Leggere Nuto a casa di Nuto

Nell’ambito delle manifestazioni del Centenario della nascita di Nuto Revelli, “Mai Tardi – Associazione Amici di Nuto”, in collaborazione con la Fondazione Nuto Revelli, propone una no stop di lettura condivisa delle pagine di Nuto Revelli intitolata “Leggere Nuto a casa di Nuto”. La manifestazione si terrà nella sede della Fondazione, in Corso Brunet 1 a Cuneo (la casa dello scrittore) venerdì 19 luglio dalle ore 17:00 alle ore 1:00 del 20 luglio.

Chi è disponibile a dare il proprio contributo è pregato di mandare una mail all’indirizzo assmaitardi@gmail.com o info@nutorevelli.org indicando:

-il brano tratto dai libri di Revelli che intende leggere;

-la fascia oraria in cui garantisce la sua presenza (prima fascia oraria ore 17:00-20:30; seconda fascia oraria 20:30 – 1:00).

In base alla risposte ricevute si procederà alla stesura del programma dettagliato della manifestazione.

In occasione dell’evento il bar Haiti (il baretto frequentato abitualmente da Nuto Revelli e che da sempre lo ricorda con alcuni suoi libri appoggiati sul tavolino a cui era solito sedersi) resterà aperto eccezionalmente oltre l’orario di chiusura e fino al termine dell’ iniziativa.

Il termine per iscriversi è fissato al 15 luglio 2019.

La Torino letteraria

A Torino, dall’8 al 15 di aprile, torna il consueto appuntamento con Torino che legge, evento che prevede una settimana ricca di appuntamenti dedicati ai libri e alla lettura e che, insieme al Salone del Libro di maggio e all’autunnale Portici di carta, corrobora il sodalizio tra il capoluogo piemontese e la letteratura. Il rapporto tra la città sabauda e il mondo librario non è limitato a queste iniziative: sono molti, infatti, gli scrittori che hanno contribuito a fare di Torino un grande ed elegante salotto letterario. Passeggiando per le vie della città, è possibile ripercorrere le loro orme e rievocare alcuni importanti capitoli della storia della letteratura italiana.

Ecco, dunque, alcune tappe imprescindibili del turismo letterario torinese.

 

Il caffè Platti in Corso Vittorio Emanuele, che fu uno dei luoghi prediletti di Luigi Einaudi, Cesare Pavese, Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg, Leone Ginzburg e Mario Soldati.

In via Oddino Morgari, nel cuore di San Salvario, si trova, invece, la casa in cui visse parte della propria vita Natalia Ginzburg e che fu protagonista di molte pagine di Lessico famigliare. A ricordare il passaggio della scrittrice vi sono una targhetta e la piazzetta antistante alla chiesa, intitolata a Natalia Levi Ginzburg.

Sempre nello stesso quartiere, in via Pietro Giuria 7 si trova la facoltà di Chimica in cui studiò Primo Levi, mentre la casa in cui l’autore nacque, visse e si tolse la vita, gettandosi nella tromba delle scale, è in corso Re Umberto 75.

Restando in corso Re Umberto, ci si imbatte nella sede della casa editrice Einaudi, trasferita a seguito di un bombardamento che distrusse la vecchia sede di via Arcivescovado 7 e animata, negli anni Trenta e Quaranta, dal fervore intellettuale di letterati del calibro di Cesare Pavese.

L’hotel Roma in piazza Carlo Felice è una sorta di Mecca per i pavesiani più viscerali; qui, difatti, il celebre scrittore langarolo si tolse la vita e molti suoi ammiratori lo commemorano visitando la stanza dell’hotel in cui soggiornò.

Per concludere circolarmente la passeggiata letteraria, un’ultima tappa in via Galliari permette di ricordare Umberto Eco, che trascorse i propri anni universitari nel Collegio Einaudi, di cui non mancò di scrivere.

«Non ricordo se il Collegio chiudeva inesorabilmente alle 11,30 o a mezzanotte. Ricordo che chiudeva. […] Per questo io non ho mai saputo se Amleto sia morto, come se la sia cavata Edipo, chi sia la signora ponza, se Osvaldo abbia o non abbia avuto il sole, se Stanis Kowalsky si sia riappacificato con Stella, se Enrico IV sia rinsavito. Morirò con questi interrogativi sulle mie labbra esangui.

E tuttavia sarei disposto a rinunciare alla rivelazione finale per rivivere gli anni del Collegio Universitario. Essi hanno lasciato su di me tracce profonde».

 

Il mondo è cieco?

In Cecità, romanzo distopico del premio Nobel José Saramago, l’autore immagina che un’epidemia di cecità si diffonda gradualmente in tutto il mondo e affligga, quindi, ogni essere umano; per arginare il problema, i primi neo-ciechi, che sono anche i protagonisti del libro, vengono segregati in quarantena e sono costretti a scendere a patti con la propria dignità, per sopravvivere. 

