«La violenza può essere limitata e posta sotto il controllo della ragione. È questo forse il motivo per cui, come molti altri, credo nella ragione; e mi definisco un razionalista. Sono razionalista perché vedo la sola alternativa alla violenza in un atteggiamento di ragionevolezza».

(Karl Popper, Utopia e violenza, 1948)

Limitarsi a immaginare la violenza come un gesto fisico sarebbe un disonesto raggiramento del problema. Perché la violenza è una disposizione interiore, prima di tutto, e si dirige contro ciò che viene percepito diverso; dunque il problema della violenza è inevitabilmente connesso a quello dell’alterità. Il germe della violenza, che così spesso nasce nei cuori di ognuno, sta nella personale convinzione di essere dalla parte giusta, di avere le carte in regola, di non stare sbagliando. Eppure lo sbaglio è una possibilità: l’alterità è cosa bella perché ci rivela la possibilità di poter essere diversi da ciò che si è, ed è per questa sua capacità che la diversità va sempre esaltata, mantenuta e preservata, qualunque sia la posta in gioco. Quante volte si sente dire che una società giusta è quella in cui tutti si comportano bene – vale a dire: in cui tutti si comportano come io ritengo sia bene. Ma una società giusta è quella che custodisce con avidità e orgoglio la possibilità del diverso, comprendendo le ragioni dell’alterità e abbracciando l’idea che ci possa essere un altro modo di vivere.

Questa è la soluzione che Popper pare delineare quando afferma che la violenza può essere sconfitta solo mediante la ragione: nella tradizione filosofica la ragione è la facoltà umana che analizza e dialoga, che cerca soluzioni, osservando in profondità e senza mai fermarsi alla superficie delle cose. È evidente che la ragione ha limiti imposti dalla dimensione emotiva e impulsiva dell’essere umano: si arriva a un punto in cui non si ha più fiato per dialogare, in cui viene spontaneo difendere la propria idea – e forse è giusto che sia così, perché se ci si sentisse sempre in difetto ogni scrittore poserebbe la penna sulla scrivania. Si incontrerà molte volte un diverso che proprio non si è capaci di comprendere, un diverso magari opposto. Ma la riflessione di Popper suona come un monito e indica una stella a cui tendere, un tesoro da custodire: di fronte a quell’opposto, il non violento non punta il dito, non giudica, ma afferma la propria idea sempre con il beneficio del dubbio. Sempre. Magari la voce del dubbio è debole, appena accennata, ma deve esserci. Sempre.
Questa riflessione, come ogni volta che si esalta l’accoglienza, può portare a chiedersi se allora si debba accogliere anche l’intollerante, il non accogliente. Popper passa oltre questa domanda, sostenendo che il dialogo e l’uso della ragione sono possibili solo quando si è in due a desiderare un’accoglienza reciproca. Quando si ha l’impressione di parlare con un irragionevole, allora forse non resta che «scuotersi la polvere dai sandali»; con un cuore aperto, però, che sa di dover comunque comprendere la realtà del diverso.

In un mondo liquido, come lo definì Bauman, in cui si fatica a trovare un punto d’appiglio, la tentazione è duplice: il relativismo dei valori e il dogmatismo. Siccome entrambi gli atteggiamenti generano violenza, la soluzione, come insegnò il sapiente Aristotele, è il giusto mezzo: la via maestra è l’amore per il pluralismo.

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