Lettera di Nefellos ad Apollodoro

Nefellos saluta Apollodoro.

Caro amico, come ben tu sai il dio di Delfi, in ricompensa della lotta che feci ai tempi del tiranno noto come Domiziano in favore della libertà, mi ha concesso di visitare un tempo lontano da noi. Sto tenendo questo carteggio perché ti sappia poi raccontare nel modo più verosimile possibile le cose cui assisto. Per primo, e ciò stupirà in particolar modo te, in quanto senatore, qui ciascuno, indipendentemente dal proprio patrimonio e dal sesso, raggiunta un’età inferiore a quella che era in uso presso i sapienti concittadini di Socrate, prima che le nostre aquile offuscassero la democrazia greca, hanno diritto di voto. Ciascun giovane infatti, sia esso uomo o donna, raggiunti i diciotto anni può votare per il proprio sindaco, una figura molto simile ai capi delle tribù germaniche e galliche di cui ci raccontano i nostri legionari e i nostri storici, ricorderai in particolar modo la Germania di Tacito, cui ti so particolarmente affezionato. Sono inoltre loro stessi a eleggersi un capo, tra quelli che ottengono più voti. Le votazioni in questa Italia funzionano così: dapprima i candidati si riuniscono in un gruppo, che qui chiamano “partiti”. Successivamente si organizzano, nei principali comuni, quelli che a noi possono rassomigliare i comizi. Ora, tu caro Apollodoro, ti aspetterai che ogni singolo cittadino non veda l’ora di esprimere il proprio voto, così da partecipare alla vita politica. Ebbene, pare che qui invece ciascuno abbia subito una qualche amnesia o un qualche maleficio divino, dal momento che, pur avendo subito non da molto una tirannia che forse è fin peggiore di quella attuata da Domiziano, non hanno alcun desiderio di esprimere un proprio voto, usando come scusa l’assenza di validi politici. Tu ora, da buon uomo politico quale sei, ti chiederai perché dunque non scendano loro stessi in politica. Ebbene sappi che par esserci qui una sorta di credenza popolare secondo cui chi si immischia di politica si macchi come di un crimine immondo. Ah, cosa mai direbbero Platone e Cicerone sapendo così osteggiata la carriera forense? Pare inoltre che chi ha qui governo non rispetta una delle sacre libertà della democrazia che pure ci si aspetterebbe in una società così governata. A breve infatti si terranno dei comizi per decidere della cittadinanza e del lavoro e questi, che pure dovrebbero spronare il popolo a esprimere il proprio parere, lo invitano anzi a non votare e a fidarsi di loro. Così, dicono, prese il potere Ottaviano, a furor di popolo, ingannandolo come mi par cotesti facciano.

Parliamo ora della scuola, che forse è una delle cose a te più care. Ebbene, sappi che ciascun cittadino, e in realtà anche non cittadino, indipendentemente dal sesso, ha l’obbligo di frequentare la scuola almeno sino al sedicesimo anno di età. Nel periodo da me visitato poi è capitata una cosa che mi è parsa assai disdicevole. C’è infatti nella nuova Bononia, che loro chiamano Bologna, un liceo che loro definiscono “classico”, ce ne sono a dire la verità molti anche nelle altre grandi città d’Italia. Ebbene, tale genere di liceo, che loro dicono essere stato creato da un Cesare di Francia, territorio che corrisponde alla nostra Gallia, prevede un insegnamento non troppo dissimile a quello proposto nelle nostre Accademie. Insegnano qui infatti la lingua e la cultura latina e greca, quella del latino moderno che loro chiamano “italiano”, quella che pare derivi dalle zone della Britanni e che loro chiamano “inglese” e, in alcuni casi, anche una lingua che ha caratteristiche, mi sembra, sia dei Franchi, una delle numerose tribù che vivono nella Germania Magna, e dei Galli e che qui chiamano “francese”. Sempre qui insegnano anche la filosofia, ma la separano. Non insegnano infatti una sola filosofia ma in un caso, che è quella della disciplina che loro chiamano filosofia, ne fanno una ricerca diacronica, vedendone lo sviluppo e analizzandone i pensieri, ma senza praticarla. La matematica poi è presa a parte, così come anche la fisica e quella parte delle filosofie naturali, che qui chiamano “scienza”. Non vi è poi alcuna traccia della materia che noi conosciamo come “armonia”. Ebbene, dicevo, un giorno in questo “liceo classico” di Bononia accadde che gli studenti, presi dal timore del loro tempo fecero una cosa che per noi sarebbe stata impensabile: occuparono la scuola. Qui infatti pare che per discutere nei luoghi di cultura del proprio tempo e dei metodi per migliorarlo sia necessario per gli studenti vivere là dentro. Ebbene, durante questa occupazione, così ho sentito dire, gli studenti discussero del loro tempo e dei metodi di migliorarlo tramite gli strumenti che a loro questa scuola aveva insegnato a usare. Ebbene, come che ebbero terminato l’occupazione di questo edificio, il rettore di questa dicono abbia chiamato due ragazzi, estratti a caso dalla folla degli studenti, e li abbia denunciati per l’occupazione. Comprendi dunque quali tempi aspettano i ragazzi? A essi viene insegnato a usare l’intelletto e la ragione e le emozioni per migliorare il mondo in cui vivono, ma, appena provano a farlo, vengono subito rimproverati e costretti a uniformarsi al pensiero comune. Chi non lo fa poi, non solo i più adulti, che spesso mi sono parsi dei Domiziani, li insultano e, talvolta, arrivano anche alle mani. O tempora, o mores! Invero a nulla compose quell’opera magnifica Quintiliano e lo stesso fece, dicono, Plutarco, se poi non una delle funzioni maggiori dell’educazione viene rispettata dai posteri!

