29 Gennaio 2026 | Stappapensieri
Ci riempie di orgoglio ospitare sulle nostre pagine “Trama d’acqua”, l’opera con cui Asia Licalsi si è aggiudicata il primo premio nella sezione Poesia del contest 1000 Miglia 2025, dedicato quest’anno al tema “La Trama”.
Quello di Asia non è solo un componimento, ma un’esperienza sensoriale che trasforma il sentimento in elemento naturale. Con una scrittura che fonde sapientemente echi classici e sensibilità contemporanea, l’autrice tesse un dialogo serrato tra l’anima e il mare. La “trama” del titolo si sfilaccia e si ricompone sotto la forza della marea, in un gioco di abbandono e resistenza, dove il calore del sole e il sale dell’acqua diventano metafore di un amore che travolge e rigenera.
Celebriamo oggi il talento di una voce giovane capace di ridare voce al silenzio della battigia, regalandoci un testo che è, allo stesso tempo, ferita e cura.
Sei come la marea, quasi acuminato spillo
in cui subitamente dopo
leni carezze alla
cocente sabbia, la trama
de’ miei pensieri si incaglia;
si fa indietro
come l’orizzonte fosse
immane, impietosa calamita;
tutto si straccia in un brandello.
Come la marea
subitamente
solletica le caviglie e i ginocchi
facendo scivolar via i baci
di Febo, intessuti con devozione
e poi immensa sopra ‘l capo
si chiude:
cadi, rivolta, senza forza, mia tela
lacera, ammogliati nella salsedine tutti
i miei fili.
Come subitamente
la marea
rode la battigia, suggendone
i grani, minimi e infiniti
l’ingloba dentro se
senz’annunzio ch’abbia voce
tutto scompare nell’azzurro, si scompone.
Sei come la marea, ma
ho bisogno d’un sonno d’amore
che ‘l sole mi sciolga le membra
che sulla battigia riversa
noncurante
io cada preda
della tua marea.
18 Aprile 2025 | Stappapensieri
Oggi ho preso il mio primo (e probabilmente unico) 30 e lode, e sebbene credo che gli esami universitari vadano spesso a fortuna… Alle volte mi convinco che invece qualcosa accada per una ragione. Che alle volte l’universo parli, o tenti di parlarti, e tu debba essere pronto ad accogliere ciò che ha da dirti. Forse questa è una di quelle volte. Questo esame è totalmente frutto della mia creatività. Ho scoperto di essere molto creativa e fantasiosa, e al tempo stesso quanto questo sia difficile da trasformare in un lavoro serio e ragionevole. Però non mi sono mai pensata, in un futuro, come regista o produttrice. Ho sempre saputo di avere in me creatività e mille idee… ma le ho viste come qualcosa che poteva rimanere lì, nell’immaginario, non riportabili alla realtà. Qualcosa che potesse contornare le mie passioni e basta. E invece, la professoressa a cui ho presentato tutto il progetto mi ha augurato di mettere in pratica tutto quello che avevo progettato.