La perdita della vista comporta lo smantellamento di ogni convenzione sociale, della cultura, del pudore, della proprietà privata, e fa emergere il lato più egoista e brutale dell’uomo; rinchiusi in celle sovraffollate, i personaggi smarriscono il senso dell’umano e, così, la bestialità prende il sopravvento: stupri, violenze di ogni sorta, furti e prevaricazione diventano per tutti la quotidianità. 

Quando è ormai chiaro che il morbo è ineluttabile e che non esiste, per nessuno, una via di fuga dall’oscurità, i “prigionieri” vengono liberati e imparano a conoscere la nuova terribile fisionomia del mondo senza luce, non molto diversa da quella che si era profilata nelle celle, durante la quarantena.

Qual è il messaggio che intende trasmettere Saramago, con il suo volume angosciante e atroce? Rispondere alla domanda non è affatto semplice, perché il romanzo è passibile di diverse interpretazioni; innanzitutto, la prima riflessione che nutre riguarda l’importanza della vista. Questo senso, difatti, viene presentato come la conditio sine qua non dell’uomo, ovvero ciò che, insieme alla ragione, permette di distinguerlo da un animale. In secondo luogo, il mondo terribile e sconvolgente che viene descritto dall’autore è caratterizzato dall’ambivalenza: si tratta davvero di un universo altro, di uno scenario lontano da quello reale, o la cecità è una metafora dello sperdimento e dell’alienazione che pervadono la contemporaneità? Certo, nel libro gli effetti conseguenti a queste due condizioni esistenziali vengono iperbolizzati, ma la massima dell’homo homini lupus è applicabile anche al nostro presente. Sempre volendo considerare l’allusività del testo, la dicotomia buio-luce si carica di una valenza simbolica e può tranquillamente essere giustapposta all’antitesi tra la ragione e la follia in quanto l’essere umano senza vista, e quindi senza luce, rimane in balìa dei propri folli istinti.  

Per concludere, Cecità è un romanzo che, mutuando un’espressione che una parte della critica aveva impiegato per commentare Il tamburo di latta di Gunter Grass – altro pilastro della letteratura del secondo Novecento –, fa venire voglia di lavarsi le mani per il disgusto, al termine della lettura. Ma è anche un’opera suggestiva: l’intento del romanziere, infatti, è quello di fare sorgere degli interrogativi, piuttosto che di offrire un messaggio o una risposta preconfezionati.  

L’avversario

Jean-Claude Romand è un uomo in apparenza normale: ha una bella casa, una famiglia amorevole, genitori e amici che lo stimano e anche una posizione lavorativa invidiabile; difatti, lavora all’OMS come medico ricercatore e per questo può mantenere un tenore di vita piuttosto alto. Nonostante i suoi successi, il grande medico rimane umile e mite, tende schivare le domande sul proprio lavoro e a restare con i piedi per terra. Questo è il ritratto che avrebbe tracciato di lui qualsiasi persona lo avesse conosciuto.

C’è, poi, un altro Jean-Claude Romand, celebre in Francia e noto alla stampa internazionale per essere un pluriomicida: l’uomo, il “mostro”, nel 1993, ha sterminato la propria famiglia, uccidendo i genitori, la moglie e i figli, ha tentato di spezzare la vita dell’amante e ha dato fuoco alla propria abitazione.

Che cosa lega questi due personaggi sideralmente lontani, a parte il nome? Si tratta, ovviamente, della stessa persona. Il Jean-Claude pacato e schivo è, in realtà, un’abile e terribile costruzione, una colossale menzogna, del secondo Jean-Claude, il quale, patologicamente bugiardo, ha recitato per venti anni il ruolo dell’encomiabile medico di successo. Quando, tardivamente, la sua vera natura ha iniziato a venire lentamente alla luce, per non dare spiegazioni, forse per evitare la tremenda vergogna e gli sguardi di disprezzo dei familiari, ha ucciso tutti i propri cari.

La storia di questo criminale ha dell’incredibile e infonde un profondo odio verso Romand, ma, soprattutto, porta a riflettere, a chiedersi che livello di crudeltà si debba raggiungere per arrivare a commettere tali delitti, che disumanità, freddezza e spregiudicatezza siano sottese ad essi; anche lo scrittore e regista Emmanuel Carrère si è interessato a questo fatto di cronaca al punto di decidere di scriverne un libro.

Carrère, armato di penna, scrisse a Romand, che si trovava in prigione, per chiedergli un incontro; dopo molto tempo, il galeotto rispose ed ebbe inizio un rapporto epistolare tra i due, grazie al quale lo scrittore poté ricostruire meglio, senza la lente deformante dei giornali e delle opinioni altrui, la storia del “mostro”. Il risultato è L’avversario, una non fiction novel nient’affatto banale che tenta di sondare la psiche del pluriomicida francese, eludendo i preconcetti ed evitando di dispensare giudizi morali; gestire un fatto di cronaca così tragico, così scottante, non è un’impresa semplice, ma Carrère restituisce una narrazione limpida, scevra di alterazioni rispetto alla realtà, in uno stile impeccabile e rende coinvolgente la sua ricerca della vera identità di Jean-Claude Romand.