Se avrai letto bene le parti precedenti, ti sarai piacevolmente stupito, entrambi condividiamo la positiva opinione sulla legge di Claudio, che alle donne ben più libertà vengono concesse. Purtroppo, amico mio, devo qui contraddirti. Nonostante già noi infatti, con il divo Traiano, avessimo ristabilito la Lex Caludia de tutela mulierum, pare che qui un Cesare successivo l’abbia nuovamente abolita, privando così le donne delle libertà che pure spetterebbero logicamente loro. A causa di ciò oggi esse non si trovano in un contesto di libertà che tanto noi abbiamo sperato sarebbe stato raggiunto negli imperi successivi a quelli dell’optimus princeps, ma anzi si trovano a combattere assiduamente per il più logico, piccolo, e naturale dei diritti. Alcuni uomini poi, in questo tempo, si sentono così minacciati da creare gruppi che criticano le donne per le loro libertà, chiamandole con epiteti indegni persino della peggiore delle lupe e affermando con sicurezza che se essi non vengono amati è proprio colpa delle donne. Costoro tra loro si chiamano “incel”, che pare significhi “vergini involontari”. Essi dunque affermano che a una donna non piaccia che un dato tipo di uomini e che rifiuti tutti gli altri. Qualche folle poi, per dar credito a ciò, ha anche fatto una serie di calcoli e proporzioni, basandosi su non so che dati inesistenti. Le donne poi si trovano poi anche a dover lottare contro una società che punisce più le vittime che i carnefici. Devi infatti sapere che, da quel che posso vedere nelle visioni conferitemi dal dio di Delfi, non sono rari quei crimini che portarono Lucio Giunio Bruto a cacciare dalla città di Romolo l’ultimo dei Tarquini, ma anzi sono numerosi, e ancora più numerosi sono gli omicidi compiuti dai fidanzati o dagli ex-fidanzati per impedire alla moglie o alla fidanzata di lasciarli perché non li amano più, sì che tu diresti piuttosto essere tornato al tempo delle Dodici Tavole piuttosto che essere giunto oltre i duemila e settecento anni dalla fondazione di Roma. E tutte queste vittime sono uccise continuamente, dacché molti, e molti, ahimé per il nostro genere, uomini, affermano con convinzione che costoro, per essere uccise o stuprate dovevano avere una qualche colpa, come se il semplice non amare qualcuno o l’essere abbigliata come più le aggrada siano crimini e, peggio ancora, crimini che giustifichino lo stupro e l’omicidio. Non mi spiego, sono sincero mio caro Apollodoro, come una società che pare così avanzata sia in realtà tanto retrograda da far sembrare pure il primissimo periodo dell’età repubblicana un’età illuminata. Tornando ai femminicidi, quello che sconvolge non è solo l’indifferenza della popolazione, che anche quando vi assiste non interviene, ma anche le giustificazioni dei femminicidi, i quali affermano di aver ucciso per amore, come se l’amore potesse mai permettere che per lui si uccida e non fosse ciò più affine all’odio che tutto annulla e tutto estingue.