Io non ci ho mai pensato davvero, perché era tutto sempre nella mia mente, e invece da dopo l’esame, che è durato circa un quarto d’ora, mi sento in corpo un’energia diversa. Forse non diventerò mai una regista, una produttrice. Ma il solo essere consapevoli di avere una possibilità di provarci, mi fa sentire libera, che ho la possibilità di diventare tutto ciò che voglio. È un qualcosa che, secondo me, tendiamo a dimenticare. Ma possiamo davvero decidere, ogni giorno, chi essere, cosa ci piace, a cosa interessarci e come impiegare il nostro tempo. Siamo nati liberi e non è una cosa banale. Moltissima gente, più di quanta noi immaginiamo probabilmente, non ha questa possibilità. Anzi. Vive in una prigione costante. Di idee, fisica, di persone, di ambienti. E invece io no: io posso scegliere chi diventare! E voglio sfruttare al massimo questa possibilità che ho. Perché spesso mi sento come se fossi obbligata a fare una determinata cosa, solo perché il mio passato parla di quello. Studio teatro e cinema, allora devo lavorare in quell’ambito. Allora devo trovare qualcosa come tirocinio che sia strettamente connesso. Ma se volessi provare cose diverse? E se mi piacesse lavorare per tre mesi in un rifugio d’estate, e viaggiare per il resto del tempo? E se apprezzassi tantissimo ciò che studio all’università, ma non riuscissi a trovare un lavoro inerente che mi soddisfi? E se non trovo lavoro prima dei 30 anni? E se non continuo a studiare dopo la laurea triennale? Tutte queste domande temono la risposta. Nel senso che la probabile risposta potrebbe essere catastrofica, non tanto per me, quanto per le persone che mi circondano. A primo impatto. Ma se ci penso: c hi mi impedisce di fare ciò che mi rende felice? È qua la libertà. È qua la forza di dire: niente mi è impossibile. Il mondo non è fatto da cause ed effetti. Da motivazioni e conseguenze matematiche. Da scelte irreversibili. Posso davvero essere chi voglio, anche se questa società mi fa credere il contrario. Mi fa credere che bisogna studiare, poi laurearsi, nel giro di poco tempo trovare un buon lavoro, e sistemarsi. Se a tutto ciò si aggiunge la possibilità di avere un partner e mettere su famiglia, tanto meglio. E chi non rientra in questo progetto di vita? Che poi, sicuramente, sarebbero la maggior parte delle persone? Sono sbagliate? Sfortunate, sfigate, anormali, diverse? No, direi umane. Direi che sono perfettamente la normalità. Siamo perfettamente la normalità. E allora, forse basta solo rendersi conto che va bene sbagliare. Sbagliare mentre si cerca di capire chi siamo. Sbagliare nel tentativo di capire chi siamo. E accettare che cambiamo ogni giorno, senza mettersi contro questo scorrere continuo. Provare a stare in questo fiume che cambia sempre. E cambiare con lui, senza essere la roccia che lo blocca. Che poi, siamo pieni di rocce rigide che sembrano sempre sapere cosa è meglio, la strada più sicura, quella più retta, che non ci lascia la possibilità di immaginare, pensare, creare, di essere liberi. Ma se siamo invece consapevoli che “libertà” è il nostro secondo nome, quello di tutti noi, allora possiamo stare più tranquilli. Possiamo prendercela con calma. Possiamo cambiare ogni giorno e vivercela bene, senza colpe, senza pesantezza. Possiamo dire, la vita è una ed è nata libera. È stata creata per poter essere creata da noi, a sua volta.
Questo esame mi ha fatto ritornare alla mente questo. L’Universo forse cercava di dirmi questo, che sono libera. E che nessuno mi può togliere questa libertà che ogni giorno mi fa vivere come nuova, come se fosse sempre la prima volta.
26 Aprile 2024 | Stappapensieri
Non è vero che alle volte è meglio non sapere. Magari sul momento, è meglio per il nostro umore, non sapere la verità, non conoscere il vero. Ma alla lunga tutto ritorna, e quasi sempre ha conseguenze molto più negative che se avessimo conosciuto la verità prima, appena possibile.
Questo mi è venuto in mente pensando al cambiamento climatico, al disastro che sta accadendo sotto i nostri occhi, sulla nostra terra, anche se noi continuiamo ostinati a rifiutarlo, a negarlo, a distrarci cercando disperatamente delle scuse, delle colpe da dare a qualcun altro. E invece no: è colpa nostra, di tutti noi, del genere umano di cui, fino a prova contraria, facciamo parte. È facile addossare tutta la colpa a chi ci governa, e in parte, secondo me, non è nemmeno totalmente sbagliato. I politici al potere seguono per lo più la logica del profitto, dei soldi, del guadagno, della produttività, della velocità, del “minor costo/sforzo, massimo risultato”. Tutto questo non è compatibile con la terra e con il suo ecosistema, non va di pari passo né con la nostra salute, né con quella del pianeta. E nonostante ciò, non sono/siamo in grado di pensare alle conseguenze delle nostre azioni a meno che non siano immediate. E il fatto è che sono immediate, accadono a milioni di persone, costrette a lasciare le loro abitazioni per disastri naturali, per impossibilità di vivere su un suolo diventato sterile.
