarci da queste realtà. L’egoismo non aiuta.
Adesso stiamo vivendo un momento storico in cui siamo noi gli infetti, ci sentiamo deboli e abbiamo paura. Chi non ha mai dovuto scappare lo sta facendo, chi non è mai stato discriminato lo sta provando.
Non appena si è diffusa la notizia che l’Italia era soggetta al virus molti stati hanno chiuso le frontiere e altri hanno imposto la quarantena agli Italiani. Essere discriminati non è piacevole.
Marco Cesario è un giornalista e scrittore di origini napoletane che da anni vive a Parigi e la settimana scorsa ha detto «I giorni scorsi abbiamo vissuto una vera e propria psicosi contro di noi. Da quando sono stati registrati nuovi casi anche qui, i toni si sono leggermente abbassati, ma continuano a mantenere le distanze dagli Italiani. Ieri parlavo con un collega italiano, tutti ci guardavano storto. A un certo punto abbiamo deciso di cominciare a parlare in francese, per evitare di farci riconoscere».
Ad oggi il virus è diffuso in tutta Europa, anche gli stati che prima facevano finta di nulla stanno prendendo le misure di sicurezza per cercare di contenere la pandemia.
Il Coronavirus è una calamità che ci ha colpiti all’improvviso. In giro si percepisce un’aria diversa, affaticata e confusa. Le persone sono attente, scettiche e preoccupate, stiamo vivendo una routine quotidiana completamente diversa da quella a cui siamo abituati. L’atmosfera è surreale.
Non dovremo dimenticare ciò che stiamo provando ora. Dobbiamo capire cosa significhi non poter viaggiare liberamente, non essere accettati a prescindere ed esser visti con diffidenza.
Pensiamo a tutte le persone che stanno vivendo queste realtà da anni e, da ora in poi, impariamo ad accoglierle invece che escluderle.
15 Marzo 2020 | Vorrei, quindi scrivo
A una settimana dalla festa della donna, celebrata in tutto il mondo l’8 Marzo, vorrei ricordare alcune donne che hanno fatto la differenza nella lotta per i diritti femminili e altre che sono state delle pioniere in molti campi.
Partendo dal fatto che il femminismo è un movimento che difende l’uguaglianza dei diritti delle donne rispetto agli uomini, si può affermare che la lotta delle donne per la conquista di tali diritti è ancora lunga e incompleta. I progressi raggiunti fino ad oggi sono notevoli ma non si può nascondere che ancora nel XXI secolo i diritti delle donne sono violati ogni giorno in tutto il mondo. Attualmente 46 milioni di persone sono coinvolte nelle reti di schiavitù in tutto il pianeta e di queste sette su dieci sono donne. Una ragazza su tre è costretta a sposarsi contro la propria volontà prima dei 18 anni. Due terzi degli esseri umani che non sanno né leggere né scrivere sono donne. Sono più di sei milioni le donne vittime di violenza.
Questi dati spaventosi, però, non riescono ancora a toccare tutti, i casi rimangono costanti o aumentano. Ma le donne non sono mai state ferme, lo testimonia il movimento delle suffragette, che è stato uno dei più grandi segni di ribellione per rivendicare i diritti femminili. Tra queste donne c’era anche Emmeline Pankhurst, attivista britannica che guidò il movimento delle suffragette nel Regno Unito e fu la fondatrice del Woman’s Social and Political Union: grazie a lei le donne sono riuscite ad ottenere diritti che prima erano loro negati.
Negli Stati Uniti, a mettere in pratica tale impegno è stata Alice Stokes Paul, leader del movimento americano delle suffragette. In Italia, Anna Maria Mozzoni, giornalista che sosteneva un forte impegno femminile: è stata la pioniera del movimento di emancipazione delle donne.
Ma la lista delle donne femministe che hanno fatto la storia è ancora lunga: Simone De Beauvior è considerata la madre del femminismo, perché con la sua scrittura ha analizzato la condizione sociale e morale delle donne, ricevendo molti riconoscimenti a livello internazionale. Eleanor Rathbone fu riformatrice sociale femminista e militante per i diritti delle donne, scrisse soprattutto per la disparità salariale tra uomini e donne ma si è anche battuta per un’equa distribuzione del potere economico all’interno delle famiglie. In Italia, Tina Lagostena Bassi fu un agguerrita avvocatessa per i diritti delle donne: fu la prima a filmare e mandare in onda sulla televisione un processo per stupro e fu una delle socie fondatrici del Telefono Rosa. Un’altra italiana che nel Novecento si è battuta contro la violenza sulle donne è Franca Viola, la prima a dire no alle nozze riparatorie in seguito ad una violenza subita dal suo ex fidanzato.