Tali, Apollodoro, sono le condizioni in cui versa il popolo romano dell’anno 2025. Confido negli intellettuali di quest’epoca, che possano riportare l’Italia e l’antico Impero alla grandezza cui dovrebbe appartenere. Sperando ciò, ti saluto.

Con affetto,

il tuo amico Nefellos.

Il cantastorie e la principessa

C’era una volta un cantastorie. Viveva in un piccolo villaggio di un regno vastissimo, così vasto che si poteva camminare per giorni senza mai uscire dai suoi confini. Ogni sera il cantastorie raccontava storie di draghi ed eroi agli abitanti del villaggio. I bambini l’adoravano e facevano a gara per andargli vicino e sentire meglio le meraviglie che narrava. Anche gli adulti lo ascoltavano rapiti dalle gesta ora di questo ora di quell’eroe, re o cavaliere che fosse. La vita nel villaggio proseguiva dunque così: tra una storia e l’altra. Un giorno però le cose cambiarono. Il re infatti era stato colpito da un terribile maleficio: non rideva più come faceva un tempo, ma era sempre cupo e spesso aveva gli occhi pieni di lacrime che non ne volevano sapere di scendere. La principessa allora, preoccupata per il padre, decise di partire per cercare aiuto. Vagò a lungo, cercando in ogni villaggio qualcuno che riuscisse a spezzare il sortilegio che aveva colpito il padre. Il tempo passava e così passò l’estate, poi l’autunno e la nostra eroina non aveva ancora trovato chi potesse aiutare suo padre. Una notte d’inverno però, giunse al villaggio del nostro cantastorie. Era una notte fredda e quindi decise di ritirarsi nella prima locanda. Dopo che ebbe mangiato e bevuto, entrò un bambino che gridò a gran voce: «Venite! Venite! Nebulus sta per raccontare una delle sue storie!». Incuriosita, la principessa seguì la gran folla che s’affrettava a uscire dalla locanda. Giunsero nella piazzetta del villaggio, dove, accanto a un fuoco, un giovane stava iniziando a raccontare…

C’era una volta un vasto regno con un grande castello. Qui viveva una bellissima principessa che era amata da tutti. Un giorno però, un enorme drago volò sulla città, sputando verdi fiamme dalla bocca. Quando giunse al castello ruggì: «Consegnatemi la principessa e lascerò intatto questo regno!». La principessa, che oltre a essere bellissima era anche intelligentissima, rispose: «Va bene, sarò tua se riuscirai a battermi in tre sfide.». Il drago, sicuro della vittoria, rispose: «Ci sto! Dato che parti in svantaggio ti lascio sceglierle.». «D’accordo-disse la principessa-saranno una prova di intelligenza, una di forza e una di velocità. Le sfide si terranno sempre a mezzogiorno. La prima prova sarà quella di spegnere un fuoco senza usare l’acqua.». «Va bene» rispose il drago e volò via. Il giorno dopo, a mezzogiorno, tornò. Nel giardino del castello era stato preparato un enorme falò. Il drago provò a sbattere le ali velocissimo, creando un vento che stava per sradicare tutti gli alberi del giardino. Il fuoco, però, non si spense. Toccò allora alla principessa che gettò sul falò un enorme cumulo di sabbia. Così soffocate, le fiamme si spensero. «Dato che ho vinto, deciderò anche la seconda prova. Vincerà chi mangerà più pietre» disse la principessa. “Ecco una prova che non posso perdere” pensò il drago e accettò. Quella sera la principessa ordinò ai cuochi di palazzo di cucinare cinquecento pagnotte che sembrassero pietre bianche, e di nasconderle nel cumulo di pietre allestito per la prova. A mezzogiorno il drago tornò. Fu il primo a iniziare e mangiò duecento massi come fossero caramelle, ma l’ultimo gli spezzò un dente, costringendolo a fermarsi. “Vabbè, ho comunque la vittoria in pugno” pensò. La principessa mangiò le cinquecento pagnotte simili a pietre. Il drago, che sospettava in qualche inganno, insistette per assaggiare una delle pietre dal cumulo dell’avversaria. Come ne assaggiò una scoppiò in lacrime per il dolore al dente e si arrese. «Visto che ho vinto anche questa-disse la principessa-ho il diritto a decidere la prossima sfida: vincerà chi arriverà per primo al regno vicino.». “Questa non posso assolutamente perderla” pensò il drago e accettò. Quella notte la principessa studiò tutti i libri di magia del castello. Stava già albeggiando quando trovò un incantesimo che permetteva di correre veloci come il vento. A mezzogiorno il drago tornò. «Visto che è la tua ultima possibilità-disse la principessa-ti concederò un poco di vantaggio». Il drago, seppur confuso dall’arroganza di quella straordinaria principessa, accettò. Come fu scomparso oltre l’orizzonte, la principessa pronunciò l’incantesimo e in men che non si dica, si trovò alle porte del regno vicino. Quando il drago, sfinito per la velocità con cui aveva volato, vide che ciononostante la principessa era arrivata prima di lui, fu preso da un tale terrore che scappò così velocemente da sparire dalla vista in un batter d’occhio, terrorizzato da quella principessa intelligentissima, fortissima e velocissima e non fece mai più ritorno.