Ma fino a che non capitano a noi, non ci preoccupano. Non meritano la nostra attenzione.
Vorrei che tutti noi ci rendessimo conto che è necessario fermarci, ora. Smettere di maltrattare la terra, ma, se vogliamo essere più egocentrici ed egoisti e individualisti, aggettivi che mi sembra descrivano bene la società odierna, dobbiamo smettere di maltrattare noi stessi. A cosa è servito evolvere così tanto la scienza, se poi non ci fidiamo? Siamo pieni, pieni di dati che dimostrano che mangiare la carne proveniente da allevamenti intensivi ci fa male, siccome gli animali sono imbottiti di antibiotici; che mangiare frutta e verdura proveniente da chissà dove e non biologiche, ha conseguenze sulla nostra salute per l’uso di sostanza tossiche per l’organismo; che mangiare la carne più di tot volte a settimana, i salumi, non fa bene, ma peggiora la salute del nostro organismo. Nonostante tutti questi dati, ci tappiamo le orecchie e andiamo avanti. Troppo abituati all’idea del “si è sempre fatto così”; del “sono cresciuto così”, del “non è mai morto nessuno”, del “tanto sono solo animali, non sono uomini”, del “è una cosa eccessiva e troppo radicale”, della critica continua, del giudizio continuo. Senza informarsi! Senza avere prove a sostegno della propria opinione, ma solo per parlare, parlare, parlare. Cercare la ragione solo con la parola ma senza il significato. Io non reggo questa contraddizione, questa società in cui mi ritrovo a vivere, in cui tutti vogliono avere ragione, in cui tutti vogliono prevalere. Dove è finito l’ascolto? Dove è finito l’aiuto reciproco? Nemmeno l’amore esiste più, perché se esistesse, i genitori avrebbero a cuore il futuro dei propri figli, e la loro priorità sarebbe quella di accertarsi che essi possano avere una vita felice, e lunga, e sana. Cosa che, se continuiamo così, non accadrà. Io penso che ci manchi il coraggio e la voglia di cambiare idea e prospettiva. La voglia e il coraggio di mettere al primo posto questo, è la nostra salute! Si dice sempre “la salute prima di tutto”, ma se si guarda ai fatti, sembra una battuta. Nessuno si interessa di tentare di fare del bene, anche se nel suo piccolo. Tutti si sminuiscono troppo, paradossalmente, quando si tratta di fare qualcosa, quando si tratta di agire consapevolmente e, probabilmente, controcorrente. Perché è una minoranza quella che ha coscienza di tutto ciò, e che si impegna, nel suo piccolo, e che si informa.
A mio parere, se riuscissimo già solo a risolvere il problema della disinformazione, sarebbe una grande vittoria. Rendere tutti, obbligatoriamente, coscienti della situazione della terra, che poi quella della nostra salute, e che quindi dovrebbe essere, come ho già detto, la nostra priorità. Dovrebbe essere la principale preoccupazione dei politici, del governo, dello stato, di chi ci tutela. Immagino come farebbe aprire gli occhi alla comunità e al popolo italiano vedere, per esempio, il documentario che ho appena visto al cinema “Food for Profit”. Dovrebbe essere obbligatorio e no, non lo dico perché sono un’estremista, una pazza, no. Lo dico perché sento dentro di me una rabbia così energica che non posso far altro che cercare modi per buttarla tutta fuori. E sono convinta quando dico che vorrei che tutti sapessero. Perché la verità ora è che pochi, troppo pochi sanno. Non dico di stravolgere la nostra vita: dico che bisogna darsi la possibilità, siccome c’è, di conoscere. L’uomo è fatto di conoscenza, l’uomo è curioso, vuole sapere, solo sapendo si arricchisce, migliora, evolve, cresce. E l’uomo deve in qualche modo recuperare quella consapevolezza vecchia come Socrate, del “so di non sapere”. Deve fare un passo indietro. Deve essere umile. Deve avere il coraggio di mettersi dietro a cose che non conosce. Ammettere che non le conosce. E avere al contempo, quindi, la voglia di conoscere. Lo stimolo.