La lettura diviene vorticosa e, dopo l’ultima riga del libro, il lettore è combattuto: da un lato, non può negare l’incredibile maestria dell’autore; dall’altro, il disgusto nei confronti del protagonista sembra prevalere e gli impedisce di definire L’avversario un bel libro. Ed è questo effetto disarmante che la grande letteratura deve provocare.

Ogni cosa è illuminata

Jonathan Safran Foer illumina, davvero, ogni cosa, con il suo brillante e spassoso romanzo d’esordio, Ogni cosa è illuminata. 

Si tratta, in realtà, di un romanzo non-romanzo, perché l’autore restituisce al lettore un abile intarsio di generi letterari: la forma epistolare e la narrazione vera e propria, infatti, si alternano per dare vita a un libro unico nel suo genere. Lo scarto rispetto al romanzo lineare e tradizionale non è dovuto, però, solamente alla forma: la vera innovazione introdotta da Foer riguarda anche la lingua impiegata nella narrazione; l’autore aderisce al principio del realismo e, come i grandi narratori, flette la lingua in modo che risponda a tale principio. Per comprendere quale sia questa “neolingua” inventata dal romanziere, occorre prima ripercorrere brevemente la trama – alquanto complicata – del libro. 

Alex, un giovane ucraino effervescente e fuori da ogni schema, viene assoldato dalla propria famiglia, che gestisce una stramba agenzia di viaggi, come traduttore per un giovane cliente americano, Jonathan, un ragazzo compìto e pacato, il quale intende compiere un viaggio in Ucraina alla ricerca delle proprie radici. E quindi, Alex e il nonno, accompagnati dalla bizzarra cagnetta-guida di quest’ultimo – che si finge cieco, ma in realtà non lo è –, partono per incontrare il ragazzo americano e accompagnarlo in giro per il Paese, alla volta di Trachimbrod, il luogo in cui il nonno di Jonathan ha vissuto la propria giovinezza e da cui è riuscito a fuggire, durante le persecuzioni razziali, grazie alla figura quasi mitologica di una donna, Augustine; lo scopo del viaggio è, dunque, trovare e conoscere l’ormai anziana Augustine. Per queste ragioni, Ogni cosa è illuminata è anche un libro sull’amicizia, nei suoi molteplici volti: l’amicizia intercontinentale, tra l’ucraino e l’americano, e quella intergenerazionale, tra i due e il nonno. 

Come si anticipava, la narrazione è tutt’altro che canonica: Foer finge che i due protagonisti, dopo aver terminato il loro viaggio ricco di avventure strampalate (ma avviato per un motivo nobile e serio), inizino a scrivere un romanzo ciascuno. Jonathan scrive, in uno stile limpido e impeccabile e fingendosi narratore onnisciente, ciò che ha scoperto a riguardo del proprio passato; mentre Alex, in qualità di narratore interno, racconta l’avventura trascorsa insieme al suo nuovo amico d’oltreoceano; dunque, alcuni capitoli del libro corrispondono alle loro due narrazioni. A inframmezzare i romanzi dei due ragazzi ci sono le lettere che Jonathan e Alex si scambiano; appena finiscono di scrivere una sezione del romanzo, infatti, la inviano all’altro, per chiedere consigli e riflettere sullo stile. Ogni cosa è illuminata offre, quindi, un’ottima occasione per soffermarsi sugli espedienti propri dell’arte del narrare e, in primis, sul confine labile tra la realtà e la sua alterazione.

Ciò che rende dirompente e geniale il libro è proprio il pastiche di generi letterari, stili e lingue; tornando, nello specifico, alla questione della lingua, Foer inventa un inglese sgangherato – l’inglese parlato da un ragazzo ucraino che ha appreso la lingua solamente a scuola e che, quindi, non la conosce affatto – per rendere realistiche le sezioni in cui la voce narrante è quella di Alex. Perciò il titolo, parafrasato da questa lingua pittoresca, significa che “ogni cosa è stata chiarita”: grazie al viaggio, si è fatta luce sul passato di Jonathan. Ovviamente, l’effetto ricercato e ottenuto tramite questi espedienti (retorici, stilistici e linguistici) è di alleggerire e rendere anche divertente un romanzo che tratta, di fatto, dell’antisemitismo. 

Leggere Ogni cosa è illuminata permette, infine, di esplorare le tradizioni pressoché sconosciute di un Paese come l’Ucraina, ma anche le usanze, il gergo e l’organizzazione tipici della civiltà ebraica. Tutto ciò, ridendo di gusto. 

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