La piazzetta risuonò per gli appalusi dei più grandi e degli schiamazzi dei bambini che esigevano un’altra storia. Quando tutti se ne furono andati, la nostra principessa, che per non farsi notare si era avvolta in un mantello, si avvicinò a Nebulus e disse: «Complimenti! Non avevo mai sentito nessuno raccontare così una storia.». «Siete troppo gentile, non è nulla di che. Mi fa piacere allietare le notti dei miei compaesani» replicò il modesto cantastorie. «Niente affatto! -replicò la principessa-Le immagini sembravano uscire dalle tue parole e formarsi nel fuoco!». «Beh…grazie per i complimenti, ma non è nulla davvero. Voi chi siete piuttosto? Non mi pare di avervi mai vista da queste parti.» replicò il cantastorie. «Sono una povera contadina, sto viaggiando per cercare qualcuno che possa guarire mio padre. Vedete, un tempo rideva sempre ed era sempre gioioso, ma ora… ora è sempre cupo e triste e non so… non so come aiutarlo… – rispose la principessa mal celando le lacrime che le facevano luccicare gli occhi bruni – forse voi…forse voi potete aiutarlo!». «Io? E come potrei mai aiutarvi io? Sono solo un umile cantastorie, non sono né un mago né un medico… Mi dispiace molto per vostro padre, ma temo di non essere in grado di aiutarvi.» rispose Nebulus, commosso dalla vista di quella triste fanciulla. «Ma… ma ho visto la vostra abilità nel raccontare storie. Forse una di queste potrà far tornare mio padre a ridere! Vi prego, fate un tentativo. Non so cosa altro fare…» replicò la principessa, ormai con le lacrime che iniziavano a scendere. Il buon Nebulus, commosso a quella vista, rispose: «Va bene. Temo che non potrò far nulla, ma se ciò potrà sollevare un po’ il vostro animo, vi aiuterò. Ma prima, vi prego, ditemi come vi chiamate.». «Sofia, mi chiamo Sofia.» rispose la principessa, un po’ rincuorata. All’alba montarono sui loro cavalli. Galopparono tutto il giorno e tutta la notte e tutto il giorno successivo finché, la seconda notte non udirono una voce nella foresta tuonare: «Ucci ucci, sento odor di fanciullucci!». I cavalli si imbizzarrirono e i nostri eroi caddero per terra. Dal folto della foresta sbucò un enorme orco vestito con stracci. Questi altri non era che l’orco Iscariotte, un crudele demonio che da anni affliggeva le foreste della zona. Sofia, senza esitare, gridò a Nebulus: «Veloce, tu distrailo. Io nel frattempo cerco un modo per sconfiggerlo.». «C-come dovrei fare a distrarlo?» chiese Nebulus, non poco terrorizzato da quel mostro. «Non lo so – rispose Sofia – prova a raccontargli una storia». «Va bene, ci provo. – rispose il cantastorie – Ehi, tu – aggiunse rivolto all’orco – ti va di sentire una storia? Racconta di come un orco sia riuscito a sconfiggere un intero esercito.» «Tu, piccolo moscerino, – rispose il mostro – vorresti raccontare a me una storia per salvarti forse? Va bene, ma sappi che se non mi piacerà ti mangerò in un sol boccone!». Nebulus iniziò a raccontare. Raccontò di come una volta, un re crudele volesse distruggere una foresta incantata e sacra alla dea delle selve, Diana. La dea inviò allora una creatura invincibile a distruggere il regno. Quel mostro iniziò così a rubare e distruggere le campagne, senza che potesse essere fermato nemmeno dai più abili soldati. Iscariotte era rapito da questa narrazione, a tal punto che non si accorse di Sofia, che ebbe tempo di aggirarlo e arrampicarsi su un albero lì vicino. Come Nebulus arrivò al punto della battaglia finale, Sofia, brandendo una spada che emanava magici bagliori azzurri, si gettò sull’orco, ferendolo alla schiena. L’orco, spaventato dall’attacco inaspettato e dolorante per la ferita, scappò veloce come il vento e non si fece mai più vedere. «Bella trovata quella di un orco invincibile» disse Sofia quando Iscariotte era scomparso nella foresta «Grazie, ma il tuo attacco… non ho mai visto nulla del genere! Nemmeno nelle mie storie.» rispose Nebulus. «Grazie. – rispose Sofia – Ora però dobbiamo andare, siamo ancora lontani dalla mia casa.» e detto ciò montarono sui loro destrieri. Loro ancora non lo sapevano, ma Amore aveva appena bruciato i loro cuori con la sua fiamma antica e li aveva colpiti con le sue magiche frecce. Proseguirono fino a raggiungere un ponte in pietra. Un tempo, prima che il re fosse colpito dal maleficio, quel ponte era sempre affollato da carovane di mercanti diretti alla capitale. Adesso però quel ponte era deserto e strane storie raccontavano di bestie annidate sotto di esso. Come arrivarono nei suoi pressi, un potente ruggito scosse la neve dalle rocce e un’immensa creatura dal manto bianco come la neve