Ancora oggi ci sono tante donne che combattono per il genere femminile con spirito e audacia. Ad esempio Michelle Obama, oltre che a essere ricordata come la prima first lady afroamericana, ha lanciato il progetto Let Girls Learn a favore dell’istruzione femminile. Anche tante attrici sono attive in questo tipo di cause: Patricia Arquette alla cerimonia degli oscar nel 2015 ha dedicato parte del discorso per la sua vittoria all’importanza della lotta per la parità di retribuzione negli Stati Uniti. Anche Emma Watson, nel suo discorso all’ONU, ha parlato del femminismo, specificando che si tratta di una causa che riguarda le donne ma anche gli uomini.
Oltre a queste grandi personalità, sono molte donne che hanno fatto la differenza, ottenendo primati in diversi campi. In campo scientifico è nota a tutti Marie Curie, la prima donna scienziata della storia e la prima persona al mondo a vincere due premi Nobel; fondamentale è anche la figura di Rosalind Franklin, che grazie alle sue foto a raggi x del DNA ha dato un fondamentale contributo nel rivelarne la struttura. In Italia è rimasta nella storia Rita Levi Montalcini, che ha vinto un premio Nobel in medicina per aver scoperto l’NGF(fattore di crescita nervoso).
Sempre in campo medico Florence Nightingale è la fondatrice dell’assistenza infermieristica moderna, è ricordata come la “donna della lanterna”, poiché assisteva e dava speranza ai malati anche nel buio della notte. In ambito matematico, Ada Lovelace fu la prima programmatrice di computer al mondo, Katherine Johnson fu la brillante matematica afroamericana che ha tracciato le traiettorie dei primi voli nello spazio, spalleggiata da un team di donne. Anche Emmy Noether fu un’importante matematica, odiata da Hitler perché tedesca ebrea ma ammirata da Albert Einstain.
Per quanto riguarda la moda ricordiamo la stilista francese Coco Chanel, celebrata per aver rivoluzionato il concetto di femminilità con sobrietà, raffinatezza e libertà. In materia di attivismo Elizabeth Fray ha lottato per quelli che ora sono i principi base della prigione e per i senzatetto. Eva Peron, oltre a essere ricordata come attrice, è conosciuta per il suo impegno a favore dei lavoratori e dei poveri. Infine Lady Diana fu soprannominata “Principessa del popolo” per la sua spontaneità, le sue missioni umanitarie a favore dei bisognosi, la lotta all’Aids e alle mine antiuomo.
Le donne che ho citato non sono che una piccolissima parte di un infinito elenco di altre donne altrettanto volenterose e importanti. Per non dimenticare anche tutte quelle donne comuni che combattono ogni giorno la loro battaglia per farsi valere. Sono estremamente orgogliosa di essere donna e di poter contare sulle mie simili, grazie ad uno spirito di collaborazione e dolcezza che ci ha sempre contraddistinto. Con questa piccola esperienza attraverso l’esempio di grandi donne vorrei trasmettere il coraggio di poter continuare a cambiare il mondo e lasciare un segno nella storia.
Alice Taricco
16 Febbraio 2020 | Vorrei, quindi scrivo
Da bambina ero molto timida,non amavo espormi o parlare con persone che non conoscevo ma ho sempre amato l’idea di viaggiare ed esplorare posti nuovi. Un giorno, però, mi sono accorta che non mi bastava più solamente visitare dei luoghi e andare via. Avevo il bisogno di conoscere qualcosa di più significativo dei posti che visitavo: volevo vivere meno da straniera. Non avevo l’intenzione di limitarmi a una qualunque attrazione turistica considerata un cult ma che non è tutto della città. Desideravo quindi capire e parlare le lingue straniere per potermi orientare meglio in posti nuovi ed esplorarli a trecentosessanta gradi.