Basta questa indifferenza, basta questa ipocrisia del dire “non è normale questo caldo, non è normale che non nevichi”. Se non è normale, perché stiamo fermi? Ce lo facciamo passare sopra senza cambiare nulla, senza pensare di poter fare la differenza.
Immagino come sarebbe stupendo se, dopo aver preso coscienza dei fatti, smettessimo di comprare quel petto di pollo ultrascontato al supermercato. Se smettessimo, quindi, di finanziare quelle enormi lobby che provocano, da sole, un’enorme parte di inquinamento atmosferico. In quelle fabbriche di morte, che non esagero a paragonare a campi di concentramento per animali, non vi è nulla che giochi a nostro favore. Niente che giovi alla nostra salute fisica, al nostro benessere mentale, alla nostra vista, al nostro olfatto. Alla nostra morale, alla nostra etica.
Io scrivo queste cose per difendere una e una sola cosa: l’informazione. Non è vero che è meglio non sapere. Bisogna avere il coraggio di guardare negli occhi ciò che ogni giorno finanziamo, contribuiamo a far continuare, consumando prodotti che provengono da allevamenti intensivi. Guardare negli occhi e con gli occhi cosa stiamo facendo. Perché siamo noi, e non è vero che la colpa è di chi ci governa. I soldi li versiamo noi, fino a che continueremo a pagare per far sussistere queste fabbriche enormi, allora saremo nel torto quando diremo “e ma il cambiamento climatico”, “e ma è colpa dei politici che non sanno governare”.
Scrivo con questa energia e questa rabbia perché CREDO che possiamo ancora cambiare. Se non ci credessi sarei rassegnata e non mi sprecherei a scrivere. Ma siccome sono giovane, sono colma di speranza, di energia, di buona volontà, sono propositiva, io spero. Io combatto, fino a che ho le energie.
Chi se non noi? Chi se non io?
Tutti, tutti, tutti possiamo fare la differenza. Se non inizi tu, non inizierà mai nessuno. Ora.
14 Maggio 2022 | Stappapensieri
Ancora oggi, quando chiediamo a qualcuno di “correre come una ragazza” o “battersi come una ragazza”, che si tratti di un uomo, una donna, un bambino o una bambina, spesso la risposta che si ha è caratterizzata da movimenti aggraziati e risatine isteriche. Perché ci hanno insegnato che “è così che fa una ragazza”.
Fin da piccoli, infatti, siamo stati abituati ad una differenza abissale quanto concettuale, quella tra maschio e femmina: all’asilo, per esempio, le bambine avevano il grembiulino rosa, con ricamata una ballerina o una principessa, mentre i maschietti grembiulini blu con immagini di supereroi o automobili. Crescendo, poi, ci siamo accorti che, in realtà, anche le ragazze possono guidare un’automobile, e Catwoman e la Vedova Nera ci hanno insegnato che anche le supereroine possono salvare il mondo.
Eppure, con il tempo, fare le cose “come una ragazza” è diventato non solo un modo per caratterizzare il genere femminile, ma anche per sbeffeggiare il genere maschile; perché dire a un uomo di “battersi come una ragazza”, o peggio “come una femminuccia”, significa, nel senso comune, privarlo di quella che pare essere l’unica caratteristica che lo rende davvero forte e rispettabile: l’essere uomo, “maschio”, appunto.
Questa caratterizzazione negativa del femminile, che va avanti da tempi remoti e di cui già Aristotele scriveva, si insinua nel tessuto della nostra società, e ci porta inconsciamente a categorizzare gli atteggiamenti femminili in maniera superficiale e sessista. Perché, se ci si ferma ad osservare la realtà, una ragazza corre esattamente come un ragazzo: mette in movimento un piede dopo l’altro, attiva gli stessi muscoli; lo fa per sport, per divertirsi, per scappare da situazioni di pericolo. E lo stesso vale per qualunque altra situazione quotidiana. Non esiste un modo di fare da ragazza o da ragazzo, esiste semplicemente un modo di fare da esseri umani.