sbucò da sotto il ponte. L’enorme troll sbarrò la strada ai nostri eroi e disse: «Mmh, cosa abbiamo qui? Degli umani? E cosa volete fare? Volete passare? Volete sfidare il glorioso Vafrudnir! Bene bene. Per farlo dovrete risolvere un indovinello a testa. Se li avrete risolti, cosa impossibile, ascolterò un vostro indovinello. Quando l’avrò risolto vi mangerò per cena ahahah! Chi vuole essere il primo?». Per primo si propose Nebulus, pensando che nel caso di sconfitta Sofia sarebbe potuta scappare. «Un giorno un esercito di orchi assaltò un castello. – iniziò Vafrudnir – A sconfiggerli venne mandato un solo eroe armato di un anello e di una spada. Prima di giungere al castello però, l’eroe si riposò in una radura, sotto le foglie di un faggio. Giunto in seguito sul luogo dell’assedio sconfisse tutti i nemici e, pur avendo subito attacchi mortali, riuscì a terminare lo scontro senza nemmeno un graffio. Com’è possibile?». Nebulus rifletté per qualche minuto e poi rispose: «Era protetto da un incantesimo. L’eroe di cui parli infatti è Sigfrido, che ottenne l’invulnerabilità dopo lo scontro col drago Fafnir.». «Esatto.» mugugnò il troll, visibilmente deluso. «Ora è il tuo turno-tuonò con voce feroce verso Sofia – Cos’è più affilato di una spada, che accresce ogni giorno e che migliora con la carta?». Sofia ci pensò un attimo e poi rispose: «L’ingegno, che può essere più affilato di una spada. Inoltre cresce con l’esperienza e può essere migliorato tramite lo studio dei libri.». «Esatto di nuovo! – tuonò Vafrudnir infuriato – Ora è il vostro turno. Tanto risolverò il vostro indovinello facilmente.». Fu Nebulus a porre l’indovinello e disse: «Ognuno di noi possiede una forza ignota. Alcuni dicono che essa non esiste. Altri che esiste, ma non è conoscibile. Altri ancora che è conoscibile, ma non comunicabile. Tutti loro sbagliano. Un pastorello, conosciuto l’enigma, provò a risolverlo. Perciò si sedette all’ombra di un albero e, mentre pensava, strimpellò a caso la sua cetra. Come lo fece tutto gli fu chiaro. Dimmi, Vafrudnir, qual è questa forza?». Vafrudnir ci pensò e pensò e più pensava meno idee gli vennero. Alla fine fu costretto ad arrendersi. Irato per la sconfitta, Vafrudnir iniziò a pestare violentemente i piedi per terra. Tuttavia non si accorse di essere sull’orlo del precipizio e sbatti qua e sbatti là, piombò di testa nel fiume e nessuno lo rivide mai più. I due eroi, rincuorati dalla vittoria, si abbracciarono e poi si guardarono negli occhi. «Posso chiederti una cosa?» domandò Sofia. «Ma certo, chiedi pure» rispose Nebulus. «Qual è la soluzione all’indovinello?» «È l’Amore – rispose Nebulus – perché vedi…». Nebulus non fece in tempo a spiegare che Sofia lo baciò. E lui contraccambiò. Così i due amanti proseguirono nella loro avventura senza incappare in altri imprevisti. Cammina cammina, Nebulus e Sofia arrivarono alle porte del castello. «Che ci facciamo qui? Non mi avevi detto che tuo padre era un contadino?» chiese Nebulus. «Ecco… c’è una cosa che devi sapere… io non sono una contadina, ma la principessa Sofia. Ti prego no ti arrabbiare, non volevo mentirti, ma temevo che se ti avessi detto la verità non mi avresti aiutata. Ti supplico, non abbandonarmi proprio ora che siamo così vicini…» disse Sofia scoppiando in lacrime. «Hey, tranquilla, tranquilla. Non ti abbandono. Che razza di persona sarei ad abbandonare la persona che amo nel momento del bisogno?» rispose Nebulus. «Quindi non ce l’hai con me perché ti ho mentito?» gli chiese Sofia asciugandosi le lacrime. «Certo che no, capisco perché l’hai fatto. Ma da ora in avanti niente più segreti tra noi, d’accordo?» rispose Nebulus. Sofia annuì. I due entrarono nel castello, ormai grigio e spoglio di qualsiasi ricordo di una passata gioia. Sul fondo del salone principale del castello, illuminato appena dal Sole che tramontava, si stagliava un trono cupo. Sofia corse verso di esso ed esclamò: «Eccoci padre! Eccoci! Scusa se ci ho messo tanto. Ho trovato chi può aiutarti! Forza Neb – disse rivolta all’amato – racconta a mio padre una storia.». Nebulus così iniziò a raccontare. Raccontò di come lui e Sofia si fossero conosciuti e delle sfide che avevano intrapreso. Quando raccontò la vicenda dell’orco Iscariotte, così pieno di sé da non accorgersi dell’attacco di Sofia, il re sorrise appena. Ma quando Nebulus raccontò del gigante Vafrudnir e di come una creatura tanto antica fosse caduta nell’acqua gelida dopo aver perso a una gara di indovinelli, fece una piccola risata. Visto però che ancora non bastava per far ridere il re, Nebulus pensò a una terza storia. 