E’ stato così che ho iniziato a voler imparare nuove lingue per colmare la mia curiosità di comprendere il mondo. Molte volte la scuola non riesce a dare la giusta motivazione di imparare le lingue poiché ognuno di noi deve trovare il suo metodo e metterlo in atto. Io, per esempio, ho trovato il giusto approccio attraverso la recitazione. Considero l’imparare una nuova lingua come un esercizio di recitazione, perché bisogna calarsi il più possibile nella parte per avere dei risultati appaganti. E’ come se mi creassi una nuova anima con cui provo ad essere una lord inglese o una turista francese.
Trovando la chiave giusta per imparare tutto è più divertente e meno faticoso. Inoltre,oggi, grazie a Internet abbiamo la possibilità di esercitarci con delle app o trovare tantissimi video con cui possiamo imparare nuove parole o espressioni utili per parlare una lingua.
In aggiunta saper parlare una lingua diversa dalla nostra,oltre ad arricchirci il bagaglio culturale, ci può aiutare in ambito lavorativo poiché tutto ciò che ci circonda parla straniero. Soprattutto la lingua inglese oggi è diventata un requisito essenziale nel curriculum vitae. Conoscere le lingue, dunque, è una necessità per restare competitivi nel mondo del lavoro e dare una spinta alla nostra carriera.
Per di più saper parlare diverse lingue ci apre la strada a nuove amicizie in tutto il mondo. Ad esempio io ho la fortuna di avere delle amiche in Francia con cui posso parlare e condividere dei bei momenti.
Infine le lingue ci permettono di superare piccole “difficoltà” quotidiane come il riuscire a capire un film che è solo disponibile in una lingua straniera, che può essere gran motivo di orgoglio!
Articolo di Alice Taricco
12 Febbraio 2020 | Vorrei, quindi scrivo
Joker è stato sicuramente il film più chiacchierato dello scorso anno, un’opera che ha convinto critica e pubblico, diventando istantaneamente un cult. Il film è sicuramente innovativo per il genere cinecomics e si spera aprirà una nuova generazione di film supereroistici più maturi, ma rimane comunque una pellicola non priva di difetti. Dal punto di vista tecnico l’opera si presenta molto bene, a partire dalle musiche, tutte allegre, che creano un contrasto con le atmosfere del film. Le canzoni infatti rappresentano l’unico momento di evasione del film sia per gli spettatori, sia per lo stesso protagonista Arthur, il quale danza in scene diventate già iconiche.
La regia e le scenografie trasmettono una forte sensazione di oppressione: gli ambienti risultano claustrofobici, come la piccola casa di Arthur e le macchine, metro e ascensori in cui spesso troviamo i personaggi. Nelle scene all’aperto sono presenti molte persone e altri elementi che riempiono lo schermo in maniera soffocante, in senso buono però.
La punta di diamante dell’opera è sicuramente il suo protagonista, merito della meravigliosa interpretazione di Joaquin Phoenix.
I problemi del film sono nella narrazione: l’idea di base non è affatto innovativa, sono infatti tanti i film che trattano il tema dei disturbi mentali. Mi ha divertito pensare a un parallelismo tra Joker e Forrest Gump: se a Forrest va tutto bene e ci mostra il sogno americano in cui chiunque, anche una persona con dei problemi, può essere ciò che vuole, in Joker avviene il contrario. La sua malattia non è accettata né capita, il sogno americano è morto e a lui va tutto male. La prima ora e mezza del film ci mostra solo le sfighe del protagonista, aspetto che che se da un lato ci fa immedesimare ancora di più in lui, dall’altro risulta troppo lungo e prevedibile.
Nel film sono presenti dei colpi di scena che risultano essere privi di spessore [spoiler]: Phoenix è protagonista assoluto, tanto da divorare gli altri personaggi. La sua storia d’amore con Sophie è molto tiepida e il colpo di scena legato ad essa non coinvolge, perché il film non mostra praticamente nulla della ragazza: essendo troppo concentrato su Arthur, non permette allo spettatore di affezionarsi a Sophie.
Sorte simile spetta al colpo di scena su Thomas Wayne, padre di Bruce: in una rivelazione molto confusa, prima viene detto che Arthur è suo figlio, poi dicono che non lo è, poi lo è… Finisce per essere così poco chiaro da eliminare ogni pathos.