Eppure, l’istinto ci porta a pensare ad azioni diverse, con modi e finalità diverse e con diversi livelli di credibilità. Questo istinto non inficia, però, la sola lingua parlata, ma porta a considerare le attività femminili come attività di serie B, e, per osmosi, le ragazze come capaci di svolgere sole attività di serie B. Relegate alla sfera della cura, della gestione della casa, alla sfera dell’emotività e tagliate fuori da quella della forza (fisica, ma anche morale), le donne sono viste come “esseri speciali e aggraziati”, come se la loro umanità non appartenesse alla stessa categoria umana maschile.
È tempo di uscire da questo schema duale non comunicante, e di aprire gli occhi alla realtà: uscendo di casa, guardando la televisione, leggendo i giornali, non vediamo donne che fanno cose da donne e uomini che fanno cose da uomini, ma uomini e donne che fanno cose da persone umane. Il distinguo sta tutto qui: continuare ad utilizzare la locuzione “come una ragazza” in maniera spregiativa porta ad una più o meno conscia svalutazione del femminile. Essere consci di questo risvolto potrebbe portarci a comparare in maniera molto più realistica gli atteggiamenti femminili e maschili, riconoscendo che fare le cose “come una ragazza”, in effetti, permette di raggiungere i propri obiettivi, superare i propri limiti e andare oltre le differenze, e che, quindi, funziona.
Perché non c’è niente di male o svilente nell’essere una ragazza, quindi non dovrebbe esserci alcunché di svilente nemmeno nell’agire “come una ragazza”.
30 Aprile 2022 | Stappapensieri
La pace ha bisogno di un’umanità intera che ci lavori sopra, per esistere. Si sentono e si leggono persone che dicono che questa guerra è tutta colpa di un dittatore e dei suoi scagnozzi, e che il mondo ha il fiato sospeso pendendo dalle sue labbra. Ma nessuna guerra è mai colpa di una o dieci o venti persone. Chi lo dice dimentica la complessità del meccanismo, e si scorda anche delle scene e delle frasi del processo di Norimberga diventate iconiche e su cui la Arendt scrisse La banalità del male. La guerra esiste perché esistono persone che decidono di fabbricare armi; persone che poi decidono di vendere queste armi; persone che scelgono (molte altre, purtroppo, non scelgono, come in questa guerra) di imbracciare quelle armi. Queste sono le condizioni di possibilità dei conflitti, che rendono realtà ciò che inizialmente era soltanto l’ordine verbale di un presidente o un generale. Sulla guerra in Ucraina Tomaso Montanari ha scritto un bellissimo articolo che potete leggere qui.
La cultura della pace si forma a partire dal basso e dalla quotidianità: richiede un’inversione di rotta nel modo di pensare, perché, come diceva Einstein, i problemi non possono essere risolti con la stessa logica che li ha creati. Occorre sviluppare un pensiero divergente a tutto tondo e creare una nuova Weltanschauung, una nuova visione del mondo. Perché si costruisca la pace, il pensiero dominante non può continuare a incoraggiare la sete per la ricchezza e il potere, così come non è accettabile che si sia aumentata la spesa militare al 2% del PIL mentre quella per l’Università e la ricerca è allo 0.5%. La pace è innanzitutto una condizione interiore caratterizzata dalla tranquillità, ed è forse assimilabile alla beatitudine: accettare ciò che si ha, e cercare di migliorare la propria vita senza danneggiare chi ci sta accanto. Ma la pace è solida anche se c’è un’altra condizione: l’amore per l’etica – questa sconosciuta soffocata dal cinismo capitalista. L’etica quotidiana, quella che ci fa scegliere che cosa comprare, dove, che cosa leggere, come usare il tempo libero: non è una banalità, perché la consapevolezza delle proprie azioni è già responsabilità. Per gli Antichi la vita condotta nella moralità era la maggiore preoccupazione filosofica: si trattava di vivere secondo la legge morale, ricercando la tranquillità e la virtù. Oggi tutto questo è scomparso, e nella nostra cultura non ha più alcuna importanza.