Raccontò perciò di quando un gruppetto di Telchini, spiriti dei fiumi che amano fare dispetti, decisero di infastidire una povera vecchina. I Telchini ogni mattina facevano volare in giro tutte le spezie e gli alimenti della casa. La vecchina allora decise di tendere un tranello agli spiritelli. Decise di cucinare una torta. I Telchini, colta l’occasione per un buon dispetto, iniziarono a scambiarle gli ingredienti. La torta venne un disastro. La vecchina però, che si aspettava quel comportamento dai Telchini, uscì e comprò una nuova torta, in tutto simile a quella cucinata in loro presenza. Quella sera ne mangiò metà. I Telchini, stupiti da ciò, decisero di assaggiarla. Sfortunatamente per loro la vecchina aveva sostituito la torta con quella precedentemente cucinata da loro. Gli spiritelli ne assaggiarono una fetta e vennero colpiti immediatamente da un terribile mal di pancia. Offesi e umiliati, decisero di andarsene.

Come ebbe raccontato ciò, il re scoppiò in una violenta risata, che risuonò per tutto il regno. Con questa risata tornarono tutte le luci e i colori e il palazzo, da cupo e grigio che era, si dipinse di ogni sfumatura possibile. «Mi avete salvato!» esclamò il re. «Dimmi, figlia mia, chi è questo abile cantastorie?» chiese rivolto alla figlia. «Lui è Nebulus. È solo grazie a lui se sono riuscita a salvarti…In realtà ci sarebbe una cosa che vorremmo chiederti padre.» rispose la principessa, un po’ intimorita. «Ditemi pure» rispose il re. «Vorrei chiedere la mano di vostra figlia» disse Nebulus. «E sia» acconsentì il re. Due giorni dopo i nostri due eroi si sposarono e vennero genti da tutto il regno per assistere al matrimonio e in tutto il regno fu gran festa. E vissero tutti felici e contenti.