L‘omicidio della madre rappresenta per Arthur il punto di non ritorno e la nascita di Joker, ma risulta al tempo stesso incoerente, visto che il protagonista pretende comprensione per la sua malattia mentale ma risulta spietato con la sua stessa madre, anche lei affetta da problemi mentali, toccando a mio avviso il punto più basso del film.
L’unico elemento veramente sconvolgente è il finale del film, che ribalta totalmente la situazione e il significato del film: l’opera passa infatti dalla lotta di classe a qualcosa di molto più sottile e dalla dimensione più umana. A cominciare dall’invito in TV da Murray Franklin, interpretato da Robert De Niro (riferimento importante a Il ritorno del cavaliere oscuro, fumetto di Frank Miller). Il personaggio di De Niro rappresenta un’importante critica alla televisione che, come diceva Pasolini, riesce a elevare anche degli idioti, come appunto Murray, venerati dalle persone non per loro meriti ma per il semplice fatto di trovarsi in TV. L’omicidio di Murray da parte di Joker rappresenta l’uomo comune che si libera di questi falsi simboli di superiorità, ma allo stesso tempo Joker stesso diventa un simbolo, veicolando il suo messaggio tramite la televisione e riducendo il proprio gesto ad una mera sostituzione e non una liberazione. La rivoluzione violenta che si scatena, che ha come simbolo il Joker, viene infatti resa negativa e priva di senso con la scena della morte dei genitori di Bruce Wayne. Proprio a causa di questa perdita Bruce diventerà un “pazzo” che si veste da pipistrello, un nuovo Arthur, con chiari rimandi al fumetto The killing joke di Alan Moore. Molte dichiarazioni lasciavano intendere che non vi fosse nulla di fumettistico nel film, ma i riferimenti sono tanti e, soprattutto per quanto riguarda l’opera di Moore, molto influenti sul messaggio finale del film.
La pellicola si chiude con Arthur rinchiuso nell’Arkham Asylum, instillando nello spettatore il dubbio su ciò che ha visto: che sia stata tutta una sua fantasia? Ritengo che in parte sia vero, che Arthur abbia immaginato che i suoi gesti l’abbiano trasformato nel simbolo di una rivoluzione. Il regista, in maniera molto amara, ci dice che un uomo solo non può cambiare il mondo, anzi sarebbe sbagliato. Il finale diventa un inno alla follia in cui il manicomio rappresenta una prigione mentale, da cui Joker tenta in modo rocambolesco di fuggire. Un terzo atto che eleva sicuramente il film, non tanto da renderlo un capolavoro ma sicuramente un film da vedere.
30 Gennaio 2020 | Vorrei, quindi scrivo
Non sono mai stata un’appassionata di basket né una fan sfegatata di NBA. Anzi, ne capisco ben poco. Però sono cresciuta con mio fratello Lorenzo, che ha sempre giocato a pallacanestro e che al liceo si alzava alle 3 del mattino per guardare le partite in diretta con gli amici. Un grande classico il venerdì sera era Space Jam, con protagonisti Michael Jordan e i Looney Tunes. Ho anche avuto la fortuna di assistere a una partita dei Trail Blazers a Portland, scatenandogli grande invidia.
Ma questo non vuole essere un articolo sportivo, né tecnico, sarei poco credibile. Ciò che mi ha spinto a tentare di raccontare qualcosa sul basket è stata una conversazione con Lorenzo a proposito di Kobe Bryant, poco prima di scoprire della sua morte improvvisa. Stava commentando il record che King James ha aggiunto alla sua carriera realizzando 29 punti contro Philadelphia e sorpassando Kobe Bryant al 3° posto nella classifica dei migliori realizzatori all-time della storia NBA.
Abbiamo visto delle foto in cui i due campioni si abbracciano e il tweet di Bryant che si complimenta con l’amico, «Continuing to move the game forward @KingJames. Much respect my brother #33644», in cui “#33644” sono i punti che James ha realizzato per battere il record.
Non è comune a tutti saper gioire per i successi altrui, è un’eccezione. Ma Kobe, oltre ad essere un campione è sempre stato un grande uomo. La sua mentalità l’ha portato ad essere uno dei migliori: «La mentalità non riguarda un risultato da prefiggersi, quanto piuttosto il processo che conduce a quel risultato. È uno stile di vita. Penso che sia importante adottare questo metodo in ogni impresa». Mamba Mentality è il libro che ha scritto, in cui condivide con i lettori la sua idea: provare costantemente ad essere una versione migliore di se stessi. Il suo modo di essere, la sua energia, la sua umiltà sono fonti d’ispirazione per chiunque avesse a che fare con lui. Amato e rispettato da tutti, rivali compresi.