Eppure etica, felicità e pace sono le tre Grazie che danzano insieme. L’unica medicina contro la guerra è educare l’essere umano. Per questo è urgentissimo insegnare ai nostri figli a soddisfare i loro desideri nel rispetto degli altri e ad accettare i limiti dell’esistenza. E, soprattutto, la grande sfida che non è più possibile rimandare è questa: ricercare la felicità prima di ogni altra cosa; la felicità vera, quella che si sposa con l’etica e che genera una solida tranquillità interiore. Questa è la strada vitale che bisogna imboccare per costruire finalmente una cultura della pace.
14 Aprile 2022 | Stappapensieri
«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra»
(Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950)
L’Europa ha vissuto gli ultimi settant’anni in una bolla dorata di pace e sviluppo economico: dopo la Seconda Guerra Mondiale, la nascita delle Comunità Europee e poi dell’Unione Europea ha gettato le fondamenta per una comunità di sicurezza i cui attori non considerano più la guerra come uno strumento per risolvere le controversie, ma preferiscono usare la diplomazia e gli accordi per prorogare una convivenza pacifica duratura. Il problema, però, è che questa comunità di sicurezza non è estesa a tutto il mondo, ma le guerre continuano ad esistere e ad uccidere. Sempre più raramente parliamo di tradizionali conflitti tra stati: le nuove guerre, infatti, coinvolgono più attori e, in misura sempre crescente, i civili.
Come ogni fenomeno improvviso, è difficile rendersi conto della condizione di privilegio in cui si vive finché questo privilegio non viene minacciato: nel momento in cui un conflitto viene a bussare alle porte dell’Europa occidentale, stracciando quel velo fasullo di eguaglianza che copre la trasmutazione di diritti in privilegi, esso ci ricorda di essere cittadini del mondo prima ancora che cittadini d’Europa, un mondo imperfetto e turbolento, che non potremo tenere fuori dalla porta per sempre.
Il conflitto è una condizione naturale dell’umano: Hobbes parla di uno stato di natura dell’uomo caratterizzato dalla guerra di tutti contro tutti e dalla legge della giungla, per cui solo il più forte, alla fine, vince. Gli uomini, per porre fine a questa condizione sgradevole e pericolosa, hanno dato vita alle società organizzate e agli Stati, ma la componente conflittuale insita nella natura umana ha continuato ad esistere, trasferendosi dall’individuo alla società, e la guerra degli uomini è diventata una guerra tra popoli e stati.
Come uscire dal loop del conflitto? L’Europa ci ha provato, ma sfidando la base delle relazioni internazionali tradizionali: la centralità dello Stato. Solo mettendo in secondo piano, in primo luogo, l’individuo e in secondo luogo lo stato, cooperando per un bene comune superiore (la pace) si può davvero costruire una comunità di sicurezza capace di eliminare il conflitto. Ma non possiamo di certo dire di aver raggiunto questo livello di stabilità né fuori dall’Europa né, visti i recenti sviluppi, al suo interno. Finché saranno la strategia e la brama egemonica a controllare le relazioni tra gli Stati così come tra le persone, i conflitti non cesseranno di esistere e l’umanità non cesserà di essere in pericolo.
Riconoscere il fatto che il conflitto non sia sparito con la Seconda Guerra Mondiale, ma esista tuttora in molte parti del mondo e non troppo lontane, è un punto di partenza fondamentale per affrontare davvero in profondità il tema della guerra: dal 30 luglio 2020 al 30 luglio 2021 il nostro Pianeta ha vissuto quasi 100.000 situazioni di conflitto. Lavorare sui motivi dello scontro prima che sui suoi effetti, e dunque sulla natura umana in quanto tale e sulla natura degli Stati nazione, potenziare il progetto dell’Unione Europea e proiettarlo sull’intero sistema internazionale, potrebbe essere l’origine di un nuovo Leviatano, radicato nella pace e nella cooperazione, un “Leviatano di sicurezza”.