DANZARE I QUATTRO ELEMENTI PER RICONNETTERCI CON NOI STESSI

Ballare, ai giorni nostri e nel mondo dei giovani, significa prima di tutto andare in discoteca, di notte, muovendosi al ritmo di musica. Oppure frequentare un corso di danza, hip-hop, balli occitani, tango argentino, e chi più ne ha più ne metta. Si distingue chi “è capace a ballare” e chi “non ha il senso del ritmo, non è capace”, come se fosse una dote di pochi eletti che sanno muoversi con la musica. 

Penso in realtà che ballare, come cantare, suonare e qualsiasi altra azione che abbia a che fare con la musica e, più in generale, con l’arte, sia una caratteristica intrinseca all’essere umano. La musica è qualcosa che esiste in ognuno di noi e ognuno ha un modo diverso di intenderla perché rappresenta qualcosa che si sente dentro in modo del tutto unico. 

Aprirsi e connettersi alle forze naturali è indispensabile per una vita integra e totale. Noi donne e uomini moderni siamo mossi dalla fretta, dal bisogno di fare ed essere performanti, sempre più lontani dal nostro “sentire”. Con il tempo ci siamo separati dai ritmi della vita naturale ed abbiamo bloccato in noi molte energie vitali che ci appartengono per diritto di nascita. 

Partendo da questi presupposti, voglio raccontarvi come la danza, il ballo, il movimento, mi abbiano aiutato ad andare più in profondità dentro me stessa. Mi hanno permesso di esplorare meglio le connessioni con la natura e col mondo concreto che mi circonda, per vivere nel presente e non nella mia testa, o nel mondo digitale di cellulari e pc. 

Ogni elemento della natura offre qualità e strumenti unici per navigare nella complessità del nostro mondo interiore. Attraverso questa danza consapevole impariamo a gestire le emozioni, ad onorarle e abbracciarle come parti integranti della nostra esperienza quotidiana. Ogni elemento si riflette in noi in maniera differente: danzando possiamo percepire quale ci veste meglio, quale invece è distante da noi, quale fatichiamo a capire, così da avere l’opportunità di ricalibrarci e rifare il pieno di energie. 

Ci siamo trovati una sera in una grande sala, con il pavimento in legno e una stufa che ha reso l’ambiente caldo e accogliente. Eravamo circa dieci-quindici ragazze e ragazzi giovani, più la “maestra”: colei che ci avrebbe guidato in questa “onda danzante”. Siamo partiti con “kundalini”, lo scuotimento. Ad occhi chiusi, con una musica tribale e le ginocchia semi piegate tutto il corpo ha iniziato a “scrollare”, come se dovesse togliersi di dosso quello che non voleva, tutti i pensieri, tutte le preoccupazioni, tutte le pesantezze. Scrollare braccia, gambe, testa, scuotere i capelli, la schiena che scende, i piedi ben ancorati a terra fa bene al corpo per sciogliere le tensioni, come anche trovarsi in quel momento lì, esattamente lì, presenti a noi e agli altri. 

Abbiamo iniziato poi l’onda con il primo elemento: la terra. Danzare questo elemento evoca la compattezza e la solidità che troviamo dentro di noi, nel nostro scheletro e nei nostri muscoli. 

Dopo la terra è venuta l’acqua: noi osserviamo il suo fluire in natura ma anche dentro di noi, nei cambiamenti emotivi, nella capacità di lasciar andare morbidamente e con gentilezza. 

Terzo elemento è quello del fuoco. La forza e la chiarezza dell’elemento portano in sé la qualità della trasformazione e si manifestano in noi nel plesso solare. Il fuoco è calore ed energia vitale. Ultima l’impalpabilità dell’aria, che sentiamo sulla nostra pelle fuori di noi, ma che possiamo percepire dentro come respiro; essa crea spazi sempre più ampi, leggerezza ed infinite possibilità creative. 