Lorenzo mi racconta di quest’uomo leggendario, dei successi sportivi, ma anche dell’Oscar vinto con un cortometraggio: una lettera d’addio alla pallacanestro, in cui ammette che il suo cuore e la sua mente possono continuare a reggere il peso del gioco, ma che il suo corpo sa che è giunto il momento di salutarsi. Lo sport è importante e chi lo pratica trova nella fatica fisica un amico, negli allenamenti una fonte di sfogo, nel team che lo circonda una seconda famiglia.
Kobe dice, rivolgendosi all’amato basket: «Volevo che tu lo sapessi, così che potremo assaporare meglio ogni momento che ci rimarrà da gustare assieme. Le cose belle e quelle meno belle. Ci siamo dati l’un l’altro tutto quello che avevamo». Per chiunque è difficile separarsi da un amico, un partner, una persona a cui abbiamo voluto bene. Non posso neanche immaginare cosa significhi dover dire addio ad un amico fedele come può essere uno sport praticato a tali livelli, compiendo sacrifici per una vita intera. Mi ha colpito scoprire che Kobe, personificazione dell’American dream, manteneva un profondo legame con l’Italia, dove ha vissuto da bambino. Innamorato di Reggio Calabria e Reggio Emilia, vi tornava spesso con famiglia e amici, parlava italiano e aveva chiamato le sue figlie con nomi italiani. Confessava di aver imparato la tattica di gioco in Italia.
Dopo poche ore da questa conversazione Kobe Bryant e sua figlia Gianna hanno avuto un incidente in elicottero e sono deceduti. Avevamo appena parlato di lui, visto il suo cortometraggio, le sue foto con le figlie, i video su YouTube. E poi, in un attimo, quella persona non c’era più. Lorenzo è rimasto in silenzio, scioccato. Il mondo intero si è commosso. Marco Belinelli ha dichiarato: «Non pensi mai che una cosa così possa accadere al tuo idolo. Pensi che sia immortale». Per i fans è stato come perdere un fratello, un amico con ideali sani, che condivideva valori genuini e trasmetteva amore e passione, verso lo sport, la famiglia e la vita.
«Life is short. Don’t miss opportunities to spend time with the people you love», ha detto Kobe Bryant in un’intervista. Esiste cosa più vera? In qualsiasi momento tutto potrebbe finire, la nostra realtà è precaria. Ed è questo il messaggio che vorrei condividere. Passiamo il tempo a preoccuparci di cose futili, ce la prendiamo con le persone senza provare a capirle, pensiamo tanto a noi stessi e ci dedichiamo poco agli altri. Episodi come questi bloccano tutto per un attimo e ci sbattono in faccia la cruda realtà.
Dovremmo cercare di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, trovare un equilibrio che ci appartenga, circondarci di affetti a cui teniamo e che vogliano il meglio per noi. Dopo tutte queste riflessioni, non credo certo che diventerò un’appassionata di NBA, ma vorrei mettere in atto il consiglio prezioso del cestista.
Voglio emozionarmi in ogni momento e imparare a trovare la bellezza di ciò che mi circonda con l’energia e la passione di chi vuole vivere giorno per giorno fino in fondo.
9 Gennaio 2020 | Vorrei, quindi scrivo
Accantonata la spensieratezza delle feste è finalmente giunto il momento di parlare di qualcosa di serio, ossia un regista che, nonostante non sia stato molto prolifico (si contano infatti all’attivo solo quattro pellicole dirette da lui), ha saputo lasciare una grande impronta nel cinema horror moderno. Sto parlando di Pascal Laughier regista di Saint Ange, Martyrs (disponibile su Amazon prime video), I bambini di Cold Rock e La casa delle bambole.