Una serata per ricollegarci con il nostro vero io, per lasciare da parte qualunque altro pensiero, e sentire nel profondo la nostra anima nella sua semplicità. Consiglio questa esperienza a chiunque, perché io ne ho percepito i benefici sin da subito, e credo che sia un’attività che, al mondo d’oggi, possa davvero servire a tutti. 

Per informazioni riguardo le prossime “Onde danzanti”, o per avere dei chiarimenti, o semplicemente per capire un po’ di più, contatta il numero dell’organizzatrice! 

Pinuccia Alladio, MusicArTerapeuta nella globalità dei linguaggi: 3403328039

Poetry Slam alla Birrovia!

Il 31 gennaio si terrà presso i locali della Birrovia la terza edizione cuneese del Poetry Slam. Questa terza edizione presenta però una particolarità rispetto alle precedenti: i concorrenti saranno infatti tutti studenti delle scuole superiori della città di Cuneo. Questa edizione si propone infatti come primo evento del festival Poeticôni, il primo festival cuneese della poesia, che si terrà dal 31 gennaio al 2 febbraio. Prima di parlare di come assistere a questa terza edizione, è forse il caso di chiarire cosa sia un Poetry Slam. Non so se voi, gentili lettori, abbiate mai sentito parlare degli antichi agoni poetici organizzati nelle grandi città greche. Se la risposta è affermativa, saprete allora che cos’è in parte un Poetry Slam. In caso contrario, non preoccupatevi, ora ve lo spiego.

Il Poetry Slam consiste in una “competizione”, termine che alla maggior parte degli slammer, i poeti che partecipano a questa “competizione”, non piace affatto. Dobbiamo infatti pensare a questa competizione ricordando la sua etimologia: cum (insieme, con) + petere (andare verso). Dunque in questo caso la competizione è un procedere insieme di slammers slammersslammers e pubblico. Compresa la tipologia di competizione, per cui al vincitore è comunque destinato un premio – la parte meno importante – dobbiamo ora passare al suo svolgimento. Per prima cosa viene stabilita una giuria di cinque persone prese casualmente dal pubblico con il compito di giudicare il primo giro di esibizioni, compito mantenuto anche dal resto del pubblico, il quale può esprimere la propria approvazione alle votazioni della giuria o il proprio dissenso. La giuria assegnerà, al termine di ciascuna esibizione un voto da uno a dieci. Può anche assegnare punti decimali come 6,36 o 8,46. Una volta terminate le votazioni si eliminano il voto più alto e quello più basso, mantenendo gli altri tre che si sommano e formano il voto dello slammer.

Passiamo ora allo svolgimento dell’esibizione. La presentatrice, in questo caso l’espertissima, verrebbe da dire veterana del Poetry Slam, Francesca Saladino, presenta il primo concorrente. Questo, salito sul palco, darà una piccola introduzione della sua poesia e, una volta detto “Slam!”, inizierà la sua performance, la quale non potrà essere eseguita con l’ausilio di oggetti di scena. Terminata questa, la giuria darà il suo verdetto e lo stesso farà il pubblico. Una volta che l’intera giuria ha espresso il suo voto, il notaio, per l’occasione Riccardo Meynardi, sommerà il punteggio senza tenere conto del voto più alto e di quello più basso. Si procede come detto finché tutti i partecipanti non hanno interpretato la loro poesia. Poi, la giuria viene sciolta e se ne forma un’altra, sempre di cinque membri scelti casualmente. I poeti procedono dunque con l’interpretazione della loro seconda poesia. Quando il notaio ha segnato tutti i punteggi si procedono a eventuali, e rari, spareggi, i quali avvengono come per ogni altra competizione simile. In caso in cui non ci sia necessità di spareggi, si procede alla finale. Per l’occasione viene composta una terza giuria con lo stesso compito di quelle precedenti. Terminate le due performances, la giuria stabilisce un vincitore.

Se vi ho incuriosito, come spero, sappiate che il 31 gennaio dalle ore 20 potrete essere parte del pubblico prenotando un tavolo alla Birrovia e chiedendo esplicitamente della sala con il palco. Per chi fosse interessato la serata proseguirà poi con un’esibizione, a partire dalle 21.30, del tre volte campione italiano di Poetry Slam Simone Savogin, che porterà i suoi pezzi sul palco e racconterà la storia del Poetry Slam in Italia.

Vi aspettiamo numerosi!

Per saperne di più: https://www.instagram.com/_poppoetry_/ 

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