La sua prima opera, Saint Ange, benché non sia molto conosciuta, mostra il talento del giovane regista, anche se la sua regia risulta ancora impersonale e derivativa del cinema di genere italiano di Fulci, Bava e Argento. Nel 2008 dirige Martyrs la pellicola che lo rese famoso a livello internazionale, che creò scandalo per la sua efferata violenza, tanto da essere inizialmente vietato ai minori di 18 anni in Francia – cosa che non accadeva da vent’anni – e, dopo un ricorso da parte dei produttori, venne ridotto a 16. Nonostante il film non sia adatto a tutti, riuscì comunque a conquistare critica e pubblico, tanto da aprirgli le porte di Hollywood dove girerà la sua opera più commerciale: I bambini di Cold Rock. La pellicola però è un flop di pubblico e critica: questo porterà Laughier a tornare al cinema indipendente con La casa delle bambole, film che conquista pubblico e critica anche se non raggiunge i fasti di Martyrs.
Le opere di Pascal Laughier sono immediatamente riconoscibili grazie ai suoi stilemi narrativi che le accomunano tra cui i più famosi sono: le protagoniste femminili – per la loro maggior sensibilità -; l’home invasion, decostruendo la casa come luogo sicuro, e i colpi di scena che ribaltano totalmente la prospettiva dei film. Infine, il più importante a mio avviso, la distruzione del concetto di famiglia.
In Saint Ange, la gravidanza della protagonista è frutto di uno stupro; in Martyrs la famiglia all’apparenza normale viene massacrata; ne I bambini di Cold Rock i pargoli vengono strappati alle loro famiglie dall’Uomo Alto e infine in La casa delle bambole l’omicidio della madre delle protagoniste.
Laughier riesce così a distruggere tutte le sicurezze dello spettatore: casa e famiglia non sono più sinonimi di sicurezza e i colpi di scena rendono imprevedibili gli sviluppi della trama, confondendoci come le protagoniste dei film. Quando niente è più sicuro tutto diventa pericolo ed è allora che è possibile notare il fil rouge delle opere di Laughier ossia la sofferenza.
Un dolore analizzato in ogni film con un occhio diverso: in Saint Ange si affronta il calvario della malattia, che sia essa mentale o fisica, ma anche gli echi delle atrocità passate: nel film i rimandi ai nazisti e ai bambini morti dell’orfanotrofio, che gridano allo spettatore come voci nella testa di un malato, che vorremmo ignorare ma non possiamo perché parte di noi.
In Martys, l’opera più intensa di Laughier, l’accettazione del dolore: la protagonista è privata di tutto ciò che la rende una persona e tutto è sostituito dal dolore; una volta che la protagonista avrà accettato la sofferenza di lei non rimarrà nulla, tanto che verrà privata anche della sua pelle, unico suo residuo di umanità, e potrà così trascendere.
Con questo film, Laughier vuole far accettare allo spettatore il fatto che tutto ci possa venir sottratto in un attimo, donandoci la consapevolezza di essere soltanto dei sacchi di carne.
Ne I bambini di Cold rock, il dolore derivato dal proprio luogo di nascita e dalla condizione sociale, in un paese dove i bambini non hanno speranze per il futuro, compare l’Uomo Alto, un essere che rapisce bambini per chissà quali scopi, un mostro delle favole, ma questa creatura altro non è che un uomo normale che li consegna a famiglie che possano garantire loro una vita migliore, dimostrando come i mostri non esistono o, meglio, di come i veri mostri non esistano ma ciò che fa veramente paura è il domani (emblematica la scena finale con due dei bambini rapiti che si incontrano per caso con le loro rispettive nuove famiglie e si ignorano come a esorcizzare un passato che si sono lasciati alle spalle).
Ne La casa delle bambole per trovare sollievo nelle proprie fantasie per sfuggire al dolore della realtà o, per meglio dire, del diventare adulti, la giovane protagonista fugge dai suoi problemi in una realtà ideale, entrando in uno stato comatoso, diventando di fatto una bambola, con fattezze umane ma priva di volontà, finché non ritorna in contatto con la realtà e lotta per la propria vita. Passa così dall’essere una bambina, priva di volontà e fragile come una bambola, fino a diventare una donna, rinascendo nel sangue come annunciato dal primo sangue mestruale a inizio film. Una parabola della crescita in cui non tutto andrà come sperato ma bisognerà lottare perché il dolore è parte della vita di ogni adulto e bisogna affrontarlo. Ovviamente queste sono semplificazioni del dolore esistenziale descritto nei film di Laughier. Spero, almeno, che questo breve approfondimento vi spinga a scoprire o riscoprire le strazianti opere di Pascal Laughier.